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De fattiga i Lódz

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Förlag: Bonnier Audio

3.7
(26)

Language:Svenska | Number of Pages: | Format: Audio CD | På andra språk: (andra språk) English , Italian , Czech , Portuguese

Isbn-10: 917348430X | Isbn-13: 9789173484305 | Publish date: 

Narrator: Irene Lindh

Även tillgänglig som: Mass Market Paperback

Category: Fiction & Literature , History

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Bokbeskrivning
Vinnare av Augustpriset 2009 En roman om det judiska getto som nazisterna inrättade i den polska staden Lodz, och om dess av nazisterna utsedde ledare, Chaim Rumkowski, och hans svårutredda, mycket tvetydiga roll i förintelsen av de polska judarna. Särskilt hans förhållande till barnen i gettot är komplicerat. Det är en roman om livet i den avspärrade stadsdelen, om den påbjudna tyska kadaverdisciplinen, det mördande slavarbetet, svältdöden och de utsiktslösa flyktförsöken men också, paradoxalt nog, om överlevnadskonst och livsvilja, som t ex framväxten av den kollektiva, så småningom listigt subversiva Getto-Krönikan, som varit författarens viktigaste källa, och om hur transporterna till de för de bortforslade till en början okända förintelselägren vidtar tills gettot med dess ursprungligen 250 000 innevånare tömts. Med sin bok ger Steve Sem-sandberg en stark och , även internationellt sett, inte tidigare skådad inblick i Förintelsens verklighet.
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  • 4

    " - Quindi le è il famoso ricco ebreo di Litzmannstadt, signor Rumkowski.
    - Sono ricco, Herr Reichsführer, perché ho un intero popolo a mia disposizione.
    - E cosa se ne fa di questo suo popolo, signor Rumkowski?
    - Con il mio popolo sto costruendo una città operaia, Herr Reichsführer.
    - Ma questa ...fortsätt

    " - Quindi le è il famoso ricco ebreo di Litzmannstadt, signor Rumkowski. - Sono ricco, Herr Reichsführer, perché ho un intero popolo a mia disposizione. - E cosa se ne fa di questo suo popolo, signor Rumkowski? - Con il mio popolo sto costruendo una città operaia, Herr Reichsführer. - Ma questa non è una città operaia, è un ghetto! - È una città operaia, Herr Reichsführer; e continueremo a lavorare finché non avrete richieste da farci." Così il dialogo tra Himmler in visita al ghetto di Lodz nel giugno del 1941 ed il suo "presidente", Chaim Rumkovski, riportanto in questo romanzo-cronaca, che contiene in nuce tutte le tematiche cruciali al centro di questa storia: il potere, la follia, il carisma e la catastrofe. Nel suo delirio di onnipotenza e nella sua ansia di riconoscimento il "re Chaim" diventa così lo specchio tragico e insanguinato della medesima follia circolare che avvince demonicamente il Reich nazista. Un libro bellissimo, avvincente e dolente.

    sagt den 

  • 0

    Un po' troppo lungo IMO, qualche taglio non avrebbe guastato. Serve leggerlo con molta attenzione, tornare indietro a volte per tirare le fila di parecchi personaggi abbandonati qui e là nella storia che rispuntano molte pagine dopo e non ci si ricorda dove erano stati lasciati. Di altri ci si ch ...fortsätt

    Un po' troppo lungo IMO, qualche taglio non avrebbe guastato. Serve leggerlo con molta attenzione, tornare indietro a volte per tirare le fila di parecchi personaggi abbandonati qui e là nella storia che rispuntano molte pagine dopo e non ci si ricorda dove erano stati lasciati. Di altri ci si chiede, a libro terminato, il destino anche se non è difficie da immaginare: "Dei 204.000 ebrei che passarono attraverso il ghetto di Łódź, solo 10.000 sopravvissero alla guerra." (wikipedia) A tratti la realtà narrativa si mescola al sogno, e capita di dirsi: ma non era morta? ahhh, sta sognando!

    Molto bene documentato e molto credibile nell'invenzione narrativa.

    agghiaccianti la fame, il freddo, la perdita della dignità, la vita o la morte determinate dall'arbitrio di soldati violenti e ubriaconi, la paura che fa emergere il meglio o il peggio di ognuno; l'inutile speranza dell'arrivo dei russi: quando succederà sarà troppo tardi.

    E alla fine, Rumkowski: santo o traditore? collaboratore dei nazisti o salvatore? Tutto il suo darsi da fare, per interessi personali o per prolungare di qualche mese la vita del ghetto? se finisce il ghetto muore anche lui, e lo sa. La persona risulta molto sgradevole: pedofilo, ambizioso, arrogante con i deboli e servile con i forti, ma avrebbe potuto fare altro? La storia non ha saputo prendere una posizione e io, alla fine, nemmeno.

    Da leggere, a mio avviso, la pagina di wikipedia dedicata al ghetto di Łódź: http://it.wikipedia.org/wiki/Ghetto_di_L%C3%B3dz e scorrere la documentazione fotografica http://tinyurl.com/bedoxyk

    sagt den 

  • 3

    Poteva uscirne un capolavoro...

    La storia del ghetto ebraico di Lodz, esempio unico di piccola "città stato" che dall'occupazione tedesca al 1944 è stata utilizzata dal reich nazista come centro di produzione industriale per i fabbisogni di guerra. Centinaia di migliaia di persone rappresentate dal "decano degli ebrei" Mordecha ...fortsätt

    La storia del ghetto ebraico di Lodz, esempio unico di piccola "città stato" che dall'occupazione tedesca al 1944 è stata utilizzata dal reich nazista come centro di produzione industriale per i fabbisogni di guerra. Centinaia di migliaia di persone rappresentate dal "decano degli ebrei" Mordechai Chaim Rumkowski, detto anche "il presidente", padre padrone di questa piccola patria, figura reale da alcuni rivalutata come esempio di realismo ai limiti del cinismo (collaboriamo con i nostri carnefici per far loro credere che hanno bisogno di noi) e da altri considerato quasi un criminale di guerra. Fin qui la - incredibile - vicenda reale, così diversa dalla storia del ghetto di Varsavia. Apprezzabile l'utilizzo delle pagine dal "Diario del ghetto" e di documenti originali. La messa in scena drammatica lascia un po' a desiderare: caotica e in molte parti incapace di creare la giusta tensione. Peccato.

    sagt den 

  • 4

    Quattro stelle abbondanti. Quasi cinque. Ho detto "quasi". Qualche appunto di lettura sul mio blog http://nonsoloproust.wordpress.com/2012/09/18/gli-spodestati-steve-sem-sandberg/

    sagt den 

  • 1

    Pensavo fosse un romanzo, è una pietra. C'ho provato in tutti i modi, anche saltando pagine, ma non ce l'ho fatta. Pesante. E scritto non bene. Troppi rimandi che confondono solo e basta. Pesante.

    sagt den 

  • 5

    Un grande libro. La ricostruzione della vicenda del ghetto di Lodz tra il 1939 e il 1945, e in particolare del suo decano, l'ambiguo ed emblematico Rumkowsky. Un mirabile esempio di commistione tra Storia e finzione narrativa. Un libro claustrofobico, tra le cui pagine si sente la morsa del recin ...fortsätt

    Un grande libro. La ricostruzione della vicenda del ghetto di Lodz tra il 1939 e il 1945, e in particolare del suo decano, l'ambiguo ed emblematico Rumkowsky. Un mirabile esempio di commistione tra Storia e finzione narrativa. Un libro claustrofobico, tra le cui pagine si sente la morsa del recinto del ghetto e si riesce a percepire il dramma e le assurde contraddizioni cui fu costretta un'intera popolazione (quella ebraica), ingannata e sfruttata fino all'ultimo.

    sagt den 

  • 2

    Difficult

    Maybe I am too lazy to read challening literature at present, but I found this difficult to follow and disjointed. The story of the jewish ghetto in Lodz and its mercurial leader. Collaborator or liberator?

    sagt den 

  • 4

    Questo libro ha una copertina grigia -ed è il colore che, più di ogni altro, serve per dipingere la desolazione e la disperazione che invasero progressivamente ogni via, ogni casa, ogni spazio del ghetto polacco di Łodź -il secondo per grandezza, dopo Varsavia-, invadendo al contempo l’animo del ...fortsätt

    Questo libro ha una copertina grigia -ed è il colore che, più di ogni altro, serve per dipingere la desolazione e la disperazione che invasero progressivamente ogni via, ogni casa, ogni spazio del ghetto polacco di Łodź -il secondo per grandezza, dopo Varsavia-, invadendo al contempo l’animo delle migliaia di Ebrei che vi abitavano e i loro occhi -vecchi, infantili o adulti che fossero. Un grigio che cancellava l’orizzonte, così come cancellava ogni certezza. Questo libro ha anche una sovra copertina con una foto a colori -è una delle quattrocento scattate da un contabile dell’amministrazione tedesca del ghetto, un austriaco che utilizzò una pellicola insolita per l’epoca, il quale aveva forse il compito di documentare la realtà del ghetto stesso. Nell’immagine: una via affollata, piena di animazione; case intatte; un bambino che guarda con curiosità l’obiettivo; un ragazzino con la stella cucita sul maglione e l’aria tranquilla; fili e rotaie del tram e un cielo chiaro sullo sfondo. E’ una immagine menzognera, però. Non vi figurano quella fame, quel freddo, quella malattia e quella paura che lì erano invece onnipresenti, che camminavano a fianco di ciascun Ebreo -ombre scure e fedeli-, che abitavano in ogni casa e che divennero in breve l’unica, vera realtà di chi doveva vivere all’interno del filo spinato. L’opera di Sem-Sandberg, ripercorrendo la storia del ghetto di Łodź dalla sua costituzione, fino al momento in cui venne definitivamente liquidato, si propone appunto di descrivere, senza falsarne i colori, tale realtà. A partire dalle convinzioni che aveva Chaim Rumkowski -Decano, Presidente, re del ghetto, uomo che metteva il timore al di sopra della fede- e che muovevano il suo operato: l’Ebreo non si doveva mai considerare come singolo, ma come collettività. Uno collettività che, producendo, diventava indispensabile e poteva quindi sperare di salvarsi. In nome di queste convinzioni, Rumkowski riuscì a trasformare in pochi mesi il ghetto di Łodź in una città operaia, in una immensa fabbrica dove la manodopera non costava che un po’ di brodaglia, a farlo diventare uno dei principali fornitori dell’esercito tedesco. La vita umana come merce di scambio. Il celebre discorso del settembre 1942 -“Nella mia vecchiaia, stendo le mie mani ed imploro: Fratelli e sorelle! Passatemeli! Padri e madri! Datemi i vostri figli!”- dimostra come il Decano degli Ebrei fosse più che disposto a sacrificare bambini, malati e anziani -la parte debole che non poteva provvedere al proprio sostentamento e sottraeva preziose energie al ghetto- purché la forte e grande “macchina produttiva” che aveva messo in moto continuasse a funzionare. Figura controversa e ambigua, Rumkowski. Chaim il Grande. Un collaborazionista, un profittatore, un uomo dagli affetti malati, un amministratore autoproclamato di destini, un despota che esercitava sul ghetto un potere assoluto, ritenendolo “suo”. Ma non è, Gli spietati, il libro di Chaim Rumkowski -e infatti l’autore, nel momento in cui il ghetto viene chiuso, lo abbandona al suo destino, lasciando che se ne occupi la Storia, e segue invece Adam Rzepin, Adam il brutto, uno dei tanti bambini di Łodź. E’ il libro del ghetto, infatti. Di tutti quegli uomini che lì hanno cercato di vivere, sopravvivendo; che hanno lottato, sofferto, sperato. E’ il libro delle loro lacrime. Del loro dolore. Della loro impotenza. Della loro resa, talvolta. E’ il libro di chi aveva un nome e di chi non lo ricordava più. Di chi urlava la sua disperazione e di chi la chiudeva nel silenzio. Di quei bambini che venivano buttati dalla finestra dell’ospedale e infilzati al volo dalla baionetta del soldato tedesco -il sangue grondava dentro la sua manica troppo larga. Un’immagine che ho trovato agghiacciante- e di quelli a cui l’educatrice Rosa Smoleńska portava briciole di pane ammuffito conservato per giorni dentro il fazzoletto. Del contrabbandiere Zawadzki, un polacco, una leggenda che faceva la spola fra la zona ariana della città e il ghetto, passando per i tetti e di coloro che andavano al filo, cercando la liberazione della morte perché erano già morti da tempo, dentro. Di Mara, la tsadika paralitica venuta a portare, secondo i chassidim, un po’ di consolazione e della Gran Dama del ghetto, la fame, che azzannava, divorava, piantava i denti nella carne, e ancora, ancora, ancora senza mai tregua alcuna. E’ il libro di quegli uomini che vendevano l’ultima cosa che possedevano -l’anima- per un tozzo di pane rinsecchito, di quelli che imparavano come la salvezza potesse essere nella differenza tra la parola “probabile” e “possibile”. Del dottor Schulz e di sua figlia Vera -una macchina da scrivere per scrivere la speranza e consegnarla ai vecchi libri dell’archivio. Dell’infaticabile dottor Miller che, cieco, trascinava il corpo puntellato dalle protesi per il ghetto, mettendo in quarantena case o fabbriche. Di quei bambini della Casa Verde che affollarono i pianali dei camion per essere sacrificati alla follia degli uomini. E’ il libro che restituisce una voce e una storia a uomini e donne che non hanno potuto avere né l’una né l’altra. Ed è una voce intensa, dolente, accorata. Che non si può -e non si deve- dimenticare. Quattro stelle abbondanti, e una lode alla traduttrice.

    sagt den 

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