De profundis

Di

Editore: Tascabili economici Newton (Centopaginemillelire, 156)

4.2
(2691)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 94 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Francese , Olandese , Finlandese , Ceco , Portoghese

Isbn-10: 8879834940 | Isbn-13: 9788879834940 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Patrizia Collesi

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri , Copertina morbida e spillati

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
Detenuto per sodomia, Wilde scrisse nel 1897 questo manoscritto in forma di lettera, frutto della tragica lotta che un artista ribelle ingaggia contro le ipocrisie della società, al suo giovane amante Bosie. Wilde appare in queste pagine un uomo affascinante e contraddittorio, ormai fiaccato nell'animo, sofferente come un autentico artista romantico, un Cristo perseguitato dai filistei. Si alternano in queste pagine serietà morale e teatrale civetteria, rivendicazioni di grandezza a cupi umori penitenziali.
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  • 4

    Sotto un certo rispetto io so certamente che il
    giorno che verrò liberato, passerò da un carcere ad un
    altro e vi son momenti in cui il mondo intiero non mi
    sembra più vasto della mia cella e non mi p ...continua

    Sotto un certo rispetto io so certamente che il
    giorno che verrò liberato, passerò da un carcere ad un
    altro e vi son momenti in cui il mondo intiero non mi
    sembra più vasto della mia cella e non mi pare meno
    colmo di terrore. Tuttavia in origine Dio creò un mondo
    per ogni singolo uomo, ed è in questo mondo intimo a
    noi che dobbiamo cercare di vivere.

    Oscar Wilde dal carcere, dimenticato dal suo pubblico, deriso da molti e abbandonato dall'amante (a causa del quale è finito in carcere) e da molti amici, scrive alcune pagine molto intime e profonde di riflessione sulla sofferenza e sulla figura di Cristo. Superata la tristezza, la malinconia, la disperazione, la rabbia, l'odio si ritrova in una situazione che vede stranamente fertile di contatto con la vita vera. Si rende conto di avere avuto finora un rapporto superficiale con il mondo, nel senso di essersi fermato e limitato alla superficie delle cose che era quella che un tempo l'attirava come esteta e come artista.
    Ora ribalta non solo il suo modo di percepire la vita ma anche la religione, la società e l'arte.La sofferenza gli dà modo di guardare in profondità dentro di sè e dentro la vita e di sentire il contatto con una esistenza più vera. Da qui riflette anche sulla verità nell'arte e sulla figura di Cristo come artista: l'arte richiede infatti immaginazione e l'immaginazione è un atto d'amore. La sofferenza lo lega alla verità. Verità della sua condizione, della vita e verità anche nell'arte.
    La verità in arte è l'esteriore come diretta emanazione dell'interiore, dice nella prima parte di riflessioni.
    In un certo senso il dolore e la sofferenza sono il terreno più fertile da cui può quindi nascere l'arte.
    La sofferenza avvicina Wilde anche al cristianesimo che ne dà un valore positivo. Per il cristianesimo la sofferenza è la vera moneta del mondo nel senso che mentre il piacere e la ricchezza non sono mali in sè ma allontanano l'uomo dalla sua interiorità e da Dio, la sofferenza al contrario ha una funzione importante nell'avvicinarli e nel richiamare ogni uomo alla sua anima. Ma quello di Wilde non è un dolore o una sofferenza generica ma la cosiddetta infelicità. Sull'infelicità c'è un saggio di poche pagine scaricabile in pdf da internet di Simone Weil, che io ho trovato interessantissimo. Simone parla dei tre requisiti per l'infelicità di cui quello imprescindibile è la caduta sociale (la prigione per Oscar).
    E paragona la persona infelice alla gallina ferita che è l'equivalente dell'uccello dipinto dell'omonimo libro. La ferita induce le altre galline alla crudeltà e a infierire come spesso sperimentano appunto nella loro vita le persone infelici. Perchè se la sofferenza è passeggera, il dolore idem, l'infelicità spesso diventa una sorta di condizione permanente dell'individuo, una specie di maledizione. Anche Simone osserva questa maledizione da un punto di vista cristiano e dimostra come sia una condizione di estrema vicinanza a Dio pur nella sua massima distanza.
    Dalla sua posizione "privilegiata" , Oscar ha una visione della vita più profonda e vede come Cristo non solo abbia avuto una tolleranza estrema, una simpatia speciale per le persone infelici, maledette. Ma abbia avuto un po' in antipatia gli atteggiamenti presuntuosi, perbenisti e arroganti di chi si sente nel giusto e dalla parte dei buoni o dei saggi (filistei, farisei, scribi, sacerdoti).
    Colpisce come Oscar si senta ormai predestinato all'infelicità e al martirio sociale. E come veda questa dolorosa condizione come la sua possibilità migliore di riscatto umano di riabilitazione della sua anima che sente sia stata indegna della moglie e di alcuni amici fedeli e che sente di avere in qualche modo sporcato e tradito anche se magari non per le cose per cui è in carcere.

    ha scritto il 

  • 3

    Ho comprato questo libro nel lontano 2009 e finalmente mi sono fatta coraggio e l'ho iniziato... è una lunga lettera che Wilde scrive al suo amante Bosie dalla prigione in cui è incarcerato a causa su ...continua

    Ho comprato questo libro nel lontano 2009 e finalmente mi sono fatta coraggio e l'ho iniziato... è una lunga lettera che Wilde scrive al suo amante Bosie dalla prigione in cui è incarcerato a causa sua, dopo averlo mandato in bancarotta e per la relazione ambigua che i due avevano. Nella prima metà viene raccontata la relazione tra i 2, l'amore a senso unico di Wilde che continuava a dare senza mai ricevere nulla in cambio, neanche un grazie, quindi in alcuni punti è tangibile il risentimento di Wilde nei confronti di Bosie che successivamente si tramuta in perdono. La seconda parte è piuttosto noiosa, tratta temi saggistici quali l'arte, la religione, di nuovo il perdono e lì la mia attenzione si è un pò persa e non vedevo l'ora di terminarlo. Nonostante ciò è stato interessante approfondire la vita privata di un uomo storico che rappresenta una pietra miliare della letteratura.

    ha scritto il 

  • 5

    La disperazione dell’uomo e la forza dell’intellettuale in una lettera dall’inferno

    In un mio precedente commento, avevo incontrato Oscar Wilde al culmine della notorietà: le sue commedie erano grandi successi teatrali, i suoi romanzi e racconti erano dei best-seller, i suoi aforismi ...continua

    In un mio precedente commento, avevo incontrato Oscar Wilde al culmine della notorietà: le sue commedie erano grandi successi teatrali, i suoi romanzi e racconti erano dei best-seller, i suoi aforismi e le sue battute scandalizzavano i salotti londinesi.
    De profundis è invece il disperato lamento di un carcerato, che immediatamente dopo è stato condannato ai lavori forzati, al quale sono stati confiscati e venduti per bancarotta tutti i beni, che non ha più diritti sulle proprie opere e che non si riprenderà più, morendo di fatto in esilio, appena quarantaseienne, tre anni dopo essere uscito dal carcere.
    Cosa fosse accaduto credo sia noto a tutti, anche perché costituisce la trama di un bel film uscito circa 20 anni fa per la regia di Brian Gilbert, Wilde, con la straordinaria interpretazione di Stephen Fry. Per comprendere appieno il contenuto di De profundis è tuttavia necessario riassumere per sommi capi i fatti che portarono Wilde in carcere.
    Nei quattro anni precedenti quel fatale 1895 Wilde ha una tormentata relazione con Alfred Douglas, detto Bosie, un giovane rampollo dell’alta nobiltà inglese dedito all’arte (scrisse soprattutto poesie). La relazione andò avanti tra continue rotture, dovute agli eccessi di Bosie, che viveva nel lusso sulle spalle economiche di Wilde e organizzava spesso veri e propri festini con giovani gigolò (cui peraltro anche Wilde partecipava), e sofferte riappacificazioni. Nel febbraio del 1895, subito dopo la prima di The importance of being Earnest, il padre di Bosie, Lord Queensberry, personaggio intriso di machismo e di carattere violento, che aveva già messo in atto azioni per sabotare l’opera di Wilde, considerato la causa della corruzione sessuale del figlio, consegna in pubblico a Wilde un biglietto aperto in cui lo accusa di atteggiarsi a somdomite (l’errore è rimasto famoso). Bosie, che vede nell’episodio un’occasione per vendicarsi dell’odiato padre, induce Wilde a fargli causa. Grazie a testimoni foraggiati ed anche alla imperizia di Bosie che lascia in giro lettere scrittegli da Wilde, Queensberry riesce a dimostrare che non solo Wilde si atteggia, ma che è sodomita. Wilde si trasforma da accusatore in accusato, visto che all’epoca la gross indecency è punita in Gran Bretagna con pene sino a due anni di lavori forzati, ed al termine di due processi viene condannato al massimo della pena, con il giudice che si rammarica perché questa è troppo mite. Mentre è in carcere Queensberry gli intenta anche una causa civile perché Wilde non è in grado di rinfondergli le spese processuali, e così lo scrittore, che ha anche altri debiti, viene dichiarato insolvente e tutti i suoi beni vengono venduti; inoltre la moglie chiede il divorzio e gli sottrae la potestà sui figli. Wilde sconterà per intero la pena e, come detto, appena uscito di prigione il 19 maggio 1897, si imbarcherà per Dieppe e non farà più ritorno in Gran Bretagna, morendo a Parigi il 30 novembre 1900.
    E’ durante la sua reclusione nel carcere di Reading, nei primi mesi del 1897, che Wilde scrive De profundis. Il testo non è scritto per essere dato alle stampe: è una lettera a Bosie, probabilmente la più lunga lettera mai scritta (la compongono circa 50.000 parole), e Wilde, che non poteva mandare lettere dal carcere, la affida al momento del rilascio a Robert Ross, uno dei pochi che gli siano rimasti amici, pregandolo di farne una copia e di mandare l’originale a Bosie: sembra che quest’ultimo neppure l’abbia letta. Un lungo estratto della lettera fu pubblicato da Ross nel 1905, ed è in quell’occasione che allo scritto venne dato il nome con cui è oggi noto; solo nel 1962 viene pubblicato il testo definitivo.
    Proprio il fatto di non essere uno scritto destinato al pubblico rende il De profundis un documento straordinario per la sua verità, anche se si tratta – ovviamente – di una verità parziale, plasmata dalle terribili condizioni psichiche e fisiche in cui si trovava l’autore e condizionata dal fatto che chi scrive è parte in causa. Il tratto dominante della lettera è il cambio di prospettiva sia umano sia artistico cui Wilde è pervenuto in seguito all’esperienza carceraria, il fatto che questo tremendo periodo della sua vita gli abbia permesso di rivedere criticamente il suo passato, e di basare su questa revisione critica le residue possibilità che gli rimangono di fondare il suo futuro. Nell’ultima pagina infatti dice: Davanti a me, ora, ho il mio passato. Devo riuscire, ora, a guardarlo con occhi diversi, a far sì che il mondo lo guardi con occhi diversi.
    A questo processo di revisione (nel senso letterale di nuova visione) della sua vicenda umana e artistica Wilde dedica tutta la lettera, che può essere scomposta in alcune parti ben definite.
    La prima metà è dedicata alla ricostruzione della sua vicenda con Bosie: è sostanzialmente un lunghissimo atto di accusa nei confronti dell’amante, che prende le mosse dal suo comportamento da quando Wilde è in carcere. Bosie infatti non gli ha mai scritto e non è mai venuto a visitarlo. Wilde ha solo saputo, tramite amici, dell’intenzione del giovane di dedicargli alcune poesie e di pubblicare in Francia alcune delle sue lettere private, senza consultarlo e senza pensare che ciò potrebbe rinfocolare le polemiche intorno all’autore. In questi fatti Wilde vede la prova della inadeguatezza dell’amante, della sua incapacità di capire in profondità la natura del loro rapporto. Ricostruisce con puntiglio le varie tappe della loro relazione e suoi vani tentativi di troncarla, accusando più volte Bosie di essersi approfittato di lui, di aver sempre preteso di essere mantenuto nel lusso, di essere innamorato non tanto di lui quanto del fatto di essere l’amante di una celebrità, di non aver compreso, perché intellettualmente non all’altezza, la grandezza intellettuale ed artistica (della quale Wilde, fedele a sé stesso, è pienamente conscio) del suo compagno e ciò che questa grandezza gli poteva davvero offrire. Lo accusa di egoismo, soprattutto per avere convinto Wilde a far causa al padre, cosa che l’autore legge retrospettivamente come volontà di usarlo per vendicarsi dei torti subiti da parte di quest’ultimo. Ma l’accusa definitiva più volte rivolta a Bosie, è quella di superficialità, che Wilde definisce lapidariamente così: Il vizio supremo è la superficialità. Tutto ciò che è compreso fino in fondo, è giusto. E’ un’accusa che Wilde deve sentire come tremenda, perché con essa vengono negate ad Alfred Douglas sia la qualità di artista sia quella di essere in grado di relazionarsi davvero con gli altri.
    Questa prima parte della lettera è per noi lettori quasi un prodromo, un antefatto, che ci aiuta a capire, a contestualizzare la situazione in cui si trova Wilde, a comprenderne le radici storiche. Per Wilde invece questa ricostruzione dei fatti svolge probabilmente un ruolo da un lato liberatorio, dall’altro di razionalizzazione del dolore che ha segnato i suoi ultimi anni. Molto umanamente Wilde oscilla, in questa parte, tra atteggiamenti autoassolutori e piena coscienza degli errori commessi: è una sorta di piccola ricerca del tempo perduto composta da chi soffre nella propria carne le conseguenze di quel tempo: senza azzardare improbabili paragoni, ma considerando anche le sottili analogie tra la reclusione di Wilde e quella volontaria di Proust e tra il loro essere entrambi dandy ravveduti, penso che andrebbero meglio analizzati i punti di contatto tra le due opere.
    Improvvisamente, circa a metà del testo, all’uomo Wilde, che prevale con la sua disperazione nel ricordo del rapporto con Bosie, subentra l’intellettuale, con la sua forza, anche se essa pure disperata. Una successiva, ampia parte della lettera, è infatti dedicata al ruolo che il dolore, nella sua esperienza concreta, ha assunto per Wilde uomo ma soprattutto artista. Egli, dice, era sempre vissuto nel e per il piacere, cercando di scansare il dolore. Ma oggi si è reso conto che il mondo cammina nel dolore, che il dolore è la vera forza trainante dell’umanità e la fonte dell’arte, e che dolore e bellezza sono intimamente uniti. I suoi compagni di carcere sono più vicini alla verità di qualsiasi artista, perché sanno vivere nel dolore. ”Il piacere è per il bel corpo, il dolore è per la bella anima” e ”ora capisco che il Dolore, essendo la suprema emozione di cui l'uomo è capace, è insieme il modello e il banco di prova di tutta la grande arte”, dice in due bellissimi passi a questo riguardo.
    Partendo da questa sua riflessione sul dolore, Wilde dedica quindi particolare attenzione alla figura di Cristo, che identifica come il supremo individualista, il precursore della corrente romantica nella vita, contrapposto in questo alla rigidità, alla fissità ed alla freddezza del classicismo. L’analisi che lungo molte pagine Wilde conduce della figura storica di Cristo, la pungente critica alla vulgata cristiana, appoggiata anche su apparenti paradossi e ribaltamenti di passi del vangelo, ci fanno ritrovare il Wilde artista, nel senso che questa parte della lettera si astrae dalla contingenza di uno scritto privato per divenire un vero e proprio piccolo saggio di critica filosofica. Cristo è il primo romantico perché ci dice di vivere come i fiori, perché percepisce la vita come un flusso, perché ci dice di non preoccuparci troppo degli affari materiali. Egli è anche il primo e supremo individualista perché, a differenza di quanto ci dice la Chiesa, quando insegna a perdonare ai nemici lo fa non pensando ai nemici, ma all’anima di chi perdona; quando dice di donare ai poveri i propri averi ha in mente l’elevazione morale di chi compie questo gesto, più che il beneficio per i poveri.
    Cristo come primo romantico e la vita artistica considerata in rapporto alla condotta, su cui Wilde si addentra in alcune riflessioni nelle ultime pagine del De profundis, saranno l’oggetto dei suoi futuri lavori, una volta uscito dal carcere. Riuscirà solo parzialmente a farlo, trasfondendo il secondo argomento nella sua ultima, disperata opera, La ballata del carcere di Reading. Tra le altre cose che non riuscirà a fare una volta uscito dal carcere c’è anche il tener fede alla promessa di non rivedere più Bosie, con il quale riallaccerà per alcuni mesi la relazione, tra Parigi, Napoli e la Sicilia. La passione per questo giovane e in realtà mediocre lord, della quale pure aveva così nettamente individuato i limiti e le conseguenze, prevarrà ancora una volta, l’ultima prima della rottura definitiva.
    Il De profundis, questa sorta di seduta di autocoscienza preproustiana, ci permette di ricostruire dal di dentro la terribile vicenda umana di Oscar Wilde; oggi possiamo aggiungere a questi elementi la consapevolezza che quella vicenda non fu semplicemente privata. Wilde non fu condannato perché omosessuale: l’omosessualità era naturalmente ampiamente diffusa e tollerata nelle classi dominanti, purché non se ne parlasse. Wilde fu condannato in quanto intellettuale, in quanto argutissimo censore delle stesse basi (a)morali su cui si reggeva la società vittoriana. Più volte nel corso degli anni le sue opere furono soggette a censura o a critiche demolitrici; la società che lo adorava lo faceva con un sogghigno feroce, considerando le sue verità dei paradossi o degli scandali, e sarà quella stessa società che lo abbandonerà immediatamente. Il potere costituito non si lasciò scappare l’occasione di infliggere una condanna esemplare a chi aveva osato basare il proprio successo artistico sulla demolizione – tanto più efficace in quanto sarcastica – delle convenzioni sociali da cui traeva la propria forza. La vicenda di Oscar Wilde, in questo senso, è paradigmatica del rapporto tra intellettuali e potere in ogni tempo.

    ha scritto il 

  • 4

    Alan Turing, pioniere britannico dell’informatica, tre anni fa (59 anni dopo la sua morte) venne graziato definitivamente da S.M.B. attraverso il Royal Pardon.
    Accusato di grave indecenza –leggasi omo ...continua

    Alan Turing, pioniere britannico dell’informatica, tre anni fa (59 anni dopo la sua morte) venne graziato definitivamente da S.M.B. attraverso il Royal Pardon.
    Accusato di grave indecenza –leggasi omosessualità- era stato condannato, costretto ad assumere ormoni femminili e sottoposto alla cosiddetta castrazione chimica. Nel 1954, all’età di 41 anni, si suicidò -ecco il dettaglio agghiacciante e straniante- mangiando una mela avvelenata con il cianuro.
    Nel Regno Unito l’omosessualità fu decriminalizzata nel 1967.

    Anche la vita di Oscar Wilde fu distrutta da una condanna simile. Scontò due anni di lavori forzati nel carcere di Reading e tre anni dopo morì in assoluta povertà.
    E’ pur vero che senza l’esperienza del carcere non avremmo avuto questo meraviglioso De Profundis, ma a mio avviso un Royal Pardon, oggi come oggi, su cotali materie, non si dovrebbe negare a nessuno. Men che meno a uno come Wilde.
    ..............
    Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell'Arte.
    Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore, e la sua bellezza.

    ha scritto il 

  • 2

    Sarò la voce fuori dal coro

    Dopo aver letto l'ultima fatica letteraria di Massimo Bisotti in cui il "De Profundis" era stracitato, straosannato, strapieno etc etc l'ho preso in "prestito" dalla libreria e l'ho letto. Allora che ...continua

    Dopo aver letto l'ultima fatica letteraria di Massimo Bisotti in cui il "De Profundis" era stracitato, straosannato, strapieno etc etc l'ho preso in "prestito" dalla libreria e l'ho letto. Allora che Wilde fosse arrabbiato, molto arrabbiato, con il dear Bosie lo si capisce e lo si può comprendere pienamente; che Wilde amasse scrivere, che la scrittura fosse la sua vita e che pensava non ci fosse niente di meglio al mondo, questo è risaputo; ma c'era proprio bisogno di scrivere 189 pagine per raccontarci la triste vicenda e per mandare a quel paese una persona che ci ha fatto solo male e procurato solo dispiaceri? Caro Wilde, senza nulla levare al pregio artistico della tua lunga missiva, hanno inventato un'unica parola per dire quello che hai espresso in 189 pagine. Inzia per V e finisce per .... ci siamo capiti no?

    ha scritto il 

  • 5

    “Il vizio supremo è la superficialità. Tutto ciò che si capisce è giusto”

    L’Oscar Wilde che non ti aspetti, mi verrebbe di dire, ma non lo dirò, poichè questa lettura è stata all’altezza di quello che mi aspettavo ed è, anzi, andata ben oltre.
    Una lunga lettera in cui Oscar ...continua

    L’Oscar Wilde che non ti aspetti, mi verrebbe di dire, ma non lo dirò, poichè questa lettura è stata all’altezza di quello che mi aspettavo ed è, anzi, andata ben oltre.
    Una lunga lettera in cui Oscar Wilde ripercorre le vicissitudini che hanno causato la sua rovina, letteraria ed economica, a causa dell’amicizia con il ragazzo al quale è anche indirizzata, lettera che, è bene ricordare, non fu concepita per una futura pubblicazione.
    È una lettura che non concede nulla, il livello è sempre elevatissimo; che sia romanzo, commedia o documento personale, Wilde non fa distinzioni quando scrive e, se possibile, in questo caso il tono drammatico risulta ancora più accentuato.
    La lettera è anche un atto d’accusa, preciso e circostanziato, verso… se stesso; infatti lungi dal dare la colpa al ragazzo di quanto capitatogli, egli si dichiara pronto a perdonarlo riconoscendo che nulla di quanto successo sarebbe stato possibile se lui non avesse voluto.
    Quello che si rivela, da questa lunga lettera, è dunque il grido disperato e straziante del genio letterario, trascinato nell’infamia e nel dolore, che ha finalmente riacquistato coscienza e consapevolezza di quanto avvenuto e sta cercando di risollevarsi nella propria dignità di uomo.
    Non ho potuto fare a meno di notare la profondità del pensiero di Wilde emergente da queste pagine infarcite di bellissime citazioni e di sofferente meditazione, senza dubbio opera del profondo cambiamento avvenuto in carcere, a differenza dello sfrenato cinismo ostentato con Lord Henry nel famoso ritratto di Dorian Gray, segno evidente di tempi e circostanze diverse…

    Qualche citazione…

    “Il vero stolto è colui che non conosce se stesso”

    “Nella vita non ci sono cose grandi o piccole. Tutte le cose possiedono lo stesso valore e la stessa misura”

    “La sofferenza è ciò che ci tiene in vita, poiché essa è l’unico modo che abbiamo per avvertire la vita”

    “…penso che non amino l’arte, coloro che spezzano il cristallo del cuore del poeta affinché occhi socchiusi e febbrili avidamente guardino.”

    “Nulla sembra possedere un minimo valore a eccezione di quello che ricaviamo da noi stessi”

    “In ogni singolo momento dell’esistenza siamo ciò che saremo non meno di ciò che siamo stati”

    “Le buone intenzioni nell’arte non hanno il minimo valore. Tutta la cattiva arte è il risultato di buone intenzioni”

    ha scritto il 

  • 3

    Quest'opera è forse l'unica vera autobiografia dell'autore, che pervaso dalla solitudine e dal dolore, scrive all'amico Douglas e a questi riconduce la sua rovina e il suo amore allo stesso tempo. E' ...continua

    Quest'opera è forse l'unica vera autobiografia dell'autore, che pervaso dalla solitudine e dal dolore, scrive all'amico Douglas e a questi riconduce la sua rovina e il suo amore allo stesso tempo. E' stata una lettura lenta e per niente leggera, forse per la mancanza di pause e capitoli, ma vale la pena conoscerla!!

    ha scritto il 

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