Dedalus

Ritratto dell'artista in gioventù

Di

Editore: Arnoldo Mondadori (Oscar)

3.9
(1944)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 288 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Portoghese , Svedese , Francese , Tedesco , Spagnolo , Catalano

Data di pubblicazione: 

Traduttore: Bruno Oddera

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Cofanetto

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
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  • 3

    Un flusso di coscienza dove Joyce racconta la formazione della personalità del giovane protagonista Stephen Dedalus, dalla base convenzionale religiosa alla ricerca di un identità intellettuale indipe ...continua

    Un flusso di coscienza dove Joyce racconta la formazione della personalità del giovane protagonista Stephen Dedalus, dalla base convenzionale religiosa alla ricerca di un identità intellettuale indipendente.

    La trasformazione del giovane Dedalus è un percorso molto interessante ma mi ha appassionata a tratti, c’è qualcosina che non mi ha convinta o che non ho capito.
    (La stessa cosa mi era successa con Gente di Dublino.. a questo punto direi che devo leggere l’Ulisse! Ahahah :D )

    ha scritto il 

  • 4

    Profondo, riflessivo e struggente.

    Questo libro è l'emblema dei conflitti che possono colpire ogni uomo nel proprio sviluppo. Analizza rapporti fondamentali come quello con: la religione, la famiglia, gli amici, la scuola. Personalment ...continua

    Questo libro è l'emblema dei conflitti che possono colpire ogni uomo nel proprio sviluppo. Analizza rapporti fondamentali come quello con: la religione, la famiglia, gli amici, la scuola. Personalmente sono rimasto piacevolmente colpito dalla profondità e particolarità nella rappresentazione dei pensieri di Stephen, che in questo romanzo è un bambino poi in seguito un ragazzo che combatte per la sua indipendenza spirituale, influenzato dal suo mondo. Il concetto chiave al quale è stato dedicato buona parte del libro è la lotta tra precetti religiosi e pensiero razionale. Un romanzo davvero affascinante, consigliato per tutti!

    ha scritto il 

  • 3

    Il pidocchio e la luminosità.

    Ho un amico che su James Joyce ha iniziato la sua carriera accademica, come Umberto Eco va’, e come Joyce è ripartito da Tommaso d’Aquino e Umberto Eco è ripartito da Joyce e da Tommaso d’Aquino, lui ...continua

    Ho un amico che su James Joyce ha iniziato la sua carriera accademica, come Umberto Eco va’, e come Joyce è ripartito da Tommaso d’Aquino e Umberto Eco è ripartito da Joyce e da Tommaso d’Aquino, lui è ripartito da Eco, Joyce e Tommaso, nemmeno il meglio del romanzo del giovane Joyce – scritto il 1904 e il 1914, tra i 22 e i 32 anni – andasse ricercato verso il fondo, quando Stephen ragiona con i goliardici amici d’università sulle categorie filosofiche del bello, insomma la parte dello spiegone, che letterariamente è sempre la meno felice e lo è anche qui, per quanto Joyce ce la metta ma non abbastanza per stemperarla coi dialoghi e con gli sfondi; il tutto lo faccio andare a a mia riprova del fatto che i filosofi sentono l’esigenza di andarsene sempre troppo lontano, come non gli bastasse la bellezza se è spudorata e immediata, come quando nel primo capitolo Joyce scrive con esemplare asciuttezza che il suo autoprotagonista pisciava il letto:

    “Quando si bagna il letto, prima è caldo, poi diventa freddo. La mamma metteva la tela cerata. Faceva quello strano odore.”

    Il primo capitolo del “Ritratto dell’artista da giovane” è bellissimo, da solo vale tutto il romanzo, sebbene non saprei rinunciare neanche al secondo capitolo. Il terzo capitolo è una lunga omelia, che dà il senso dell’oppressione cattolica ma che lo avrebbe dato comunque dimezzandolo e dimezzandolo ancora dopo averlo dimezzato la prima volta. Il quarto capitolo è più debole dei primi due e il quinto lo lascio a Umberto Eco e al mio amico, per quanto sia molto bello ma non per le ragioni per cui è piaciuto a loro.

    Joyce è stato bravissimo perché in poche ellitticissime pagine, nelle prime, io sapevo di Stephen tutto quel poco che c’è da sapere per conoscere il tutto della sua vita, compreso quello che la circonda e di cui lo Stephen stesso prenderà consapevolezza con gli anni e coi capitoli. Più Stephen diventa maturo, e presente a se stesso, più a diventare presente nella narrazione è l’espressione della sua interiorità (bah, a me il termine 'interiorità' fa noia e equivoco, dovrebbe dirsi: il-mondo-ricreato, da contrapporre al mondo-subito), a discapito del mondo esteriore che prima lo circoscriveva e che lentamente sparisce, dissolto dalle riflessioni che Stephen ci fa sopra. Più Stephen si libera, più diventa autonomo, più il suo mondo diventa secondario, ininfluente, pretestuoso, più narrativamente diventa meno riuscito, perché quando Joyce lo scrive ha le parole per dire il mondo di fuori, ma non ancora quelle per dire il mondo da dentro verso fuori.

    Per il piccolo Stephen la parola succubo rieccheggia il rumore che fa l’acqua risucchiata in un lavandino d’albergo. Quel che dava luce e calore per lui era “come qualcosa in un libro.” Nel piccolo campo concentrazionario che è qualsiasi collegio gesuita o no ricorda la musica delle lampade a gas. “Ma presto avrebbero acceso il gas che bruciando faceva un rumore leggero come una canzoncina.” S’interroga su cosa c’è dopo l’universo (“Cosa c’era dopo l’universo? Niente.”), domande grandiose che diventando grandi si smette di porsele, ponendosene di minuscole, diventando minuscoli altrettanto, e se lo dico io a trentatre anni dopo una giornata di lavoro sono giusto un marito ("marito", arghhh) come tanti altri ma se è un bambino che la sera prima di andare a letto dice “Che bello essere stanco” c’è tutto un altro racconto da indovinare, da capire.

    Stephen doveva “spogliarsi e poi inginocchiarsi e recitare le sue preghiere personali prima che il gas venisse abbassato, per non andare all’inferno quando fosse morto.”

    Il racconto della lussuria di Stephen è la diretta conseguenza del senso del peccato con il quale è stato avvelenato. Meglio un omicidio che un atto di libidine con una prostituta, meglio uccidere che masturbarsi, questa l'educazione repressiva, con la fetente scusa della religione, con la quale hanno provato a annientare lui (e qualche altro miliardo di individui nella storia) e sembra di risentire le dichiarazioni recenti di un prete secondo il quale la pedofilia passi, ma l’omosessualità diavolo no, è una malattia. La cattolica Irlanda, l’Irlanda nazionalista, l’Irlanda che ti rivendica per sé per sbarazzarsi di te alla prima occasione buona per lei. L’Irlanda – la cultura di nascita – della quale Stephen si libererà, perché lo scrittore – l’artista – non può avere altra patria se non quella che rinnega, quella che costringerà a guardarsi nello specchio, diventando lui lo specchio contro le brame di lei.

    Crescendo Stephen “si domandò perché non provava più rancore per quelli che l’avevano tormentato” e questo è il grande interrogativo, la frattura tra quel che procede la gioventù e la gioventù, tra la gioventù e quello che le succede. Credo sia questa l’epifania più misteriosa, in Joyce: il come diventa improvvisamente lampante in lui l’assenza della rabbia del sangue che si sarebbe potuto leggitimamente aspettare l’alimentasse per il resto dei suoi giorni. Ah, è ancora giovane, Stephen, quando il romanzo finisce. Io m’immagino un continuo (che non può essere e che non è l’Ulisse) in cui Stephen si accorge che questa rabbia non è mai sparita, e che essere artista significa ancora trasformarla in qualcosa che crea e che autocrea e alla quale non è più permesso di distruggere e autodistruggere.

    Joyce che scrive di Stephen che ammira l’immagine sul quaderno dello svolgimento di una equazione è di una bellezza che sarebbe inutile voler analizzare ulteriormente:“L’equazione sulla pagina del quaderno cominciò a spiegare una coda sempre più ampia, occhiuta e stellata come quella di un pavone; ma quando occhi e stelle degli esponenti furono eliminati, cominciò lentamente a ripiegarsi su se stessa.”

    La vita di Stephen, il libro di Joyce, è pieno di momenti estatici – come i libri più belli, come le vite ovvero quel che ce ne si ricorda, se siamo stati bravi a riconoscerli quando ci sono accaduti: il sogno dei satiri; il confessare a un confessore che il peccato più grande l'ha commesso lui, se a un ragazzo di sedici anni fa sembrare il suo fuoco sessuale una dannazione e non la più intensa delle sue trasformazioni; l’aver resistito alla tentazione del sacerdozio, proposta a Stephen come il diavolo propose a Gesù il potere sul mondo nel deserto; il peverino; i fratelli e sorelle che non si né quanti né chi siano, si sa che qualcuno è morto, poi boh. La famiglia di Stephen è caduta in disgrazia, è povera, ma della sua povertà a Stephen non frega nulla, nel romanzo si intravedono a stento gli stenti. A Stephen interessa soltanto che “le sue parole avevano evocato intorno un silenzio incantato di pensiero.”

    Stephen è un bellissimo artista, il suo romanzo giovanile non ha fatto in tempo a diventare bellissimo, sarà il successivo romanzo epocale di Joyce a riscattarlo, e a me resta da scoprire chi sia il tal teologo Suarez, che sembra abbia scritto qualcosa per rendere scusabile Gesù circa il suo essersi comportato in maniera tanto scortese con la sua cara madre e a averlo fatto in pubblico tra l’altro; che figlio reprensibile che è stato, quel Gesù.

    ha scritto il 

  • 3

    Impegnato, ma noioso

    "Ritratto dell'artista da giovane" è stato il mio primo libro di James Joyce e, come temevo, mi ha un po' annoiato. La trama non è male, racconta lo sviluppo interiore di Stephen Dedalus, futuro perso ...continua

    "Ritratto dell'artista da giovane" è stato il mio primo libro di James Joyce e, come temevo, mi ha un po' annoiato. La trama non è male, racconta lo sviluppo interiore di Stephen Dedalus, futuro personaggio dell'Ulisse; tuttavia risulta abbastanza pesante. Ho trovato eccessivi i riferimenti religiosi, le lunghe pagine di predica e poi spesso facevo fatica a capire cosa stava accadendo, non trovando chiara l'esposizione. E' riuscito a coinvolgermi solo a tratti. Sicuramente un libro importante, impegnato ma un po' troppo noioso.

    ha scritto il 

  • 4

    Consapevole delle proprie forze, l'artista si erge a gigante e fa tabula rasa di tutte gli idoli che l'hanno terrorizzato sin dalla nascita: patria, famiglia, religione, sentimenti, aspettative.
    Consa ...continua

    Consapevole delle proprie forze, l'artista si erge a gigante e fa tabula rasa di tutte gli idoli che l'hanno terrorizzato sin dalla nascita: patria, famiglia, religione, sentimenti, aspettative.
    Consapevole delle proprie capacità, l'artista si erge a gigante: sulle fondamenta di quegli idoli eleva cattedrali nelle quali il suo spirito risuonerà eterno nei secoli.
    Indispensabile per capire la sostanza di quello che sta dietro e dentro all'Ulisse.

    ha scritto il 

  • 4

    Infernale e lirico

    Che si legga prima "Ritratto dell'artista da giovane" e poi "Ulisse" è prassi di buonsenso, nell'approccio ragionato e cronologico a Joyce. D'altronde, si saluta Stephen Dedalus al termine del romanzo ...continua

    Che si legga prima "Ritratto dell'artista da giovane" e poi "Ulisse" è prassi di buonsenso, nell'approccio ragionato e cronologico a Joyce. D'altronde, si saluta Stephen Dedalus al termine del romanzo che lo vede personaggio principale per poi ritrovarlo nel successivo capolavoro, in certi capitoli anche da co-protagonista.
    Poiché, però, ho conquistato voracemente "Ulisse" senza curarmi delle opere più semplici e anteriori, la mia lettura di "Dedalus" è stata - direi - abbastanza consapevole e un po' compiaciuta. Della serie: vediamo cosa accadeva al giovane artista nell'infanzia e negli anni della sua formazione.
    Un percorso al contrario, eppure molto affascinante.
    Qui non ci sono le costruzioni narrative ardite e semi-impenetrabili dell'Ulisse, ma c'è molta, moltissima, musica: versi, rime, echi di canzoni, inni sacri e canti popolari, poesie perdute e nuove composizioni.
    Qui non c'è il divertimento di scrivere disorientando il lettore, moltiplicando i narratori, ma ci sono le intenzioni - che l'autore attribuisce al personaggio - su cosa voglia dire essere uno scrittore: diventare invisibile rispetto alla sua opera, rispetto al capolavoro.
    Qui ci sono decine e decine di assonanze fra la biografia di un personaggio d'invenzione e quella autentica del suo inventore e i temi sono ancora gli stessi: il padre, la madre, la tradizione, la religione, la Patria. E la lotta, coraggiosa e irriverente, verso tutto questo.
    E' coraggioso, Dedalus. Gode di quello spirito consapevolmente ribelle proprio di chiunque abbia già sofferto abbastanza, di chi ritiene di avere tutto da guadagnare.
    E quando prende in mano la sua esistenza è un riveder le stelle, dopo oltre cinquanta pagine infernali... Ah! L'inferno descritto da Joyce: una delle visioni più tremende, soffocanti e appiccicose a cui abbia mai assistito. Le ultime liriche e filosofiche pagine diventano così la boccata d'aria più fresca e pura possibile.
    Ancora una volta, Joyce compie il prodigio: colpisce con la forza più terribile, per poi salvarci.

    ha scritto il 

  • 2

    Sarò uno dei pochi che non ritiene magnifico, eccezionale, superlativo questo libro. Mi ha annoiato (e non poco). Ho fatto fatica a portarlo a termine. Sono stato tentato più volte di abbandonarlo, ma ...continua

    Sarò uno dei pochi che non ritiene magnifico, eccezionale, superlativo questo libro. Mi ha annoiato (e non poco). Ho fatto fatica a portarlo a termine. Sono stato tentato più volte di abbandonarlo, ma non rientra tra le mie opzioni quando leggo un libro. Credo che un'opera vada sempre letta per intera prima di giudicarla e a me, in tutta onestà, non è piaciuta affatto. A parte qualche frase qui e là, per il resto è stato pesante, soprattutto la parte dedicata alla religione e lento (dovuto forse alla tecnica narrativa). 2 stelle più che sufficienti.

    ha scritto il 

  • 2

    Il classico romanzo d'inizio novecento che propone un capovolgimento del romanzo di formazione settecentesco: invece di integrarsi e normalizzarsi il giovane protagonista sceglie di distaccarsi da rel ...continua

    Il classico romanzo d'inizio novecento che propone un capovolgimento del romanzo di formazione settecentesco: invece di integrarsi e normalizzarsi il giovane protagonista sceglie di distaccarsi da religione, patria e famiglia per darsi alla religione delle lettere. Abbastanza noioso.

    ha scritto il 

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