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Der Mann, der den Zügen nachsah.

By Georges Simenon

(2)

| Hardcover | 9783937793238

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Book Description

329 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    non commento più Simenon perché non c'è molto da dire e rischierei di ripetermi. sempre magistrale!!!

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    Elisa said on Jul 21, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Alti e bassi

    Kees Popinga, da grigio impiegato di provincia a criminale quasi per caso. Peccato che lui ci prenda gusto e si faccia prendere la mano conducendo una personalissima partita a scacchi con la polizia, partita che ovviamente lo vedrà alla fine sconfitt ...(continue)

    Kees Popinga, da grigio impiegato di provincia a criminale quasi per caso. Peccato che lui ci prenda gusto e si faccia prendere la mano conducendo una personalissima partita a scacchi con la polizia, partita che ovviamente lo vedrà alla fine sconfitto.
    Spunti ce ne sono, in qualche passaggio Simenon si dimostra grande psicologo ma alla fine non si decolla. Forse la sua scrittura è ormai datata, forse manca qualche colpo di scena o forse siamo ormai troppo abituati ad altri ritmi per apprezzare ancora questi gialli così cerebrali.

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    Massimo Carcano said on Jul 13, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Ho letto pochissimo Simenon quindi non so dire se questa è la sua forma poetica (nei non gialli), ma lo trovo così simile a Lettera al mio giudice che potrebbe essere lo stesso romanzo.
    Un uomo normale, incasellato in un tran-tran così perfettamente ...(continue)

    Ho letto pochissimo Simenon quindi non so dire se questa è la sua forma poetica (nei non gialli), ma lo trovo così simile a Lettera al mio giudice che potrebbe essere lo stesso romanzo.
    Un uomo normale, incasellato in un tran-tran così perfettamente costruito, che non ha mai intuito che dentro di sè potrebbe esserci altro, e che a un certo punto esplode. Un'esplosione tranquilla (pur con conseguenze letali), che gli fa invertire rotta senza un fremito, un ripensamento, un rimpianto.
    A tratti appare datato, espressione di un periodo e di una società dove non era concessa alcuna pubblica devianza (privata sì, certo), un po' come la Nausea. Popinga (antieroe monolitico per il quale si prova giusto un sorriso) si sveglia e niente ha più senso, niente ha realmente importanza. All'inizio pensa sia un duello di intelligenze, e quindi potrebbe essere appagante, ma poi realizza che chi gli sta di fronte non è all'altezza, e allora non ne vale più la pena. E' questa agnizione finale di Popinga che dà il senso al libro. Non il suo girovagare, non il suo sopravvivere, ma l'accettazione che non si riconosce più nel quadro che altri hanno dipinto per lui.

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    Tittirossa said on Jul 13, 2014 | 6 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    <<Non c'è una verità, ne conviene?>>

    Se il capo si fa beffe di te, la famiglia ti appare improvvisamente insopportabile e monotona, la comoda poltrona e un buon sigaro divengono un illusorio benessere, sali finalmente su quel treno che spesso hai guardato passare con un misto di eccit ...(continue)

    Se il capo si fa beffe di te, la famiglia ti appare improvvisamente insopportabile e monotona, la comoda poltrona e un buon sigaro divengono un illusorio benessere, sali finalmente su quel treno che spesso hai guardato passare con un misto di eccitazione e di inquietudine, turbato e affascinato dalle tante vite misteriose e dai mille volti sconosciuti. Kees Popinga è un uomo qualsiasi, preda di un'improvvisa epifania fugge dalla mite cittadina olandese in cui vive con la famiglia e dopo aver innescato una catena di eventi delittuosi approda a Parigi, qui in pieno delirio narcisista crede di essere la mente superiore di un duello criminale.
    Quale la verità? Il vero Kees Popinga è quello che conosce la sua famiglia, è l'avventuriero parigino oppure un altro ancora? In questo dilemma pirandelliano si snoda un romanzo dal ritmo ineguale, divertente a tratti, monotono più di qualche volta ma con alcune punte di genio e immerso abilmente nelle cupe atmosfere di una Parigi rapace ed indifferente.

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    audrey said on Jul 11, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Realizzare, improvvisamente o giorno dopo giorno (poco conta), che la propria vita, il proprio lavoro, la propria famiglia, il proprio ruolo nella società, la propria rispettabilità e onorabilità, non sono più niente e, soprattutto, non contano né i ...(continue)

    Realizzare, improvvisamente o giorno dopo giorno (poco conta), che la propria vita, il proprio lavoro, la propria famiglia, il proprio ruolo nella società, la propria rispettabilità e onorabilità, non sono più niente e, soprattutto, non contano né importano più niente.
    Decidere allora, semplicemente, di buttare tutto nel cesso, uscire, partire, prendere uno di quei treni di cui si immaginavano (e sognavano) le destinazioni e il cui rumore e le cui luci si udivano in quelle tediose sere d’inverno a casa, davanti a una moglie che non si ama più e a dei figli ormai diventati estranei.
    Uccidere, per sbaglio o per follia. E continuare poi a vivere vagabondando per Parigi, in una sorta di delirio straniante e megalomane fino al crollo finale, beffato da un vero delinquente che, come gli altri (sleali) avversari (polizia e giornalisti), non rispetta le regole del gioco.
    E subire, infine, l’onta di essere definito pazzo, quando sono gli altri, invece, a vivere in quella realtà sbagliata, fatta d’inganni, bugie e compromessi, che invece si è buttata alle spalle per sempre, prendendo quel treno.
    Tutto ciò accade a Kees Popinga ne “L’uomo che guardava passare i treni”, noir anomalo e modernissimo che già disvela e dispiega l’immenso talento di un Jacques Simenon poco più che trentenne.
    Mirabile cronaca di un’evasione, fisica e mentale, dalla realtà, quasi banale nel suo svolgimento ancorché scandita una suspense e da una tensione narrativa crescenti, seppur non legati al classico “whodunit”, ma al “come finirà”. E, insieme, disegno cesellato di una Parigi livida e invernale, fatta di bistrò e hotel di terz’ordine, di malavitosi di mezza tacca e di puttane a saldo.
    Ma, soprattutto, possibile ritratto di uno di noi. Perché siamo tutti Kees Popinga.

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    Ennepi62 said on Jun 5, 2014 | Add your feedback

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