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Dialettica e positivismo in sociologia

Dieci interventi nella discussione

Di

Editore: Einaudi (Paperbacks e Readers, 30)

4.2
(5)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 329 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806334077 | Isbn-13: 9788806334079 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Anna Marietti Solmi ; Curatore: Heinz Maus , Friedrich Fürstenberg ; Contributi: Ralf Dahrendorf , Harald Pilot , Theodor W. Adorno , Karl R. Popper , Jurgen Habermas , Hans Albert

Genere: Philosophy , Social Science

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Descrizione del libro
Questo volume comprende gli interventi più interessanti nel vasto dibattito intorno al problema del metodo della ricerca sociologica che fu aperto, in Germania, dalle relazioni sulla Logica delle scienze sociali tenute da Karl R. Popper e Theodor W. Adorno al congresso della Società tedesca di sociologia che ebbe luogo a Tübingen nell'ottobre 1961. Le due relazioni propongono metodi radicalmente diversi, basati l'uno sui criteri della correttezza, coerenza e chiarezza formale, l'altro sui concetti dialettici della totalità, della contraddizione, del primato del contenuto sulla forma, dell'oggetto sul metodo: «La società è contraddittoria eppure determinabile; è razionale e irrazionale insieme, è sistematica e irregolare, è cieca natura ed è mediata dalla conoscenza. Di questo deve tener conto il metodo della sociologia. Altrimenti finisce, però zelo puristico contro la contraddizione, nella contraddizione più fatale: quella fra la sua struttura e la struttura del suo oggetto… La scienza sociale è continuamente minacciata dal pericolo di non riuscire a conoscere il proprio oggetto, per eccessivo amore della chiarezza ed esattezza». «I metodi non dipendono dall'ideale metodologico ma dalla cosa». «… nessun elemento può essere compreso (neppure limitatamente al suo funzionamento) senza considerare il tutto, che ha la sua essenza nel movimento del singolo stesso». Ai due saggi si richiamano rispettivamente gli esponenti dell'indirizzo positivistico e della scuola di Francoforte. In questo volume, la polemica tra le due correnti è rappresentata in modo particolarmente vivace dai due saggi di Habermas (che sviluppa le tesi adorniane nella direzione che gli sta particolarmente a cuore della problematica del rapporto teoria-prassi, fatti-valori) e da quelli di Albert, che hanno la forma di replica diretta, punto per punto, ai saggi di Habermas. Il libro è aperto da una lunga introduzione di Adorno, che offre all'autore il destro per una serie di considerazioni acute e brillanti che fanno di esso uno dei più importanti contributi in campo sociologico del filosofo scomparso nel 1969.
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  • 4

    Per motivi di par condicio teorica, a fronte di tanti tifosi del positivismo che circolano su internet e nella realtà, inserisco anche la mia recensione.

    Giudizio complessivo: il libro è utilissimo perché mostra i due lati della medaglia.
    Il problema è che, quanto a rigore argomentat ...continua

    Per motivi di par condicio teorica, a fronte di tanti tifosi del positivismo che circolano su internet e nella realtà, inserisco anche la mia recensione.

    Giudizio complessivo: il libro è utilissimo perché mostra i due lati della medaglia.
    Il problema è che, quanto a rigore argomentativo, Habermas è insufficiente. Preferibile è Adorno - ma preferibile rispetto a Adorno è senz'altro lo Horkheimer dei saggi degli anni '30 (quelli affidati ai volumi, non più pubblicati, "Teoria critica"), che già allora formulava la per molti versi analoga critica adorniana alla scienza positivistica. In Adorno la critica antipositivistica assume toni marcatamente dialettici, ferma restando la critica adorniana all'involuzione totalizzante dell’approccio hegeliano.

    Abbiamo dunque da un lato il dialettico dalla critica infervorata, ricca di suggestioni linguistico-argomentative la cui base logica è affidata alla dialettica hegeliana riformulata in senso a-sistematico (parlo sempre di Adorno), dall’altro il positivista infastidito da quella che per deontologia considera “chiacchiera a prescindere”, rispetto alla quale si pone nei termini cavilloso-tecnicistici tipicamente positivistici dell’adesione meticolosa ai fatti.

    Le premesse da condividere della critica adorniana sono in sintesi: la concezione sovrastorica e pretesa autonoma tanto dell'operare scientifico quanto del suo oggetto; la feticizzazione del “fatto” e la dogmatica epurazione dal discorso scientifico di tutto quanto non gli sia semplicemente sovrapponibile.
    Il merito del libro consiste nel mostrare l'inconciliabilità di un approccio logico di questo tipo con l'approccio "critico-razionale" popperiano. In realtà, se Popper e Albert e tutti i loro tifosi non escludessero a priori dignità epistemologica a tutto ciò che anche solo lontanamente odori di Hegel, probabilmente non sarebbero così radicalmente inconciliabili, ma l'uno prenderebbe dell'altro i contenuti rispettivamente sensati.
    Benché qualcuno dica che Popper non sia positivista, in quanto lui stesso criticò il positivismo, e benché giustamente qualcuno abbia rilevato che il titolo del libro è dovuto alla "pregiudiziale francofortese" che definisce positivismo ciò che i francofortesi definiscono tale; non penso sia teoricamente scorretto accettare una accezione a maglie larghe del positivismo così come la propongono i francofortesi. La definizione manualistica, o i manifesti con cui esso si è presentato al mondo, non sono necessariamente preferibili.
    L'accezione francofortese include nella categoria l'atteggiamento scientista della filosofia, dove con "scientista" s'intende una visione riduzionista del pensiero - un pensiero cioè ridotto all'accertamento e alla catalogazione del fatto, sempre astoricamente e astrattamente inteso - dunque feticizzato -.
    La legittimità e la condivisibilità delle premesse della critica adorniana perdono vigore nel confronto con il linguaggio "positivista": questo è lineare, semplice, sorridente come gli “amichevoli fatti”; quello è contorto, involuto, brillantemente (o oscuramente) funambolico. L'empirismo positivista è anche un empirismo linguistico, un linguaggio ridotto all'osso logico-fattuale scrupolosamente ancorato al referente. L'approccio adorniano spinge il linguaggio oltre, talora in modo compiaciuto non ricorre alle regole del discorso logico positivista e non ultimo, il positivismo esclude dal rango degli “scientificamente e filosoficamente degni” i discorsi che non si attengono alle sue regole. Ciò conferma l’osservazione della tendenza totalitaristica del positivismo: esso accetta come validi solo i discorsi che si attengono alle SUE regole. E qui risiede l'inconciliabilità.
    Ciò non toglie che le tesi di Adorno non siano sostenibili fino in fondo: totalità, l'insistenza su questa parola, per giunta priva di specificazioni empiriche, sa di mistico e ultraterreno - facile per un feticista del fatto criticarlo. Peggio, Habermas incappa in una specie di arrampicamento teorico sugli specchi di un discorso che vuole a un tempo attenersi ai modus logici del discorso degli avversari salvando la dialettica dell’amico. Apprezziamo lo sforzo, ma in tal modo indebolisce la cogenza di entrambe le pretese.
    Detto ciò, se ci si vuole approcciare all'interessante tema dell’epistemologia materialistica, è preferibile leggere direttamente i saggi horkheimeriani di cui sopra, spec. Materialismo e morale e Teoria tradizionale e teoria critica: per chi l’abbia in odio, Horkheimer insiste più sul "materialismo" che sulla "dialettica", inoltre è più chiaro e lineare dell'oscuro - per i più - Adorno.

    Va detto infine che bollare frettolosamente come chiacchiera il discorso francofortese, per antipatia teorica, pregiudizio scientista, o perché si fa il tifo a prescindere per il club degli "SCIENZA4EVERSEMPREECOMUNQUE" è intellettualmente disonesto.

    Anche perché, sono innumerevoli i richiami di Horkheimer all’importanza della scienza: NON è antiscientismo, come ama bollare i francofortesi chi ha fretta di ingrossare le file degli amici-della-scienza. Il suo problema è piuttosto: perché l’originaria istanza emancipativa della scienza è andata perduta? Perché la scienza non ha liberato l’umanità dall’oppressione, ma anzi, sembra pericolosamente e inconsapevolmente contribuirvi? Altro che domande oziose, queste sono domande urgenti. La scienza teorizza e sprizza neutralità da tutti i *microfoni* ma invero è intessuta di interessi sociali irriflessi in ogni momento. Cruciale in questo senso è la critica dell’avalutatività di stampo weberiano, che è solo una critica, come tutto quel che c’è di buono nei discorsi dei francofortesi: la loro è un’ottima critica nel senso che hanno saputo individuare i problemi, la cui soluzione, sì, si sono limitati ad indicare con un cenno – senz’altro insufficiente di per sé, ma buono, se solo si volesse, a fermentare, a iniziare un dibattito che generalmente si considera già chiuso in partenza. Peccato che non fermenti, perché per i più tutto ciò semplicemente NON è più un problema: la scienza è verità, la scienza ci porta per mano nelle vie dell’emancipazione e del progresso, questi discorsi sono oscurantisti, ecc. chi parla così non ha capito nulla o ha capito solo quello che ha voluto capire della critica che i francofortesi le muovono. Scienza, prendi coscienza e assumi in te stessa i conflitti sociali latenti di cui sei innegabile espressione, anziché presentarti metodologicamente e autorappresentativamente come torre d'avorio epistemologica, pretendendo al contempo di fungere da modello universale del razionale.
    Ergo: non trasferiamo sul piano teorico lo stesso atteggiamento che si adotta allo stadio. Del tutto irrazionalmente si fa il tifo per la Roma o per la Lazio, e se si è dalla parte della Roma i laziali sono tutti brutti e cattivi, anche se fanno gol o, pur fallendo nel risultato finale, hanno dimostrato di saper giocare una partita - il cui inizio è già sintomatico del fatto che c’è una non scontata posta in gioco, che c’è qualcosa da discutere.

    ha scritto il 

  • 4

    Long live "positivism"!

    Nonostante il pregiudizio francofortese dell’edizione del libro (introdotto con un lungo quanto confuso saggio di Adorno), se c’è qualcosa di interessante da recuperare oggi sono esclusivamente i contributi di Popper e Albert. Pastoni pseudo-hegeliani come quelli di Adorno e Habermas, sostanzialm ...continua

    Nonostante il pregiudizio francofortese dell’edizione del libro (introdotto con un lungo quanto confuso saggio di Adorno), se c’è qualcosa di interessante da recuperare oggi sono esclusivamente i contributi di Popper e Albert. Pastoni pseudo-hegeliani come quelli di Adorno e Habermas, sostanzialmente tesi a mascherare le povere e confuse idee degli autori, nemmeno meriterebbero di essere commentati se non per l’influenza ancora eccessiva che esercitano oggi. La parte più ridicola probabilmente consta nell’esplicita ammissione da parte dei francofortesi dell’impossibilità di “provare” la teoria della “totalità” (in quanto non riducibile ad alcun esperimento o rilevazione empirica), alla quale, allo stesso tempo, viene però fornito uno status (ontologico?) più elevato di quanto potenzialmente raggiungibile dalle indagini survey dei “positivisti” (a meno che, aggiunge Adorno, non si progettassero esperimenti particolarmente “ingegnosi”, il che viene però immediatamente scartato come illusorio: perché perdere tempo e fatica a discutere sul metodo quando si possono infarcire 80 pagine di banalità senza sforzo alcuno e ottenere fama e pubblico?). Altrettanto discutibile l’assunto secondo cui il “positivismo”, nella sua versione popperiana, arriverebbe a “negare” il suo oggetto, in quanto teso a sovrapporre un quadro teorico esterno alla realtà, senza pretese di “realismo” se non probabilistiche (come diceva Popper, possiamo anche raggiungere la Verità, ma mai potremo essere sicuri di averla raggiunta), il che porta Habermas a ritenere che se dovesse effettivamente verificarsi una coincidenza tra teoria e realtà avverrebbe per puro caso. Il fatto è che, a partire da questa critica, non vengono proposte alternative reali dai francofortesi: la soluzione, parrebbe (non è facile infatti cogliere un senso preciso nello sproloquio di Adorno-Habermas), starebbe nel riconoscere l’inserimento dello scienziato sociale nello stesso contesto sociale che sta studiando, e ridursi quindi ad “aderire” alle categorie già presenti nell’oggetto-soggeto (unito da una fantomatica dialettica). In che modo, poi, l’aderenza totale al proprio oggetto possa portare a teorie che vi scavino sotto (o sopra, come nell’inverificabile teoria idealistica della “totalità”) resta un mistero (Statera notava qualcosa di simile riguardo a Giddens secondo cui, a causa della “natura ontologica del comprendere”, cadeva la distinzione tra scienziato sociale e soggetto sociale, rendendo le categorie del sociologo niente più che una “rapina” del senso comune). Sembra di vedere anticipate le “intuizioni” del Giddens di qualche lustro dopo (la famigerata doppia ermeneutica), in un misto di marxismo, fenomenologia ed etnometodologia, che però non provvede ad alcuna alternativa effettiva nelle modalità della ricerca sociale, se non con una confusa quanto compiaciuta filosofia. Ci sarebbe altro da dire sul dibattito sull’avalutatività, se non fosse questione (questa volta giustamente) controversa. Si può solo notare come Habermas non ci spieghi perché, se fatti e valori sono così intrecciati tra loro, sarebbe da preferire il loro metodo rispetto a quello “positivista”, o, contrariamente, se non si debba cadere in qualche forma di relativismo (in quanto ogni conoscenza fattuale è non solo indirizzata - il che, weberianamente, è più che normale - dagli interessi del ricercatore, ma addirittura costruita in un certo modo, incorporando nel “fatto” crudo interessi di classe o altro). Insomma, la cesura che mi sembra delinearsi tra le due scuole di pensiero (pari a quella attuale, pur essendo cambiati i contendenti) non è tra due “paradigmi” concorrenti (non perdonerò mai ai manuali di sociologia, anche quelli più brillanti, il fatto di scrivere a pagina 3 sistematicamente come la sociologia sia una “scienza multi-paradigmatica”), ma tra chi accetta di confrontarsi con criteri scientifici e chi tende a far altro (di solito della mediocre letteratura).

    ha scritto il