Preziosa testimonianza di un contemporaneo sulla Francia del Secondo Impero, il libello di Maurice Joly, edito nel 1864, offre un interessante spaccato della situazione politica e sociale francese venutasi a creare in seguito all'avvento al trono di Napoleone III. Nell'immaginario dialogo tra MontesContinue
Preziosa testimonianza di un contemporaneo sulla Francia del Secondo Impero, il libello di Maurice Joly, edito nel 1864, offre un interessante spaccato della situazione politica e sociale francese venutasi a creare in seguito all'avvento al trono di Napoleone III. Nell'immaginario dialogo tra Montesquieu e Machiavelli si scontrano la politica del diritto e la politica della forza, l'idea di democrazia e l'idea di tirannide, la pratica della libertà e quella dell'oppressione. Due visioni del mondo, due progetti politici antitetici che consentono di cogliere le peculiarità del pensiero politico dell'Autore ed acquisire spunti ed elementi di riflessione utili per il dibattito politico contemporaneo. La prosa arguta e brillante, i contenuti polemici e vivaci, rendono ancor più interessante l'opera, già nota, tra l'altro, per aver direttamente ispirato i falsi "Protocolli dei savi anziani di Sion".
Prefazione / Introduzione
Nel 1864 faceva la sua comparsa a Parigi, introdotto probabilmente dal Belgio mediante la fitta rete di colporteurs di cui si servivano gli attivi canali della stampa clandestina costretta a sfuggire alla censura napoleonica, un libello anonimo dal titolo curioso e promettente di Dialogue aux Enfers entre Machiavel et Montesquieu ou la politique au XIXe siécle. L'autore venne ben presto riconosciuto dalla zelante polizia del Secondo Impero in Maurice Joly, giovane avvocato e giornalista già abbastanza noto per alcuni scritti che, vertenti su temi politici e sociali d'attualità, esprimevano posizioni critiche verso il regime napoleonico. Ma, contrariamente a quanto era avvenuto in precedenza, questa volta Joly incappò nelle maglie della giustizia. Per il tono e i contenuti fortemente sediziosi e offensivi usati nei confronti del Capo dello Stato, Imperatore dei Francesi, il 28 aprile 1865 venne condannato dalla VI sezione del tribunel correctionel della Senna a quindici mesi di detenzione (che poi la Corte d'Appello portò a diciotto) e a duecento franchi di multa. Ciò non impedì, comunque, che il libello continuasse a circolare, più o meno in ombra, nei vivaci ambienti intellettuali dell'opposizione antibonapartista - composti per la maggior parte proprio da avvocati e giornalisti come Joly - dove, ovviamente, trovò fertile terreno per una sua diffusione. Già prima dell'apparizione, nel 1868, delle due ultime edizioni in lingua francese, non più anonime, nel 1865 il libro era stato tradotto in tedesco e pubblicato in Sassonia, a Lipsia, città che vantava una tradizione di focolaio rivoluzionario e centro di attività delle opposizioni liberali europee.
Ma chi era Maurice Joly? Due destini ad un tempo paralleli e divergenti sembrano legare l'autore alla sua opera più famosa, il Dialogo, appunto.
I rari studi in cui egli viene ricordato tendono a esaltarne figura e ruolo e a mostrarlo, ora tra i più brillanti giornalisti degli anni '60, ora tra i teorici e gli artefici più significativi dell'alba della Terza Repubblica e della Comune del 1871, tanto da sfiorare, qua e là, quasi un carattere apologetico.