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Diari della bicicletta

Di

Editore: Bompiani

3.6
(87)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 294 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8845264890 | Isbn-13: 9788845264894 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Fiction & Literature , Philosophy , Travel

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Descrizione del libro
Fin dai primi anni ottanta, la bicicletta è stata il mezzo di trasporto prediletto di David Byrne a New York e, da quando ha scoperto quella pieghevole, è diventata la sua fedele compagna di viaggio e di tour in tutto il mondo, non solo per la sua rapidità e comodità, ma altresì per il senso di eccitazione e di entusiasmo che sa infondere. Il punto di vista del ciclista sul sellino è stato quindi la sua finestra panoramica sui paesaggi urbani, attraverso la quale cogliere scorci rivelatori della psiche dei loro abitanti. New York, Istanbul, Berlino, Sydney, Manila, Buenos Aires, San Francisco sfilano così davanti ai nostri occhi in un'insolita serie di fotografie, insieme ad aneddoti e curiosità, musiche e personaggi singolari, mode e tendenze, unite dal filo rosso di un'urbanistica tiranneggiata dall'automobile e dall'esigenza di riplasmare le nostre città per migliorare la qualità della vita in attesa di una rivoluzione ecologica.
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  • 1

    Non perchè mi piaccia pedalare basta ci sia scritto "bicicletta".
    A te piace la musica? Vediamo che espressione fai spacchettando T'appartengo di Ambra Angiolini!

    ha scritto il 

  • 3

    Road to Nowhere

    Mi aspettavo una cosa diversa da questo libro che, nonostante il titolo, entra un po’ più nel merito della bicicletta solo nell’ultima parte, ambientata a New York che è la città dove Byrne vive e che ...continua

    Mi aspettavo una cosa diversa da questo libro che, nonostante il titolo, entra un po’ più nel merito della bicicletta solo nell’ultima parte, ambientata a New York che è la città dove Byrne vive e che meglio conosce.

    Tutti gli altri capitoli trattano di varie metropoli di tutto il mondo viste dall’altezza e con la modesta velocità di un velocipede: evidentemente per un americano, sia pure un intellettuale newyorkese, l’atto in sé di bypassare le autostrade riveste implicazioni ecologiche rivoluzionarie.
    Dai riferimenti sparsi si può dedurre che Byrne ha tratto le proprie osservazioni di viaggio in anni recenti, ben più tardi del periodo Talking Heads. Peccato! Mi piaceva l’idea di una rockstar che negli intervalli delle tournées fra un concerto e l’altro, invece di devastare stanze d’albergo o portarsi a letto il maggior numero possibile di groupies, passasse il tempo girovagando in bici nelle periferie delle metropoli, con l’aria un po’ svagata e dandy del nostro David.
    Che invece, in “Diari della bicicletta” inanella concetti di urbanistica elementare, ecologicamente ortodossi, espressi con la verve che si deve riconoscere al personaggio ma che non lasciano intravedere particolari orizzonti o idee illuminanti.

    Paradossalmente fra le cose più interessanti, soprattutto se supportate da una visione diretta dei luoghi (con l’ausilio di Google Map), sono le descrizioni del livello di degrado di alcune periferie di città non più “in decadenza” ma proprio già decadute, come le culle della produzione/civiltà automobilistica del secolo scorso, ad esempio Detroit o Baltimora: impressionanti!

    Sull’altro piatto della bilancia si ha l’impressione che le folgorazioni intorno alla dimensione umana delle biciclette e annessi accessori, piste ciclabili, bambini, aria pulita, vialetti possano apparire sensazionali per un abitante di Manhattan ma in realtà siano già abbondantemente adottate e messe in pratica in larga parte del Nord Europa.

    ha scritto il 

  • 4

    Byrne, David (2009). Bicycle Diaries. London: Penguin. 2010. ISBN 9781101347942. Pagine 328. 18,71 $

    Darei per scontato tutti, o almeno tutti i miei lettori, sappiano chi è David Byrne. Chi non lo sap ...continua

    Byrne, David (2009). Bicycle Diaries. London: Penguin. 2010. ISBN 9781101347942. Pagine 328. 18,71 $

    Darei per scontato tutti, o almeno tutti i miei lettori, sappiano chi è David Byrne. Chi non lo sapesse vada a leggere la biografia di questo mio coetaneo scozzese trapiantato a New York su Wikipedia. E poi provi a immaginare il piacevole shock che provammo noi, 35 anni fa, quando sentimmo questo brano:

    David Byrne è ancora un ottimo musicista, anche se i Talking Heads non esistono più da tempo. Qualche anno fa, il 20 luglio 2009, è venuto alla cavea dell’Auditorium di Roma a presentare lo spettacolo Songs of David Byrne e Brian Eno (superfluo dire che io c’ero). Dato che David Byrne consente l’uso di macchine fotografiche e telecamere durante i suoi concerti, c’è una bella documentazione di quella tournée italiana su YouTube:

    Questo libro documenta un’altra attività di David Byrne, quella di ciclista, a Manhattan e nelle città in cui va per lavoro o diletto (portando con sé una bicicletta pieghevole). E poiché la bicicletta è un mezzo che consente di guardare, vedere e pensare a proprio agio, e poiché ha studiato (un po’) architettura, il libro – senza essere impegnativo – è interessante.

    * * *

    Anche perché il libro l’ho letto un paio d’anni fa, anche se lo recensisco soltanto ora, e perché non è strutturato se non sulla base delle città descritte e percorse in bici, la cosa più onesta che posso fare mi sembra quella di inanellare le citazioni che mi ero appuntato durante la lettura.

    Non inalberatevi subito e andate avanti a leggere: alcune delle riflessioni di David Byrne, ve l’assicuro, sono veramente profonde e stimolanti. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

    “He Got What He Wanted but Lost What He Had” [273: è una citazione di Little Richard]

    They are beautifully spartan and purely functional—in their austerity they are in perfect keeping with nineteenth-century architect Louis Sullivan’s dictum “form follows function.” He claimed, “It is the pervading law of all things organic and inorganic, of all things physical and metaphysical.” The implication was that this was not just a style or aesthetic guideline. This was a moral code. This was how God, the supreme architect, works. [385]

    The two biggest self-deceptions of all are that life has a “meaning” and that each of us is unique. [930]

    In the morning I decide to bike out to Tierra Santa (the Holy Land) in hopes of some photo opportunities. It’s a theme park located close to the river out past the domestic airport that advertises “a day in Jerusalem in Buenos Aires.” I find that it is closed today, but from outside the gate I can see “Calvary” with its three crosses poking out of the top of an artificial desert hill. [1250]

    It’s often said that proximity doesn’t matter so much now—that we have virtual offices and online communities and social networks, so it doesn’t matter where we are physically. But I’m skeptical. I think online communities tend to group like with like, which is fine and perfect for some tasks, but sometimes inspiration comes from accidental meetings and encounters with people outside one’s own demographic, and that’s less likely if you only communicate with your “friends.” [1608]

    One wonders if the things that people do to relax—after work and after-hours—is a mirror of their inner state, and therefore a way to see unspoken hopes, fears, and desires. Views and expressions kept bottled up in public, in the daytime, and kept hidden in typical political discourse. Nightlife might be a truer and deeper view into specific historical and political moments than the usual maneuverings of politicians and oligarchs that make it into the record. Or at least they might be a parallel world, another side of the coin. [1632]

    The palace in the end became a miasma of schemes, intrigues, paranoia, and backstabbing. [1879: a proposito del palazzo di Marcos a Manila]

    Impermanence is an accepted part of life in the tropics. There’s a permanence embodied in the continuity of patterns and relationships, but not in physical buildings or things. [2027]

    Any kind of taxonomy might be as good or valid as any other, though we might not know for sure until some time in the future when a scientific paper “discovers” that hexagonal or bulbous shapes, or similar colors or textures are functions that in some way determine content, in the way that the form of a DNA molecule defines and is its function. Form doesn’t follow function in that case—form is function. I wonder to myself if genetics might be on the verge of some such wider revelation, beyond our understanding of DNA, based on molecular structures that are common across life-forms and species. Temple Grandin, in her book Animals in Translation, proposes that all animals with a white patch of fur on their bodies are less likely to be shy than their cousins. On the surface such an idea might seem completely irrational. As if my hair color could be an indication or even a determinant of my personality. But if such ideas can be proven then we’re not that far from pointy things and bulbous things as legitimate classifications. [2411]

    I suspect that to imagine, and thus to create, one has to envision something that doesn’t exist yet. Fictionalizing is thus very close to lying—it’s imagining the existence of something that isn’t literally true, and writing or speaking about it as if it is real. Most fiction aims to tell us a story in a way that leads us to believe it is happening or has happened. The motivations behind storytelling and lying are different, but the creative process behind them is the same. [2828]

    The city is a 3-D manifestation of the social, and personal—and I’m suggesting that, in turn, a city, its physical being, reinforces those ethics and re-creates them in successive generations and in those who have immigrated to the city. Cities self-perpetuate the mind-set that made them. [3064]

    Here are more of Peñalosa’s thoughts, from a piece he wrote called “The Politics of Happiness”:

    One common measure of how clean a mountain stream is is to look for trout. If you find the trout, the habitat is healthy. It’s the same way with children in a city. Children are a kind of indicator species. If we can build a successful city for children, we will have a successful city for all people…
    All this pedestrian infrastructure shows respect for human dignity. We’re telling people, “You are important—not because you’re rich or because you have a Ph.D., but because you are human.” If people are treated as special, as sacred even, they behave that way. This creates a different kind of society. [3534]

    * * *

    Qualche altra recensione (in inglese) la trovate a partire dalla pagina del sito di David Byrne dedicata al libro.

    ha scritto il 

  • 4

    non solo bicletta, ma esperienze

    alcune parti sono poco organiche e un po pesanti, ma ci sta per un personale racconto di esperienze di viaggio. nel complesso é molto interessante, soprattutto per il punto di vista da cui parte e per ...continua

    alcune parti sono poco organiche e un po pesanti, ma ci sta per un personale racconto di esperienze di viaggio. nel complesso é molto interessante, soprattutto per il punto di vista da cui parte e per gli aspetti considerati. non cade mai in tecnicismi o in prese di posizione fanatiche che non sono infrequenti i questo tipo di letture. non é i libro per i fan dei talking heads ;)

    ha scritto il 

  • 1

    Tanto è geniale ad esprimersi con la musica e l'arte visiva quanto, a parer mio, è incapace di fare altrettanto con la scrittura: che si tratti di aneddoti interessanti o pedanti tutto viene elencato/ ...continua

    Tanto è geniale ad esprimersi con la musica e l'arte visiva quanto, a parer mio, è incapace di fare altrettanto con la scrittura: che si tratti di aneddoti interessanti o pedanti tutto viene elencato/narrato con lo stesso trasporto che si può mettere nel compilare la lista della spesa.

    ha scritto il 

  • 4

    Stralci di osservazioni e pensieri sull'urbanistica, l'umanità e la bicicletta:

    "...solitamente non si pensa alla frequentazione dei locali notturni e al ciclismo come ad attività complementari, ma a ...continua

    Stralci di osservazioni e pensieri sull'urbanistica, l'umanità e la bicicletta:

    "...solitamente non si pensa alla frequentazione dei locali notturni e al ciclismo come ad attività complementari, ma a New York ci sono fin troppe cose da vedere e da ascoltare, e scoprii che schizzare da un posto all'altro in bicicletta era incredibilmente rapido ed efficiente. E così perseverai, nonostante l'aria da sfigato e il pericolo, dato che allora eravamo in pochi ad usare la bicicletta in città..."

    "...Verso la fine degli anni ottanta scoprii le biciclette pieghevoli e, dal momento che il lavoro e la curiosità mi conducevano in varie parti del mondo, di solito me ne portavo dietro una. Pedalando nelle principali capitali del mondo provavo lo stesso senso di liberazione che avevo sperimentato a New York. Mi sentivo più vicino alla vita delle strade di quanto non sarebbe accaduto se fossi stato in un'auto o su un qualche mezzo pubblico: potevo fermarmi dove volevo; spesso (molto spesso) mi permetteva di spostarmi dal punto A al punto B in modo più rapido che se avessi usato un'automobile o un taxi; inoltre non mi costringeva a seguire un percorso prestabilito. Mentre l'aria e la vita delle strade mi sfrecciavano accanto, in ogni città si impadroniva di me la stessa eccitazione. Era come una droga. Questo punto di vista - più veloce del camminare, più lento del treno, quasi sempre leggermente più alto di una persona - è diventato negli ultimi trent'anni la mia finestra panoramica su gran parte del mondo - e lo è ancora. E' una grande finestra, affacciata per lo più su un paesaggio urbano... Attraverso questa finestra colgo scorci della psiche del prossimo, così come si esprime nelle città in cui vive..."

    "...Nei momenti d'ottimismo, credo che l'entusiasmo, il senso di libertà e comodità che provo mentre vado in giro in bicicletta saranno scoperti da un numero sempre più grande di persone... [...] ...forse la gente vorrà ripensare gli equilibri su cui si fonda la qualità della vita..."

    "...Sono a metà strada tra i cinquanta e i sessanta, e posso quindi attestare che la bicicletta come mezzo di trasporto non è adatta solo ai giovani e alle persone in forma e piene d'energia. Non c'è veramente bisogno dalla lycra e, a meno che lo vogliate, andare in bicicletta non è necessariamente faticoso. E' il senso di liberazione - una sensazione al tempo stesso fisica e psicologica - a essere più persuasivo di qualunque argomento di carattere pratico. Vedere le cose da un punto di vista abbastanza vicino ai pedoni, agli ambulanti e alle vetrine dei negozi, sommato al fatto di spostarsi con un mezzo non completamente separato dalla vita che si svolge per le strade, è piacere allo stato puro. Osservare e partecipare alla vita di una città - anche per una persona riservata e spesso schiva come me - è una delle grandi gioie dell'esistenza. Essere una creatura sociale è una parte importante di ciò che significa essere umani."

    "...A me pare che questa capacità di negare l'evidenza debba essersi sviluppata da un istinto di sopravvivenza: un qualche meccanismo mentale che aiuta a concentrarsi e a liquidare le notizie inutili, a scartare e respingere certe informazioni durante la caccia o il corteggiamento. Un tale atteggiamento, così complesso e sofisticato, può esser diventato un'assoluta necessità, almeno nel momento del bisogno, anche se a volte, dopo un certo tempo, è possibile prendere in considerazione un diverso punto di vista e affrontare la realtà.
    Lungi dall'essere un difetto, un'imperfezione, questa capacità di negare l'evidenza era ed è ancora un indispensabile meccanismo di sopravvivenza che, paradossalmente, ci rende umani. Gli animali negano forse l'evidenza? Un cane direbbe mai: - Chi, io? Ho cagato sul tappeto? Stai scherzando? - e, cosa ancora più importante, un cane sarebbe forse in grado di convincersi di non aver fatto la cacca sul tappeto?..."

    ha scritto il 

  • 4

    Interessante

    Libro interessante da leggere. Varie città del mondo viste dalla prospettiva del ciclista urbano, e riflessioni molto stimolanti.
    La traduzione lascia un po' a desiderare.

    ha scritto il 

  • 1

    giusto per i fan

    vabbe', il progetto che ci sta dietro e' chiaro: cantante e personaggio famoso (target 40-50 enni colti, liberal e danarosi), mezzo trendy e "mitologico" (la bicicletta), riflessioni varie in movimen ...continua

    vabbe', il progetto che ci sta dietro e' chiaro: cantante e personaggio famoso (target 40-50 enni colti, liberal e danarosi), mezzo trendy e "mitologico" (la bicicletta), riflessioni varie in movimento spesso ironiche o disilluse... ecco fatto il libro.
    Ho letto solo la parte dedicata all'Australia e qui e la'... mah... l'interesse viene meno... sembra di leggere un bigino per turisti danarosi con pretese di eccentricità standardizzata.
    Idea vecchia e alla fine noiosa. piu' che altro inutile, direi.

    (l'ho rubato dalla libreria di un amico. Ho capito subito che gli era stato regalato da qualche donna in assonanza col suo piacere di andare in bici, di suonare e di divagare... e consapevole che non lo avrebbe mai letto)

    ha scritto il 

  • 3

    Divertente. Più che la bici, è lo sguardo del ciclista (e che ciclista!) a legare fra loro le città visitate, e in questo - purtroppo - non c'è grande differenza fra Manila, Berlino o New York. Ma l'o ...continua

    Divertente. Più che la bici, è lo sguardo del ciclista (e che ciclista!) a legare fra loro le città visitate, e in questo - purtroppo - non c'è grande differenza fra Manila, Berlino o New York. Ma l'originalità di Byrne incuriosisce, stimola, e questo è per me il maggior pregio del libro.

    ha scritto il