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Diario

Di

Editore: Adelphi

4.0
(23)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 386 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845903028 | Isbn-13: 9788845903021 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Art, Architecture & Photography , Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
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  • 0

    Mah. Non si sa come mai alle volte si torni a mettere mano a certi libri. Immagino capiti anche ad altri lettori di vivere quel momento nel quale, terminato un libro, ci si affacci al vallo della propria libreria [il quale s'attesta pressoché invitto come fosse pronto allo sciame ittita di frecce ...continua

    Mah. Non si sa come mai alle volte si torni a mettere mano a certi libri. Immagino capiti anche ad altri lettori di vivere quel momento nel quale, terminato un libro, ci si affacci al vallo della propria libreria [il quale s'attesta pressoché invitto come fosse pronto allo sciame ittita di frecce, o anche al cantare delle colubrine di quelli di Emanuele Filiberto di Savoia detto “testa d'fer”] con i libri che ristanno lì, di costa e di piatto, e in quel ristare tu ti trovi paralizzato dall'eventualità di scegliere questo piuttosto di quell'altro o quell'altro ancora [d'infrangere un immaginario ordine e superno, il che già di per sé è un discreto indice di paranoia]. Cosicché non ne scegli nessuna di nuova lettura, o meglio non riesci sul momento a trasceglierne alcuna [e ce n'è di roba da leggere costì, e quanta!], derivandone pertanto un caglio di frustrazione che ti pare quasi d'uscire di sentimento.

    A me questa cosa accade sempre. E in aggiunta a ciò spesso succede che sia tardi la notte e il libro da prendere non salta fuori e corrono via le mezzore come i vermouth al bar e l'indomani c'è da levarsi di prima mattina per andà a laurà. Oppure appunto è prima mattina e c'è pochissimo tempo poiché bisogna uscire anzi correre all'ufficio e invece appunto ci s'impala lì come in quelle collose ipnagogie da cui solo ci si ri-ha bevendo l'aria come il soccombente, aprendo gli occhi all'ultimo istante prima che la strenfiante motrice sull'unico binario, dritta verso di noi che sfortunatamente col piede incastrato nella traversina... [ma questo è Buster Keaton]

    Invece questa volta niente paranoia o ipnagogìa; questa volta ho puntato più o meno dritto sul Diario di Morselli, incurante degli ittiti, di testa d'fer, nonché dei sommovimenti, i più lutulenti, del subconscio. Diciamo piuttosto, tout se suite, per dirimere le uggiose mende del Canone, che almeno due romanzi di Guido Morselli [1912-1973] sono tra le cose migliori della cosiddetta letteratura del secondo dopoguerra. In primo luogo “Roma senza papa” e in seconda battuta “Il comunista”. Questo per dire che l'autore varesino [ma nato a Bologna] è una lettura, un approdo importante nel panorama letterario nostro circa contemporaneo.

    La vicenda personale dello scrittore Morselli a suo tempo diede luogo a quello che viene definito “caso letterario”. La storia la conosciamo, l'artefice appartato che produce diverse opere di assai alto livello le quali però – e verrebbe da dire incredibilmente se non fosse che alla fine incredibile non è, purtroppo – non vengono recepite dalle case editrici, dall'industria culturale diciamo [se non ricordo male, ad esempio, “Il comunista” venne respinto da Einaudi con scheda editoriale di Italo Calvino, il quale scriveva che sì, il romanzo era buono, ma non faceva sortire 'sta gran bell'immagine del Partito, cosa che avrebbe potuto anche dar luogo a fastidi, quindi, ecco, meglio di no]. Morselli, eh già, incredibilmente, accumula rifiuti su rifiuti, nessuno lo vuol pubblicare. Dopo la morte di M. la sua opera viene stampata postuma dalla casa editrice Adelphi. Ecco che allora se ne constata l'innegabile valore. Prima no, eh? Ma appunto sono i soliti discorsi.

    Te guarda come si fa, lessi la scelta del Diario di Morselli prima ancora di leggere i suoi romanzi. Parliamo di un sacco di tempo fa, ma tanto, non m'addentro in cifre per pena di me stesso. Comunque, a parte la passabile scemenza di portarsi così, prima questo, il Diario, che quelli, i romanzi [ma insomma, che c'è di male, mica è una roba sanzionata dal Codice Penale!], il fatto fu che non portai a termine la lettura poiché data, in gran parte dei luoghi, la densità concettuale della scrittura “interna” di Morselli e la mia, all'epoca, assai scarsa conoscenza dei molti riferimenti ad opere e autori che il varesino interpolava, mi riusciva assai difficile proseguire.

    Ora invece l'ho letto facilmente il Diario, e con grande piacere devo dire [m'ero dimenticato dell'insuccesso di tanti anni fa, e del resto il volume s'era talmente bene asserragliato nel muro ittita/sabaudo della libreria, che l'avevo perso di vista].

    La questione del Diario di uno scrittore, della sua scrittura privata. Quanti Diari d'autore avete letto? Cos'è, come si fa un Diario? Esiste una qualche somiglianza tra i Tagebücher di Kafka e Musil e lo Dziennik di Gombrowicz [al di là del fatto che i primi erano scritti privatamente e il secondo era “in pubblico”, hai detto niente...], o il Journal di Gide e quello di Amiel o di Montaigne [Montaigne?]. Ce ne sarebbe da dire... tante fesserie comprese [da parte mia, chiaro].

    Il Diario di Morselli è un Diario dove v'è poco di occasionale. O meglio, può essere occasionale la scaturigine di uno scritto, tipo il movente che proviene da un testo comparso sulla stampa [Corriere e Espresso in particolare], ma non occasionale è il lavoro intellettuale dell'autore, il quale accerchia e lavora problemi in una continua attività di folto arsenale, spesso in mutua alimentazione con l'opera in fieri [il lascito, allora in fase d'elaborazione e, ahimè, susseguente respingimento editoriale]. Un lavoro di glossa, di addenda, di corollario, di postilla in calce, di autocitazione, sempre lucido tagliente, spesso avvincente.

    La cosa che lascia ammirati in Morselli, in ispecie uno come me, cintura nera d'accidia intellettuale, è la sistematicità nell'elaborazione di macroproblemi: la psicanalisi, il marxismo, la società industriale, la problematica religiosa, la riflessione metafisica, la sociologia, l'antropologia, la teoria del romanzo. In una costellazione che per vastità e serietà di approfondimento lascia semplicemente ammirati. Intorno a queste e altre tematiche [per esempio l'incidenza di tre pesi massimi: Kant, Hegel, Nietzsche] Morselli legge tutto e annota forsennatamente, spesso in originale, ponendosi in una nutriente tenzone speculativa che “lavora” la materia. Qui una martellata aforistica, là una passata al tornio d'uno stretto argomentare quasi sillogistico.

    E questo, a livello temporale della scrittura del Journal, in un coerente farsi del pensiero che matura, che si enuclea sempre con coerenza [certo, si tratta di una scelta di testi, ok], fino al conseguimento di una diremmo ineludibile metafisica in negativo [Morselli inevitabilmente colpito a mazzate in testa, soprattutto nel decennio sessanta, dalla montante società dei consumi, dalla percezione dell'appiattimento indotto dall'industria culturale, dall'omologazione che cominciava a darsi, se uno aveva lo spirito avvertito per accorgersene; probabilmente anche dal suo stesso isolamento], sempre più priva di spiragli con l'andare degli anni. Fino alle pagine degli anni settanta, in cui si rimane colpiti dalla lucidità di uno spirito insidrito che legge tutto con una preveggenza [le stupende pagine su Rivoluzione vs Evoluzione] che può apparire solo inevitabile, benché comunque nutriente.

    E allora vien da pensare: che direbbe il povero Morselli dell'Italia di oggi? Ma no, dai, lasciamo perdere...

    E poi, e pubblicarlo “integralmente” codesto Diario? Si sogna.

    ha scritto il 

  • 4

    «La mia vita è abbastanza provvista del superfluo, e così povera delle cose essenziali»

    Ci sono più orecchie sulle pagine della mia copia che in una muta di beagle! Sono pagine e pagine di pensieri a ruota libera: ce ne sono molte di appunti per il romanzo Uomini e amori (che io però ancora non ho letto), poi pagine di riflessioni su opere lette, su autori più o meno amati, s ...continua

    Ci sono più orecchie sulle pagine della mia copia che in una muta di beagle! Sono pagine e pagine di pensieri a ruota libera: ce ne sono molte di appunti per il romanzo Uomini e amori (che io però ancora non ho letto), poi pagine di riflessioni su opere lette, su autori più o meno amati, sul rapporto con le donne, su Dio, sul libero arbitrio, sul Caso, sulla politica, sulla filosofia, sulla psicoanalisi, sulla vita e sulla morte (sul suicidio in particolare), e molto altro ancora...
    Era un uomo molto colto Morselli, non però un erudito – e la differenza fra questi due termini viene spiegata benissimo in alcune pagine, da me strasottolineate – o almeno, per tutti gli anni in cui è vissuto, ha cercato di apprendere e di accrescere con la riflessione e la meditazione ciò che già sapeva. Purtroppo "dalla mia volontà, dai miei propositi e dai mie sforzi, pur, in certi campi, più che normalmente tesi e tenaci, non mi è mai stato dato di ricavare nulla", scriveva amaramente nel gennaio del 1960, ben tredici anni prima del suicidio. Nulla! insomma già si riteneva un fallito. Ma più avanti, in un'altra pagina del suo diario (otto anni più tardi), ritiene che questa condizione esistenziale sia più o meno comune a tutti gli uomini: "Si dice che viviamo morendo; ma è ancora ottimistico. Viviamo semimorti. Se «vita» è interesse, sensibilità, apprendimento, se è esperienza, in una parola – ciascuno di noi in confronto alla vita nella sua pienezza, cioè in confronto alla molteplicità delle esperienze e relazioni possibili, non fruisce che di una porzioncina."
    La sua "porzioncina" evidentemente non gli è bastata.

    ha scritto il 

  • 4

    "A coloro che vanno cercando una definizione della vita (biologi, per es.), vorrei proporre la seguente: «la materia quando incomincia a soffrire»."
    (5 novembre 1966, p. 273)

    ha scritto il 

  • 4

    Una piacevole scoperta!

    Ho appena finito di leggere "Diari". Quando mi piace un autore, il suo modo di pensare, mi viene sempre la curiosità di conoscere le sue opinioni al di fuori del romanzo. Non lo trovo un libro illuminante e non è uno dei miei libri preferiti ma è capitato al momento giusto nel posto giusto. E' un ...continua

    Ho appena finito di leggere "Diari". Quando mi piace un autore, il suo modo di pensare, mi viene sempre la curiosità di conoscere le sue opinioni al di fuori del romanzo. Non lo trovo un libro illuminante e non è uno dei miei libri preferiti ma è capitato al momento giusto nel posto giusto. E' una raccolta dei passi migliori dai Diari che Morselli ha scritto dal '38 al '73. In Maggio scrive per l'ultima volta. In Luglio si suicida. Nei diari gli argomenti sono molteplici: opinioni letterarie, amori, fatti di vita quotidiana, riflessioni ispirate da letture e naturalmente ampio spazio è dato a discorsi di carattere filosofico e teologico. Parla spesso di Dio, della morte, del suicidio; soprattutto quest'ultimo è un argomento che gli è sempre stato molto a cuore.

    Ho letto questo libro lentamente e con una calma quasi religiosa. Temevo di uscirne devastata invece mi ha fatta riflettere in modo costruttivo (non distruttivo come pensavo).
    Un libro da leggere con la matita in mano per sottolineare i passi importanti (so che molti lo considerano quasi un atto sacrilego ma per me non lo è mai stato) e su cui soffermarsi, rileggendoli più volte per coglierne l'essenza che va al di là delle parole.
    Altamente consigliato a chi ama Morselli e gli argomenti di cui sopra.
    E' stato una piacevole scoperta!

    ha scritto il 

  • 3

    Un libro complesso, ricco di spunti per riflessioni sugli argomenti più disparati. Il ritratto di un uomo tormentato da mille dubbi, così concentrato sul suo "male di vivere" da dare l'impressione di non avere mai vissuto.

    ha scritto il 

  • 4

    Morselli non mi è mai piaciuto ....

    ... ho capito perché sololeggendo il suo diario e capendo la sua vita. Le sue storie, i suoi personaggi mi davano l'idea di individui sradicati per il gusto di esserlo, anaffettivi, distanti dal mondo con schizzinosa volluttà. Leggendo il diario ho capito che queste non erano le caratteristiche d ...continua

    ... ho capito perché sololeggendo il suo diario e capendo la sua vita. Le sue storie, i suoi personaggi mi davano l'idea di individui sradicati per il gusto di esserlo, anaffettivi, distanti dal mondo con schizzinosa volluttà. Leggendo il diario ho capito che queste non erano le caratteristiche dei personaggi ma le stigmate dolorose dell'uomo. Un uomo che non lavorò mai ma visse di rendita, incapace ad abbandonarsi all'amore, chiuso nell'osservazione dolente del proprio io. Così leggendo questo splendido diario sono entrato nella testa di un uomo totalmente diverso da me. La diversità genera ammirazione o repulsione, amicizia o inimicizia. La diversità con l'autore e con le sue figure immaginarie mi ha reso più cari altri personaggi, altri autori. Finito questo libro ho capito come avrei potuto evitare di leggere i suoi romanzi, ma, ormai, l'avevo già fatto. La fortuna fu che dopo questo diario iniziai a leggere John Fante e, miracolosamente, tornai a respirare aria fresca, aria che sa di vita, di scommesse, di desideri e di scommesse, scommesse e vita che, evidentemente, Morselli non ha mai frequentato.John Fante era nato nel 1909, Morselli nel 1912. Fante continuò a vivere, cieco, privo delle gambe parlando di uomini di carne e sangue. Morselli che nulla aveva vissuto si suicidò quasi per noia di vivere. Forse, avesse letto "Chiedi alla polvere" e l'avesse capito, non avrebbe posto fine alla sua vita, forse avrebbe trovato il coraggio di vivere insieme a noi poveri uomini e donne costretti ad alzarci presto alla mattina per andare ad un lavoro distante da casa e dai nostri sogni. Forse se Morselli avesse letto Fante avrebbe chiuso il diario e cominciato a guardare noi, povera umanitò, dal lato giusto, dal lato dei nostri piccoli eroismi quotidiani che non ebbe, probabilmente, mai.

    ha scritto il 

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