Diario di un Curato di campagna

Di

Editore: Mondadori

3.7
(548)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 304 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese , Spagnolo

Isbn-10: A000085519 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Adriano Grande ; Contributi: Valerio Volpini

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
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  • 0

    "O meraviglia, che si possa così donare ciò che per se stessi non si possiede, o dolce miracolo delle nostre mani vuote!"

    La luce antica di una grazia sommessa e tenace. Un piccolo, commovente, fortissimo santo vestito da giovane prete di campagna.

    Non sono mai stato giovane perché nessuno ha voluto esserlo con me. ...continua

    La luce antica di una grazia sommessa e tenace. Un piccolo, commovente, fortissimo santo vestito da giovane prete di campagna.

    Non sono mai stato giovane perché nessuno ha voluto esserlo con me.

    ha scritto il 

  • 4

    Libro che affascina man mano che la lettura procede, bisogna entrare nel mondo di questo "pretino" di campagna per capire fino in fondo le sue preoccupazioni, le sue ansie, la sua fede dinanzi alla vi ...continua

    Libro che affascina man mano che la lettura procede, bisogna entrare nel mondo di questo "pretino" di campagna per capire fino in fondo le sue preoccupazioni, le sue ansie, la sua fede dinanzi alla vita ordinaria di campagna e dinanzi alle astuzie del genere umano!
    Ci si affeziona a tal punto che ogni cosa che vien fatta o detta è passata per buona, gli si concede tutto, anche la più grande insolenza.
    Grande autore!

    ha scritto il 

  • 3

    Un bel peso di libro, nonostante sia piuttosto breve: un diario nella crisi di una vocazione di fronte alla noia e alla passività della piccola vita di provincia. Un piccolo prete, un pretino come lo ...continua

    Un bel peso di libro, nonostante sia piuttosto breve: un diario nella crisi di una vocazione di fronte alla noia e alla passività della piccola vita di provincia. Un piccolo prete, un pretino come lo definisce il curato amico di Torcy, si trova di fronte alle sue inadeguatezze e al muro delle difficoltà di vivere in un mondo che si è del tutto o quasi alienato dal suo lato spirituale. Solo alla fine tutto il dolore in cui si macera, come una sorta di autopunizione, e in cui macera anche il lettore, trova un possibile senso.

    ha scritto il 

  • 5

    Sapevo di averlo,ricordo che mi era piaciuto,tanto da pensare di cercare tutti i suoi scritti,cosa che non ho fatto,"perchè?????"
    Alla maniera di Marzullo mi faccio la domanda e mi do la risposta,"ril ...continua

    Sapevo di averlo,ricordo che mi era piaciuto,tanto da pensare di cercare tutti i suoi scritti,cosa che non ho fatto,"perchè?????"
    Alla maniera di Marzullo mi faccio la domanda e mi do la risposta,"rileggerò il libro e forse saprò!!!"

    ha scritto il 

  • 4

    Il tormento della fede

    Ciò che mi piace di questo libro, è aver trattato l'argomento della religione come De Andrè, nel suo "Testamento di Tito", ha trattato i dieci comandamenti.
    Il protagonista è un prete, è vero, ma è un ...continua

    Ciò che mi piace di questo libro, è aver trattato l'argomento della religione come De Andrè, nel suo "Testamento di Tito", ha trattato i dieci comandamenti.
    Il protagonista è un prete, è vero, ma è un peccatore, non è l'incarnazione della perfezione canonica. È un uomo.
    Lo circondano vicende umane, popolani e non, immersi nei difetti propri dell'essere umano, tant'è che il protagonista potrebbe essere il prete di una qualsiasi parrocchia, anche quella sotto casa nostra.
    Un romanzo sulla verità. Dell'uomo.

    ha scritto il 

  • 5

    L'inferno, [...], è non amare più.

    La mia parrocchia è divorata dalla noia, ecco la parola. Come tante altre parrocchie! La noia le divora sotto i nostri occhi e noi non possiamo farci nulla. Qualche giorno forse saremo vinti dal conta ...continua

    La mia parrocchia è divorata dalla noia, ecco la parola. Come tante altre parrocchie! La noia le divora sotto i nostri occhi e noi non possiamo farci nulla. Qualche giorno forse saremo vinti dal contagio, scopriremo in noi un simile cancro. Si può vivere molto a lungo con questo in corpo.

    Così esordisce Bernanos per bocca del giovane parroco di Ambricourt, ultima persona al mondo a dover far i conti con la noia. Un prete, per definizione, non dovrebbe avere tempo per annoiarsi e principalmente per darle importanza. Il prete, come la società lo rappresenta, declina la noia in svariati modi ma non assegnerebbe mai questo nome al “male umano”, alla sua condizione “esistenziale”. Bernanos, invece, tenta il tutto per tutto; s’immerge nella psiche di questo giovanissimo, emaciato pretino. Ne fa il parroco che scrive, e che scrive per sé. Lo tenta con la scrittura per indurlo ad affermare il suo valore umano e accettarlo nel momento in cui cade l’alibi che la scrittura sia il “prolungamento della preghiera". La scrittura è il solo modo per combattere la noia, quest’onda che travolge tutti e che tutti fa uguali. Ma ce ne vuole di tempo perché il pretino capisca. Tutto il diario!
    Sappiamo da subito che questa noia prenderà anche lui come un cancro. E il cancro arriverà ben presto con i suoi sintomi che il piccolo prete tenterà di ignorare in nome di “un fare” che non porta a nulla perché è lui a non essere all’altezza del compito. Non ha intenzione di sfuggire ai suoi doveri nel mondo, richiestigli o meno dalla comunità, con l’alibi della malattia come un certo personaggio di nostra conoscenza, quell’ Hans Castorp da sempre sopravvalutato.
    Si carica della croce dell’inettitudine e di sensi di colpa che gli pesano dentro come macigni. Accetta la delazione e i pettegolezzi di essere un alcolizzato, per quel poco di vino caldo in cui inzuppa del pane raffermo sole cose che il suo stomaco non rigetti. Ma perdona, anzi comprende, perché i suoi parrocchiani non sanno quel che fanno. Non sono loro a emarginarlo ma è lui a non avere le capacità di inserirsi nel contesto sociale, di essere di loro.
    È lui a non capire come va il mondo, quali siano i rapporti del denaro col potere; è lui a non sapersi attirare la benevolenza, la simpatia e l’affetto. Quel suo essere malaticcio, introverso, cattivo oratore sono le cause principali della sua emarginazione. La noia pervade la sua parrocchia ma non sa trovarne la cura; anche il suo corpo, che dovrebbe essere il suo alleato, lo tradisce e si ammala per sfuggire alle responsabilità. La malattia è il segno soprattutto della sua inettitudine. Si accusa di tutto.
    Ma non è il solo inetto del romanzo. Ce ne sono ben tre; tre bei personaggi che scelgono la fuga della realtà: Dr. Delbende, la cui divisa è "far fronte" ma non vi riesce e si suicida. Il dr. Laville, malato terminale, che si droga per sfuggire alla malattia e a se stesso. Infine un altro grande malato, il signor Dupréty, l'abate amico che si è "tolto la sottana". Anche lui vuole scrivere per riabilitarsi e spiegare le sue ragioni.
    Nessuno dei tre accetta la propria inettitudine. Solo il pretino, che scrive di sé, per sé e non per gli altri fino all’ultimo minuto, muore felice perché si accetta com’è e accetta la sua vita “a posteriori”: non poteva essere che quello che è stato.
    Odiarsi è più facile di quanto si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi. .
    E’ la grazia meritata di un uomo che ha accettato di non poter né dover essere eroe.
    Se apologia del cristianesimo c’è in quest’opera sta proprio nella riabilitazione della debolezza del Cristo, che l’istituzione chiesa mise ben presto in soffitta.

    ha scritto il 

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