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Diario di un giudice

By Dante Troisi

(41)

| Paperback | 9788838926129

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Book Description

"Diario di un giudice" uscì nel 1955 nei "Gettoni", celebre collana diretta da Elio Vittorini per Einaudi e, come sovente succedeva con le opere di denuncia nel nostro paese, l'autore finì nei guai. Per averlo scritto, "diffamando la magistratura", i Continue

"Diario di un giudice" uscì nel 1955 nei "Gettoni", celebre collana diretta da Elio Vittorini per Einaudi e, come sovente succedeva con le opere di denuncia nel nostro paese, l'autore finì nei guai. Per averlo scritto, "diffamando la magistratura", il giudice Dante Troisi fu sottoposto a provvedimento disciplinare e sanzionato con una "censura". Elio Vittorini interpretò il testo sottolineando il suo essere specchio di una "società primitiva, impetuosa e insieme come stupefatta di non riuscire ad avere altro di civile che avvocati e giudici". Tra testimonianza e finzione, il libro si presenta al lettore come un diario nel vero senso della parola, in cui un uomo che di mestiere giudica gli altri, destinato per ufficio a una cittadina meridionale, riversa giorno per giorno, a ciglio asciutto, dal lunedì alla domenica, tutto ciò che gli capita, nel lavoro, in famiglia, tra colleghi, in città. E ciò che succede nella sua coscienza. Così, accanto alla rappresentazione di una società inesorabilmente arretrata e di magistrati che si sentono non uomini di giustizia ma d'ordine quasi fossero l'occhio vigilante di una gerarchia il cui corpo morale è costituito dal prete, dal medico, dal militare, dal signore, la lettura fa oggi l'effetto di una riflessione, dolente, impietosa, sul fare giustizia.

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    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/10/01/diario-di… “Mi viene in mente che in questo stesso momento sono aperte centinaia di aule d’udienza, che ci sia vento o sole o pioggia, vi si svolge lo stesso rituale: centinaia di ...(continue)

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/10/01/diario-di…

    “Mi viene in mente che in questo stesso momento sono aperte centinaia di aule d’udienza, che ci sia vento o sole o pioggia, vi si svolge lo stesso rituale: centinaia di giudici si sono seduti e migliaia di spettatori hanno preso il loro posto nel loro spazio, centinaia di avvocati si augurano di fare una buona causa e centinaia di imputati col corteo di parenti sperano nella pietà o nella giustizia. E non importa che si stia per discutere di un omicidio o di un pascolo abusivo, di un’ingiuria o di una rapina. Ovunque, sul medesimo mare di carte, di miserie galleggiamo noi, gli eletti, per via dell’autorità di leggere nel Libro.
    Alle nostre spalle e di tutti gli altri ora in funzione c’è il crocefisso e la scritta: “La legge è uguale per tutti”; domani, in luogo del crocefisso potrà esserci un’altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Oggi dalla parte di un sistema, non certo il migliore, che ci obbliga a difenderlo con leggi vecchie. Scegliamo questo mestiere per la tendenza a scavarci un riparo vivendo con i forti, per una vocazione all’impunità; la compassione che talvolta proviamo è forse solo un calcolato disegno, una regola di prudenza”
    (Dante Troisi, “Diario di un giudice”, ed. Einaudi)

    Nel risvolto di copertina dell’edizione che ho ultimato, c’è scritto che “Diario di un giudice” è, per l’appunto, “il diario di un uomo oppresso dalla solitudine cui lo costringe l’esercizio stesso della sua professione, angosciato dalla quotidiana contemplazione delle sventure degli uomini, in lotta con il peso dell’abitudine che lo logora fino a fargli credere che il decidere della vita altrui è diventato per lui un atto di ordinaria amministrazione”. Queste righe mi sembrano così calzanti che potrei anche finire qui quest’articolo, ma aggiungo qualche altra mia impressione. L’autore, Dante Troisi, fu di professione magistrato, dopo essere stato prigioniero di guerra per alcuni anni, e in questo testo sono evocate le sue esperienze in veste di giudice a Cassino (sebbene nel testo figuri solo l’iniziale C.). A prescindere, comunque, dai riferimenti temporali e geografici, il romanzo, scritto in forma diaristica e pubblicato nel 1955, si presta a considerazioni, valide più che mai oggi, circa il difficile ruolo di chi è chiamato per mestiere a decidere sulle altrui esistenze. L’autore è consapevole della gravità del suo ruolo e nel corso di tutta la narrazione si avverte il travaglio dell’uomo, che si interroga più volte sul perché abbia scelto quella professione, se il suo non sia altro che un rifugio, una difesa dalla realtà che lo spaventa più che una vocazione alla giustizia. Gli incontri per strada con le persone che egli ha condannato o contribuito a condannare, sia pure a pene lievi e non detentive, gli pesano, sottoposto com’è allo sguardo di quello che, dismessi i panni di giudice e imputato, è pur sempre un suo simile. Troisi ci porta all’interno del Tribunale, descrivendoci, con una prosa priva di svolazzi retorici, le dinamiche tra giudici, avvocati, imputati e quanti altri si trovano nei pressi della famigerata scritta “La legge è uguale per tutti”. I rapporti con gli avvocati, per esempio, ci sono descritti nelle loro diverse sfumature, dalle antipatie reciproche celate per convenienza o, al contrario, ai tentativi dei difensori di accaparrarsi le simpatie del giudice. Poi ci sono le camere di consiglio tra giudici, con le divergenze di opinione, le inevitabili differenze caratteriali e professionali tra togati, la smania di arrivare ai vertici della gerarchia di alcuni e soprattutto ci sono gli imputati, la massa di persone che giorno dopo giorno sfilano dinanzi alla Legge. Le loro storie ci sono riportate in maniera sintetica, senza morbosità, nell’intento, riuscito, di mostrarci la variegata, disperata, talvolta surreale umanità che, per motivi gravi o ridicoli, si trova al cospetto di un giudice.

    “Non posso seguire un ordine, indicare il giorno e scrivere gli avvenimenti, scrivere un pensiero, se ho un pensiero; solo voglia di dire “scusate” e sporgermi dal banco, in udienza, o voltarmi di fianco se sono seduto in ufficio e vomitare. Vomitare senza sussulti, la testa dolcemente posata sulla mano, gli occhi aperti a vedermi sgonfiare via via quel flusso che esce da me e dilaga a colmare le stanze, le aule, i corridoi: la gente saltella, cammina sui tacchi, le punte alzate, per non sporcarsi.
    Poi riaggiustarmi in una posizione dignitosa e riprendere a funzionare, sgombrato dalla nebbia che c’è tra me e gli imputati, dal disgusto delle mani che gli avvocati agitano senza posa e che tu vedi sporche dei soldi intascati poco prima di parlare. (Però pure noi vorremmo averle sporche più spesso e non una volta al mese).

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    Sisifo77 (Antonio Di Leta) said on Oct 1, 2013 | Add your feedback

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    "Siamo soli, noi e loro; noi giudici e loro, i malfattori."

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    Eugenia said on Jul 24, 2013 | Add your feedback

  • 22 people find this helpful

    Beati coloro che

    Un diario di un giudice. Ambientato a Cassino (località non citata per riservatezza ma stante che pubblicò col suo nome, non essendo segreta la sede di ognuno, di banale individuazione) nel primo dopoguerra, scritto – bene, Troisi è assai bravo - col ...(continue)

    Un diario di un giudice. Ambientato a Cassino (località non citata per riservatezza ma stante che pubblicò col suo nome, non essendo segreta la sede di ognuno, di banale individuazione) nel primo dopoguerra, scritto – bene, Troisi è assai bravo - coll'evidente scopo, raggiunto tanto che fu processato e subì una condanna di censura, di provocare scandalo, ricolmo di amarissime e pessimistiche considerazioni sull'umane cose, specie a causa di un luogo allora più simile al medio oriente che a una sperata Italia moderna, collezione di fatti reati gelosie amministrative e servilismi di omini tanto alti sullo scranno quanto piccini nella vita, frequentemente esaltato quale specchio d'Italia dolente, non è che tutte le tesi implicite mi siano piaciute proprio moltissimo.

    Vale la pena comunque.

    Si dimostra che il reato è spesso figlio di uno stato etico. Ovvero che la legge, quando cessa d'essere la formalizzazione di una consuetudine comunemente sentita, si rivela spesso come l'applicazione forbita e retorica del banale "adesso t'impariamo qualcosa a mazzate".

    Ma pure che la legge 898 e 194 sono servite a più di qualcosa, il numero di uxoricidi, infanticidi, aborti clandestini suicidali, parricidi su istigazione della madre, infine madri di bambini ceduti in serie agli orfanotrofi, è di comune intensità e frequenza premoderna (con buona pace dei fessi che ancora oggi pensano all'Italia rurale profonda come a una bucolica età dell'oro). Frequenti pure gli stupri familiari o seriali abusi di poverette. Sembra portaporta.

    C'è ovviamente il profondissimo sentire che il reo oltre al solito violento, furbastro truffatore o pazzo sanguinario furioso, spesso è solo un povero bifolco analfabeta senza speranze. Da cui la frustrazione per una giustizia implacabile nel vietare sia al ricco come al povero (la legge è uguale per tutti) di dormire sotto i ponti o rubare galline. Il sentimento che ispirò il principio della rieducazione del condannato? Probabile. Nobile istanza.
    La medesima che ispirò la scuola pubblica generalizzata. Salvo che parecchio dopo oltre un secolo dall'unità d'Italia, è evidente che puoi anche dare la scuola gratis, certi non ci vanno, (pure a Padova, mica solo a Frosinone) non ci vogliono proprio mettere piede né scrostarsi l'ignoranza di dosso, e quelli – la stragrande maggioranza – che rubano rapinano votano spacciano presiedono o uccidono per l'audi o il suv?

    Ladri di polli oramai protetti dal WWF. Rarissimi, rimangono gli altri. Da rieducare e reinserire? Eccomeno. Forse un criterio di riduzione e risarcimento del danno oggi è assai più aderente al comune sentire. Ma lo stato etico non vuole. Vuole ancora imporre le sue – disadatte e obsolete filosofie o illusioni.

    Si evince però assai chiaramente che i giudici sono gente come gli altri. Amministratori della giustizia, ribaditori dei rivetti del potere, qualsiasi esso sia, fascisti se fascista, democristiani in seguito e rossi dopo l'onda dei sessanta colla rivoluzione imminente, vicina, prossima, differita poi rinviata a data da destinarsi, (causa maltempo) mazzieri del potere o vendicatori del poppolo o applicatori di principî.

    Spesso solo burocrati o semplici sentenzogeni e pure talvolta solo uno zinzino migliori dei delinquenti che giudicano, in alcuni casi ancora peggio. Efficientissimi però nel perseguire scopi di carriera o mettersi in vista presso quelli che contano. Perfetto complemento inane delle FF.OO o FF.AA. il cui numero esagerato – quelli cui lo Stato ha dato la pistolina il fuciletto o il cannoncino sono ottocentomila circa – molto di più della forza che occorse e bastò alla 7ᵃ e 8ᵃ armata americana ed inglese per sconfiggere la Wehrmacht in Italia. Certo ci sono i bravi e bravissimi, i solerti gli acuti o gli audaci e impavidi, ma nella mota non splendono.

    "Raddrizzeremo l'Italia coi giudici".
    Eh.
    Sperate sempre di non averne bisogno. Aver ragione, dimostrarlo e farsi risarcire son tre cose che in una corte, non coincidono così frequentemente come sperato.
    Eppure si riesce anche a ridere. Quella del contadino che non vuol saldare l'avvocato – pur avendo vinto la causa – perché nell'ultima udienza l'avvocato, già accolte tutte le istanze dai giudici - non ha dovuto arringare la corte, quindi non ha lavorato, è un esempio.

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    Procyon Lotor said on Oct 8, 2012 | 5 feedbacks

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    Libro difficile, da centellinare.
    Riflessioni disincantate, di una lucidità sconfortata che raggiunge, a volte, punte di cinismo.
    Una lotta interiore resa ancora più drammatica dall'obbligo di chinare la testa, giorno dopo giorno, alla gerarchia, al ...(continue)

    Libro difficile, da centellinare.
    Riflessioni disincantate, di una lucidità sconfortata che raggiunge, a volte, punte di cinismo.
    Una lotta interiore resa ancora più drammatica dall'obbligo di chinare la testa, giorno dopo giorno, alla gerarchia, al conformismo, al moralismo e di adeguarsi all'ambiente.
    Oggi non esiteremmo a definire l'autore un depresso, per l'assenza di speranza e l'incapacità di guardare con fiducia al futuro, al punto da essere terrorizzato all'idea di diventare nuovamente padre.
    Ma la disillusione è sempre depressione o può essere anche la visione disillusa di una mente consapevole di non potersi affrancare dalla sua prigionia?

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    Efesto said on Jun 20, 2012 | Add your feedback

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    "Sara, masticando, mi dice che due giorni addietro abbiamo sbagliato a condannare un tale, se n'è convinto scrivendo la sentenza: comunque si tratta solo di tre mesi di carcere"

    "Anche gli imputati dovrebbero indossare la toga. l'usciere li ...(continue)

    "Sara, masticando, mi dice che due giorni addietro abbiamo sbagliato a condannare un tale, se n'è convinto scrivendo la sentenza: comunque si tratta solo di tre mesi di carcere"

    "Anche gli imputati dovrebbero indossare la toga. l'usciere li aiuterà a vestirla per nascondere gli stracci o il doppio petto, la carne livida o la camicia di seta. Le mani che in loro non hanno mai pace (le cacciano in tasca finché il presidente o il carabiniere li rimprovera), potranno agitarsi nelle ampie maniche senza che dal movimento si deducano nuovi indizi di colpevolezza. Un imputato vestito come i giudici egli avvocati forse imporrà rispetto agli uni e agli altri che non gli prestano attenzione o gliene prestano quel tanto che e necessario per rafforzare l'opinione che già ne hanno. Ognuna delle due parti si palleggia
    l'imputato con la presunzione di sapere tutto di lui. Con la toga, forse, egli, colpevole o innocente, si vedrà simile a chi lo giudica e lo difende.
    Sennò questo segno serve unicamente a incutere paura e ad alleggerire le tasche."

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    guia said on Jun 4, 2012 | Add your feedback

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    "Io suono il campanello quando dalla camera di consiglio torniamo in aula. Continuo a suonare che è già aperta la porta e mentre gli altri due giudici sono fuori; poi raggiungo la mia poltrona e ha inizio la lettura. Pensano sia una mania o un infant ...(continue)

    "Io suono il campanello quando dalla camera di consiglio torniamo in aula. Continuo a suonare che è già aperta la porta e mentre gli altri due giudici sono fuori; poi raggiungo la mia poltrona e ha inizio la lettura. Pensano sia una mania o un infantile capriccio; se insisto mi guardano con rimprovero, quasi che il protrarre l'annuncio sminuisca o turbi la solennità della cerimonia. Se ne lagnano l'imputato e il suo avvocato che studiano sui nostri visi il risultato, tuttavia innervositi del ritardo. Ma per me il rinvio della lettura è una protesta, è il rimedio per liberarmi della complicità, sciogliermi dal concorso portato nella decisione. Distendo l'indice sul bottone e di là creo scompiglio, ansia, paura e per mio conto vi metto rimorso, disprezzo, sfiducia. Un bel groviglio che mi pone nell'angustiosa esaltazione del giocatore d'azzardo, dell'ubriaco triste, del peccatore cattolico, con un vago sospetto d'ipocrisia.
    Suono il campanello come reciterei un atto di contrizione".

    Quando nel '55 questo libro fu pubblicato, dopo essere uscito a puntate su "Il Mondo", provocò indignazione nel mondo politico; il resoconto lucido e implacabile della vita di un giudice in una cittadina della provincia italiana fu accusato di gettare un'onta sulla magistratura ed un tribunale appositamente istituito condannò Troisi alla sanzione della "censura".
    Troisi parlava di ciò che conosceva, era stato magistrato a Cassino, e descriveva un mondo di delitti che nascevano fra le miserie dell'immediato dopoguerra; omicidi frutto di gravidanze indesiderate o di violenze domestiche, liti per la spartizione di piccole eredità di contadini. Ma accanto a questi descriveva le meschinità, l'inerzia, la deferenza verso il potere di una giustizia fatta da contabili che conoscono l'ordine ma non la pietà.

    "Alle nostre spalle e di tutti gli altri ora in funzione c'è il crocefisso e la scritta <<La legge è uguale per tutti>>; domani, in luogo del crocefisso potrà esserci un'altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Giacché noi siamo sempre da quella parte. Oggi dalla parte di un sistema, non certo il migliore, che ci obbliga a difenderlo con leggi vecchie. Scegliamo questo mestiere per la tendenza a scavarci un riparo vivendo con i forti, per una vocazione all'impunità; la compassione che talvolta proviamo è forse solo un calcolato disegno, una regola di prudenza".

    Sorretta da una prosa bellissima, la voce di Troisi che scruta con angosciosa consapevolezza sé stesso ancora prima dei suoi simili assume un valore che prescinde la funzione del giudice ma riguarda chiunque di noi volga lo sguardo sugli altri.

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    cristina c said on Mar 13, 2012 | 6 feedbacks

Book Details

  • Rating:
    (41)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 1 star
  • Paperback 236 Pages
  • ISBN-10: 8838926123
  • ISBN-13: 9788838926129
  • Publisher: Sellerio (La memoria)
  • Publish date: 2012-01-01
  • Also available as: Hardcover , Others
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