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Diario di un senza fissa dimora

Etnofiction

Di

Editore: Raffaello Cortina

3.1
(65)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 130 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8860304253 | Isbn-13: 9788860304254 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Negli ultimi anni, è comparsa una nuova categoria di persone: questi soggetti hanno un lavoro ma lo stipendio non consente loro di pagare un affitto e dunque sono spinti per strada. Vivono dove possono, vagano da un luogo all’altro, dormono nella loro macchina.
Il grande etnologo Marc Augé, che dà qui prova anche di un talento letterario, immagina la vita di uno di questi “vagabondi”, gli effetti distruttivi prodotti dalla perdita di punti di riferimento spazio-temporali. Inventando un genere, l’etnofiction, l’autore utilizza la forma del racconto per evocare un fatto sociale: il suo eroe, un medio funzionario messo in difficoltà da due divorzi e dall’aumento degli affitti, potrebbe non essere così diverso da tutti noi...
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  • 3

    Apprezzo l'esperimento (nonostante la definizione "etno fiction") e l'urgenza del tema. Augè è uno dei miei punti fermi sociologicamente parlando, lo preferisco in altre versioni, ma questo librino non è male..

    ha scritto il 

  • 3

    Saggi di fine stagione - 04 aug 12

    Ho comprato questo libretto perché Marc Augé è una di quelle firme saggistiche che fanno parte del mio personale pantheon di stelle. Come Bauman o come Barbero. Incuriosendomi inoltre l’idea che non fosse un pamphlet, ma un racconto a tesi, come quelli che, nelle prime uscite, mi piacquero molto ...continua

    Ho comprato questo libretto perché Marc Augé è una di quelle firme saggistiche che fanno parte del mio personale pantheon di stelle. Come Bauman o come Barbero. Incuriosendomi inoltre l’idea che non fosse un pamphlet, ma un racconto a tesi, come quelli che, nelle prime uscite, mi piacquero molto pubblicati da VerdeNero per Lega Ambiente. Augé è un fine etnologo, che mi ha rapito in al-cune sue pagine sull’etnologia della metropolitana o sulle popolazioni che transitano nei non-luoghi (dagli aeroporti ai centri commerciali). Ed in effetti questo libro è duplice: da un lato pone un forte quesito etnologico, su alcuni comportamenti attuali dell’umanità cui cercheremo di discorrere più avanti. Dall’altro tenta di farne una storia. Questa, devo subito dirlo, è la parte meno riuscita. Do-vendo solo giudicare il testo fuori dal contesto, direi che come romanzo non mi è piaciuto. Il prota-gonista attraversa tutte le pagine scrivendo note del suo diario, ma la sua storia, dopo la “rottura” iniziale è moscia. Frequenta i suoi luoghi rimanendone sempre ai margini. Parla con gli altri, ma sempre con la sua reticenza dell’alienità. Anche la sua storia con la bella di turno non ha l’epos che potrebbe avere o meritare. È certamente conseguente. Il suo filo prosegue e si dipana ed anche se ci piacerebbe vedere finali diversi, è conseguente a tutta l’impalcatura precedente. Ma come ro-manzo non prende. Probabilmente, come lui stesso dice nella premessa, non è quello che vuole. Non vuole farci identificare con il protagonista. Quindi non ce lo rende bello e simpatico. Questa è la “fiction”. Ma è l’assunto etnologico che invece ci prende e ci fa pensare. Perché il protagonista è travolto dalla crisi. Due divorzi sballati, alimenti da pagare, affitti, forse pensionamento al limite. Fatto sta che non ce la fa più a mantenere tutto in piedi. Decide allora di mollare qualcosa. E l’unica cosa che riesce a mollare è la casa, la dimora. Si trasferisce quindi a vivere nella sua macchina. Qui avremmo avuto il piacere romanzesco di vedere come se la cava: con le strisce blu, per cui si deve spostare; con il bagno, dovendosi pur lavare e fare pipi ed altri bisogni corporali. Ma lui non è un poveraccio che viene costretto a vivere “sotto i ponti”. Lui coscientemente decide di vivere “sen-za fissa dimora”. Ma non è a secco totale. Per cui mangia (seppur non tanto) in qualche bettolina di banlieue. E decide di andare, una volta a settimana, in un albergo economico (35 euro la notte) per dormire in un letto e fare una doccia “seria”. Non si bilanciano queste due facce, per cui l’andamento quotidiano del senza fissa dimora risulta una peregrinazione di visite nei luoghi della sua esistenza. Certo con qualche messaggio interessante. Non ha più il vincolo del tempo, per cui parla, anche se poco, con tanti, con i negozianti, con le persone, insomma comunica. Ma poiché Augé non ha la stoffa del romanziere tutti questi passi “dentro il nulla della vita” rimangono sempre delle descrizioni esterne da entomologo piuttosto che da scrittore. Rimane l’assunto di come, per resistere alla crisi, una persona decida di usare una serie di risorse anche minime. E di scoprire di cosa si possa fare a ameno. Devo dire che un po’ mi ha ingannato inizialmente il termine “senza fissa dimora” che pensavo proprio a quel popolo errante (che vidi in America già tanti anni fa) che portava tutte le sue cose in un carrello della spesa, compresi cartoni per potersi costruire un giaci-glio notturno. Qui siamo su altri registri. Ma l’etnologo è lì, pronto a registrare un possibile compor-tamento. Una possibile via d’uscita. Una sopravvivenza per usare tutto quello che si ha, al meglio. Manca (volutamente?) la speranza. Manca una volontà di uscire da questa condizione errabonda. Come se il protagonista un po’ se ne crogiolasse. Questo mi ha un po’ disturbato. Anche se la do-manda che pone, sull’affrontare la crisi che avanza è forte, potente e induce grande spavento. Ri-mango così, a pensare quanto questo fenomeno sia diffuso. E forse lo è più di quanto io pensi. Ri-flettiamoci.
    “La solitudine… non ha niente di insopportabile. Il silenzio è meno imbarazzante degli sforzi che facciamo per dissimularlo, ed è infinitamente meno penoso stare zitti da soli che in due.” (27)

    ha scritto il 

  • 5

    Molto ben scritto, attualissimo, imperdibile, per tutti; dà uno spaccato della società attuale fatta di consumismo, perdita di valori e di regressione culturale!

    ha scritto il 

  • 3

    Un vagabondo di lusso

    Un tempo erano poveri quelli che non riuscivano a trovare un lavoro, o quelli che il lavoro lo avevano perso. Adesso si può essere poveri anche lavorando. Uno stipendio da mille euro al mese non è compatibile con un affitto di seicento più spese, in particolare se, come il protagonista di questo ...continua

    Un tempo erano poveri quelli che non riuscivano a trovare un lavoro, o quelli che il lavoro lo avevano perso. Adesso si può essere poveri anche lavorando. Uno stipendio da mille euro al mese non è compatibile con un affitto di seicento più spese, in particolare se, come il protagonista di questo romanzo che ha la forma di un diario, sei separato e devi pagare anche gli alimenti della tua ex moglie. E allora cosa fai?
    Lasci la tua casa e decidi di andare a dormire nella tua automobile. Una volta a settimana prendi una stanza in un albergo economico e ne approfitti per lavarti e prepararti per la nuova settimana che ti aspetta. L’importante però è che non trapeli niente all’esterno: nessuno deve immaginare in che condizioni vivi. La facciata è importante, bisogna sempre negare l’evidenza e non ammettere che non si riesce a galleggiare in questa società.
    L’argomento trattato è molto interessante, ma la narrazione è fredda, non emoziona. Si vede che l’autore non è abituato a scrivere romanzi, ma saggi, infatti non si riesce ad entrare in empatia con il protagonista per cui non si riesce neanche a provare pena per la sua condizione..

    “Difficile interpretare una parte quando non ha più ragione d’essere, e difficile restare al proprio posto quando lo si è perduto, o vivere con altri quando si è, noi stessi, senza domicilio fisso, quando non si ha né loco né foco, e forse nemmeno più un nome.”

    ha scritto il 

  • 3

    Non male. Si legge in poche ore. E' scritto discretamente bene, in uno stile semplice, sotto forma di diario. Il pregio sta, come anche - forse inutilmente - spiegato nell'introduzione nel tema molto attuale delle nuove povertà.

    ha scritto il 

  • 2

    Perché raccontare la storia di un signorotto borghese che con i suoi 2000 euro di pensione mensili non riesce a continuare la sua borghese vita, piuttosto che raccontare la reale vita di un senza dimora sballottato tra dormitori e strada? Non l'ho mica tanto capito...

    ha scritto il