Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Diario notturno

Di

Editore: Adelphi (Piccola biblioteca Adelphi, 323)

4.2
(500)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 225 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845910431 | Isbn-13: 9788845910432 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , History , Humor

Ti piace Diario notturno?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 3

    Insomma...

    Mi aspettavo un senso dell'ironia più arguto da parte del buon Flaiano.
    Certo, la condanna dei vizi dell'italiano medio (ma non solo: intellettuali e politicanti non sono esclusi) talvolta è ficcante. Ma non posso esimermi da una semplice constatazione: il "Diario Notturno" non svetta mai! ...continua


    Mi aspettavo un senso dell'ironia più arguto da parte del buon Flaiano. Certo, la condanna dei vizi dell'italiano medio (ma non solo: intellettuali e politicanti non sono esclusi) talvolta è ficcante. Ma non posso esimermi da una semplice constatazione: il "Diario Notturno" non svetta mai!

    Un ultimo appunto: lo scrivere per aforismi è sempre ed ineluttabilmente inversamente proporzionale alla profondità dei concetti espressi. Flaiano non costituisce un'eccezione. Se proprio esercizio di stile dev'essere, meglio, allora, le variazioni sul Toma.

    ha scritto il 

  • 0

    Se non avessi questo strano tarlo di voler parlare di libri sempre e comunque, anche se dimenticati, del tutto o in parte, anche se non li ho compresi o non mi sono piaciuti, beh, forse, questo post e in generale questo blog non avrebbe necessità di esistere. E invece mi sono detto che di tutti i ...continua

    Se non avessi questo strano tarlo di voler parlare di libri sempre e comunque, anche se dimenticati, del tutto o in parte, anche se non li ho compresi o non mi sono piaciuti, beh, forse, questo post e in generale questo blog non avrebbe necessità di esistere. E invece mi sono detto che di tutti i libri devo scrivere due righe, seppure ridicole, seppure simbolo di un'assenza. Allora queso post è il simbolo di un'assenza, quella di Diario notturno, dai miei ricordi. L'avrò letto a luglio 2013, mi ricordo che me lo portavo al mare, e che poi nel frattempo avevo nello zaino un saggio sulla rivoluzione francese, e allora non leggevo Diario notturno e leggevo il saggio, che non ho capito bene perché, ma mi sembrava che fosse un mezzo per capire tutta quella carne esposta ai raggi solari, con una manciata di giorni all'anno di tempo per riposarsi, per rilassarsi, per staccare, per, come si dice oggi, godersela. E allora tra il luglio parigino e il luglio che stavo vivendo io in quel momento, pensavo, doveva esserci questo nesso: molto semplicemente la rivoluzione borghese aveva prodotto l'esposizione fuori misura di tutta quella lipidità in discioglimento. Ma tu pensa che pensieri stupidi. Tutto questo per dire che Diario notturno, come alcuni libri sfortunati, mi seguiva dal comodino del letto allo zaino appeso all'ombrellone e ritorno; silezioso e comprensivo come solo i libri sanno esserlo, aspettava di essere abbandonato oppure letto, e alla fine ha prevalso la mia curiosità e di ritorno dal mare l'ho letto. E mi ricordo di averne pure fotografato delle parti. Perché odiando sottolineare i libri, e in generale farci qualsiasi tipo di occhiello o disegno, per segnarmi le cose che mi interessano o ho un'agenda vicino oppure col cellulare faccio una foto, al pezzo che mi è piaciuto, e così in qualche modo ce l'ho sempre a disposizione, fino a quando non si scasserà il cellulare, questo oggetto simbolo della caducità umana.

    www.liberdocet.it

    ha scritto il 

  • 4

    Tolta la patina del tempo - che rende alcune parti ormai opache - il Diario notturno è una mirabile radiografia degli Italiani, priva di compiacimento e complicità.


    Ma, attenzione, Flaiano non sorride (solo) dei potenti e dei prepotenti: piuttosto s'indigna per i cortigiani. Le "variazioni ...continua

    Tolta la patina del tempo - che rende alcune parti ormai opache - il Diario notturno è una mirabile radiografia degli Italiani, priva di compiacimento e complicità.

    Ma, attenzione, Flaiano non sorride (solo) dei potenti e dei prepotenti: piuttosto s'indigna per i cortigiani. Le "variazioni su un commendatore" sono, in questo senso, un gioiellino: si continua a salire sul carro del vincitore disprezzandolo, o accusandolo se non si riesce a trarre personale tornaconto dalla sua frequentazione, o semplicemente non vi si è ammessi.

    Ce n'è per tutti, anche in modo politicamente scorrettissimo: la giovane intellettuale il cui "sguardo esprime pensieri gravi, che non ha"; la "tenace fede nel dopodomani"; "quando cambia di posto i suoi quattro mobili, il povero è convinto di fare la rivoluzione". E si potrebbe continuare.

    Come sempre, prevale su tutto il mal di vivere di Flaiano, la sua "malinconia canina". La risata scatta solo dinanzi alla stupidità e alle piccinerie della gente; ne deriva un buonumore nuvoloso, con la bocca piegata all'ingiù. E questo, insomma, è il limite dell'uomo e delle sue opere.

    ha scritto il 

  • 4

    Amaro (ma non cinico), arguto, disincantato, ironico, profetico… le mille qualità di questo autore sono ben descritte nelle recensioni che altri, molto meglio di me, hanno scritto. Io posso solo aggiungere che, più che dalla sua lucida visione dell’Italia e degli italiani, sono stata affascinata ...continua

    Amaro (ma non cinico), arguto, disincantato, ironico, profetico… le mille qualità di questo autore sono ben descritte nelle recensioni che altri, molto meglio di me, hanno scritto. Io posso solo aggiungere che, più che dalla sua lucida visione dell’Italia e degli italiani, sono stata affascinata dall’uomo Flaiano che fa capolino da questi scritti, dal suo modo di intendere le cose della vita, come ad esempio l’amicizia:

    “Da ragazzo, pur portato a coltivare il sentimento dell’amicizia, Eurialo e Niso, Oreste e Pilade mi annoiavano, li sospettavo insinceri. Capii più tardi che quei personaggi amavano ognuno dell’altro le buone qualità, mentre io sono più pronto a legarmi ad un amico per solidarietà coi suoi difetti, tra i quali l’intelligenza”.

    http://youtu.be/3f7llNeBtag

    ha scritto il 

  • 4

    maledetto Flaiano...


    Possibile che uno con questa capacità di scrivere, con questo strepitoso senso dell'ironia e questa straordinaria capacità di cogliere ovunque il grottesco e il ridicolo, abbia scritto così poco? E ci tocca leggere pezzi, monconi, brani, rovine, lacerti quando avremo d ...continua

    maledetto Flaiano...

    Possibile che uno con questa capacità di scrivere, con questo strepitoso senso dell'ironia e questa straordinaria capacità di cogliere ovunque il grottesco e il ridicolo, abbia scritto così poco? E ci tocca leggere pezzi, monconi, brani, rovine, lacerti quando avremo dovuto leggere libri e saggi?

    Il capolavoro che è Tempo di uccidere è un'altra cosa. Quello è un romanzo. Stupendo. Oscuro.

    Il Diario notturno è un repertorio sconclusionato, disordinato, amorfo di epitaffi, racconti assurdi, osservazioni. Su cosa? Essenzialmente su quello che è l'Italia e, più in piccolo, Roma. Almeno, quello che risulta filtrato dagli occhi di questo incredibile umorista che, badate, non fa proprio ridere, non nei termini del comune sentire (se non in qualche secco epigramma).

    L'umorismo di Flaiano è come il rafano: all'inizio non cogli il sapore, ma dopo un momento t'arriva dritto al cervello e non ti lascia indifferente. E' un umorismo cinico, tagliente come un bisturi, melanconico, pessimista. Non si ride: si sorride, al massimo, riflettendo. Amaramente. Dopotutto, cosa ci vuol a far ridere? Il difficile è tratteggiare una nazione, un popolo abbastanza spregievole e irredimibile, con quattro colpi di pennello senza cadere nel qualunquismo e senza farci piangere senza controllo o ridere sguaiatamente (a seconda dei gusti).

    Da sottolineare alcuni colpi di genio assoluto: il celeberrimo Un marziano a Roma , L'esame di moralismo e l'iniziale viaggio nel paese dei Poveri: un popolo che è contento di essere povero, in tutto, comandato da più regnanti (ladroni manifesti, fra l'altro) contemporaneamente, amante delle guerre finché non duran troppo e dei proverbi, così da avere frasi fatte sempre pronte ad ogni evenienza non potendo crearne di proprie (perché i Poveri, dice F., amano l'arte e i libri, ma non leggono).

    Ovviamente i Poveri sono i Francesi. O i Tedeschi. Uno dei due, insomma...che avevate pensato?

    Poi c'è molto altro, ma non mi dilungo oltre. Se non per riportare questa perla, che d'ora innanzi sarà il mio motto:

    Anche il progresso, una volta diventato vecchio e saggio, votò contro!

    maledetto Flaiano...

    ha scritto il 

  • 4

    E' la notte dell'Italia e Flaiano la narra senza filtri. Ironico, cinico, amaro. Questo "Diario notturno" è il primo blog di carta e alcuni suoi brevi aforismi sembrano dei tweet. Lettura abbastanza complicata, perché tra le righe ci siamo noi e i nostri difetti.

    ha scritto il 

  • 4

    A me piace stampare delle cose, raccontini in genere, che poi lascio nei bar, sale d'attesa, sui sedili dei treni..robe cosi. Questo qua di Landolfi, non trovandolo nel web l'ho ricopiato proprio. Ne ho lasciati due alla stazione di Trieste e cinque sui sedili del treno. Che poi, a me, da un gust ...continua

    A me piace stampare delle cose, raccontini in genere, che poi lascio nei bar, sale d'attesa, sui sedili dei treni..robe cosi. Questo qua di Landolfi, non trovandolo nel web l'ho ricopiato proprio. Ne ho lasciati due alla stazione di Trieste e cinque sui sedili del treno. Che poi, a me, da un gusto questa cosa qua, anche se lo ricopio di piu ancora, che mi pare quasi di essere io ad averlo scritto. Mi pare ne benefici l'autostima, ed anche l'ego. M fa venire in mente un racconto di Foster Wallace: quello su Lindon Jhonson, nel libro "La ragazza dai capelli strani". Adesso, leggendo "Gli occhiali sul naso", che parla della vita di Isaac Babel, compare spesso Stalin, ed insomma questa idea della solitudine dell'uomo despota al potere mi intenerisce.

    IL PAPPAGALLO.

    Che ne è di quel pappagallo che nel dicembre del 69 una sezione siciliana del partito comunista inviò a Stalin in dono per il 70° compleanno? Noi sappiamo, perchè i giornali ne parlarono, che quel volatile piacque molto al dittatore del Cremlino; e sappiamo che quando gli fu presentato se lo studiò a lungo, con quel suo sguardo da nonno sornione, e che volle conoscerne la provenienza, la specie, il nome, l'età. Si chiamava Tovarisc; aveva giusto settant'anni: troppo raffinata coincidenza, questa, che però Stalin non mise in dubbio e anzi gradì come un omaggio nell'omaggio. Ciò che non sappiamo di quel curioso incontro e di quanto ne seguì, perchè i giornali non ne fecero parola, e che avendo il pappagallo aggiunto: "Lunga vita a Stalin", il dittatore se ne compiacque al punto da esclamare, rivolto a Malenkov: "Costui conosce l'essenza dello stalinismo!". E ordinò quindi che lo lasciassero nel suo studio: gli avrebbe tenuto compagnia. Che fecero, una volta soli, il dittatore e il pappagallo? Quel giorno, dicono, trascurate le cure del suo ufficio, Stalin volle dedicarlo all'animale, mai saziandosi di ammirarlo e incitarlo a dir tutto il suo repertorio. Il pappagallo non conosceva di russo che poche parole: Buongiorno, buonasera, viva la rivoluzione socialista. Per le altre frasi dette in italiano fu chiamato un interprete che le tradusse: Viva Coppi (?), Viva il compagno Togliatti, nonchè altre espressioni di un gergo indecifrabile me che tuttavia, poichè si ripetevano ogni volta che nello studio entrava la giovane segretaria del dittatore, fu agevole intendere come galanterie. Stalin se ne mostrò deliziato e, per un curiosissimo scambio di attitudini col pappagallo, imparò a ripetette in seguito quelle frasi, suscitando sempre la preoccupata ilarità della giovane segretaria e di quanti altri erano ammessi alla sua presenza: intendo dire i compagni Beria, Malenkov, Kruscev. E' anche accertato che sin dal primo giorno Stalin assegnò al pappagallo un guardiano, (ne conosciamo il nome: Ivan) che doveva provvedere al suo nutrimento e rispondere personalmente della sua incolumità. Dicono al cremlino che Tovarisc si portò benissimo e rispose in tutto alle attenzioni del dittatore, manifestandogli un affetto profondo e rispettoso, quasi avesse compreso appieno la sua importanza. Lo salutava al mattino e con gorgoglii di gioia e mostrava una marcata propensione a voler restare nel suo studio, borbottando quando Ivan veniva a portarselo via. Dobbiamo presumere che il pappagallo preferisse starsene in quello studio, centro ideale dell'Unione Sovietica, perchè ne era anche l'ambiente piu riscaldato. Abituato infatti al dolce clima siciliano, Tovarisc mal sopportava il rigido inverno moscovita che nelle altre stanze, per il controllato funzionamento dei termosifoni, si faceva sentire maggiormente. Tuttavia Stalin vedeva nell'attaccamento del pappagallo un favorevole auspicio, e non mancava mai, durante le pause di lavoro, di accostarsi al trespolo e di chiedergli in russo: "Come va compagno?". Rispondeva di solito il pappagallo: "Non c'è male", oppure:"Si tira avanti". Talvolta il dittatore si divertiva, in quel suo tono tra il serio e il faceto che allarmava quanti lo conoscevano, a fargli altre domande. Per esempio, gli chiedeva notizie del partito comunista italiano: "Bacio le mani a Voscenza!" rispondeva Tovarish accennando un curioso inchino. La cavernosa risata di Stalin rimbombava allora nello studio, facendo tremare i vetri e spaventando gli uscieri in anticamera. Si dice che negli ultimi tempi, Stalin abbia un po trascurato le cure del governo. Se questo è vero (e gli storici lo stabiliranno), la colpa o diciamo pure il merito, non puo essere riconosciuto che al pappagallo, che assorbiva gran parte del suo tempo. Questi due esseri cosi diversi sembravano fatti per intendersi. Invecchiando tendevano tutti e due alla misantropia, eppure l'un per l'altro rivelavano una cordialità senza nubi e sincerissima. Per vedere Stalin sorridere, ormai bastava fargli l'elogio ( anche a sproposito e smaccatamente) del suo pappagallo, assicurandogli che era il piu bello, il più grande, il più intelligente dell'Unione. Kruscev, che conosceva questa debolezza del suo capo, ne traeva profitto. Ad una riunione del Comitato Centrale, presieduta da Stalin, poichè questi sembrava di pessimo umore e piu del solito intollerante, Kruscev potè risolvere la situazione deviando il discorso sul pappagallo. Stalin gradì molto la deviazione e la seduta si concluse di buon umore, con due soli ordini di arresto. Un altro grazioso episodio si riferisce alla visita che il segretario del partito socialista italiano fece a Stalin in quegli anni. Si narra che il dittatore volle subito presentare l'ospite al suo amabile compagno, chiedendogli che gli rivolgesse qualche domanda nella sua lingua. L'onorevole Nenni, che non possiede un solido senso dell'umorismo e che comunque avrebbe preferito trattare politique d'abort, reagì piuttosto freddamente, limitandosi a domandare al pappagallo: "Sei contento di stare a Mosca?". Al che sembra che il pappagallo rispondesse: "E tu?" trincerandosi quindi in un corrucciato silenzio. L'unico ad apprezzare quella risposta fu, come al solito, Stalin. Per tutta la durata del colloquio che egli ebbe con l'esponente socialista italiano, non fece che ridere. Trascorsero tre anni. L'inverno del 53 fu molto rigido. Ormai conquistato il volatile, Stalin non se ne voleva separare nemmeno la notte, facendolo restare nella sua stanza. E aveva preso questo vezzo di raccontargli le sue preoccupazioni. Sembra che gli chiedesse anche qualche parere, che Tovarisc non era certo in grado di dargli. Possiamo arguire che la stravagante condotta di Stalin fosse dettata dal suo umorismo (non spinto da altro egli usava chiedere pareri ai suoi collaboratori) ; ma anche - ci sembra - dalla certezza di essere si un potente della Terra ma troppo solo, e senza affetti che non sentisse piu al suo trono che alla sua persona. Quel pappagallo settuagenario gli proponeva per la prima volta la verità di un sentimento innocente, accrescendogli l'ansia per una soluzione che egli sentiva prossima e oscura. Verso la fine di quel mese di febbraio Stalin non volle mai lasciare la sua stanza ne ricevere i suoi collaboratori. Si dice che occupasse il tempo a stendere liste di nomi, ma non è provato. Piu verosimilmente, lui e il pappagallo si facevano compagnia da buoni coetanei, spesso sonnecchiando, in attesa della primavera che già si annunciava, la sera, in un piu dolce colore del cielo. Finchè la notte del 4 marzo, svegliato di soprassalto, il pappagallo dovette assistere a qualcosa che lo sconvolse. Certo è che, la mattina dopo, il guardiano non lo trovò sul trespolo. Quando i compagni della direzione del partito e della polizia accorsi a vegliare la salma di Stalin, che era appunto mancato quella notte stessa, seppero della scomparsa del pappagallo, dettero inesplicabilmente ordini severissimi per la sua cattura, vivo o morto. Il guardiano Ivan fu sottoposto a snervante interrogatorio: ammise tutto, dopodichè di lui non sappiamo piu nulla. Col passare di quei giorni storici, mentre grandi onori venivano resi al dittatore defunto, la caccia al pappagallo fu intensificata. Il giardino zoologico e l'ambasciata americana, luoghi in cui si presumeva lui intendesse rifugiarsi, furono sorvegliati particolarmente. Pattuglie armate percorrevano il Cremlino, imitando la voce di Stalin, chiamando Tovarisc nei modi piu dolci e carezzevoli. Mangime fu sparso dappertutto. Una settimana dopo, precisamente l'11 Marzo, il pappagallo fu infine scovato da un vecchio ufficiale, ex zarista. S'era appollaiato sul parafulmine di una cupola della chiesa, nel cortile del Cremlino, e visto cosi dal basso, sembrava l'aquila dello stemma dei Romanoff, e appunto aveva attirato l'attenzione del vecchio ufficiale, sorpreso da quel ritorno araldico. Povero pappagallo! Non fu nemmeno necessario sparargli: era morto di freddo, conservando il suo segreto. Come tanti altri, del resto.

    ha scritto il 

Ordina per