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Diceria dell'untore

By Gesualdo Bufalino

(967)

| Paperback | 9788845291524

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Book Description

224 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Scrittura affascinante, piena di vocaboli non molto comuni, che ti lasciano assaporare il piacere della lingua italiana nelle sue ammirabili sfumature.

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    mavi said on Sep 1, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Capolavoro assoluto della letteratura italiana. Scoperto solamente adesso.
    Non di facile lettura, così ricco di citazioni e rimandi, ma pieno di pagine di pura poesia.
    Un altro grandissimo scrittore siciliano

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    roby said on Aug 19, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Bandiera bianca

    Mi arrendo, alzo le mani, ammetto la sconfitta.
    O voi di cultura media, volete sentirvi dei perfetti ignoranti? Leggete questo libro.
    Ho avuto quasi subito la sensazio e di leggere un romanzo in un'altra lingua... Ogni due o tre frasi avrei dovuto pr ...(continue)

    Mi arrendo, alzo le mani, ammetto la sconfitta.
    O voi di cultura media, volete sentirvi dei perfetti ignoranti? Leggete questo libro.
    Ho avuto quasi subito la sensazio e di leggere un romanzo in un'altra lingua... Ogni due o tre frasi avrei dovuto prendere il vocabolario per conoscere il significato delle parole usate.
    Mi dispiace ma per me questa storia è illeggibile, proseguire nella sua lettura comporterebbe uno sforzo tale che al momento non sono in grado di sopportare.

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    Monica Spicciani (scambio cartacei-sottolineo a matita) said on Aug 4, 2014 | 5 feedbacks

  • 9 people find this helpful

    ✰✰✰✰✰ eccellente - Un pupo è l’intruso, il traditore …

    Ultimamente qualche anobiano l’ha letto/riletto ed io sono andata a cercarlo (attività meno peregrina rispetto ai tempi pre-anobii, ma comunque stressante). Nisba.
    Può darsi l’abbia prestato o io l’abbia letto su prestito (restituito evidentemente). ...(continue)

    Ultimamente qualche anobiano l’ha letto/riletto ed io sono andata a cercarlo (attività meno peregrina rispetto ai tempi pre-anobii, ma comunque stressante). Nisba.
    Può darsi l’abbia prestato o io l’abbia letto su prestito (restituito evidentemente).
    A questo punto mi viene l’ansia da recupero.

    Due impressioni che, non trovandone traccia in altri lettori, sono sicuramente sbagliate.
    Nel primo capitolo la struttura di alcune frasi mi ha ricordato Manzoni (forse nelle similitudini). In qualche punto un’ombra di Montale.
    Paranoie personali.
    In realtà il primo capitolo fu un gioco con le parole ispirato a Raymond Roussel (lo dichiara l’autore nella breve intervista fattagli da Sciascia), personaggio del mondo letterario francese, amante del calembour, del gioco di parola, omosessuale, morto suicida (?) a Palermo e al quale Sciascia aveva dedicato un suo scritto Atti relativi alla morte di Raymond Roussel.

    Una mia somiglianza con l’autore: pure io da piccola amavo leggere il dizionario. Ovviamente la somiglianza si è fermata lì.

    Bufalino ha messo in piedi una sua personale, eroica e schiva opera dei pupi.
    I pupi sono gli avanzi della guerra, malati di tisi, piazzati in un ricovero sui monti di Palermo, lontani dai suoni della vita: i colpi di tosse, ognuno con la sua scala nel triste viaggio dell’emottisi, le ciabatte nei corridoi.
    Pupo (ma forse anche colui che tiene il filo) il direttore dal nome altisonante chiamato il Magro. Ognuno ha il suo soprannome: in questo limbo dove i pupi continuano a vivere per un poco in un tacito patto di morte, il nomignolo ha più senso del nome proprio.
    Il più robusto se ne va per primo anticipando la fine, poi il prete con il suo diario di sofferta religiosità “”fatti vedere, Tu che mi spii”.

    La tubercolosi porta con sé un aumento del desiderio sessuale (mito, effetto collaterale), ma solo pochi fortunati possono andare in città dove l’unica cosa che li aspetta è un rapporto a pagamento. Dov’è il tempo per altro? Come avvicinarsi a chi è sano, a chi è vivo?
    In questo teatrino di morte sospesa brilla, almeno per il nostro narratore, la figura di una ballerina, Marta, l’intoccabile. Tutti sanno di questo innamoramento, compreso il Magro i cui rapporti con il narratore si congelano: gelosia del capo? difesa della calma di Marta, la più incurabile (insieme al bimbo Adelmo, messaggero d’amore), la più vicina ad andarsene? il fatto che pure lui se ne andrà a breve, per il fegato se non per i polmoni? il sapere che lui, solo lui, il ragazzo, lascerà quell’anno di morte?

    Tiene, il narratore, le orribili lastre della ragazza sotto il cuscino, un contatto intimo, che più non si può, ma è al contempo reticente nel credere alla storia di lei. Squallido o eroico il suo essere stata la donna del tenente tedesco, lui fucilato, lei rasata? L’amore maschile è sempre sul filo della guerra, la rara tenerezza nasconde anche rabbia e paura, la verità su Marta non è più importante della sua grazia di ballerina. Una donna quel fascicolo l’avrebbe letto.

    Avverrà, alla fine, l’impensabile annunciato dal Mago: la sua guarigione, tradimento del patto, che lo infila nella categoria dei salvati che escono, sani, dal luogo dove i sommersi sono andati altrove.

    La scrittura non è “facile”, la sintassi è ricercata, gli aggettivi desueti, non per vecchiaia degli stessi, ma perché il linguaggio comune si è impoverito.
    Trovandosela di fronte qualcuno potrebbe reagire accusando l’autore di autoeferenzialità, di presunzione e tutte quelle cose che diciamo quando non capiamo una mazza, quando non riusciamo a scorrere le righe (magari saltandone alcune), quando non riconosciamo lo standard di una scrittura omologata.
    Un autore ha il diritto di usare il linguaggio che trova più adatto alla sua espressione, particolarmente nei casi (come questo) in cui mai avrebbe pensato, all’inizio, di finire pubblicato. Il lettore deluso può chiudere il libro: vietato sputare sull’autore. Il contagio è sempre in agguato.

    Dal momento della prima stesura all’edizione del 1981 sono passati trent’anni in cui l’ha corretto, riscritto, leggendo a voce alta il racconto della propria malattia. Insieme alla cultura c’è anche molto sangue, quel sangue malato per la salvezza del quale andavo a vendere francobolli, da bimba.

    rilettura 07.06.2014

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    Anina e "gambette di pollo" said on Jun 7, 2014 | 14 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    A tratti mi è piaciuto, con delle pagine di musica e immagini notevoli, poi, mi stancava la lettura, poi mi prendeva di nuovo, così, per tutta la durata della lettura. Ahimé.

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    Peppesta said on Jun 4, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Vero è che di fronte all'impensato regalo di sopravvivenza che il mio corpo pareva promettermi - beni parafernali non previsti dal contratto - io non riuscivo a sottrarmi a un sentimento di scontento e di colpa. Pensando ai compagni, ai quali un'ide ...(continue)

    Vero è che di fronte all'impensato regalo di sopravvivenza che il mio corpo pareva promettermi - beni parafernali non previsti dal contratto - io non riuscivo a sottrarmi a un sentimento di scontento e di colpa. Pensando ai compagni, ai quali un'identica immunità non sarebbe stata irrogata; e a me stesso, al compito che m'incombeva, sancito dalle parole del Magro, di rifare da cima a fondo i miei conti e riinnamorarmi di me [...] È piovuto, ecco dunque l'autunno. Bisogna che parta, mi dissi, troppo tempo ho perduto fra i morti, simulandomi morto, scordandomi dell'ironia. [...] E mi dicevo che l'estate era finita e la mia gloria insieme. E che di tante febbri, e frasi, e fazzoletti zuppi di lacrime e sangue, perfino il ricordo si sarebbe consumato, una vacanza era stata, una debolezza del cuore che voleva educarsi a morire. Come tutte le grandi pesti, anche questa infima mia finiva con una pioggia. In compagnia dell'acqua che mi colava dai capelli e mi rigava le gote, il male si scorporava da me, se ne andava. Ma con esso ogni resto d'orgoglio; con esso, forse, la gioventù. Mi attendevano altre strade,domani. [...] Ma allo stesso modo dell'istrione in ritiro che ripone nel guardaroba i corredi sanguinosi di un Riccardo o di un Cesare, io avrei serbato i miei coturni, e le tirate al proscenio dell eroe che avevo presunto di essere, in un angolo della memoria. Per questo forse m'era stato concesso l'esonero; per questo io solo m'ero salvato, e nessun altro, dalla falcidia: per rendere testimonianza, se non delazione, d'una retorica e d'una pietà. Benché sapessi già allora che avrei preferito starmene zitto e portarmi lungo gli anni la mia diceria al sicuro sotto la lingua, come un obolo di riserva, con cui pagare il barcaiolo il giorno in cui mi fossi sentito, in seguito ad altra e meno remissibile scelta o chiamata, sulle soglie della notte. Sono questi i temi che più mi sono rimasti impressi nella lettura della diceria..il tema della guarigione sentito dall'autore in un primo momento come una colpa nei confronti dei suoi amici non sopravvissuti e infine , attraverso la metafora dell'istrione, rivissuta come un ritorno alla vita.

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    Meloanto75 said on May 21, 2014 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (967)
    • 5 stars
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    • 1 star
  • Paperback 190 Pages
  • ISBN-10: 8845291529
  • ISBN-13: 9788845291524
  • Publisher: Bompiani (Tascabili Romanzi e Racconti, 235)
  • Publish date: 2001-01-01
  • Also available as: Hardcover
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