Die Festung der Einsamkeit

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Verleger: Goldmann

4.0
(724)

Language: Deutsch | Number of Seiten: 672 | Format: Others | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) English , Italian , Spanish , French

Isbn-10: 3442542316 | Isbn-13: 9783442542314 | Publish date:  | Edition 1

Category: Comics & Graphic Novels , Fiction & Literature , Music

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Buchbeschreibung
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  • 2

    Ambientazione e storie che ho sentito dalla prima pagina distanti e che proseguendo nella lettura lo diventano sempre di più.
    Arrivato, a fatica, fin quasi a pagina duecento ma è ora che finisca fra g ...weiter

    Ambientazione e storie che ho sentito dalla prima pagina distanti e che proseguendo nella lettura lo diventano sempre di più.
    Arrivato, a fatica, fin quasi a pagina duecento ma è ora che finisca fra gli abbandonati.
    Senza neppure troppo rimpianto !! la parte che mi interessava di più, quella sul problema razziale, pur avendo un punto di vista particolare e intrigante in fondo l'ho trovata debole e il resto si prospetta ancor più distante e noioso.

    gesagt am 

  • 5

    Ora torno a casa

    Ecco, torno solo ora da un lungo giro a Brooklyn. Forse non conosco bene il mio quartiere come quello. Percorrendo le pericolosissime strade con un ragazzino, Dylan, disperatamente inadeguato, in un ...weiter

    Ecco, torno solo ora da un lungo giro a Brooklyn. Forse non conosco bene il mio quartiere come quello. Percorrendo le pericolosissime strade con un ragazzino, Dylan, disperatamente inadeguato, in un quartiere di neri arrabbiatissimi, scafati e grandi sin da piccoli, che lotta con incredibile forza di resistenza contro angherie, umiliazioni, soprusi, fino a diventare davvero un uomo diverso. E’ stato “accalappiato” migliaia di volte, il piccolo : gli si storce il braccio dietro la schiena, si strozza la gola, fino allo svenimento, poi ci si allontana dicendo: suvvia, era uno scherzo, lo sai, no?
    Prima Lethem ci scaraventa nell’inferno angusto di un quartiere maledetto dove imparare a sopravvivere senza conoscere le regole con il solo aiuto, vitale, di un amico nero. L’angelo nero, Mingus, che insegnerà a Dylan che non può salvarsi che da solo. Poi, disinvolto, dopo 152 pagine col fiato corto a guardarci le spalle nella strada deserta, a diventare un campione di tiro per far colpo sulla banda, a farci rubare qualunque cosa abbiamo in mano: la fetta di pizza, un dollaro, la bici nuova, precisa: “Questa è Brooklyn, nulla si integra in modo innocente.”
    Ora, questo non è un libro, sono due, o forse anche tre. E’ una Recherche moderna, piena di rumore, follia e ottima musica (non importa se ne conosco solo un quarto, è musica) e il giradischi suona ininterrottamente durante tutto il libro. Con l’arte suprema del dettaglio, laddove Proust ci fa perdere mesi con una madeleine, Lethem ci inganna con giochi di strada (la famosa palla, la spaldeen rosa fluo, che rimane in mente a tutti i lettori di questo romanzo), e ci fa correre, disperati, dietro quell’imprendibile palla, come se ne dipendesse la nostra vita. Vi sono abbastanza personaggi perché un romanziere talentuoso scriva una decina di romanzi: il padre di Dylan, Abraham, che realizza in tempi dilatati microsequenze di un filmato che impegna tutta la sua esistenza, (“Abraham Ebdus si credeva ragionevolmente prossimo alla distruzione del concetto di tempo”) e dura meno di venti minuti, la madre, Rachel, la grande assente la cui sparizione dà senso e forma alla ricerca del figlio. E il simbolico uomo volante, che getterà la sua ombra lunga su tutta la storia.
    Lethem riesce persino a farci credere, a far credere a me, che non ho letto fumetti da piccola, a un Aeroman, a superpoteri, in un rovesciamento di quel “Birdman” che non sapeva più volare. E, dopo che per un momento abbiamo sospeso l’incredulità, abbiamo volato davvero, perché un romanziere che sa scrivere così ci fa volare in ogni modo.
    Poi, si atterra, e si riflette; Lethem ha acceso molte connessioni nella mia mente: mi ha ricordato Proust per il tema del solco dei ricordi d’infanzia, Perec per il tema della scomparsa, Roth per il tema del colore della pelle (La Macchia Umana). E nessun altro per lo stile sparato che lo contraddistingue: “Per un momento fu come se Barrett Rude Senior fosse arrivato lì in groppa a un mulo, come se il latrato dei cani all’inseguimento per le paludi fosse arrivato fino a quella stanza.”
    Troppa roba davvero nel libro per renderne conto, forse appesantita nelle parti centrali, ma qui ho trovato quello che Lethem definisce “uno spazio intermedio”: “Tutti anelavamo a quegli spazi intermedi, in quelle ore d’estate in cui Josephine Baker faceva il vuoto a Parigi, quando Bothered Blue scalava le classifiche, quando un Elvis adolescente, che ancora sognava la sua prima session in sala di registrazione, se ne stava seduto ai Sun Studios a guardare i Prisonaires, quando un top-to-bottom sulla fiancata di un metrò sfrecciava fiammante per una stazione, rinnovando il mondo per un istante, quando i piatti dello stereo nel cortile della scuola venivano alimentati da un cavo attaccato a un palo della luce, quando l’elettricità semplicemente fluiva.” La Fortezza della solitudine è uno spazio intermedio: ho vissuto lì il mese di febbraio, con Dylan e tutta la banda, ora torno a casa.

    gesagt am 

  • 0

    Raffiche di spaldeen

    Anni '70. Due ragazzini vivono in un ghetto di neri di Brooklyn; uno bianco, benestante, figlio di genitori abbastanza "originali" che credono fermamente nell'integrazione bianchi e neri e uno nero, d ...weiter

    Anni '70. Due ragazzini vivono in un ghetto di neri di Brooklyn; uno bianco, benestante, figlio di genitori abbastanza "originali" che credono fermamente nell'integrazione bianchi e neri e uno nero, di famiglia modesta. Integrazione che, in questo caso, non è solo relativa al diverso colore della pelle, ma anche al livello sociale e culturale.

    Facile però parlare di integrazione se poi a combattere tutti i giorni non sei tu ma qualcun altro. Dylan, il bianco, subisce le angherie dei ragazzi neri del ghetto, Mingus, il nero, cercherà di proteggere l'amico dai soprusi ma sarà trascinato dal padre, perennemente insoddisfatto, verso i meandri della droga, vero cancro della società di quell'epoca.

    In mezzo a questa storia di razzismo al contrario, violenze e droga, si intrufolano anche altri aspetti dell'America anni '70: la musica, soul, R&B, punk, rap, i tags, una sorta di timbro lasciato ognidove per segnare il territorio e i fumetti della Marvel, con i loro personaggi che consentono di evadere dalla realtà. I supereroi, quelli che proteggono i deboli, quelli che sconfiggono le ingiustizie, quelli che però a loro volta sono costretti a vivere in solitudine perché nessuno li accetta. I due ragazzi sognano proprio di essere supereroi e se ne inventano uno, per poter volare via da quella realtà così scomoda e così difficile.

    Quale sarà il risultato di questa "gentrification" obbligata? L'ideale di condivisione di musica, idoli e simboli fallirà miseramente. Crescendo Dylan riuscirà a volare via dal ghetto, cercando di mimetizzarsi in una identità diversa come un supereroe in pensione, mentre Mingus si perderà irrimediabilmente nella droga; rimarranno entrambi intrappolati in un passato scomodo da cui non riescono più a liberarsi.

    Il romanzo è estremamente pieno di contenuti importanti. Razzismo, rapporto genitori e figli, difficoltà relazionali, amicizia, droga, musica, sottosviluppo urbano. E' denso. Estremamente denso. Le descrizioni sono precise, dettagliatissime, ripetute. Si parla di abitudini, si citano brani musicali, autori, supereroi, usi, costumi. Tutte cose che necessitano indubbiamente di una certa preparazione.

    Io sono cresciuto tra i supereroi della Marvel (me ne vergogno, chiedo venia, ma è vero) e so tutto dell'Uomo ragno, di Goblin, di Devil, del Dottor Destino e di Ben Grimm. E la musica ha sempre fatto parte della mia vita (dall'heavy metal al canto gregoriano, dal jazz alla lirica. Non nego che la musica-disco citata nel libro mi era stranota anche se mi ha sempre fatto ribrezzo). E l'America la conosco abbastanza benino. Non ho quindi fatto "fatica" per carenza di nozioni. Ho faticato perché il libro è a mio avviso sovrassaturo di informazioni, nomi e cose. C'è chi ha usato il machete per arrivare alla fine; bene, io ho usato il napalm. Chissà, forse nel disboscamento mi sarò anche perso qualcosa; ma non sarei riuscito altrimenti a portare a termine un libro che nonostante gli ottimi contenuti mi ha annoiato (chiedo scusa anticipatamente a tutti quelli che hanno apprezzato il libro).

    Mi riprometto di rileggere il libro in futuro; una rilettura lenta che mi consenta di cogliere tutte le atmosfere e tutti i dettagli senza la preoccupazione di arrivare alla fine.

    Prima domanda a margine: ma questi mitici anni 70, sono mitici anche per chi quegli anni non li ha vissuti? Può stimolare interesse un libro siffatto se letto dalle nuove generazioni?

    Seconda domanda a margine: ma la scrittura? Questa scrittura divagante e sovrabbondante, non riduce tremendamente l'efficacia del romanzo?

    gesagt am 

  • 4

    "L'estate bruciava solo per pochi pomeriggi, alla fine. Volare era un'estate nell'estate"

    Gentrification [sarà tremendo questo termine?] è il fenomeno per cui si ottiene la riqualificazione di un area urbana depressa attraverso l'innesto di abitazioni e locali destinati all'uso di persone ...weiter

    Gentrification [sarà tremendo questo termine?] è il fenomeno per cui si ottiene la riqualificazione di un area urbana depressa attraverso l'innesto di abitazioni e locali destinati all'uso di persone appartenenti ad una classe sociale upper rispetto quella autoctona.

    Così riqualifichi. Certo. Ma le persone che prima abitavano in quei luoghi? Dove traslocano? In carcere?
    Il problema si sposta, non si risolve. Ma sicuramente l'idea, nata con fini più nobili, si perde nell'istanza, nella concretizzazione. Che probabimente si gioca solo su interessi economici.

    Dylan è un ragazzino, che per seguire l'idea della madre Rachel, viene innestato in un quartiere della Brooklyn degli anni '70. Quartiere abitato da neri. Ma l'idea perseguita da Rachel è quella della convivenza e integrazione, non quello della estromissione. Dylan, la goccia bianca, con desiderio acceso dalla madre, di "macchiarsi di negritudine".
    Madre che peraltro, forse cogliendo l'utopia del suo sogno, lascia. Figli, marito e luogo di realizzazione: la Brooklyn di Gowanus.

    "Il centro che collassava era ciò da cui il Granchio in fuga era scappato. Era lo stesso spazio che i comunisti e i gay e i pittori di celluloide credevano di aver trovato a Gowanus, finendo per fare da inconsapevoli apripista alle agenzie immobiliari, uno strumento di demolizione razziale. La gentrification era la cicatrice lasciata da un sogno, dato che l’Utopia era uno spettacolo che chiudeva sempre la sera della prima."

    Sognando di giocare e successivamente amare ragazzine biondissime, Dylan riesce a sopravvivere ad infanzia ed adolescenza grazie all'amicizia di Mingus[Tag -Dose]. E al sogno con lui condiviso di poter vivere in un modo ripulito e migliore. In cui i due, come supereroi, avrebbero spazzato via soprusi e abusi. E ingiustizie.

    Ma. I supereroi esistono solo nei fumetti. E purtroppo sopravvive in modo decente, chi riesce ad ad andarsene da dove crack et similia distruggono fisicamente e mentalmente le persone che ne divengono schiavi.

    La vita: pochi momenti resi epici dal rinnovarne ed esasperarne il ricordo. E se non rimane la possibilità di alzare gli occhi al cielo, e sognare o semplicemente sperare...

    "Ma le storie che raccontavi a te stesso – che fingevi di ricordare come se fossero accadute tutti i pomeriggi di un’estate infinita – erano in realtà solo una manciata di giorni distorti in forma di leggenda ... Quante volte sarà stato aperto, quell’idrante? Quante volte avrai diretto il suo fiotto dell’idrante contro un’auto di passaggio? Due volte, al massimo? L’estate bruciava solo per pochi pomeriggi, alla fine. Quanto a volare, Dose non lo aveva neanche più guardato, il cielo. Volare era un’estate nell’estate, un capriccio."

    La meta: "uno spazio intermedio aperto e chiuso come un’occhiata" in cui essere e realizzare se stessi. Che sia le quattro mura di uno studio in cui creare un film perennemente incompiuto, o un luogo in cui le persone di diverse provenienze possono vivere integrate.

    Bello, eh. Ma che fatica. Terribilmente denso. Ad un certo punto ho deciso di adottare la lettura con machete. Troppo ignorante io su alcuni temi per riuscire a seguire a fondo. Ho deciso di godermi il viaggio con quello che arrivava.

    Forse è improprio il paragone, ma visto che questo romanzo me l'ha richiamato per contenuti affini, ho preferito "Il tempo di una canzone" di Powers. Tutta un'altra musica. Letterale e figurato.

    gesagt am 

  • 5

    ma povero franzen.....

    tutto solo nella stanzetta senza telefono né internet per scrivere il grande romanzo americano, e poi arriva un altro e scrive questo libro.....

    gesagt am 

  • 4

    due parti unite da un intervallo "musicale" danno vita ad un bellissimo affresco della New York anni 70 e dei quartieri neri in particolare.
    due ragazzi,uno bianco e uno di colore,due famiglie solo in ...weiter

    due parti unite da un intervallo "musicale" danno vita ad un bellissimo affresco della New York anni 70 e dei quartieri neri in particolare.
    due ragazzi,uno bianco e uno di colore,due famiglie solo in apparenza diverse,due approcci diversi alla ricerca dell'integrazione sociale attraverso la musica o l'arte o la scrittura
    uno solo è invece il destino,uno solo è il fallimento delle aspirazioni personali,uno solo è il disfacimento dei rapporti interpersonali
    romanzo "difficile" ma di grande soddisfazione: la prima parte,la più ostica , è nonostante ciò perfetta fotografia di un'epoca irripetibile ; la seconda più scorrevole a mio gusto invece perde in intensità.

    gesagt am 

  • 1

    Ho finito con grande fatica la prima parte, a parte il fascino della ricostruzione della storia americana e l'interesse autobiografica raramente ho trovato qualcosa di tanto distante da me.
    Forse la m ...weiter

    Ho finito con grande fatica la prima parte, a parte il fascino della ricostruzione della storia americana e l'interesse autobiografica raramente ho trovato qualcosa di tanto distante da me.
    Forse la mia esperienza è troppo lontana da questa realtà per riuscire ad esserne smosso in qualche modo, ma mi sembra che anche Lethem proceda faticosamente preannunciando la scrittura e la costruzione dei I giardini dei dissidenti.
    La seconda parte si apre con un piglio più interessante cambiando prospettiva e rientrando nei panni del 40ennepseudointellettualecomplessato dando un po' di aria a una narrazione che in molti sensi rimane pretesto per parlare di altro (dell'america, della musica, dei conflitti raziali, etc) senza andare bene da qualche parte. L'ho trovata una lettura faticosa e poco ispirata.

    gesagt am 

  • 5

    la scrittura è la cosa che mi ha colpito di più di questo libro: ricchissima, densa e con una varietà che non ti aspetti di questi tempi.
    una bella trama, con dei personaggi affascinanti. costruito in ...weiter

    la scrittura è la cosa che mi ha colpito di più di questo libro: ricchissima, densa e con una varietà che non ti aspetti di questi tempi.
    una bella trama, con dei personaggi affascinanti. costruito in maniera magistrale e alla fine tutti i pezzi ricompongono il puzzle.
    un libro sulla ricerca di se e il tentativo di risolvere le cose lasciate irrisolte.

    gesagt am 

  • 4

    Le cicatrici dell'infanzia

    Capolavoro di Lethem, questo romanzo appartiene di diritto tra i migliori esempi di Bildungsroman: le vicende del protagonista, cresciuto in un selvaggio quartiere di Brooklyn, affascinano e inquietan ...weiter

    Capolavoro di Lethem, questo romanzo appartiene di diritto tra i migliori esempi di Bildungsroman: le vicende del protagonista, cresciuto in un selvaggio quartiere di Brooklyn, affascinano e inquietano, capaci come sono di raccontare i problemi razziali e sociali da una prospettiva nuova.
    La cosa migliore è sicuramente l'anello che Dylan possiede e che dona poteri speciali, quali quelli di un supereroe Marvel, perché restiamo incerti fino all'ultima pagina se si tratta di una immaginazione infantile o di una vera invasione del fantastico in una realtà dura e prosaica.

    gesagt am 

  • 3

    Mi sento triste e inquieta nel non essere capace di apprezzare questo libro. Capisco che è ricco, pieno di riferimenti che la mia ignoranza mi impedisce di cogliere, ma la scrittura di Lethem è trop ...weiter

    Mi sento triste e inquieta nel non essere capace di apprezzare questo libro. Capisco che è ricco, pieno di riferimenti che la mia ignoranza mi impedisce di cogliere, ma la scrittura di Lethem è troppo leziosa e ammiccante per coinvolgermi.

    gesagt am 

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