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Die Festung der Einsamkeit

By Jonathan Lethem

(1)

| Others | 9783442542314

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157 Reviews

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  • 18 people find this helpful

    Ancora una volta - la fortezza della solitudine -

    “Bothered blue”. A metà della Fortezza della solitudine Lethem infila un booklet di note a una vecchia canzone di Barrett Rude Jr. and the Distinctions (una band mai esistita) Parla di voci nella memoria a cui non sai dar nome.
    Come una canzone alla ...(continue)

    “Bothered blue”. A metà della Fortezza della solitudine Lethem infila un booklet di note a una vecchia canzone di Barrett Rude Jr. and the Distinctions (una band mai esistita) Parla di voci nella memoria a cui non sai dar nome.
    Come una canzone alla radio a cui una volta per un attimo hai prestato orecchio, per poi trovarla stucchevole, imbarazzante, troppo leccata. Forse quella canzone sapeva qualcosa che tu ancora ignoravi, qualcosa che non eri necessariamente pronto a imparare alla radio. Perciò, almeno per te, la canzone va perduta. Casualmente resta inascoltata per quindici anni, finchè un bel giorno il tuo cuore infranto non trova inaspettatamente il suo meritato appuntamento. Succede quando la canzone ti prende di sorpresa, uscendo da un’autoradio, e riallaccia i fili strappati dei tuoi anni. Incantato, ti concedi di ascoltarla.
    Il dj però, trascura la scaletta, non dice mai il nome del cantante. O magari ti capita al cinema, su un montaggio di immagini che ricorre alla vecchia canzone. Alla fine passi in rassegna i titoli di coda, ma i nomi di una decina di detentori di diritti sfilano troppo veloci, illeggibili. E così quella canzone te la dimentichi di nuovo. O ti ricordi soltanto un motivo, una stupida frase centrale che inacidisce nella memoria.
    Come aveva potuto sembrarti dolce-amara quanto la tua giovinezza perduta? Certo, quel che mancava nel tuo ricordo era il cuscino di armonia vocale che la voce solista introduceva e sottraeva e la cascata degli archi, il vibrante borbottio del basso, il groove, tutto così datato, così perfetto. Quel che manca, poi, è anche la storia, il contesto, lo spazio in cui la canzone viveva. Per non dire dell’impossibilità di procurartela, l’impossibilità di spendere, diciamo, 34,99 euro (68000 lire!) per un doppio cd. Va bene. Non muore nessuno se non segui la traccia. In un mondo di incertezza si può essere ragionevolmente certi del fatto che quella canzone dimenticata ha persino meno bisogno di te di quanto tu ne hai di lei.
    Dopotutto le canzoni spesso muoiono, e anche quella canzone potrebbe morire. La stessa cosa può capitare anche con un romanzo. Lo leggi la prima volta e non lo riconosci. Sei troppo distante o distratto dalla storia, dal contesto, dal presente. Pensi che morirà presto, e magari tra un po’ di tempo ti chiederai anche come sia stato possibile che tu abbia perso tempo a leggere quel romanzo o come abbia potuto avere tutto quel successo.
    Ma poi ti capita di ascoltare un vecchio disco, non importa se appartenente al pantheon supremo della musica o al pantheon-ombra, formato da quei cantanti che non ce l’hanno fatta o che hanno indovinato soltanto un classico o due. Io ascoltavo Sam Cooke, ma poteva essere Dylan, Green o un altro qualsiasi (voi aggiungete i vostri nomi. Io aggiungerò i miei) e scopri un riscatto dolcissimo, scopri un altro libro e un’altra storia. Una storia raccontata dalle canzoni. E la musica di questa raccolta racconta un romanzo fatto di bellezza, di ispirazione e di dolore, con le voci uscite dal ghetto e dalle periferie degli anni settanta, dalle scuole e dai cortili, voci festose e funeree, a volte riflessive e strazianti cosi profonde da risultare quasi incompatibili con il medium di una canzone pop. Queste voci possono indurre a canticchiare o a ballare, possono ispirare seduzione o insurrezione o magari solo a guardare un po’ meno la tv o a a farti staccare dal tuo pc.
    Sono voci che non portano da nessuna parte, se non forse di nuovo al tuo vecchio quartiere. Alla via in cui abitavi. Alle cose che ti sei lasciato alle spalle. E magari è proprio di questo che ora hai bisogno.
    E quel libro torna a vivere come una canzone che credevi morta. Proprio come accade alla canzone che sta al centro della Fortezza della solitudine e che ricorda come a tutti capiti, ogni tanto, di essere “bothered blue”, tormentati e malinconici.

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    Daniele (ero il piú stucchevole assaggiatore di libri) said on Jun 28, 2014 | 12 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    "We all pined for those middle spaces, those summer hours when Josephine Baker lay waste to Paris, when "Bothered Blue" peaked on the charts, when a teenaged Elvis, still dreaming of his own first session, sat in the Sun Studios watching the Prisonai ...(continue)

    "We all pined for those middle spaces, those summer hours when Josephine Baker lay waste to Paris, when "Bothered Blue" peaked on the charts, when a teenaged Elvis, still dreaming of his own first session, sat in the Sun Studios watching the Prisonaires, when a top-to-bottom burner blazed through a subway station, renovating the world for an instant, when schoolyard turntables were powered by a cord run from a streetlamp, when juice just flowed."

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    Allegra said on May 24, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Una madre hippy decide di trasferirsi nel cuore della Brooklyn nera e di mandare il figlio alle scuole pubbliche, ormai divenute terreno di preparazione al carcere, mentre tutti gli altri bianchi scappano alle private.
    Il bambino crescerà cercando di ...(continue)

    Una madre hippy decide di trasferirsi nel cuore della Brooklyn nera e di mandare il figlio alle scuole pubbliche, ormai divenute terreno di preparazione al carcere, mentre tutti gli altri bianchi scappano alle private.
    Il bambino crescerà cercando di nascondere la propria pelle pallida, e grazie all'amicizia di un ragazzo nero sopravviverà, scoprirà i fumetti, la musica, i graffiti.
    Il ragazzo rinnegherà Brooklyn, ma alla fine dovrà tornarci per saldare i conti. Splendida la descrizione di un quartiere, della gente che lo abita, delle sottoculture che lo popolano.
    Leggo che il finale a molti non è piaciuto, ma a me ha colpito per la sua durezza, per come la realtà si sveli al di là degli schermi protettivi che l'infanzia e l'adolescenza avevano sovrapposto per renderla sopportabile.
    Lungo, prolisso, faticoso, ma secondo me merita.

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    Cane Fantasma said on Apr 30, 2014 | Add your feedback

  • 4 people find this helpful

    “Fortezza della Solitudine” è il nome del rifugio segreto di Superman. In effetti, nel romanzo di Lethem i supereroi bazzicano parecchio, e non solo nei fumetti: tra i protagonisti - è bene dirlo subito, anche come preavviso - gira un anello che li p ...(continue)

    “Fortezza della Solitudine” è il nome del rifugio segreto di Superman. In effetti, nel romanzo di Lethem i supereroi bazzicano parecchio, e non solo nei fumetti: tra i protagonisti - è bene dirlo subito, anche come preavviso - gira un anello che li può rendere invisibili, o capaci di volare.
    Il romanzo descrive - attraverso la storia del bianco Dylan Ebdus e del nero Mingus Rude - il mondo complicato della Brooklyn degli anni ’70-’80, quello vissuto dallo stesso Lethem nella sua formazione: periferico, duro, povero, multietnico, ricoperto di graffiti, sonorizzato prima dal rythm and blues e dal soul e poi dal punk e dal rap, infestato dalle droghe…
    Ho apprezzato a tratti, specie nella parte iniziale della storia, più credibile e avvincente, nonché in occasione dei riferimenti musicali, numerosi e interessanti; ma ho faticato in altri lunghi tratti infarciti di elementi disparati, eccessivi o futili, comunque ridondanti, e sofferto nelle fasi di irruzione del fantastico (dei superpoteri) nel reale, cosa che proprio non sopporto. E ancora una volta ho pensato a quanto gioverebbe a certi autori, soprattutto d’oltreoceano, lo sfrondamento, l’elisione del troppo.

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    Frabe said on Apr 21, 2014 | 1 feedback

  • 3 people find this helpful

    Tre stelline (e mezza di stima). Non è certo un libro da leggere tutto d'un fiato... Alterna momenti di grande profondità a situazioni davvero incredibili. Non sono convinto che l'autore avesse ben chiara in mente una storia ben definita bensì un ins ...(continue)

    Tre stelline (e mezza di stima). Non è certo un libro da leggere tutto d'un fiato... Alterna momenti di grande profondità a situazioni davvero incredibili. Non sono convinto che l'autore avesse ben chiara in mente una storia ben definita bensì un insieme di situazioni, ricordi e fantasia che ha cercato di mixare con alterni risultati.

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    poetaminore said on Mar 11, 2014 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    "I fumetti Marvel avevano ragione, il mondo era fatto di nomi segreti, tu dovevi solo scoprire il tuo".
    Lethem ha scritto il romanzo che racconta i 30 anni che cambiarono Brooklyn e il mondo, la musica nera e le droghe, tra gli anni '70 e la fine dei ...(continue)

    "I fumetti Marvel avevano ragione, il mondo era fatto di nomi segreti, tu dovevi solo scoprire il tuo".
    Lethem ha scritto il romanzo che racconta i 30 anni che cambiarono Brooklyn e il mondo, la musica nera e le droghe, tra gli anni '70 e la fine dei '90. La prima parte del romanzo, bellissima, prende spesso il volo e genera in chi ha vissuto quegli stessi anni in altri ghetti un tenero e imprevedibile senso di immedesimazione. Tutti i bambini dell'Occidente alla metà dei '70 si sono imbevuti dell'epica Marvel sognando in segreto di essere un supereroe. La fortezza della solitudine è il romanzo di formazione del piccolo Dylan, bianco, che due genitori, sbalestrati a dir poco, impiantano nel bel mezzo della Brooklyn nera che più nera non si può.
    Poi ci sono tutti: il migliore amico, il ragazzo malvagio, il ragazzino bianco sfigato. E un mondo di adulti autistici che si capisce che non ne imbroccano una.
    La seconda parte del romanzo cede inevitabilmente, pur mantenendo una sua scorrevolezza e dei bei momenti (le disavventure di Dylan al college, la notte con Katha, il ritorno a Brooklyn e la descrizione della cosiddetta gentrification che a partire dalla fine degli anni '90 ha cambiato il volto e la geografia di quello che rimane ancora oggi uno dei posti più vivi e affascinanti dell mondo).

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    Biagio D'Angelo said on Dec 31, 2013 | Add your feedback

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