Die Welt von gestern

Erinnerungen eines Europäers

By

Verleger: Fischer

4.3
(546)

Language: Deutsch | Number of Seiten: 317 | Format: Mass Market Paperback | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) English , Chi simplified , Italian , French , Spanish , Catalan

Isbn-10: 3596211522 | Isbn-13: 9783596211524 | Publish date: 

Auch verfügbar als: Paperback , Hardcover , Others , eBook

Category: Biography , Fiction & Literature , History

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Buchbeschreibung
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  • 5

    “Con dolore e con gioia abbiamo vissuto il tempo e la storia
    al di là della nostra piccola esistenza personale...”

    Temperamento schivo, mente aperta e un infinito senso di libertà interiore. Poliedric ...weiter

    “Con dolore e con gioia abbiamo vissuto il tempo e la storia
    al di là della nostra piccola esistenza personale...”

    Temperamento schivo, mente aperta e un infinito senso di libertà interiore. Poliedrico nella sua attività intellettuale, ha lasciato in campo culturale contributi notevoli come poeta, storico, romanziere e biografo. È stato protagonista della cultura mitteleuropea conoscendo un pieno successo tra gli anni Venti e Trenta del ‘900 prima che Hitler lo mettesse al bando. Dal successo, però, non si è fatto lusingare perseguendo nella vita ideali ben più nobili: la fraternità, la libertà, il senso del vero al di là di ogni ipocrisia o connivenza.

    Scrive quest’opera quando da cosmopolita è diventato ormai involontario apolide. Lo scritto è il racconto della sua esistenza personale che, agli occhi di un uomo contemporaneo, tutto può apparire tranne che “piccola”. Il racconto è, al contrario, un eccezionale documento umano di una vita capace di far sognare chi, come me, si fa impressionare dai grandi nomi che quest’uomo, come una calamita, ha saputo attirare a sé.
    Nonostante l’eccezionalità del suo vissuto, in realtà la normalità per quell’élite di intellettuali mitteleuropei e non che gravitarono intorno alla sua esistenza, anche questa vita in fin dei conti appare ben misera cosa se riferita ad un senso della storia che la pervade tutta. Ecco perché questo memoriale storico ha un altro protagonista che non è appunto l’autore ma la Storia.

    Il racconto segue il criterio cronologico tipico delle autobiografie ma le tappe della vita sono scandite dagli eventi storici che lasciano nel lettore la sensazione del trascorrere inesorabile del tempo permettendone però la sua conoscenza storica nel breve lasso temporale, appunto, rappresentato dalla fine della Belle Epoque alla II guerra mondiale. Un tempo terreno breve ma ricco di rivolgimenti che Stefan Zweig ha voluto, estremo lascito, testimoniare secondo il suo personale punto di vista a beneficio della “generazione futura”. Un peccato non cogliere il suo messaggio che lascio a voi scoprire.

    gesagt am 

  • 5

    E' stata una grande lettura. Un libro denso, un libro indimenticabile. Zweig ci racconta la sua vita attraverso le persone che ha incontrato e le vicende che ha vissuto con una sensibilità e una lungi ...weiter

    E' stata una grande lettura. Un libro denso, un libro indimenticabile. Zweig ci racconta la sua vita attraverso le persone che ha incontrato e le vicende che ha vissuto con una sensibilità e una lungimiranza da rimanere stupiti. Dalla magica Vienna dell'adolescenza al rifugio di Londra prima dell'esilio finale. Da libero pensatore europeo ad ANFIBIO come definisci gli esuli della seconda guerra mondiale. L'ho letto lentamente perchè ogni capitolo è un immergersi nella storia di quel momento. Incontra letterati, poeti e ne parla sempre con pacatezza e curata raffinatezza.
    L'ho concluso e sono andata a comprarne una copia per poterlo rileggere, sottolineare e godermelo un'altra volta.
    Non è un autobiografia è un capolavoro.... le stelle di anobii non bastano almeno due in più

    gesagt am 

  • 4

    Punto di vista d'autore

    La storia europea e dei suoi due grandi conflitti vista attraverso gli occhi di Zweig, punto di vista d'eccellenza sia per posizione, una magnifica Vienna, e sia per l'acutezza del narratore.
    La stor ...weiter

    La storia europea e dei suoi due grandi conflitti vista attraverso gli occhi di Zweig, punto di vista d'eccellenza sia per posizione, una magnifica Vienna, e sia per l'acutezza del narratore.
    La storia di un letterato e di quei tempi bui che lasciarono un solco profondissimo nell'animo suo e di migliaia di europei.
    Peccato che nel narrare le vicende politiche e inerenti al suo vissuto non vada mai a svelarci nulla di privato, un riserbo che non mi ha consentito di vedere l'uomo privato e tutte le inquietudini che gli provocarono gli sconvolgimenti della sua vita.

    gesagt am 

  • 5

    Ho visto cose che voi umani del XXI° secolo...

    Zweig, interprete straordinario del suo apocalittico mezzo secolo: dal progresso al regresso.
    La casualità di essere sganciati in questo mondo proprio nell'occhio del ciclone, anzi, di due cicloni; es ...weiter

    Zweig, interprete straordinario del suo apocalittico mezzo secolo: dal progresso al regresso.
    La casualità di essere sganciati in questo mondo proprio nell'occhio del ciclone, anzi, di due cicloni; essere risucchiati dagli eventi vorticosi del prima e del dopo quella calma apparente per esserne, suo malgrado, lucido testimone.

    "Nel breve lasso da quando cominciò a crescermi la barba a quando prese a farsi grigia, in meno di mezzo secolo si sono determinate più metamorfosi radicali che nel corso di dieci generazioni [...]"

    Di un'attualità sconvolgente; la storia che ripete il suo schema, anche nelle sue accelerazioni.

    "Quanto più un uomo aveva vissuto da europeo in Europa, tanto più duramente veniva colpito da quel pugno che annientata l'Europa."

    Fra Zweig, Elias Canetti e Karl Kraus* non so chi lodare di più per come hanno saputo farmi entrare, conoscere ed amare lo stupefacente mondo dell'altro ieri, per il quale provo anche una sincera invidia, (pre-bellica, naturalmente): avevano tutto ai massimi livelli: musica, pittura, scultura, poesia, letteratura, scienza, filosofia, e tutto in carne ed ossa!, ed avevano pure l'intelligenza, la vitalità, la curiosità e la libertà di saperlo cogliere e di goderne.
    Un'esperienza umana estatica e tragica.
    Letto in parallelo con *'Gli ultimi giorni dell'umanità', il quadro degli eventi e degli umori si completa alla perfezione.

    gesagt am 

  • 4

    Un ode d'amore per l'Europa

    Incipit
    "Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui son cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l'e ...weiter

    Incipit
    "Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui son cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l'età d'oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità. I diritti da lui concessi ai cittadini erano garantiti dal parlamento, dalla rappresentanza del popolo liberamente eletta, e ogni dovere aveva i suoi precisi limiti. La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d'oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuo corrispondente; il funzionario, l'ufficiale potevano con certezza cercare nel calendario l'anno dell'avanzamento o quello della pensione. Ogni famiglia aveva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l'affitto e il vitto, per le vacanze o per gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola riserva per gli imprevisti, per le malattie e il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per il suo cammino. Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo; ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere) che un altro gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell'ordine prestabilito. Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano ormai impossibili nell'età della ragione",

    "Sicurezza", "stabilità": parole lontanissime dal nostro tempo, dalla nostra società insicura, "liquida", senza certezze e piena di sfiducia e di rancore,
    Zweig, in questo meraviglioso libro, racconta la sua vita dal periodo della giovinezza nella Vienna della belle époque alle tragiche vicende dei due periodi bellici, quelli della prima e della seconda guerra mondiale, che vive con profonda e dolorosa partecipazione.
    Colpisce come la società di allora non avesse percepito i segnali che preannunciarono lo scoppio delle due guerre e si illudessero, fino all'ultimo, che la pace fosse ancora possibile.
    Soprattutto non si resero conto della peste del nazionalismo che pervase le classi dirigenti e i popoli europei portandoli alla catastrofe.
    Purtroppo, l'attualità sembra riportarci questa peste, allorché interi Paesi riscoprono l'orgoglio nazionale e ricercano nemici esterni, mentre si affievolisce il ricordo delle tragedie del Novecento
    Il libro di Zweig è un'ode accorata ad un'Europa solidale, che riscopra la civiltà e lo spirito dei suoi tempi e dei suoi uomini migliori, superando i nazionalismi e gli egoismi.

    gesagt am 

  • 2

    Zweig mi piace. ma questo libro l'ho trovato inutile. mi è piaciuta la descrizione della società in attesa delle due guerre ma gli incontri eccezionali della sua vita non mi hanno interessata. solitam ...weiter

    Zweig mi piace. ma questo libro l'ho trovato inutile. mi è piaciuta la descrizione della società in attesa delle due guerre ma gli incontri eccezionali della sua vita non mi hanno interessata. solitamente le biografie mi stimolano ma questa no

    gesagt am 

  • 5

    Per la serie: vite eccezionali. Eccoci in un’autobiografia mondiale. Partendo dalla sua esperienza personale di studioso e poi letterato europeo, Zweig disegna gli umori, le personalità di grandi lett ...weiter

    Per la serie: vite eccezionali. Eccoci in un’autobiografia mondiale. Partendo dalla sua esperienza personale di studioso e poi letterato europeo, Zweig disegna gli umori, le personalità di grandi letterati-artisti e la politica di tutto il mondo, di quel inzio millenovecento che ha cambiato le sorti di milioni di persone. Senza che vi sia accenno alla vita personale, o meglio, alle passioni amorose, mette in primo piano le passioni della mente, i costumi, i grandi sogni di viaggiatore e cittadino europeo, libero di girovagare per per tutto il pianeta: il grande respiro che dopo la prima guerra mondiale faceva sperare in un domani migliore… il suo guerra alla guerra.
    Tra le prime considerazioni, in queste pagine, Zweig sottolinea quanto i cambiamenti avuti nei trent’anni precedenti sui quali si appresta a scrivere, prima fossero impensabili. Siamo nel 1939 e Zweig vede il passato e la vita dei genitori, dominati dalla certezza delle proprie posizioni sociali e da una società sempre uguale che li circonda. Mentre negli anni successivi che vivrà lui...
    A questo punto, stupidamente, lo confesso, perché è ovvio che non ci può essere un paragone reale con l’attualità (i primi anni dello scorso Novecento sono stati fuor di dubbio, con le due grandi guerre, quelli che hanno rivoluzionato l’epoca moderna), ho pensato alla differenza abissale tra la mia vita e quella dei miei genitori, nei modi, nei tempi, nei passaggi in cui è stata vissuta. E anche banalmente, quanto, in maniera sempre più rapida, ma non per questo positiva, stia entrando la tecnologia nelle nostre vite, sempre più invasiva: sempre connessi, sempre rintrattacciabili, sempre “spiati”. Costrizioni simili (nate da motivazioni diverse) sono quelle di cui si lamentava lo stesso Stefan, nel momento in cui hanno iniziato a limitarsi le sue libertà personali, piccoli cambiamenti che pian piano hanno modificato l’universo intorno a lui senza che se ne accorgesse: Per una legge ineluttabile della storia è negato proprio ai contemporanei di riconoscere sin dai primi inizi i grandi movimenti che determinano l’epoca loro [...] Posso addurre la mia esperienza della rivoluzione viennese come esempio del fatto che un contemporaneo, se non si trova per caso sul luogo della lotta, vede ben poco degli avvenimenti che trasformano la faccia del mondo e insieme la sua esistenza stessa.
    Tra aneddoti, grandi personalità e incontri casuali, un libro per guardare al passato e capire le evoluzioni che, nemmeno tanto brevemente, coinvolgono tutta la società, in ogni suo aspetto.
    E mi si perdonino le mie riflessioni su un mondo che si sta facendo sempre più piccolo e pieno di muri e divieti, nonostante l'illusione di apertura e libertà.
    Il sole splendeva forte e intenso. Tornando a casa osservai d'un tratto davanti a me la mia ombra, così come vedevo proiettata l'ombra dell'altra guerra dietro la guerra presente. Quest'ombra non mi ha più abbandonato da allora, ha sovrastato ogni mio pensiero, notte e giorno e forse il suo cupo profilo si è disegnato anche su molte pagine di questo libro. Ma ogni ombra in fondo è anche figlia della luce e solo chi ha potuto sperimentare tenebra e luce, guerra e pace, ascesa e decadenza, può dire di avere veramente vissuto.

    Una domanda mi sorge: domani guardando a oggi...che ieri vedremo?

    gesagt am 

  • 3

    I mondi di un intellettuale inadeguato a comprenderli

    Recensendo la Novella degli scacchi consigliavo di leggere in sequenza anche Il mondo di ieri, l’autobiografia scritta da Zweig nell’ultimo anno della sua vita e che pare completò proprio il giorno pr ...weiter

    Recensendo la Novella degli scacchi consigliavo di leggere in sequenza anche Il mondo di ieri, l’autobiografia scritta da Zweig nell’ultimo anno della sua vita e che pare completò proprio il giorno prima di suicidarsi insieme alla giovane moglie nel rifugio brasiliano. Confermo ora questo mio consiglio, anzi lo amplio, nel senso che la lettura de Il mondo di ieri risulta a mio avviso essenziale per comprendere le fondamenta culturali sulle quali si innalza l’edificio dell’opera letteraria di Zweig.
    Il sottotitolo di questo libro è Ricordi di un europeo e, se il suo felicissimo titolo è divenuto nel tempo quasi sinonimo dell’Austria asburgica, credo che il sottotitolo rispecchi meglio il senso complessivo del libro, o perlomeno ciò che oggettivamente quest’opera complessa e sfaccettata ci offre. In primo luogo occorre infatti specificare che il libro non si limita alla descrizione, filtrata attraverso le vicende dell’esperienza umana e culturale di Zweig, della società austriaca nel periodo antecedente la prima guerra mondiale. Solo cinque dei diciassette capitoli del libro si occupano in senso stretto della Vienna asburgica, ed un ampio spazio viene riservato da Zweig alla sua vita e agli avvenimenti storici seguenti il 1918, giungendo il racconto sino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Sono quindi tre i mondi che l’intellettuale Zweig si è trovato a affrontare, e di questi almeno uno era drammaticamente il mondo di oggi nel momento in cui veniva fissato sulla carta. Vi è poi il fatto che Zweig si confronta con le vicende che hanno segnato la sua vita da una prospettiva non Viennocentrica. Pur sentendosi profondamente austriaco, come dimostrano i primi capitoli del libro, Zweig si è sempre sentito parte di una comunità intellettuale internazionale, si è sempre aggrappato tenacemente all’idea che la cultura potesse superare ed anche annullare i nazionalismi, venendo peraltro clamorosamente sconfitto dalla Storia. All’epoca in cui scrive, inoltre, non solo non esiste più l’Austria asburgica di cui si sentiva figlio, ma non esiste neppure più l’Austria come entità statale indipendente, essendo stata fagocitata dalla Germania hitleriana. E’ quindi quasi giocoforza che lo Zweig rifugiatosi in Sudamerica non possa che definirsi europeo, anche per lanciare il suo estremo grido di dolore rispetto alla distruzione dell’Europa che in quel momento si stava compiendo.
    Detto questo, è fuor di dubbio che le radici culturali e morali (per Zweig i due termini sono quasi sinonimi) che orgogliosamente rivendica sono quelle dell’Austria felix, della buona, vecchia Kakania che negli ultimi decenni del XIX secolo sembrava poter gestire i cambiamenti imposti dai tempi nuovi in un modo regolato ed organico, riuscendo a mantenere immutate le strutture portanti della società. Significativamente Zweig intitola il primo capitolo, dedicato alla società austriaca al tempo della sua infanzia Il mondo della sicurezza, ed in questi passi quasi apologetici si dispiegano già appieno i limiti dell’elaborazione teorica di Zweig rispetto ad una vera comprensione della realtà in cui è immerso. Quello di Zweig è infatti lo sguardo nostalgico di chi in quella società è nato e cresciuto come un privilegiato, neppure sfiorando le contraddizioni che in essa si palesavano (anche se vedremo come, nei successivi capitoli, questo sguardo si farà, almeno parzialmente, più criticamente oggettivo). Zweig rimpiange (ancora nel 1941!) l’ottimismo positivista che pervadeva quella società ”in cui tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi”, in cui il progresso, supportato dall’ideale liberale, portava a sempre nuove conquiste a beneficio di tutti, in cui il benessere si stava diffondendo a tutte le classi sociali, in cui, ci dice con una buona dose di paternalismo, sociologi e professori andavano a gara nello sforzo di rendere più sana e persino più felice l’esistenza del proletariato... Certo, Zweig è conscio che le certezze di quel periodo si sono rivelate illusioni, ma di quelle certezze egli salva e rivaluta la base ideologica, il liberalismo, da lui inteso come rispetto dei diritti dell’individuo e sovrano distacco dalle cose della politica, senza rendersi conto della piena organicità di tale ideologia, e del progresso tecnico da lui tanto esaltato, rispetto ai tragici sviluppi futuri. Del resto il suo milieu altoborghese, da cui non si sarebbe mai staccato e di cui esalta la sobrietà e l’avvedutezza negli affari, non gli permetteva probabilmente altre opzioni.
    Il secondo caposaldo dell’Austria felix è per Zweig l’amore per la cultura, ed in generale per il buon vivere, che caratterizzava l’impero, e Vienna in particolare, e che pervadeva tutte le classi sociali. Sono vivide, anche se probabilmente un po’ di parte, le pagine in cui ci descrive l’importanza assoluta che aveva il teatro nella Vienna fin de siècle. A suggello dell’armonia che regnava in questo mondo, Zweig si sofferma anche sulla perfetta integrazione della comunità ebraica, descritta come vero fulcro economico e culturale della società viennese.
    Il tono cambia già dal secondo capitolo, nel quale Zweig descrive la scuola asburgica, con la sua rigidità nozionistica e il suo formalismo, i cui metodi l’autore intuisce essere funzionali al mantenimento dell’ordine sociale costituito. La critica alla scuola serve a Zweig comunque soprattutto per contestualizzare la sua reazione artistica, il maturare la coscienza che la vera cultura si trova fuori dalla scuola, nei nuovi movimenti artistici che nascevano allora a Vienna come in tutta Europa, e che preannunciavano il novecento. Fondamentali sono in questo periodo l’incontro con un giovanissimo Hugo Von Hofmannsthal e con l’opera di Rilke. Sintomatico a mio avviso è il modo con il quale Zweig lega i fermenti culturali con i cambiamenti sociali dell’epoca: “...non ci accorgemmo però che quegli sviluppi in campo estetico erano soltanto prodromi di trasformazioni ben più essenziali, le quali avrebbero scosso e alla fine annientato il mondo della sicurezza, il mondo dei nostri padri.” Tipicamente, per Zweig l’arte, la cultura, precedono le trasformazioni sociali, non ne sono espressione sovrastrutturale. E’ sulla base di questa concezione che sino alla fine si illuderà che con le armi dell’arte si sarebbe potuta evitare la barbarie.
    L’inizio della fine viene visto da Zweig nella crescente importanza della politica nella società. L’irrompere delle masse sul palcoscenico sociale, l’organizzazione del partito socialista, le prime manifestazioni vengono viste dal borghese Zweig come uno strano spostamento: quelle stesse masse che ”per decenni avevano docilmente e in silenzio lasciato il potere alla borghesia liberale, divennero d’un tratto inquiete, si organizzarono esigendo i loro diritti.” Manca solo un Ohibò!
    Il capitolo successivo, chiamato Eros matutinus è a mio avviso tra i più godibili del libro: Zweig vi conduce una critica lucida e serrata all’ipocrisia dell’epoca rispetto alla morale sessuale, non mancando di sottolineare come anche quella morale fosse pienamente funzionale al mantenimento della struttura sociale. È evidente, nel modo in cui l’autore affronta questo capitolo, la vicinanza di Zweig con la psicanalisi freudiana.
    Segue il capitolo sulla sua vita universitaria, da cui emerge da un lato come Zweig potesse economicamente permettersi di dedicarsi alle lettere senza studiare e dall’altro un efficace confronto tra la società tedesca e quella austriaca, dovuto al fatto che Zweig studiò a Berlino. Sono gli anni dei suoi primi successi letterari e del suo incontro con Theodor Herzl, teorico del sionismo e redattore culturale della Neue Freie Presse, il quotidiano liberale con cui il giovane Zweig collaborò (per inciso, sia il quotidiano sia Herzl furono oggetto della critica corrosiva di Karl Kraus). Dimostrando capacità autoironiche, sospetta anche di essere uno jettatore, relativamente ad alcuni episodi che lascio alla scoperta del lettore.
    Il successivo periodo parigino di Zweig coincide con il primo contatto diretto con molti artisti francesi, tra i quali Rodin e soprattutto il poeta (belga) Émile Verhaeren, di cui Zweig sarà amico e traduttore. È il periodo in cui Zweig getta le basi di quel cosmopolitismo culturale che lo caratterizza.
    Si giunge così all’assassinio di Sarajevo e allo scoppio della prima guerra mondiale, che Zweig non sa spiegarsi se non come l’incapacità delle diplomazie delle nazioni europee di gestire la situazione. Egli descrive peraltro molto bene il clima di euforia che accompagnò la mobilitazione in Austria, e la convinzione diffusa che il conflitto sarebbe durato poche settimane. È in questo periodo che Zweig, impiegato all’Archivio di Stato, vede svanire le sue illusioni circa il ruolo affratellante della cultura e dell’arte: quasi tutti i suoi amici letterati, austriaci, tedeschi, francesi e italiani, si schierano su posizioni belliciste e nazionaliste. Nonostante ciò, Zweig continua a credere nella forza della parola e nel 1917, trasferitosi a Zurigo per la rappresentazione di una sua opera, riallaccia i rapporti con Romain Rolland ed altri intellettuali che dalla Svizzera si battono contro la guerra: tipicamente, Zweig se ne distacca quando ritiene che la politica e l’ideologia abbiano preso il sopravvento su quelli che lui ritiene essere gli ideali puri.
    Molto bello e altamente simbolico è l’episodio, cui Zweig assiste da una stazioncina di confine, dell’imperatore Carlo d’Asburgo che lascia l’Austria, segnando la compiutezza della fine dell’epoca asburgica, del mondo di ieri.
    Il primo dopoguerra segna il pieno successo editoriale di Zweig, che giunge però dopo gli anni dei sommovimenti postbellici e della grande inflazione che colpisce prima l’Austria quindi la Germania. Quale sia il ruolo giocato da Zweig in quel contesto culturale emerge da una frase tratta dal capitolo Di nuovo nel mondo, laddove dice: ”Espressionisti, attivisti ed esperimentisti erano ormai esausti: la strada per arrivare al popolo era di nuovo aperta ai pazienti e ai perseveranti”. Zweig diviene in questo periodo uno degli scrittori più organici all’illusorio nuovo ordine mondiale, che - schiacciate (tranne che nell’Unione Sovietica) le istanze rivoluzionarie dell’immediato dopoguerra - sta allegramente spingendo l’umanità verso la crisi del ‘29 e quello che ne seguì. Rimane fedele al suo non occuparsi di politica ma riprende a viaggiare e a diffondere il valore unificante della cultura europea. Nel primo viaggio dopo la guerra, in Italia, fa la conoscenza con il fascismo, senza tuttavia dargli troppo peso; un episodio importante nell’economia del libro è il viaggio che nel ‘28 intraprende nella Russia Sovietica, dal quale torna con sentimenti ambivalenti.
    Come ogni buon borghese, attribuisce l’ascesa di Hitler, di cui a malapena percepisce gli agganci con il sistema militare ed industriale tedesco, ai risvolti psicologici sull’animo tedesco del periodo della grande inflazione, e non alle politiche di rigore (oggi diremmo di austerità) che seguirono il ‘29. Sintomatico è il fatto che mentre alla grande inflazione dedica numerose pagine, il crollo del ‘29, con il suo seguito di disoccupazione e disperazione sociale, non viene neppure sfiorato.
    Vivendo a Salisburgo, città di confine, è testimone diretto del primo affacciarsi del nazionalsocialismo, ma rimane anche simbolicamente arroccato – nel suo castello sulle colline – su posizioni elitarie e di un pacifismo che si dimostrerà ancora un volta velleitario. La sua opposizione ad Hitler è data da motivi culturali e dal suo essere ebreo: nessun vero approfondimento del perché la barbarie sia possibile. Alla drammatica agonia dell’Austria negli anni tra il 1933 e il 1938 oppone ancora una volta la convinzione della superiorità della cultura e dell’intelligenza umana, che rendono impossibili una nuova guerra. Nulla ha imparato dal 1914, come emerge simbolicamente dalle evidenziate analogie tra le due estati, ed ancora alla vigilia del 1 settembre 1939, ormai da tempo a Londra, sarà convinto che la guerra non scoppierà.
    Da Il mondo di ieri emerge insomma il quadro di un intellettuale che, sia pur dotato di una grande dirittura morale, si rivela inadeguato ad analizzare e comprendere la realtà che lo circonda, di un intellettuale moderato nei toni e nella sostanza della sua opera vissuto in epoche che richiedevano (come sempre, ritengo) piena coscienza e lucidità. Il mondo di ieri è un ampio affresco, ma è a mio avviso un po’ come quegli affreschi dipinti nell’800 nelle chiese romaniche o gotiche, che ci appaiono stridere con il contesto.
    Molti anni prima che Zweig descrivesse Vienna come la città dell’arte, la coscienza critica di quella città, Karl Kraus, disse, riferendosi anche al gruppo della Jung-Wien: Vienna non era tanto la città dell’arte quanto la città par excellence della decorazione. Kraus era sicuramente cattivo, ma questa frase da sola denota una capacità d’analisi sconosciuta al buon Zweig.

    gesagt am 

  • 5

    Stimolante, ti scuote presentando fatti che hanno cambiato la storia, inserendoli nel normale flusso della vita quotidiana, attraverso i suoi occhi (occhi che hanno visto tanto, occhi consapevoli) e l ...weiter

    Stimolante, ti scuote presentando fatti che hanno cambiato la storia, inserendoli nel normale flusso della vita quotidiana, attraverso i suoi occhi (occhi che hanno visto tanto, occhi consapevoli) e le sensazioni delle masse, ma sempre con chiarezza, riuscendo ad evidenziarli, ponendone in rilievo l'importanza.
    Comprato quasi per caso, felicissimo di averlo preso subito dopo aver letto il prologo.

    gesagt am 

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