Dio di illusioni

Di

Editore: Rizzoli (BUR La Scala e BUR Contemporanea)

3.9
(1873)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 622 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Polacco , Svedese , Spagnolo , Portoghese , Olandese , Greco , Finlandese

Isbn-10: 8817106828 | Isbn-13: 9788817106825 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Idolina Landolfi

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Adolescenti

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Descrizione del libro
Ed. dal 2003 al 2006 pag. 535

Un piccolo raffinato college nel Vermont. Cinque ragazzi ricchi e viziati e il loro insegnante di greco antico, un esteta che esercita sugli allievi una forte seduzione spirituale. A loro si aggiunge un giovane piccolo borghese squattrinato. In pigri weekend consumati tra gli stordimenti di alcol, droga e sottili giochi d'amore, torna a galla il ricordo di un crimine di inaudita violenza. Per nascondere il quale è ora necessario commeterne un altro ancora più spietato...
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  • 5

    Quando si gioca a toccare Dio

    Richard Papen è un ragazzo di famiglia economicamente poco agiata, che riesce ad essere ammesso, a costo di grandi sacrifici, all’Hampden College, prestigiosa università del Vermont. Lì, purtroppo, si ...continua

    Richard Papen è un ragazzo di famiglia economicamente poco agiata, che riesce ad essere ammesso, a costo di grandi sacrifici, all’Hampden College, prestigiosa università del Vermont. Lì, purtroppo, si ritrova in un mondo completamente diverso dal suo, un mondo fatto di studenti più ricchi e altolocati. Tra loro spicca il gruppetto del corso di Greco Antico del professor Julian Morrow, insegnante molto colto quanto enigmatico e che ritiene di poter condividere il suo sapere con solo una ristretta cerchia di studenti da lui ritenuti degni. Questi sono Henry, il capogruppo, ragazzo dalla forte influenza, Francis, elegante e raffinato, i due affascinanti gemelli Charles e Camilla, unica ragazza del gruppo e idolo romantico di più di un ragazzo, compreso Richard stesso, e Edmond, detto Bunny, l’unica nota stonata del gruppo colto e classicheggiante di studenti.
    Appassionato di greco antico e ammaliato dal fascino che trasudano gli studenti di Morrow, Richard riesce ad essere ammesso alle lezioni private del professore e di conseguenza anche nella cerchia dei ragazzi. I giovani, imbastiti degli insegnamenti di Morrow sui culti oscuri di Dioniso, il dio delle illusioni, decidono di provare a riportare in vita quei culti ormai dimenticati, ma tenendoli nella loro piccola cerchia, capeggiata da Henry che assume sempre più il ruolo di un sacerdote. Inizierà da qui una spirale di vizi tesi all’avvicinarli al più puro spirito dionisiaco, dove abuso di alcol e droga si mischiano ad eccessi che arrivano all’estremo, dove i legami interpersonali arrivano a superare i limiti. Ma il tutto culminerà in uno spargimento di sangue innocente non previsto o comunque non frenato il tempo.
    Da qui in poi, i ragazzi si ritroveranno intrappolati in un nodo che rischierà di strozzarli a meno che altro sangue non venga versato, ma questo li trascinerà sempre più verso il basso, in un vortice di abiezione e paura, arrivando a rischiare tutto pur di salvarsi.
    E Richard, da spettatore di simili eventi, si ritroverà sempre più a partecipare in questa fosca vicenda, vedendo cadere, una ad una, le illusioni che si era fatto su quel mondo che a lui sembrava ideale e perfetto.
    Romanzo d’esordio di Donna Tartt, pubblicato nel 1992 quando lei aveva ventotto anni, non lo si può catalogare in un determinato genere, perché in esso confluiscono tanto il romanzo di formazione quanto il thriller psicologico, il giallo quanto il dramma da college che proprio tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 tanto successo aveva avuto nel cinema e in televisione, senza citare il mondo letterario.
    La traduzione italiana del titolo, pur distaccandosi parecchio dal senso dell’originale (The secret history), rende comunque bene quello che è il cuore del romanzo, ovvero l’illusione, vero protagonista e motore delle vicende narrate.
    È molto, troppo facile ravvisare nel “dio di illusioni” più volte nominato, non il dio Dioniso, ma proprio il professor Morrow, il maestro degli aspiranti baccanti, colui che li ammaestra e li porta su una strada che porta solo ad un culto che nessuno di quei ragazzi è in grado di gestire o anche solo comprendere, con la sola eccezione di Henry, forse, che però, pure rimane vittima della sua illusione di essere l’officiante di un culto che potrebbe tornare a rivivere e soprattutto dell’illusione di saper gestire la situazione drammatica che lui stesso tesse. Ma per tornare a Morrow, lo si è definito “dio di illusioni” e maggiormente deus ex-machina, ma io lo definirei genio malvagio, Mefistofele, tentatore, anti Grillo Parlante; non lo conosciamo mai pienamente (anzi non conosciamo mai davvero nessuno perché tutto ci viene filtrato dall’ottica di Richard, narratore parecchio di parte e facilmente influenzabile), rimane sempre sullo sfondo ma la sua ombra è sempre presente, portando noi a domandarci, andando avanti con la lettura, quanto in lui ci sia di inconsapevole o di malvagio. Non sappiamo se agisce con la consapevolezza di manipolare la mente di ragazzi che dipendono da lui come i figli da un padre, o per lui è semplicemente un “metodo di insegnamento”, fatto sta che il suo ruolo schiacciato nell’ombra lo rende uno dei più presenti e affascinanti.
    Ma le illusioni più grandi sono quelle di Richard. Come ho scritto sopra, lui è il narratore, ma non è un narratore distaccato, anzi è parecchio immerso nella sua ammirazione del gruppo di studenti di Morrow, da spingerci a credere che davvero i crimini che arrivano a commettere per difendersi siano giusti e che il personaggio che rischia di rovinarli, pur essendo già di per sé parecchio sgradevole, sia una vittima che vada sacrificata. Ci spinge a patteggiare per loro che, se visti da un occhio esterno, sarebbero solo dei piccoli criminali. E penso che questo vada e benemerito dello stile della Tartt, coinvolgente come pochi. Ma tutto quello che Richard vive sono illusioni: è illusione questa amicizia indissolubile che crede che lo legherà ai suoi compagni per sempre, è illusione il credere che uccidere con consapevolezza “per difendersi” sia giusto, è illusione il suo amore per l’irraggiungibile Camilla.
    Persino i suoi idoli, i cinque ragazzi, anzi quattro, visto il ruolo alternativo di uno di loro, non sono esenti dalle illusioni, anzi ne sono vittime principali anche e soprattutto all’apice della loro “gloria”. Il loro mondo artificioso fatto di famiglie altolocate, carriere assicurate, a loro modo stabili se inquadrate nel quadro della società in cui vivono, crollano non solo per il loro voler giocare a “toccare” il dio Dioniso ma per lo più per le loro debolezze o quegli aspetti del loro carattere che vorrebbero tenere nascosti perché li renderebbe “come tutti gli altri normali”. Spicca fra tutti Henry, che nella sua drammatica lotta alfieriana contro il destino che si abbatte su di loro, è vittorioso anche nella sconfitta.
    Si potrebbe dire tantissimo su questo romanzo e non penso se ne potrebbe dire abbastanza; persino a me, con quello che ho scritto, sembra di aver detto il minimo indispensabile. Perché c’è talmente tanto in ogni pagina di questo voluminoso romanzo che è difficile voler ridurre tutto a pochi concetti essenziali.
    Certo, rientra in quella categoria di romanzi che sono solito definire “non per tutti”, per lo stile abbastanza pesante in certi punti, alcune scelte di trama che sembrano delle piccole sbavature lasciate durante il percorso di stesura, eppure c’è qualcosa, nella trama o nello stile della Tartt, che ti spinge a sfogliare una pagina dopo l’altra, a seguire il filo dei pensieri di Richard, le vicende di questo gruppo di universitari alle prese con qualcosa di più grande di loro, l’incapacità di reagire a quello che non sanno controllare. Bene o male, penso che questa sia una di quelle letture che non possono mancare nel bagaglio di ogni lettore.

    ha scritto il 

  • 1

    Esilarante come un libro simile venga considerato alta letteratura, e Donna Tartt una rosa nel deserto arido della narrativa contemporanea. Nonostante l'autrice spenda 10 anni della propria vita per o ...continua

    Esilarante come un libro simile venga considerato alta letteratura, e Donna Tartt una rosa nel deserto arido della narrativa contemporanea. Nonostante l'autrice spenda 10 anni della propria vita per ogni suo capolavoro, la sua scrittura appare al lettore come il prodotto di un self-publishing scadente, privo di quell'abile lavoro di editing e cesello di cui anche gli autori ellenici si vantavano, nel loro piccolo mondo di pagani. Un romanzetto vuoto, scialbo, dove i personaggi sembrano fantocci che ripetono all'infinito azioni sempre uguali per oltre 400 pagine, nonostante i rari colpi di scena smorzati da uno stile elementare, da descrizioni insulse usate per diluire il racconto, per riempire la pagina, e da frequenti sequenze demenziali fino all'imbarazzante. La cultura classica è ridotta a un mero slogan pubblicitario - Bellezza è terrore, Bellezza è severità - e viene svuotata del suo importante ruolo: ruolo morale, educativo, che insegna non solo tolleranza e umanità, ma anche equilibrio tra gli opposti, armonia (per gli antichi la vera bellezza è armonia, rigoroso susseguirsi di canoni che possiedono l'alta perfezione della sfera, unica figura capace di presentare tutti i propri punti equidistanti fra loro). Scuola di mediocritas ("in medio stat virtus" dicevano i latini, "l'uomo è misura di tutte le cose" diceva Protagora).
    E di tutto ciò il libro non ne parla. E non indaga neanche il tema principale dell'intera narrazione, cioè la percezione del male nel giovane che vive in un mondo privo di morale. Un romanzo simile non è ascrivibile alla letteratura "alta", che ci suggerisce, spesso in modo anche criptico, dov'è che sbagliamo, in quanto esseri umani. Questo libro non ce lo dice, ed è controverso cantarne le lodi, essendo, a mio parere, un mero prodotto editoriale atto all'intrattenimento. Ma neanche di questo si può esserne pienamente sicuri.

    ha scritto il 

  • 5

    Ero incantato dai suoi discorsi, e, nonostante la sua illusione di parlare in modo abbastanza moderno ed eclettico, comprendo ora che mi conduceva sugli stessi punti ripetutamente. Perché, se la mente ...continua

    Ero incantato dai suoi discorsi, e, nonostante la sua illusione di parlare in modo abbastanza moderno ed eclettico, comprendo ora che mi conduceva sugli stessi punti ripetutamente. Perché, se la mente moderna è capricciosa e digressiva, la mente classica è mirata, risoluta, inesorabile.

    ha scritto il 

  • 5

    Mi è davvero difficile descrivere questo libro. Leggetelo, l'ho amato tantissimo. Ti tiene col fiato sospeso in ogni pagina, e mentre leggi gli ultimi capitoli si alternano in continuazione diecimila ...continua

    Mi è davvero difficile descrivere questo libro. Leggetelo, l'ho amato tantissimo. Ti tiene col fiato sospeso in ogni pagina, e mentre leggi gli ultimi capitoli si alternano in continuazione diecimila emozioni: rabbia, amore, frustrazione, paura. I personaggi sono fantastici, ognuno di loro ha mille sfaccettature, forse quello che ho apprezzato di più è stato Henry, penso che sia lui il Dio di illusioni citato nel titolo, anche se riflettendo, ogni personaggio a suo modo è un dio di illusioni, ma penso che Henry sia il Dio principale, ricorda Zeus, e tutti gli altri sembrano essere le divinità greche minori. Ho amato anche Richard, il protagonista, meno complicato di Henry, ma molto interessante.
    Non vedo l'ora di leggere altri romanzi di Donna Tartt.

    ha scritto il 

  • 4

    Un ottimo romanzo, intenso e spesso decisamente disturbante. La seconda parte è un po' troppo lunga, ma nel complesso regge bene. Finale amarissimo, ma non si poteva pensare a qualcosa di diverso. ...continua

    Un ottimo romanzo, intenso e spesso decisamente disturbante. La seconda parte è un po' troppo lunga, ma nel complesso regge bene. Finale amarissimo, ma non si poteva pensare a qualcosa di diverso.

    ha scritto il 

  • 5

    Libro stupendo, mi ha affascinato, coinvolto e sconvolto. Sarebbe difficile inquadrare questo libro in un genere specifico, risulterebbe riduttivo. Sicuramente ha qualcosa del romanzo di formazione, h ...continua

    Libro stupendo, mi ha affascinato, coinvolto e sconvolto. Sarebbe difficile inquadrare questo libro in un genere specifico, risulterebbe riduttivo. Sicuramente ha qualcosa del romanzo di formazione, ha infatti lo scopo di mettere in guardia dal male che spesso ci si presenta come bene. Infatti, durante la narrazione, ci si ritrova a parteggiare per i sei giovani studenti. Questo perchè ci vengono presentati dagli occhi ingenui e ammaliati del giovane Richard che crede di essere arrivato a far parte di una piccola cerchia di divinità. Ha anche qualcosa del thriller, con le continue rivelazioni, sopratutto nella parte finale, che ribaltano la nostra visione della storia. Insomma, davvero eccezionale. Lo stile di Donna Tartt, poi, tiene incollati al libro e rende snello un libro di 622 pagine.
    La cosa negativa che scaturisce dalla lettura di simili capolavori è che poi si fatica a trovare libri che possano esserne all'altezza e soddisfare le nostre esigenze letterarie.
    La bravura dell'autrice sta nel fatto che alla fine ci si affeziona ai ragazzi nonostante la loro rettitudine morale risulti più che discutibile.

    ha scritto il 

  • 5

    Un romanzo di formazione

    Piacevole lettura ricca di spunti di riflessione.
    È quel genere di romanzo che porta ad interrogarsi su molte cose oltre che ad avere una prospettiva diversa su alcuni fatti che possono capitare nella ...continua

    Piacevole lettura ricca di spunti di riflessione.
    È quel genere di romanzo che porta ad interrogarsi su molte cose oltre che ad avere una prospettiva diversa su alcuni fatti che possono capitare nella vita di ognuno di noi.
    Consigliato.

    ha scritto il 

  • 3

    Se dicessi che Dio di illusioni è un brutto libro mentirei. No, non lo è, e capisco perché Donna Tartt sia considerata una delle voci più importanti della letteratura americana contemporanea. Tuttavi ...continua

    Se dicessi che Dio di illusioni è un brutto libro mentirei. No, non lo è, e capisco perché Donna Tartt sia considerata una delle voci più importanti della letteratura americana contemporanea. Tuttavia, mentirei anche se dicessi di aver letto un capolavoro. Sono molte, infatti, le cadute e le ingenuità – alcune rimediabili, altre meno – che impediscono all’autrice di raggiungere un tale risultato. Non, ci tengo a specificarlo, lo stile di scrittura: contrariamente alle aspettative, infatti, ho trovato la lettura piuttosto scorrevole. E’ uno stile ampolloso, certo, che ci tiene a mettersi in mostra con citazioni dotte, e dialoghi in altre lingue non tradotti, ma che ritengo coerente con la voce narrante, Richard, totalmente immerso nell’atmosfera finto-raffinata e decadente dei suoi compagni di studio. E l’ho apprezzato ancora di più perché siamo, oggigiorno, circondati da scrittori mediocri, che sembrano essersi totalmente dimenticati non solo dell’esistenza delle metafore, ma anche di cose elementari come le frasi subordinate. Ben venga, quindi, una scrittrice esperta e consapevole dei propri mezzi.
    E’ un vero peccato come non si possano esprimere le stesse lodi per l’introspezione psicologica, a mio parere il vero tallone d’Achille di Dio d’illusioni . A cominciare dal sopraccitato Richard, infatti, i personaggi sono perlopiù delle macchiette, dotati di un paio di caratteristiche ciascuno. Ne farò una breve carrellata. L’intelligenza e l’amoralità di Henry sono talmente accentuate da sembrare caricaturali – a cominciare dal suo cognome, il tipico cognome americano Winter . L’unica cosa che mi ha permesso di distinguere Francis dagli altri è la sua omosessualità. Charles emerge come personaggio a sé stante solo nella seconda metà dell’opera, ma questo è giustificato dallo svolgimento della storia. Julian è senza dubbio uno dei personaggi più interessanti, ma il suo carisma malato, più che mostrato, ci viene raccontato.
    Su Camilla ho molte cose da dire, quindi vi consiglio di mettervi comodi e, se non sopportate il femminismo, di prendere il vostro gastroprotettore di fiducia. Vedere in un romanzo alle porte del ventunesimo secolo un personaggio femminile così passivo mi ha fatto, francamente, infuriare. Camilla, infatti, non ha altro ruolo che essere oggetto del desiderio di quasi tutti gli altri personaggi che abbiamo appena menzionato. E mai come questa volta – purtroppo – la parola oggetto è calzante. Cosa pensi davvero Camilla sembra essere questione di poco conto per Richard e, mi viene il sospetto, anche per Donna Tartt. Altrimenti non si spiegherebbe come mai non solo lei, ma anche tutti gli altri personaggi femminili siano visti con molta più severità delle loro controparti maschili, con spietati giudizi sul loro aspetto fisico e sulle loro personalità. Le ragazze, e le donne in generale, sono irrimediabilmente stupide e petulanti, e sembra che più siano carine più siano sceme. Gli uomini, invece, sono perlopiù intelligenti, e il loro aspetto non influisce su ciò, com’è è ovvio che sia. Questo sessismo non credo rientri nella inesperienza di un’autrice al suo romanzo d’esordio.
    Un solo personaggio, secondo me, merita il prezzo del biglietto, ed è forse la ragione principale per cui consiglierei la lettura di Dio d’illusioni: Bunny. Lo so, è strano, visto che è un personaggio negativo, misogino e omofobo. Tuttavia ho apprezzato come l’autrice non abbia fatto assolutamente nulla per mitigare questi aspetti sgradevoli del suo carattere. Bunny è l’unico che esce dalla pagina e colpisce il lettore, proprio perché è – usando una parola inglese intraducibile in italiano - unapologetic nei suoi ragionamenti. In un mondo narrativo in cui i ragazzi sono tutti intelligentissimi ed educatissimi – salvo però dedicarsi a riti pagani nel tempo libero - è un piacere vedere un personaggio ambiguo, senza scrupoli, che però nasconde delle profondità e delle fragilità inaspettate. Quando leggi non ti dispiace poi troppo che faccia la fine che fa, poi però rifletti un attimo e capisci che, sotto sotto, l’anima di Dio d’illusioni è proprio lui.
    Spero solo che Donna Tartt nei romanzi successivi, piuttosto che l’artefatta raffinatezza di un Henry, abbia preso un pizzico di scorrettezza di Bunny. Ne risulterebbero romanzi forse meno impressionanti dal punto di vista stilistico, ma più vivi.

    ha scritto il 

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