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Discorso sulla servitù volontaria

Di

Editore: La Vita Felice

4.2
(149)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 128 | Formato: Altri

Isbn-10: 8886314574 | Isbn-13: 9788886314572 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: G. Pintorno

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback

Genere: Philosophy , Political , Social Science

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Descrizione del libro
Testo francese a fronte
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  • 2

    A parte il tentativo di mettere in luce ( per altro in modo sommario e disorganico) il comportamento dell'uomo nei confronti del potere e la sua sottomissione - intesa prima di tutto come atteggiamento psicologico- in luogo di una libertà che andrebbe non solo proclamata ma soprattutto conquistat ...continua

    A parte il tentativo di mettere in luce ( per altro in modo sommario e disorganico) il comportamento dell'uomo nei confronti del potere e la sua sottomissione - intesa prima di tutto come atteggiamento psicologico- in luogo di una libertà che andrebbe non solo proclamata ma soprattutto conquistata interiormente, questo libretto rivela tutti i suoi difetti.

    ha scritto il 

  • 2

    Ripescato perché?

    ---
    Come nel cinema la penuria di sceneggiature qualitative spinge ad adattare sempre più di frequente trame narrative dalla letteratura di carta, così si trovano spesso a scaffale ripescaggi di saggi redatti in secoli a noi lontanissimi, che dovrebbero, a detta dei curatori, proporre imper ...continua

    ---
    Come nel cinema la penuria di sceneggiature qualitative spinge ad adattare sempre più di frequente trame narrative dalla letteratura di carta, così si trovano spesso a scaffale ripescaggi di saggi redatti in secoli a noi lontanissimi, che dovrebbero, a detta dei curatori, proporre imperiture chiavi di lettura del presente.
    E invece sono solo noiosi e datati pamphlet, riproposti per parlare e far parlare di argomenti di attualità, a prescindere dalla qualità del prodotto. In questo caso, si parla di tirannia e di abdicazione di diritti, con un richiamo abbastanza palese alle vicende del signor B, contro il quale il Gruppo Spagnol (a cui appartiene Chiare Lettere) porta avanti da anni una battaglia culturale e mediatica.

    ha scritto il 

  • 5

    Me ne sono venuti in mente a centinaia di individui che hanno questa particolare propensione a privarsi della propria libertà. Stupisce che un autore del Seicento sia tanto attuale, ma se in un Paese come il nostro c'è ancora una gran quantità di gente che sputa addosso alla propria dignità tanto ...continua

    Me ne sono venuti in mente a centinaia di individui che hanno questa particolare propensione a privarsi della propria libertà. Stupisce che un autore del Seicento sia tanto attuale, ma se in un Paese come il nostro c'è ancora una gran quantità di gente che sputa addosso alla propria dignità tanto tranquillamente vuol dire che probabilmente siamo noi ad esserci fermati al Seicento.

    ha scritto il 

  • 2

    un'occasione mancata

    ho comprato il libro perché mi colpiva il titolo e mi interessava l'argomento; ora che l'ho finito, la mia curiosità è rimasta tale e quale a prima.
    è vero, i classici non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire, e in questo caso si parla di un classico che, pur usando argomentazio ...continua

    ho comprato il libro perché mi colpiva il titolo e mi interessava l'argomento; ora che l'ho finito, la mia curiosità è rimasta tale e quale a prima.
    è vero, i classici non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire, e in questo caso si parla di un classico che, pur usando argomentazioni un bel po' datate, dice il vero. la vera, grande pecca del libro è, a mio parere, l'introduzione, scritta per metà citando il libro stesso (quindi consiglio di leggerla dopo), con la stessa genericità e mancanza di appigli alla realtà d'oggi - eppure è firmata Flores D'Arcais.
    gradevole il saggio in appendice, settecentesco, molto ironico.

    ha scritto il 

  • 4

    Da leggere

    Di questi tempi più che mai. Non lasciatevi "spaventare" dal fatto che sia stato scritto a metà del 1500... anzi. E' un pugno allo stomaco anche oggi che il tiranno non è un re francese ma qualcuno o qualcosa di meno raggiungibile e altrettanto pericoloso.

    ha scritto il 

  • 2

    Quando andavo al liceo si solevano assegnare temi da svolgere in classe su argomenti come la democrazia o la pace nel mondo; parimenti, nelle scuole di retorica, fin dall'antica Grecia, si facevano esercitazioni su soggetti canonici, come, ad esempio, l'esecrazione della tirannide. Nell'Europa ri ...continua

    Quando andavo al liceo si solevano assegnare temi da svolgere in classe su argomenti come la democrazia o la pace nel mondo; parimenti, nelle scuole di retorica, fin dall'antica Grecia, si facevano esercitazioni su soggetti canonici, come, ad esempio, l'esecrazione della tirannide. Nell'Europa rinascimentale e barocca la tradizione continuava: i potenti del tempo, assai meno sospettosi e occhiuti culturalmente di quelli venuti dopo, lasciavano correre; tant'è, il tiranno era sempre Nerone o al massimo Cesare o il sultano turco, e l'armamentario di exempla si limitava ai classici loci communes su Armodio e Aristogitone, sul Gran Re di Persia o, per passare a roba più attuale, su d'un Bruto a scelta, che infioravano i temi scolastici fin dai tempi di Quintiliano. Belle cicalate a volte d'effetto, a volte noiose, che risonarono in aule o saloni per secoli, magari dando a scolaretti e maestrini qualche frisson da piccoli confessori della fede, tranquilli peraltro della loro impunità. E scendendo giù per li rami la pratica giunse fino alla diarrea di declamazioni tirannicide dei giacobini: assai meno innocue, queste, delle loro antenate, benché impastate con gli stessi ingredienti. Etienne de la Boétie, oggi celebre soprattutto per la sua amicizia con Montaigne (che forse era ben più d'una semplice amicizia), consigliere anch'egli al Parlamento di Bordeaux, e al pari di Montaigne fautore moderato del partito cattolico nelle guerre di religione che insanguinavano a quell'epoca la Francia, con quest'operetta non solo s'inserì perciò in un filone letterario ben collaudato e prolifico, ma in sostanza ne seguì anche pedissequamente i luoghi comuni, le regole, ed anche le cautele, premunendosi così di precisare che i suoi strali non andavano punto contro la sacra monarchia francese: chi poi voleva intendere il contrario, insomma, lo facesse a suo danno; d'altronde, senza simili stratagemmi avrebbe rischiato il capo per niente, e nemmeno avrebbe trovato forse uno stampatore tanto dissennato da mettergli l'operina sotto i torchi. Montaigne, pur volendo molto bene all'amico, valutò il lavoro per ciò che in effetti era: un'esercitazione scolastica ben riuscita. Come tale, dato ch'è brevissima, si può leggere per curiosità e riporre per sempre. Il guaio è che qualcuno (per esempio Paolo Flores d'Arcais, curatore di quest'edizione ed autore d'una ditirambica prefazione), non pago di ciò, ha sempre il vizio di "attualizzare" la roba vecchia, e nel senso deteriore, quello moralistico e catechetico, col volervi ravvisare ad ogni costo ammonimenti diretti a situazioni politiche e sociali del tutto contingenti: tanto contingenti che nella fattispecie la deprecata cupidigia di servilismo verso il tiranno di quando fu stampato il libello (alcuni mesi fa) potrebbe diventare imbarazzante se applicata ai laudatori del Presidente del Consiglio nostrano che nel frattempo ha per fortuna rimpiazzato quello di allora. Ma sono gl'incerti del mestiere di attualizzatore. Qui poi l'attualizzatore è tanto innamorato dello scritterello che ha per le mani, da considerarlo un classico e da metterlo sullo stesso piano di Machiavelli; ma - si badi bene - si tratterebbe d'un classico ch'è tale solo se si valuta come testo militante. Ecco, quella dei classici a corrente alternata era una categoria finora a me ignota: anche perché, se basta la "militanza" a fare d'un testo sulla libertà, sulla democrazia o contro i tiranni un classico, chi sa quanti classici dormono negli archivi delle nostre scuole. Più carino e lieve nel suo tipico tono illuministico il brevissimo scritto satirico del Barone d'Holbach contro i cortigiani aggiunto in appendice: a dir il vero, però, l'Ariosto aveva già scritto le stesse cose in modo ancor più spiritoso e con minore spesa di parole.

    ha scritto il 

  • 2

    Non è un classico. Cioè non travalica i confini spazio-temporali del contesto che l'ha prodotto. Al contrario di quanto esibito dalla dichiarazione dell'editore attuale. Il modo di pensare si è per fortuna evoluto, regalandoci (non sempre purtroppo) un pensiero moderno che punta alla falsificabil ...continua

    Non è un classico. Cioè non travalica i confini spazio-temporali del contesto che l'ha prodotto. Al contrario di quanto esibito dalla dichiarazione dell'editore attuale. Il modo di pensare si è per fortuna evoluto, regalandoci (non sempre purtroppo) un pensiero moderno che punta alla falsificabilità delle proposizioni e alla definizione metodologica dei costrutti. Tutto ciò che manca a questo libro, figlio di un'epoca che confuse ardore d'espressione con ragione e opinione storica con verità scientifica. Di certo non c'era di meglio allora a livello di esposizione e genere. Di certo fa bene rileggerlo. Ma altrettanto certo è che si tratta di una ispirazione per i giorni nostri solo per via del fatto che non dovremmo più trovare verità in opere che non si sforzano di mettersi in discussione.

    ha scritto il