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Dissipatio H.G.

Di

Editore: Adelphi

4.2
(481)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: A000017163 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy

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Descrizione del libro
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  • 5

    “Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fon ...continua

    “Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”.

    E’ con questa immagine così affascinante e variamente allusiva, oltre che squisitamente letteraria, che gioca con una pluralità di significati, mescolando e confondendo vita e morte, amplesso ed autodistruzione, che Morselli cattura, per sempre, l’attenzione e in un certo senso l’affezione del lettore, imprigionato tra le pagine di un libro che brilla, nella assurdità attraente dell’invenzione apocalittica che lo sostiene, di una lucidità intellettuale cristallina, consequenziale e inconfutabile. Si potrebbe anche aggiungere giocosa, se la consapevolezza dell’atto di autoannientamento con cui l’autore porrà termine alla sua vita non costringesse a scorgere tutta la gravità di cui è depositaria la “ragazza dall’occhio nero” nel momento in cui, fuoriuscita dal giardino della letteratura, mostra il suo volto reale. Ma questa è, appunto e per fortuna, letteratura, e qui la forza creativa e vitale del suo autore è ben viva e prolifica, capace di disperazione e letizia, di invenzione e, oserei dire, di godimento intellettuale. Un protagonista che ha paura dell’uomo come produttore di danno e fastidio inesausti e che per questo cerca la solitudine “genuina, durevole e a ampio raggio”, un aspirante suicida che corteggia la propria morte, la premedita, organizza e drammatizza come un colpo di scena ad effetto e la dilaziona a suo piacimento, custodendone e perfezionandone l’idea quasi fosse un’ancora estrema di salvezza, che si trova inaspettatamente davvero solo a causa di una inspiegabile dissipatio humani generis che ha di colpo dissolto la presenza umana nel mondo. E’ il geniale paradosso che offre all’autore l’opportunità di vestire di immagini e di situazioni la solitudine, vera, dell’interiorità con i suoi sentimenti e le sue paure, ma anche dell’intelletto con la sua logica e la cultura che lo sostiene. La solitudine perfetta di un aspirante suicida che rimane vivo mentre il resto dell’umanità si è dissolta. Un esperimento, un ragionamento, una dimostrazione per assurdo contaminata dall’ansia, dal panico e dal persistere della malattia. Perché il protagonista di “Dissipatio H.G." è un uomo malato e sa di esserlo, nel corpo e nello spirito, malato prima e dopo l’evento apocalittico – un’apocalissi discreta e silenziosa che lascia intatto il mondo e rinvigorisce la natura sottraendola al dominio dell’uomo – di malattie che appaiono inscindibili dalla sua più intima essenza: la malattia fisica, una minaccia da tenere a bada, quella mentale, una “federazione di neurosi”, camuffata da “nevrastenia da intellettuale”, entrambe osservate dall’esterno con amara ironia, come lo specchio fedele della propria verità. Dopo l’evento la malattia fisica è relegata all’interno di labili lacerti di memoria – il rischio di soccombere a causa di una malattia mortale ha senso quando tutta l’umanità si è dissolta? – e quella mentale riscoperta, ripensata, accolta con indulgenza e usata, ai fini del racconto, per motivare la deriva irrazionale che lentamente colora la vicenda. “Nessun segno in me di squilibri, di alcun genere: la mia ragione se ne sta verticale, rigorosa e irrefutata. Mi dimostra oltretutto che per me, oggi, la pazzia è da escludere, già in linea di principio. Macina, tranquilla, eventi e esperienze…”; mentre nel mondo paradossale e terrorizzante in cui l’uomo è immerso la pazzia avrebbe degli effetti benefici, sarebbe “una difesa fisiologica, come gli anticorpi”. Non so se l’intento dell’autore fosse quello di rivalutare il tanto vituperato genere umano elaborando la visione di un mondo che ne è rimasto del tutto privo, ma di sicuro traccia in modo chiaro e persuasivo il quadro di una individualità che non è in grado di sostenere, da sola, il proprio peso, che ha bisogno non tanto della vicinanza emozionale con i propri simili, ma della distrazione da se stessa che loro rappresentano: “E’ che sono solo. Il mondo sono io, e io sono stanco di questo mondo, di questo io”. Per quanto attiene alla trama, c’è in questo libro tutto quello che il lettore si aspetta dal genere apocalittico che tanta letteratura e tanta filmografia hanno proposto, a volte, addirittura, qualcosa che soddisfa le aspettative. Morselli gioca bene con il pathos, conduce il lettore in luoghi di volta in volta avventurosi, struggenti, colmi d’orrore, lo gratifica con situazioni angoscianti, con l’imprevisto, fa intravedere spiegazioni o soluzioni che regolarmente si vanificano, sostiene con perizia il perdurante senso di mistero che pervade il suo libro. Ma fa di più, molto di più: costringe a guardare il mondo con gli occhi del suo protagonista – e quindi in definitiva con i suoi occhi – un essere abituato a convivere con quella ragione discorsiva – quella che Manganelli chiama “gelo mentale matematico” – che non arretra nemmeno di fronte alla assoluta certezza logica della necessità di togliersi la vita, colpito all’improvviso da un trauma paralizzante che la destabilizza, lasciandola in balia dell’ignoto: “L’ignoto mi è addosso, e io sono solo, senza scampo. Non ho aiuto, non ho consiglio. A chi chiederò un esorcismo? Scienza, filosofia, forse rimangono. In me, e sia pure in grado millesimale, e in barlume. Ma non hanno previsto niente di quello che succede, e non ne sanno niente. Sono io a sapere che, a ogni modo, ciò che succede non è pensabile, va oltre”. L’orrore del non pensabile, forse questo è ciò che non si può sopportare e questo orrore accompagna il lettore, lasciandogli a tratti respirare l’aria della nostalgia, della dolcezza della natura, della bellezza del mondo, del conforto dei rari momenti di vera vicinanza con un essere forse amato, ma per poco. E di fronte a questo orrore, anche l’infelicità abituale sembra un sollievo.

    ha scritto il 

  • 5

    Io non credo che Dissipatio H. G. possa essere considerato come un grido d'aiuto da parte dell'autore né che ne presagisca la morte.
    L'ultima opera di Morselli è, ai miei occhi, di una grandezza diffi ...continua

    Io non credo che Dissipatio H. G. possa essere considerato come un grido d'aiuto da parte dell'autore né che ne presagisca la morte.
    L'ultima opera di Morselli è, ai miei occhi, di una grandezza difficilmente raggiungibile.
    È innanzitutto un enorme paradosso: nonostante tratti della scomparsa dell'intero genere umano dal pianeta, è l'umanità, nella forma individuale del sopravvissuto, ad esserne unica protagonista.
    Poi è, allo stesso tempo, un eterodosso e stimolante trattato di sociologia, psicologia e filosofia, con tanto di riferimenti, che necessitano, certo, un minimo di conoscenza dei diversi campi, la cui mancanza non può certamente essere una colpa imputabile all'autore.
    Ma è anche un sottile gioco letterario, a partire da quel titolo che Morselli vuole farci credere derivi da un trattato tardo-latino di Giamblico.
    Ed è infine l'affresco di un uomo - che sia o meno un autoritratto poco importa - che per me rimarrà indimenticabile.

    ha scritto il 

  • 4

    Il suicidio di un inguaribile misantropo non va a buon fine. Non appena si riprende, l'uomo si rende conto di essere l'ultimo umano rimasto sulla terra, cosa che per uno come lui dovrebbe equivalere a ...continua

    Il suicidio di un inguaribile misantropo non va a buon fine. Non appena si riprende, l'uomo si rende conto di essere l'ultimo umano rimasto sulla terra, cosa che per uno come lui dovrebbe equivalere alla realizzazione di un sogno.

    Morselli scrive una sua personale variante del tema dell'ultimo uomo, ma da lui non c'è da aspettarsi un canonico romanzo di fantascienza, quanto un testo filosofico che sfrutta un topos tipicamente di genere per parlare (male) del genere umano, dell'esistenza, di tutto il resto.

    Le opere maggiori di Morselli sono state pubblicate tutte postume, ed è un peccato che un autore così non abbia avuto uno straccio di fortuna quando era in vita.
    Menomale che Adelphi ha pubblicato (e sta pubblicando) più o meno tutto: sarebbe un vero un peccato perdersi uno scrittore così alieno e, purtroppo, ancora troppo poco letto.

    ha scritto il 

  • 4

    Lettura ‘colta’ affrontata con i limiti di chi non ha fatto studi classici, senza nozioni e conoscenza di latino e filosofia.
    Ma oltre le citazioni e i riferimenti filosofici resta una profonda inquie ...continua

    Lettura ‘colta’ affrontata con i limiti di chi non ha fatto studi classici, senza nozioni e conoscenza di latino e filosofia.
    Ma oltre le citazioni e i riferimenti filosofici resta una profonda inquietudine per la solitudine totale e assoluta in cui il protagonista si ritrova all'improvviso, quando decide di togliersi la vita, nel momento in cui decide di privare il mondo della sua presenza viene privato della presenza dei suoi simili, l’umanità intera sparisce nel nulla, evaporata, sublimata.
    “Niente diluvio, niente olocausto, niente ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio in uno spray o gas impercettibile e inoffensivo, probabilmente inodore, senza combustione intermedia. Il che se non glorioso, perlomeno è decoroso”.
    Premio o condanna, difficile dirlo.
    Solo ma padrone del mondo
    Padrone del mondo ma solo.

    ha scritto il 

  • 4

    Un romanzo che non dà risposte ma che pone mille e più interrogativi.
    Ed è questo il vero compito della letteratura, far riflettere sulle questioni esistenziali impossibili da dirimere... perché ciò c ...continua

    Un romanzo che non dà risposte ma che pone mille e più interrogativi.
    Ed è questo il vero compito della letteratura, far riflettere sulle questioni esistenziali impossibili da dirimere... perché ciò che conta non è giungere a delle risposte, bensì porsi l'interrogativo e intraprendere un viaggio; questo è il viaggio del protagonista che da aspirante suicida si ritrova magicamente ad essere l'unico superstite del genere umano o meglio a diventare egli stesso il "genere umano"! il mondo è cosa sua, egli è la storia contemporanea... il centro del mondo... e ogni gesto che compie assume carattere di solennità.
    Dissipatio humani generis è un gioco, un gioco drammatico spinto sino all'eccesso autoreferente del protagonista, novello eremita nichilista alla ricerca spasmodica del significato univico della propria realtà epistemologica, o più prosaicamente di una semplice via d'uscita! Quella via d'uscita che l'autore troverà - poco dopo aver terminato l'opera e dopo che anche questa come tutte le sue precedenti venne rifiutata dagli editori del tempo - grazie all'ausilio della sua "ragazza dall'occhio nero", ovvero la pistola con cui il protagonista amoreggia a inizio romanzo, ma senza giungere al gesto estremo e dando adito così a questa riflessione sui temi principali dell'esistenza, dal libero arbitrio alla religione, passando per mille argomenti trattati con grazia e persino... con sottile umorismo! Sì, proprio così.
    Dissipatio H.G., un grande romanzo e un meraviglioso testamento spirituale.

    ha scritto il 

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