Dissipatio H.G.

Di

Editore: Adelphi (Fabula, 03)

4.2
(533)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 154 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8845906337 | Isbn-13: 9788845906336 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Ultimo romanzo di Morselli, di pochi mesi precedente la sua tragica scomparsa, Dissipatio H.G. (dove H.G. sta per Humani Generis) è anche il suo libro più personale e segreto, l’unico dove questo maestro del mimetismo ha scelto di porsi direttamente sulla scena. E lo ha fatto in modo così illuminante ed emblematico da far pensare a una confessione che valga da consapevole gesto di congedo.Il protagonista di Dissipatio H.G., uomo lucidissimo, ironico, ipocondriaco, e soprattutto ‘fobantropo’, attirato da un feroce solipsismo, decide di annegarsi in uno strano laghetto in fondo a una caverna, in montagna. Ma all’ultimo momento cambia idea e torna indietro. Il genere umano, proprio in quel breve intervallo, è scomparso, volatilizzato. Per il resto, tutto è rimasto intatto. Così, paradossalmente, l’umanità è ora rappresentata da un singolo che era sul punto di abbandonarla e che, comunque, non si sente adatto a rappresentare alcunché; neppure, a tratti, se stesso. Comincia allora un appassionante monologo, sullo sfondo della solitudine assoluta e di un silenzio rotto soltanto da qualche voce di animale o dal ronzio di macchine che continuano a funzionare. Ed è un monologo che presto si trasforma in un dialogo con tutti i morti, tenuto da un unico vivo che a momenti pensa di essere anch’egli morto. Riaffiorano spezzoni di ricordi, particolari sepolti riemergono come decisivi e, mentre i pensieri si affollano, l’anonimo protagonista cerca dappertutto un qualche altro sopravvissuto, vaga fra luoghi odiati e amati, fra le sue montagne e Crisopoli (chiaramente Zurigo). Tutto è uguale, eppure tutto è per sempre trasformato. Il mondo è ora popolato soltanto da «oggetti vicini e irraggiungibili, noti e irriconoscibili, sfigurati». Ma non è certo un mondo innaturale: anzi il sopravvissuto è spesso sfiorato dal sospetto che proprio in questa forma di sterminato magazzino e indifferente sepolcro esso raggiunga, in certo modo, la sua verità. Rimane, comunque, il gigantesco interrogativo sul destino degli scomparsi. Che l’umanità sia stata «angelicata in massa»? O si tratti di una inaudita migrazione turistica collettiva? O di una silenziosa apocalisse? E l’unico sopravvissuto è un prescelto o, proprio lui, il condannato?Morselli ci fa attraversare con mirabile sottigliezza tutte le reazioni del sopravvissuto, che vanno da una sinistra ironia e, quasi, euforia, alla «superbia solipsistica», finché a poco a poco si fa strada in lui un’angoscia senza confini. E, mentre il delirio lievemente corrompe ogni residua certezza, il protagonista si abbandona a cercare le improbabili tracce di un amico dimenticato, unico ricordo di rapporto reale che gli resti della sua vita precedente. C’è qualcosa di disperato e, insieme, di sereno in queste pagine, fra le più belle di tutto Morselli – e certo le sole in cui accetti di far trasparire la sua dura pena personale. E c’è, alla fine, una grande immagine in cui convivono, pacificati, tutto e il contrario di tutto: nelle strade deserte di Crisopoli-Zurigo, coperte ormai da uno strato leggero di terriccio, crescono piantine selvatiche. Nel Mercato dei Mercati spuntano, ignari, i ranuncoli e la cicoria. E l’ultimo uomo, che già era stato del tutto solitario fra gli uomini, siede e aspetta.
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  • 3

    Più che un romanzo è uno sfogo surreale. La trama si esaurisce dopo poche pagine - la scomparsa del genere umano tranne l'autore - e da quel momento in poi è solo un lungo monologo della voce narrante ...continua

    Più che un romanzo è uno sfogo surreale. La trama si esaurisce dopo poche pagine - la scomparsa del genere umano tranne l'autore - e da quel momento in poi è solo un lungo monologo della voce narrante che, utilizzando una prosa spiazzante e mai banale esprime stati d'animo, reazioni, ipotesi e commenti su quanto si è verificato.
    I commenti in senso stretto sono i più significativi, esprimono tutta l'indifferenza dell'autore verso il resto dell'umanità. Non c'è odio nelle sue parole, né rancore, neppure disprezzo, solo un'incommensurabile freddezza, come se davvero il mondo fosse migliore senza l'uomo. Gli scrupoli, quando emergono, esprimono piuttosto una paura di essere troppo diverso dagli altri uomini, talmente diverso da non meritare neppure di condividere la "dissipatio humani generis" che da il titolo al libro.
    Un non-romanzo quindi, senza neppure un vero finale, piuttosto l'espressione di una solitudine che nasce dalla totale alienazione rispetto al resto della razza umana. Non è un caso se Morselli, come il personaggio del libro, abbia rivolto contro se stesso la "ragazza con l'occhio nero" per chiudere i suoi giorni sulla terra: sapeva di essere un estraneo in questo mondo e non aveva più voglia di perpetuarvi la sua permanenza.

    ha scritto il 

  • 5

    Se fossi l'ultimo

    “Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, lucci ...continua

    “Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro”.

    Questa è una storia indecidibile e imperscrutabile, giocata su sdoppiamento e capovolgimento, con una conclusione che trova la propria forza nell'immaginare l'impensabile e l'inspiegabile, oltre la tragedia. Morselli crea un protagonista ultimo, prescelto o escluso, abitato da una federazione di nevrosi, perseguitato dalla malattia e dalla paura, mentre la cronaca della sua disgregazione emotiva diviene pluralità di sensi e sovrapposizione di antitesi, vita e morte, felicità e tristezza, sogno e realtà, castigo e gloria, astratto e concreto. Lo scrittore bolognese affronta il fantasma metafisico della perdita dell'io, in una straordinaria opera testamento che traduce in un altrove, un monologo palpitante e ironico che percorre con coraggio e fantasia il paesaggio dell'invenzione linguistica e del nomadismo mentale. Che segue dietro le parole e il linguaggio. “Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”. Nel silenzio di ogni azione e progetto, nella solitudine imparziale e nel mistero della stanchezza di sé, l'uomo superstite si abbandona ad un cupio dissolvi non solo narrativo e letterario, che esplora ogni forma possibile dell'ignoto inconscio: delirio innaturale e paradosso, eterna disperazione che persiste, un'angoscia senza limite né fine. Tra filosofia e psicologia, l'autore attraversa le disgrazie di uno squilibrio irrazionale e rappresenta la frammentazione dialogica della coscienza, realizzando la visione di uno spazio di esistenza umano e amichevole, residuo e marginale ma pur sempre vivo e riconoscibile, depositario di una speranza di esistenza e gioia, che sopravvive sensibile e ideale al dolore e all'estinzione, aspira a superare l'irrefutabile e implacabile logica del nulla, rivalutando bellezza e dolcezza dell'altro, verità e poesia universale.

    “A livelli sia pure superiori al mio, il pensiero è stato quasi sempre solitario, fine a se stesso, asociale. Secreto da monadi senza finestre, o che non si curavano di mettersi alla finestra. L'idolatria della comunicazione era un vizio recente. E la società, dopotutto, era semplicemente una cattiva abitudine”.

    ha scritto il 

  • 5

    Straordinario e tristissimo

    Un romanzo straordinario e modernissimo. Pura sofferenza e solitudine (quelle che ha portato l'autore al gesto estremo) ma anche pura lucidità. Rassegnarsi è difficile, resta sempre un filo di speranz ...continua

    Un romanzo straordinario e modernissimo. Pura sofferenza e solitudine (quelle che ha portato l'autore al gesto estremo) ma anche pura lucidità. Rassegnarsi è difficile, resta sempre un filo di speranza. Libro coltissimo, da leggere assolutamente. Grande autore. Se potessi di stelline ne metterei 10!

    ha scritto il 

  • 5

    Penso sia un problema quello di aver trovato da subito e per tutto il racconto totale empatia con il protagonista.
    Quando succede ciò vengo "sospeso", rimango come paralizzato, e la mente fantastica v ...continua

    Penso sia un problema quello di aver trovato da subito e per tutto il racconto totale empatia con il protagonista.
    Quando succede ciò vengo "sospeso", rimango come paralizzato, e la mente fantastica viaggiando parallela alla narrazione...
    Lontano... e veloce.
    Èd è bello.

    ha scritto il 

  • 4

    Solipsismo.
    La prima volta sentii pronunciare questa parola da mio figlio. Fu quando gli dissi che avevo a volte la sensazione che le persone che mi circondavano erano una mera proiezione della mia me ...continua

    Solipsismo.
    La prima volta sentii pronunciare questa parola da mio figlio. Fu quando gli dissi che avevo a volte la sensazione che le persone che mi circondavano erano una mera proiezione della mia mente. Che a volte avevo il dubbio di essere solo e immobile in uno sterminato deserto rosso.
    Solipsismo è un termine che ho incontrato di nuovo in questo romanzo. Una parola circondata da tante altre parole, per descrivere un uomo infinitamente solo.

    ha scritto il 

  • 5

    “Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fon ...continua

    “Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”.

    E’ con questa immagine così affascinante e variamente allusiva, oltre che squisitamente letteraria, che gioca con una pluralità di significati, mescolando e confondendo vita e morte, amplesso ed autodistruzione, che Morselli cattura, per sempre, l’attenzione e in un certo senso l’affezione del lettore, imprigionato tra le pagine di un libro che brilla, nella assurdità attraente dell’invenzione apocalittica che lo sostiene, di una lucidità intellettuale cristallina, consequenziale e inconfutabile. Si potrebbe anche aggiungere giocosa, se la consapevolezza dell’atto di autoannientamento con cui l’autore porrà termine alla sua vita non costringesse a scorgere tutta la gravità di cui è depositaria la “ragazza dall’occhio nero” nel momento in cui, fuoriuscita dal giardino della letteratura, mostra il suo volto reale. Ma questa è, appunto e per fortuna, letteratura, e qui la forza creativa e vitale del suo autore è ben viva e prolifica, capace di disperazione e letizia, di invenzione e, oserei dire, di godimento intellettuale. Un protagonista che ha paura dell’uomo come produttore di danno e fastidio inesausti e che per questo cerca la solitudine “genuina, durevole e a ampio raggio”, un aspirante suicida che corteggia la propria morte, la premedita, organizza e drammatizza come un colpo di scena ad effetto e la dilaziona a suo piacimento, custodendone e perfezionandone l’idea quasi fosse un’ancora estrema di salvezza, che si trova inaspettatamente davvero solo a causa di una inspiegabile dissipatio humani generis che ha di colpo dissolto la presenza umana nel mondo. E’ il geniale paradosso che offre all’autore l’opportunità di vestire di immagini e di situazioni la solitudine, vera, dell’interiorità con i suoi sentimenti e le sue paure, ma anche dell’intelletto con la sua logica e la cultura che lo sostiene. La solitudine perfetta di un aspirante suicida che rimane vivo mentre il resto dell’umanità si è dissolta. Un esperimento, un ragionamento, una dimostrazione per assurdo contaminata dall’ansia, dal panico e dal persistere della malattia. Perché il protagonista di “Dissipatio H.G." è un uomo malato e sa di esserlo, nel corpo e nello spirito, malato prima e dopo l’evento apocalittico – un’apocalissi discreta e silenziosa che lascia intatto il mondo e rinvigorisce la natura sottraendola al dominio dell’uomo – di malattie che appaiono inscindibili dalla sua più intima essenza: la malattia fisica, una minaccia da tenere a bada, quella mentale, una “federazione di neurosi”, camuffata da “nevrastenia da intellettuale”, entrambe osservate dall’esterno con amara ironia, come lo specchio fedele della propria verità. Dopo l’evento la malattia fisica è relegata all’interno di labili lacerti di memoria – il rischio di soccombere a causa di una malattia mortale ha senso quando tutta l’umanità si è dissolta? – e quella mentale riscoperta, ripensata, accolta con indulgenza e usata, ai fini del racconto, per motivare la deriva irrazionale che lentamente colora la vicenda. “Nessun segno in me di squilibri, di alcun genere: la mia ragione se ne sta verticale, rigorosa e irrefutata. Mi dimostra oltretutto che per me, oggi, la pazzia è da escludere, già in linea di principio. Macina, tranquilla, eventi e esperienze…”; mentre nel mondo paradossale e terrorizzante in cui l’uomo è immerso la pazzia avrebbe degli effetti benefici, sarebbe “una difesa fisiologica, come gli anticorpi”. Non so se l’intento dell’autore fosse quello di rivalutare il tanto vituperato genere umano elaborando la visione di un mondo che ne è rimasto del tutto privo, ma di sicuro traccia in modo chiaro e persuasivo il quadro di una individualità che non è in grado di sostenere, da sola, il proprio peso, che ha bisogno non tanto della vicinanza emozionale con i propri simili, ma della distrazione da se stessa che loro rappresentano: “E’ che sono solo. Il mondo sono io, e io sono stanco di questo mondo, di questo io”. Per quanto attiene alla trama, c’è in questo libro tutto quello che il lettore si aspetta dal genere apocalittico che tanta letteratura e tanta filmografia hanno proposto, a volte, addirittura, qualcosa che soddisfa le aspettative. Morselli gioca bene con il pathos, conduce il lettore in luoghi di volta in volta avventurosi, struggenti, colmi d’orrore, lo gratifica con situazioni angoscianti, con l’imprevisto, fa intravedere spiegazioni o soluzioni che regolarmente si vanificano, sostiene con perizia il perdurante senso di mistero che pervade il suo libro. Ma fa di più, molto di più: costringe a guardare il mondo con gli occhi del suo protagonista – e quindi in definitiva con i suoi occhi – un essere abituato a convivere con quella ragione discorsiva – quella che Manganelli chiama “gelo mentale matematico” – che non arretra nemmeno di fronte alla assoluta certezza logica della necessità di togliersi la vita, colpito all’improvviso da un trauma paralizzante che la destabilizza, lasciandola in balia dell’ignoto: “L’ignoto mi è addosso, e io sono solo, senza scampo. Non ho aiuto, non ho consiglio. A chi chiederò un esorcismo? Scienza, filosofia, forse rimangono. In me, e sia pure in grado millesimale, e in barlume. Ma non hanno previsto niente di quello che succede, e non ne sanno niente. Sono io a sapere che, a ogni modo, ciò che succede non è pensabile, va oltre”. L’orrore del non pensabile, forse questo è ciò che non si può sopportare e questo orrore accompagna il lettore, lasciandogli a tratti respirare l’aria della nostalgia, della dolcezza della natura, della bellezza del mondo, del conforto dei rari momenti di vera vicinanza con un essere forse amato, ma per poco. E di fronte a questo orrore, anche l’infelicità abituale sembra un sollievo.

    ha scritto il 

  • 5

    Io non credo che Dissipatio H. G. possa essere considerato come un grido d'aiuto da parte dell'autore né che ne presagisca la morte.
    L'ultima opera di Morselli è, ai miei occhi, di una grandezza diffi ...continua

    Io non credo che Dissipatio H. G. possa essere considerato come un grido d'aiuto da parte dell'autore né che ne presagisca la morte.
    L'ultima opera di Morselli è, ai miei occhi, di una grandezza difficilmente raggiungibile.
    È innanzitutto un enorme paradosso: nonostante tratti della scomparsa dell'intero genere umano dal pianeta, è l'umanità, nella forma individuale del sopravvissuto, ad esserne unica protagonista.
    Poi è, allo stesso tempo, un eterodosso e stimolante trattato di sociologia, psicologia e filosofia, con tanto di riferimenti, che necessitano, certo, un minimo di conoscenza dei diversi campi, la cui mancanza non può certamente essere una colpa imputabile all'autore.
    Ma è anche un sottile gioco letterario, a partire da quel titolo che Morselli vuole farci credere derivi da un trattato tardo-latino di Giamblico.
    Ed è infine l'affresco di un uomo - che sia o meno un autoritratto poco importa - che per me rimarrà indimenticabile.

    ha scritto il 

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