Dissipatio H.G.

Di

Editore: Adelphi (Fabula, 03)

4.2
(558)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 154 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8845906337 | Isbn-13: 9788845906336 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Ultimo romanzo di Morselli, di pochi mesi precedente la sua tragica scomparsa, Dissipatio H.G. (dove H.G. sta per Humani Generis) è anche il suo libro più personale e segreto, l’unico dove questo maestro del mimetismo ha scelto di porsi direttamente sulla scena. E lo ha fatto in modo così illuminante ed emblematico da far pensare a una confessione che valga da consapevole gesto di congedo.Il protagonista di Dissipatio H.G., uomo lucidissimo, ironico, ipocondriaco, e soprattutto ‘fobantropo’, attirato da un feroce solipsismo, decide di annegarsi in uno strano laghetto in fondo a una caverna, in montagna. Ma all’ultimo momento cambia idea e torna indietro. Il genere umano, proprio in quel breve intervallo, è scomparso, volatilizzato. Per il resto, tutto è rimasto intatto. Così, paradossalmente, l’umanità è ora rappresentata da un singolo che era sul punto di abbandonarla e che, comunque, non si sente adatto a rappresentare alcunché; neppure, a tratti, se stesso. Comincia allora un appassionante monologo, sullo sfondo della solitudine assoluta e di un silenzio rotto soltanto da qualche voce di animale o dal ronzio di macchine che continuano a funzionare. Ed è un monologo che presto si trasforma in un dialogo con tutti i morti, tenuto da un unico vivo che a momenti pensa di essere anch’egli morto. Riaffiorano spezzoni di ricordi, particolari sepolti riemergono come decisivi e, mentre i pensieri si affollano, l’anonimo protagonista cerca dappertutto un qualche altro sopravvissuto, vaga fra luoghi odiati e amati, fra le sue montagne e Crisopoli (chiaramente Zurigo). Tutto è uguale, eppure tutto è per sempre trasformato. Il mondo è ora popolato soltanto da «oggetti vicini e irraggiungibili, noti e irriconoscibili, sfigurati». Ma non è certo un mondo innaturale: anzi il sopravvissuto è spesso sfiorato dal sospetto che proprio in questa forma di sterminato magazzino e indifferente sepolcro esso raggiunga, in certo modo, la sua verità. Rimane, comunque, il gigantesco interrogativo sul destino degli scomparsi. Che l’umanità sia stata «angelicata in massa»? O si tratti di una inaudita migrazione turistica collettiva? O di una silenziosa apocalisse? E l’unico sopravvissuto è un prescelto o, proprio lui, il condannato?Morselli ci fa attraversare con mirabile sottigliezza tutte le reazioni del sopravvissuto, che vanno da una sinistra ironia e, quasi, euforia, alla «superbia solipsistica», finché a poco a poco si fa strada in lui un’angoscia senza confini. E, mentre il delirio lievemente corrompe ogni residua certezza, il protagonista si abbandona a cercare le improbabili tracce di un amico dimenticato, unico ricordo di rapporto reale che gli resti della sua vita precedente. C’è qualcosa di disperato e, insieme, di sereno in queste pagine, fra le più belle di tutto Morselli – e certo le sole in cui accetti di far trasparire la sua dura pena personale. E c’è, alla fine, una grande immagine in cui convivono, pacificati, tutto e il contrario di tutto: nelle strade deserte di Crisopoli-Zurigo, coperte ormai da uno strato leggero di terriccio, crescono piantine selvatiche. Nel Mercato dei Mercati spuntano, ignari, i ranuncoli e la cicoria. E l’ultimo uomo, che già era stato del tutto solitario fra gli uomini, siede e aspetta.
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  • 4

    Se scrivere è una "misura d'igiene" e ha qualche utilità nel mettere dinanzi all'autore, attraverso una forma, ciò che nell'intimo lavora e consuma, l'operazione condotta da Morselli è di quelle che a ...continua

    Se scrivere è una "misura d'igiene" e ha qualche utilità nel mettere dinanzi all'autore, attraverso una forma, ciò che nell'intimo lavora e consuma, l'operazione condotta da Morselli è di quelle che ammutoliscono, perchè lo scrittore, in Dissipatio H.G, simula la propria morte e non, come si potrebbe credere, vista la situazione in cui il protagonista si trova, quella di tutti gli altri esseri viventi. La morte è vista come dissolvimento dell'io, "ingenuità perfetta", come un essere fuori dal tempo.

    "...chiedersi: e dopo cosa farò? - Io non me lo chiedo. Sto scoprendo che l'eterno, per me che lo guardo da un'orbita di parcheggio, è la permanenza nel provvisorio. La dilatazione estrema dell'attimo, e in termini empirici questo vuol dire Stato di differibilità assoluta".

    ha scritto il 

  • 5

    "Questo vertice terminale sono io"

    sempre caro mi fu quest'ermorselli anche se - o esattamente perché - leggendolo, ho fatto fatica a capire, nell'ordine: dove andare a nascondermi per non essere sopraffatta dalla claustrofobia dell'in ...continua

    sempre caro mi fu quest'ermorselli anche se - o esattamente perché - leggendolo, ho fatto fatica a capire, nell'ordine: dove andare a nascondermi per non essere sopraffatta dalla claustrofobia dell'inevitabile; come rimparare il respiro nonostante l'immedesimazione obbligatoria; come conciliare i pareri di Cartesio e di Durkheim su di lui (Cartesio: "M. è un eretico". Durkheim: "M. è un eretico").

    Certezze poche, in ogni caso. Una, forse: "il reale, avendo dalla sua la durata e la coerenza (coerenza nel senso di uniformità e solidità) si può permettere il lusso di essere irrazionale e inspiegabile. Anche pazzesco, se gli torna comodo.
    Contro questa inspiegabilità non faccio tentativi".

    Neanche a favore di qualche spiegabilità.

    ha scritto il 

  • 3

    Troppo frantumato, slegato, allusivo, intellettualistico e quindi, in una sola parola, astruso. (Ma tutto ciò è intenzionale: si presenta infatti come il diario, il delirio, di un ex giornalista nevro ...continua

    Troppo frantumato, slegato, allusivo, intellettualistico e quindi, in una sola parola, astruso. (Ma tutto ciò è intenzionale: si presenta infatti come il diario, il delirio, di un ex giornalista nevrotico unico superstite di un'ecatombe mondiale).

    Credo, in estrema sintesi, che s'imperni su due rapporti contrastati: individuo-società e società-Natura. L'individuo, in fin dei conti, non può astrarsi dal consorzio umano; la società, per parte sua, non può ignorare le forze della Natura (la quale ha solo apparentemente una connotazione idilliaca; in realtà, è distruttrice). Va aggiunto che è sì un romanzo a sfondo personale, ma Autore e protagonista, come sempre, non combaciano del tutto, il che può facilmente essere visto da chi legga il diario di Morselli, pubblicato da Adelphi (cfr. spec. p. 163, n. 13). Sempre dalla lettura del diario si capisce, tra l'altro, che M. è stato influenzato, ma dialetticamente, da marxismo e freudismo, a differenza di quello che ha affermato qualcuno (ciò detto a onor del vero, senza polemica). Ci sarebbe pure da fare qualche annotazione sulla non coincidenza di fabula e intreccio, non fosse che mi parrebbe di tornare a scuola e che non ne ho nessuna voglia.

    Comunque, seppur peregrino, lo stile è brillante e le considerazioni di un certo interesse; del resto si parla pur sempre dell'umanità, cioè di noi, come singoli e come specie.

    ha scritto il 

  • 4

    Post-apocalittico disintegrato

    Una benedizione....la Terra senza l'uomo, popolata in realtà da un unico bipede!
    Un evento decisamente auspicabile, alla luce dei nefasti crimini perpetrati ai danni del pianeta dal letale parassita u ...continua

    Una benedizione....la Terra senza l'uomo, popolata in realtà da un unico bipede!
    Un evento decisamente auspicabile, alla luce dei nefasti crimini perpetrati ai danni del pianeta dal letale parassita umanoide. Eppure il protagonista (nonché voce narrante dai toni molto ironici e taglienti), un autentico solipsista, mai del tutto integratosi nel tessuto sociale, anziché esultare per la fortuna di essere stato risparmiato dall'apocalisse, dopo un iniziale spaesamento decide di togliersi la vita, salvo poi ripensarci e acquisire una graduale progressiva presa di coscienza della sua nuova realtà di sopravvissuto. Il mondo senza uomini è senz'altro un luogo migliore, gli animali vivono liberi e felici, non più oppressi dalla barbarie umana; persino gli oggetti appaiono più definiti e brillanti, gli spazi sono vuoti, incontaminati. Ciò nonostante, il nostro superstite perde progressivamente il senno, scivolando in un delirio angoscioso e frammentario che precede l'immaginabile fine.

    "Nell'età della tecnologia se il radio-mondo tace, bisogna che la civiltà cosiddetta associata sia sospesa, per non dire perenta, che l'Organizzazione, crittogama infausta stesa sui cinque continenti, si sia dissolta, che il polipo dell'Economia non allunghi più la miriade dei suoi tentacoli immondi…"
    "Non cercata, ho una prova che l'Evento non è una chimera, un'invenzione mia. In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d'uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio: gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati.
    Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s'intende. L'istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell'aria, a terra non ci sono più puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l'inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante). Può darsi che questo scorcio di primavera freddo, nebbioso, li incoraggi. Ieri a tramonto un duetto, più espressivo di quello di Lévy e Malinowski, fra civette. Una delle due, la femmina? teneva il suo verso distinto dal verso del compagno, di un semitono, e non variava se non a intervalli piuttosto lunghi e press'a poco uguali. La melopea ha del primitivo, non del lugubre come tutti dicevano. Ho interloquito, senza cercare di imitare, insistendo su una nota bassa, appena accordata alle loro, in bordone. Ho anche tentato una dissonanza. Pare che non gli dispiacessi, perché si sono avvicinate. Abbiamo gusti in comune, il bosco e la notte; sono nittalopo e nottivago quasi come loro, e anch'io, se canto, canto di notte. A parte che le mie corde vocali, a differenza delle loro, sono state trattate alla nicotina.
    Così vado commentandomi, esorcizzandomi, la fine del mondo. O quel tanto di analogo che si svolge sotto i miei occhi.
    La fine del mondo?
    Uno degli scherzi dell'antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell'uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: «Ainsi fera la mort de toutes choses notre mort».
    Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro."
    "Il luogo ha guadagnato in asprezza, è intatto, come alle origini. La sua bellezza oggettiva è in netto incremento. Invece, mi accorgo, io sono inerte. Impartecipe. Registro, senza emozioni. Mi prende il sospetto di una inutilità. (A che scopo due ore di marcia, per vedere, udire, e non sentire). La minaccia di quel cielo così vicino e pesante, è reale. Quando scende, a tratti, il vento, porta realmente l'odore del ghiacciaio (quell'odore vitreo, di grotta e d'abisso), e, negli intervalli, il silenzio è davvero primordiale; la parete che piomba a cento passi da me, è desolata e inesorabile, chiude il mondo. Eppure il pavor montium mi si riduce alla sensazione del freddo, freddo fisico..... Sconfortante: la natura era bella e tremenda, ma in funzione asociale. Supponeva, negativamente, l'uomo. Io la volevo inviolata, però violabile."
    "L'ultimo degli uomini. Ultimo in un duplice senso: ma di uno dei due sensi non m'interesso. Non mi giudico, non ho apprezzamenti da fare su di me. Mi è chiaro che sono il superstite, e questo, sì, è indubbiamente assurdo, ingiusto, grottesco.
    Fatemi morire, nel bene o nel male li devo raggiungere. Non ero diverso da loro, mi assomigliavano tutti. Ignoranza e superbia incluse."
    "Il pericolo essenziale - l'uomo - non c'è più. Il resto, ciò che vive, è inoffensivo: è la natura, in me e intorno a me. Date le circostanze, un qualsiasi individuo al mio posto avrebbe buone probabilità di morire di vecchiaia. Le malattie sono socio-indotte, o direttamente o indirettamente: la tensione che veniva dall'esistenza associata, ecc."

    ha scritto il 

  • 5

    Vita: la materia quando inizia a soffrire

    Dissipatio H.G. (Humani Generis) è ritenuto il romanzo più rappresentativo di Guido Morselli, che si tolse la vita pochi mesi dopo la sua terminazione.
    Dicono che nessuno si uccida in preda a un raptu ...continua

    Dissipatio H.G. (Humani Generis) è ritenuto il romanzo più rappresentativo di Guido Morselli, che si tolse la vita pochi mesi dopo la sua terminazione.
    Dicono che nessuno si uccida in preda a un raptus, ma che si tratti di un processo premeditato, di una lenta presa di coscienza. Anche per Morselli sicuramente sarà successo così, infatti certamente il romanzo contiene in sé gli spunti per tale processo.

    Un uomo decide di togliersi la vita in un lago posto in una caverna su un monte, la notte del suo compleanno.

    "Morire biologicamente, è il perfezionarsi di uno stato in cui ci troviamo già ora"

    Fallito l'intento per un ripensamento scopre, tornando al piano, che tutti gli esseri umani si sono volatilizzati.

    E lui, unico superstite (salvato o condannato?) per ironia della sorte, rimane a osservare gli animali, la natura, le macchine rimaste, a rievocare eventi passati, a osservare con nostalgia cose ormai obsolete come quotidiani, una foto, tappeti oppure una macchina da scrivere, in un lungo monologo declinante verso una disperazione dovuta all'incomprensione per ciò che è accaduto. Riflette sul senso della vita e della morte quando non ci sono persone che ci guardano o ci ascoltano.

    La sua storia coincide ormai con la storia dell'umanità intera. Dovrà scomparire come tutti gli altri?

    "Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità, e poi di nuovo paura. Adesso l'adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione. Con intervalli di proterva ilarità, e di feroce sollievo"

    Lunghe argomentazioni senza una struttura, lucidi sprazzi di riflessione espressi con uno stile originale, desolato e molto raffinato. Non c'è struttura, dicevo. Tante idee, tante invenzioni, una lenta esplorazione di tanti temi, discussi e poi lasciati sospesi, senza conclusione alcuna.

    Poi pian piano, dopo aver desiderato a lungo la solitudine in cui è scivolato e nonostante possa disporre di ogni cosa per tutto il tempo che vuole, comincia a rivalutare l'importanza degli esseri umani.

    Il silenzio da assenza umana è un silenzio che non scorre. Si accumula.

    Non ci sono domande, non ci sono risposte. Rimangono solo le nostre riflessioni sulle tantissime cose che abbiamo letto.
    Un libro paradossale ma affascinante, scritto certamente da una persona molto sola.

    ha scritto il 

  • 5

    con le benzodiazepine avremmo meno capolavori. epperò...

    ho pensato che chiudere quest'anno di merda con un libro allegro sarebbe stato banale. così in una notte di mezza insonnia particolarmente opprimente [devono essere stati i ramen, io la carne di maial ...continua

    ho pensato che chiudere quest'anno di merda con un libro allegro sarebbe stato banale. così in una notte di mezza insonnia particolarmente opprimente [devono essere stati i ramen, io la carne di maiale la digerisco poco] ho finito di dissiparmi con morselli. bellissimo e devastante. però stamattina insieme al tè prendo un prozac.

    ha scritto il 

  • 1

    Mi sarebbe piaciuto che mi fosse piaciuto...

    Dissipatio H.G.
    L'evaporazione del genere umano, la sua volatilizzazione, quasi fosse la reazione della natura alla materialità della vita... mica pizza e fichi.
    Capisco che possa costituire un certo ...continua

    Dissipatio H.G.
    L'evaporazione del genere umano, la sua volatilizzazione, quasi fosse la reazione della natura alla materialità della vita... mica pizza e fichi.
    Capisco che possa costituire un certo vanto - o autocompiacimento - dire di averlo capito, apprezzato o addirittura amato, ma per quanto mi riguarda Morselli è ben lontano dal titano, dall'eroe che non riesce ad adeguarsi alle leggi degli uomini.
    Ci sono dei passi che mi sono piaciuti, soprattutto quelli in cui emergono le conoscenze dell'autore. Però sono pochi e immersi in una nube di noia e torpore, come se l'io narrante volesse trascinare anche il lettore nella sua depressione.

    «Dove sono andati. Perché sono andati.»
    «E il silenzio da assenza umana, mi accorgevo, è un silenzio che non scorre. Si accumula.»
    «(...) e io facevo il mio solito giuoco, parentesizzare l'esistenza di miei simili, figurarmi come l'unico pensante in una creazione tutta deserta. Deserta di uomini, s'intende.»
    «(...) l'aspirazione a possedere materialmente una cosa o una persona, nasconde, con qualche approssimazione, il nostro intento di liberarci di essa, di passare a altro. Quello che abbiamo posseduto, ce lo possiamo mettere dietro le spalle, confinarlo nel passato, nel già-fatto.»

    Mi piace quando parla di quello che sa, non mi piace quello che inventa e quello che è.
    Cita Hegel, Husserl, Agostino, formule latine, giusto per insinuarti il solito dubbio che il libro sia un capolavoro e che sia tu - lettore medio - a non saperne cogliere la portata.
    Ma qualche brano interessante qua e là non fa il romanzo; sarebbe stato meglio, a questo punto, scegliere una forma più frammentaria, come una raccolta di aforismi.
    E pensare che a pagina 69 diceva che «Ogni cosa, buona o cattiva, è accettabile se ha un senso».
    Dicevo che mi sarebbe piaciuto che mi fosse piaciuto perché avrei potuto atteggiarmi a radical chic, ma io il senso di questo romanzo non l'ho capito.

    ha scritto il 

  • 5

    Restare soli al mondo, così, di punto in bianco e senza sapere perché. Tutte le anime prelevate tranne la tua. Cos'è? Stai sul cazzo al padreterno? Tipo che ha tirato su sandro bondi e a te non ti ha ...continua

    Restare soli al mondo, così, di punto in bianco e senza sapere perché. Tutte le anime prelevate tranne la tua. Cos'è? Stai sul cazzo al padreterno? Tipo che ha tirato su sandro bondi e a te non ti ha voluto? Ma quanto schifo devi fargli?
    Il fatto è che, dopo i primi giorni di disperazione, inizi a fartene una ragione, soprattutto se sei un misantropo. Magari ti prendi bene e inizi a svaligiare i negozi, a girare nudo, a rubare auto e a cagare nella hall di un cinque stelle. Oppure ti chiami Guido Morselli e la pigli dal lato filosofico scrivendoci un libro praticamente perfetto. E vi dico subito che le eventuali pecche che potreste riscontrare durante la lettura sono dovute alla vostra ignoranza e se dio ha lasciato giù morselli, figuriamoci cosa farebbe con voi.

    ha scritto il 

  • 3

    Più che un romanzo è uno sfogo surreale. La trama si esaurisce dopo poche pagine - la scomparsa del genere umano tranne l'autore - e da quel momento in poi è solo un lungo monologo della voce narrante ...continua

    Più che un romanzo è uno sfogo surreale. La trama si esaurisce dopo poche pagine - la scomparsa del genere umano tranne l'autore - e da quel momento in poi è solo un lungo monologo della voce narrante che, utilizzando una prosa spiazzante e mai banale esprime stati d'animo, reazioni, ipotesi e commenti su quanto si è verificato.
    I commenti in senso stretto sono i più significativi, esprimono tutta l'indifferenza dell'autore verso il resto dell'umanità. Non c'è odio nelle sue parole, né rancore, neppure disprezzo, solo un'incommensurabile freddezza, come se davvero il mondo fosse migliore senza l'uomo. Gli scrupoli, quando emergono, esprimono piuttosto una paura di essere troppo diverso dagli altri uomini, talmente diverso da non meritare neppure di condividere la "dissipatio humani generis" che da il titolo al libro.
    Un non-romanzo quindi, senza neppure un vero finale, piuttosto l'espressione di una solitudine che nasce dalla totale alienazione rispetto al resto della razza umana. Non è un caso se Morselli, come il personaggio del libro, abbia rivolto contro se stesso la "ragazza con l'occhio nero" per chiudere i suoi giorni sulla terra: sapeva di essere un estraneo in questo mondo e non aveva più voglia di perpetuarvi la sua permanenza.

    ha scritto il 

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