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Disumane lettere

Indagini sulla cultura della nostra epoca

Di

Editore: Laterza (Sagittari Laterza)

3.8
(18)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 224 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8842095427 | Isbn-13: 9788842095422 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Education & Teaching , Fiction & Literature , Social Science

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Descrizione del libro
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  • 4

    "Si è in gran parte impotenti di fronte alla macchina economica sfrenata che continua grottescamente a parlare di sviluppo. Invece nessuno è impotente nel giardino della propria anima. ...continua

    "Si è in gran parte impotenti di fronte alla macchina economica sfrenata che continua grottescamente a parlare di sviluppo. Invece nessuno è impotente nel giardino della propria anima. L’individuo, anche quando è oppresso, dispone pur sempre di due grandi forze che nessun potere potrà mai fiaccare del tutto. Quella di dire di no, di sottrarsi, di non subordinarsi e quella di contagiare attraverso l’esempio." (p. 153)

    ha scritto il 

  • 4

    Che cosa spinge gli uomini, ben consapevoli della propria finitezza, delle proprie effimere esistenze, a iniziare e compiere una qualsiasi impresa? Forse il desiderio di immortalità? Cosa spinse ...continua

    Che cosa spinge gli uomini, ben consapevoli della propria finitezza, delle proprie effimere esistenze, a iniziare e compiere una qualsiasi impresa? Forse il desiderio di immortalità? Cosa spinse Proust a continuare a scrivere nonostante il rifiuto di alcuni editori, fra cui anche Gide, di dare alle stampe quello che oggi conosciamo come uno dei grandi capolavori della letteratura? Cosa spinse Galileo o Giordano Bruno a continuare nelle loro imprese? Cosa ha spinto uomini prigionieri nei gulag e campi di concentramento a continuare a scrivere? Li ha spinti un’illusione.

    Così la pensava Leopardi e così ne scriveva: "Hanno questo di proprio le opere di genio, cioè le opere del genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l'inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia, ad un animo grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, servono sempre di consolazione, riaccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta" (Zibaldone)

    Un’illusione dunque. Ma così forte e potente da avere un effetto corroborante in chi le avvicina “le opere di ingegno”.

    Una foto simbolo http://3.bp.blogspot.com/_ZjNpoIGvyeo/Sx1r8BfnjaI/AAAAAAAABx0/pHMStfPJYBw/s1600/holland-house-library-after-an-air-raid-bb83_04456_1326365.jpg

    E’ una foto famosa questa. Ritrae la Holland House Library distrutta dai bombardamenti aerei del 1940. Ma è soprattutto una foto simbolo. Importante perché ritrae la speranza e la capacità degli uomini di fronteggiare anche le più severe avversità, e riuscire a trovare, spesso proprio nelle avversità, nuovi motivi di ripresa, slancio, speranza, entusiasmo. La biblioteca è rimasta quasi intatta: simbolo involontario di resistenza alle violenze della guerra. Questa foto è stata adottata come manifesto dal Sole 24 Ore per una importante iniziativa: una costituente della cultura. A partire dalla metà di febbraio l'iniziativa occupa le pagine del quotidiano soprattutto nella edizione della domenica. Cinque punti per una <<costituente>> che metta in moto il legame fra conoscenza, ricerca tutela e occupazione. La cultura come volano per l’occupazione, in un momento di crisi forte come quello che stiamo attraversando. Iniziativa lodevole, come minimo. Le adesioni sono centinaia(moltissime illustri) e provengono da svariati soggetti, non solo istituzionali( in riferimento ai quali si potrebbe sospettare una adesione fatta per “dovere”) segno che si tratta di una questione fortemente sentita, e percepita come fondamentale. Pare quasi la scoperta dell’acqua calda: efficienza istituzionale, benessere sociale ed economico, discendono dalla capacità di un paese di investire con oculatezza nella conoscenza. (per esempio uno studio tedesco ha riportato una stretta correlazione fra corruzione e mancanza di chiare politiche culturali). Eppure non è così che accade e sicuramente non in Italia.

    Mentre il più importante quotidiano economico italiano pubblicava questa iniziativa, per un puro caso ho cominciato a leggere il saggio di Carla Benedetti, e come spesso succede, le due letture hanno rivelato molti punti in comune, in modo che un argomento dell’una mi riportava all’altra e viceversa. Il saggio infatti ha come sottotitolo “Indagini sulla cultura della nostra epoca”. E in effetti di vere indagini si tratta. Indagare sul perché la nostra cultura, e la letteratura in special modo, abbia rinunciato alla propria forza eversiva assumendo una posizione prona e attendista di fronte ai problemi che minacciano il futuro della specie umana.

    Attraverso diversi esempi, Gadda su tutti, ma anche Saviano(e l’effetto Gomorra), Moresco, l’autrice indaga. Non sempre l’indagine è svolta in maniera chiara e giunge a risultati del tutto condivisibili, ma se non altro ha il merito di focalizzare l’attenzione del lettore su argomenti importanti, che oggi sarebbe DISUMANO non conoscere.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro veramente notevole. Critico nel significato filosofico del termine e mai polemico. Assolutamente lucido nella sua analisi sulla letteratura contemporanea e non solo, sulla sua natura, sui ...continua

    Un libro veramente notevole. Critico nel significato filosofico del termine e mai polemico. Assolutamente lucido nella sua analisi sulla letteratura contemporanea e non solo, sulla sua natura, sui suoi metodi, sui temi. Un testo che si distingue nel panorama massificato dei libri che trattano della "cultura" in generale.

    ha scritto il 

  • 3

    Il saggio sviluppa un'istanza di fondo che suona molto forte e nella sostanza condivisibile: com'è possibile che la letteratura e la cultura umanistica in generale rimangano asfitticamente confinate ...continua

    Il saggio sviluppa un'istanza di fondo che suona molto forte e nella sostanza condivisibile: com'è possibile che la letteratura e la cultura umanistica in generale rimangano asfitticamente confinate in un mondo angusto e tutto umano, proprio mentre i disastri ambientali, la minaccia del sovrappopolamento del nostro pianeta, le guerre, l'inquinamento ed altri pericoli vengono a distruggere la stessa possibilità di vita futura dell'uomo? L'autrice ricorda che questa chiusura in sé della cultura umanistica è un dato molto recente, e ne mostra diverse forme, come, in letteratura, la sensazione di non poter più scrivere capolavori, di non poter andare oltre la fantasticheria disincarnata o il realismo meschino e soffocante, di non riuscire più ad andare oltre il proprio guscio e neanche a sperimentare linguisticamente, se non con quell'ironia postmoderna che è rinunciataria in partenza; e tale sfiducia non riguarda solo la letteratura o l'arte (dove prende sovente il volto delle varie morti della poesia, del romanzo, dell'autore, se non dell'arte in quanto tale), ma, appunto, la cultura umanistica in senso lato, che si sarebbe degradata con le proprie mani a stanca amministratrice di rovine. La diagnosi della Benedetti, seppur severa, è condivisibile nelle sue linee generali; se non mi sento di valutare in maniera del tutto positiva questo saggio è a causa del tono spesso troppo fastidiosamente risentito che contrassegna molte pagine anche su autori d'indubbio valore e su pratiche (come l'uso di nicknames nei blog) ove il rigore degli accenti mi pare derivare più che altro da necessità di rafforzare una posizione preconcetta. Viceversa, quando si passa a indicare modelli di scrittura che siano alternativi all'andazzo (spesso giustamente) biasimato, ho l'impressione che i modelli scelti (Saviano, Scarpa) siano impari al ruolo epocale di cui l'autrice li viene ad investire. Ma qui la Benedetti risponderebbe che è lo stesso sistema editoriale ad escludere le voci dissonanti perchè poco o punto commerciabili; e in effetti, stando all'analisi svolta nel saggio, il problema è della nostra cultura nel suo complesso: la mia idea è perciò che le voci fuori dal coro delle prefiche siano poche perché in realtà questa cultura della fine o della morte altro non è che la cultura di molti di noi; e non è detto che chi non vi si riconosce sappia anche tradurre le sue idee in grande scrittura o in grande sistema di pensiero. Basterebbero, di per sé, pochi, anche pochissimi grandi per dare tono ad un intero secolo: come dice la Benedetti, che me ne frega se l'Ottocento fu pieno di poeti mediocri quando c'è un Leopardi! Non ci resta, dunque, che attendere con fiducia, mentre ancor la speranza ha fior del verde.

    ha scritto il