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Dizionario Analogico della Lingua Italiana

Con CD-ROM

Di ,

Editore: Zanichelli

4.8
(6)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 960 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8808090892 | Isbn-13: 9788808090898 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Da consultazione

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Descrizione del libro
Quante volte, mentre stiamo esponendo un concetto, a voce o per iscritto, la parola che serve a esprimere correttamente il nostro pensiero ci sfugge, oppure l’aggettivo o il verbo che meglio si associa a un nome non ci viene in mente, eppure sappiamo che c’è?
Il Dizionario Analogico della Lingua Italiana, grazie alla sua struttura di parole raggruppate per grandi aree di significato e opportunamente collegate da una fitta rete di rimandi, ci guida attraverso le catene delle analogie fino al termine cercato. Circa 4000 parole chiave sotto il cui campo semantico sono raccolti vocaboli, locuzioni e modi di dire, a esse collegati da criteri di analogia e ordinati secondo la successione consolidata nel tempo nell’uso abituale dei parlanti, forniscono al lettore gli elementi per esprimersi e comunicare con precisione, efficacia ed eleganza.
Il Dizionario Analogico della Lingua Italiana si rivolge a chi, per motivi di studio o di lavoro – scrittori, traduttori, giornalisti, addetti stampa, pubblicitari ma anche scienziati, tecnici e giuristi –, ha la necessità di trovare le parole e le locuzioni giuste: quelle che sfuggono, di cui si avverte la mancanza o si presume l’esistenza. Uno strumento utilissimo per arricchire il proprio lessico e le proprie capacità espressive.

Nel libro
960 pagine
oltre 19 000 lemmi
oltre 4000 voci svolte

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  • 0

    Che cos'è il Dizionario Analogico della Lingua Italiana

    http://www.booksblog.it/post/9377/che-cose-il-dizionario-analogico-della-lingua-italiana


    Che cos’è il Dizionario Analogico della Lingua Italiana? Ho provato a capirlo ieri a Milano, durante un incontro alla biblioteca Sormani sul monumentale volume edito da Zanichelli e firmato - do ...continua

    http://www.booksblog.it/post/9377/che-cose-il-dizionario-analogico-della-lingua-italiana

    Che cos’è il Dizionario Analogico della Lingua Italiana? Ho provato a capirlo ieri a Milano, durante un incontro alla biblioteca Sormani sul monumentale volume edito da Zanichelli e firmato - dopo dieci anni di lavoro - da Donata Feroldi ed Elena Dal Pra.

    ha scritto il 

  • 5

    "Una stella luminosa e una rete ordinata"

    "[...] in questo Analogico ogni voce è una bella porta da aprire, a sorpresa come le finestrelle dell’Avvento perché non sai bene cosa ci troverai, se non – come scrive l’autrice Donata Feroldi – le parole “che sfuggono, di cui si avverte la mancanza o si presume l’esistenza”.
    Se lo Zingarelli lo ...continua

    "[...] in questo Analogico ogni voce è una bella porta da aprire, a sorpresa come le finestrelle dell’Avvento perché non sai bene cosa ci troverai, se non – come scrive l’autrice Donata Feroldi – le parole “che sfuggono, di cui si avverte la mancanza o si presume l’esistenza”. Se lo Zingarelli lo apri per sapere o conoscere meglio il significato di una parola, questo ti dice invece tutto quello che le è attorno attorno, che evoca, che viene prima nel corso della sua lunghissima storia. L’ordine delle voci è sempre alfabetico – da àbaco a zuzzerellone -, ma dietro ognuna si accende una stella, si apre una rete. Una stella luminosa e una rete ordinata perché le rubriche ti indicano cosa ci troverai: i sinonimi sì, ma anche i verbi, le caratteristiche, le azioni, gli oggetti, i luoghi, gli strumenti, le curiosità, i modi di dire, i detti e i proverbi legati a quella parola. Da quelli arcaici ai contemporanei. Se leggere è soprattutto popolare la nostra mente di immagini ... l’Analogico te la riempie subito di cose. Alcune le riconosci subito perché sono le associazioni cui siamo esposti nella nostra quotidianità di parlanti e scriventi, altre sono più rare, misteriose o sorprendenti, ma sempre fonte di nuove curiosità. I modi di dire del verbo portare prendono un’intera colonna, da portare i pantaloni a portarsi un segreto nella tomba . E in quanti modi si può portare? In spalla, a spalla, sulla schiena, sulle spalle, sulla groppa, sul groppone, in groppa, a cavalluccio, a braccia, a forza di braccia, in braccio, sottobraccio, sotto il braccio, a tracolla, a bandoliera, ad armacollo, al collo e, se siamo in bici, anche in canna, in sella, sul sellino, nel cestino, sul portapacchi. [...]"

    "Nella foresta delle analogie" di Luisa Carrada, Il blog del Mestiere di Scrivere http://blog.mestierediscrivere.com/2011/12/21/nella-foresta-delle-analogie/

    ha scritto il 

  • 0

    Recensione di Valerio Magrelli su "Repubblica"

    Il punto di partenza è elementare. Un dizionario si può consultare in due modi: conoscendo il termine di cui andiamo a caccia, oppure non conoscendolo, e avendo solo una vaga idea della sua esistenza. Del primo caso si occupano i dizionari tradizionali, del secondo, quelli come il Dizionario Anal ...continua

    Il punto di partenza è elementare. Un dizionario si può consultare in due modi: conoscendo il termine di cui andiamo a caccia, oppure non conoscendolo, e avendo solo una vaga idea della sua esistenza. Del primo caso si occupano i dizionari tradizionali, del secondo, quelli come il Dizionario Analogico della Lingua Italiana di Donata Feroldi e Elena Dal Pra (Zanichelli, pagg. 960, euro 59), ultima novità “portatile” in questo campo: due anni fa Utet aveva pubblicato una grande opera diretta e curata da Raffaele Simone di ben 3.900 pagine. La differenza è la stessa che passa fra una ricerca verticale e una orizzontale. Esaminiamo dunque quest’ultima: quante volte, mentre stiamo esponendo un concetto, la parola che serve a esprimere il nostro pensiero ci sfugge, malgrado sappiamo che esista? È proprio qui che interviene l’”analogico”: non per cercare qualcosa che già possediamo, ma per trovare quello che ignoriamo. Insomma, per dirla con un titolo dello scrittore francese Pascal Quignard, questo tipo di libri serve a rintracciare le parole rimaste “sulla punta della lingua”. La differenza fra le due famiglie di vocabolari viene chiarita nella presentazione, firmata dalla prima autrice (essendosi la seconda occupata di poco più di un decimo dell’opera). Per ricorrere all’analogico, basta essere in possesso di un termine collegato a quello che ci interessa, o anche soltanto sapere a quale ambito disciplinare esso appartenga. Piuttosto che all’ignoranza del significato di un elemento noto, questo strano strumento (alla stregua di un dizionario dei sinonimi e contrari, che non a caso ne costituisce l’antecedente) risponde a una lacuna espressiva. I suoi fruitori ideali saranno dunque tutti coloro che hanno la necessità di trovare “le parole per dirlo” (e questa volta il riferimento è a un romanzo autobiografico della francese Marie Cardinal). Ma in che modo funziona questa scatola magica? Abbiamo parlato della sua orizzontalità, ed è proprio questo tipo di configurazione a consentire di attraversarne le pagine in una specie di surf lessicale, scivolando leggeri da un termine all’altro. Facciamo un esempio vicino alla cronaca: “corruzione” (da adesso in poi, e me ne scuso, dovrò fare a meno delle virgolette, che altrimenti infesterebbero il resto dell’articolo). Si arriva subito al verbo corrompere, e a cinque sostantivi: favore, reato, vizio, peccato, malavita. Imbocchiamo la strada del peccato, e ci troviamo davanti a un ventaglio di caratteristiche (una ventina di voci, da piccolo a grave, da turpe a mortale), di azioni (una trentina di verbi fra cui tentare, trasgredire, pentirsi) e di persone (con penitente e confessore). Ma non tralasciamo la coda, dove è questione di diavolo, religione, sacramenti e inferno. Morale: la via della corruzione porta dritta alle fiamme. Scegliamo poi un oggetto concreto: pedale. Finiremo in un attimo in motocicletta, bicicletta e automobile, ma ci imbatteremo anche in strumenti musicali e, curioso davvero, calzolaio. Seguendo quest’ultima pista, incontriamo in effetti i suoi strumenti, dalla lesina al deschetto, con tanto di pedale e tirasuole. Scopriremo così l’espressione torace da calzolaio, per indicare un petto infossato. Prendiamo infine un termine più astratto: parola. Ecco venire fuori, a bruciapelo, una serie composta da: motto, termine, vocabolo, voce, lemma. Dopo questo livello, appare il più complesso occorrenza, quindi, meno ostici, paroletta, parolina, parolona, parolone e parolaccia, su su fino agli ardui locuzione, polirematica e sintagma. Seguono le caratteristiche del nostro vocabolo (un centinaio di aggettivi), poi cinque generi di tipi (in base all’accento, alla lunghezza, alla forma, al significato e alla formazione). Da qui ci si sposta per vedere le parti che lo compongono (ad esempio la sillaba), le discipline che lo studiano (ad esempio la linguistica), le persone che se ne occupano (ad esempio il semiologo), le azioni cui dà vita (ad esempio il ripetere pappagallescamente), gli strumenti che lo riguardano (ad esempio il libro) e per terminare i modi di dire (ad esempio dare la propria parola). Per i più curiosi, segnalo che nella voce successiva, paroliere, troviamo come rinvii canzone, musicista e, a chiudere il cerchio, parola. Ma non posso concludere senza un accenno personale. Traduttrice, critica e teorica della letteratura oltreché lessicografa, Donata Feroldi si è laureata in filosofia con una tesi intitolata Il significato dell’orrore. Un’indagine teoretica sul significato del termine. Era il 1991 quando mi capitò di leggerla, e ne rimasi assai colpito. Infatti, sin da allora, la ricerca della studiosa appariva impostata come un ipertesto, ossia «un insieme di nodi connessi da legami, dove le informazioni non sono legate linearmente, come su una corda a nodi, ma estendono i loro legami a stella, con una modalità reticolare». Insomma, già da vent’anni Donata Feroldi si muoveva secondo i protocolli dell’attuale Dizionario Analogico della lingua italiana. Un simile approccio generava molte sorprese. Scoprii così che orrido proviene dal latino horreo (per indicare il rizzarsi dei peli), seppi che dalla stessa radice proviene il francese ordure (cioè spazzatura), mi accorsi della parziale coincidenza dell’etimologia di orrore con quella di raccapriccio e capriccio (forse da capo riccio), mi resi conto che ribrezzo è un derivato di brezza (in riferimento al vento che fa rabbrividire), realizzai che il vocabolo schifo è collegato al verbo schifare (nel senso di schivare, evitare), e giunsi al gran finale di un’interpretazione globale, secondo cui l’orrore si rivelava come «essere confrontati con l’origine», perché «l’orrore è esperienza limite in tutti i sensi e secondo tutte le topografie culturali». Credo che quella tesi ebbe la lode. Certo, oggi è difficile resistere alla tentazione di pensare che, mentre un tempo l’ università pubblica serviva a studiare l’orrore, domani si limiterà a praticarlo, sotto forma di un insegnamento depauperato, svalutato e privatizzato.

    VALERIO MAGRELLI

    ha scritto il