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Dizionario affettivo della lingua ebraica

Di

Editore: Marcos y Marcos

4.0
(63)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 303 | Formato: Paperback

Isbn-10: 887168558X | Isbn-13: 9788871685588 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Biography , Fiction & Literature , Humor

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Descrizione del libro
In ebraico papà si dice aba; dunque, nemmeno a farlo apposta, la prima voce è papà; e da qui in poi ogni voce è un appiglio, una lente, uno specchio della storia di Bruno. Tra zii fuggiti in Inghilterra e in America durante la Catastrofe, calzini spaiati, piaceri e dispiaceri della carne, cammina Bruno, senza bussola nel mondo finché non scopre che la lingua parlata da sua madre, e spacciata per italiano corrente, è in realtà mammese, o tampònico.
Sua madre parla una lingua che non descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura, se non mettesse in imbarazzo, se non suscitasse emozioni: "Mi raccomando" vuol dire "È questione di vita o di morte"; "Ti voglio bene" si dice "Complimenti".
Cominciare a tradurre dal mammese salva la vita a Bruno e gli insegna l'arte della differenza, la difficoltà di comunicarla; l'arte di adattare e di adattarsi. Si trasforma così in un traduttore alfiere: indomito, sempre in servizio.
Alle prese con paure improvvise ma dotato anche di risorse segrete: per esempio una mano morbida e asciutta che a volte lo protegge quando vede le cose brutte davanti a sé. È la mano che suo padre gli metteva sugli occhi e sulla fronte quando, facendo spese il sabato mattina, il macellaio alzava la mannaia.
Storia di una vita e di un'epoca in quarantacinque voci.
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  • 0

    Un libro ci salverà dal Natale

    Elena Quaglia per La Balena Bianca ha consigliato questo libro per il Natale 2012

    Qui trovate (almeno) un buon motivo per leggerlo: http://labalenabianca.com/2012/12/19/consiglidinatale/

    Buona lettura!

    ha scritto il 

  • 5

    Ho letto questo libro con grande interesse immaginando di sentirmelo raccontare dall'autore che ho avuto occasione di conoscere personalmente. Parla di famiglia, di linguaggio, di calzini e mutande, di scuola, di amici e di traduttori e di tante altre cose... Parla un po' di tutto con una legger ...continua

    Ho letto questo libro con grande interesse immaginando di sentirmelo raccontare dall'autore che ho avuto occasione di conoscere personalmente. Parla di famiglia, di linguaggio, di calzini e mutande, di scuola, di amici e di traduttori e di tante altre cose... Parla un po' di tutto con una leggerezza che il "mammese" rende molto bene. Ora mi chiedo anche io perche' ho studiato il polacco e il russo...

    ha scritto il 

  • 4

    Su Bruno Osimo, "Dizionario affettivo della lingua ebraica" - Ed. Marcos y Marcos


    Cosa accade se un uomo sostituisce al lettino del terapeuta lo spazio potenzialmente infinito della pagina bianca? Che le parole volano via dalla stanza dell’analista e si fanno segno, nero su bianco. Vecchi ...continua

    Su Bruno Osimo, "Dizionario affettivo della lingua ebraica" - Ed. Marcos y Marcos

    Cosa accade se un uomo sostituisce al lettino del terapeuta lo spazio potenzialmente infinito della pagina bianca? Che le parole volano via dalla stanza dell’analista e si fanno segno, nero su bianco. Vecchie parole lasciano il posto alle nuove, alcune svaniscono del tutto, altre assumono significati inediti.

    Tutto questo ne Il dizionario affettivo della lingua ebraica, edito da Marcos y Marcos, esordio alla narrativa per Bruno Osimo, milanese, classe ’58, di professione traduttore che, con una buona dose di incoscienza, sfida i lettori con un romanzo che non è esattamente un romanzo, con un dizionario che non è esattamente un dizionario, ma una sorta di misteriosa cabala.
    Il testo, suggerisce l’autore, è lo sfogo di una personalità ossessivo compulsiva, una nevrosi tradotta su carta.
    Nella prefazione, tutte le istruzioni per l’uso. Il lettore è avvisato: prendere o lasciare.
    Chi accetterà la sfida, si perderà nei meandri di un incompiuto codice dell’anima, nel tentativo di dare una risposta all’enigma mai soluto della nostra umanità, ovvero: “Io, chi sono?”.
    In 45 voci Osimo traccia il profilo della sua anima, nutrita con l’amata-odiata cultura ebraica, restituendo il proprio posto alle cose smarrite, ma non per questo dimenticate: il linguaggio fuorviante della madre (né ebraico né italiano,ma “mammese” o “tampònico”), la città di Alessandria e la voce sopranile della zia Alice, il papà Felice e Milano, la casetta bifamiliare di Salò infestata da spiriti agresti. Nella descrizione delle strategie di annientamento di questi mostri evanescenti nei confronti di un Osimo bambino, l’autore ci fornisce un saggio del suo stile, sempre sospeso fra autocontrollo e abbandono: ”Dal centro del mio corpo cercavano di farmi diventare grande grande grande grande, allora tutto si allargava dentro di me, lo stomaco mi si gonfiava come un palloncino, il cranio tendeva a spingere contro la pelle per espandersi, i piedi tiravano verso il basso, e io, per tenermi insieme, dovevo mettercela tutta, tutta[…] Allora finivo schiacciato contro le pareti e avevo paura anche di proliferare fuori dalla finestra come un gigantesco blob e sentivo in bocca un sapore metallico come quello che viene in bocca quando non si ha in bocca niente ma si ha paura”.

    Il personalissimo dizionario di Bruno Osimo non è di certo un posto per menti scientiste avvezze al rigore del cogito cartesiano, ma un centro di permanenza temporanea per gli amanti di quelle intermittenze del cuore che hanno il pregio di riuscire a strapparci a labbra strette un sorriso in un misto di meraviglia e complicità.

    ha scritto il 

  • 4

    così amaro, nonostante il tamponico!

    Proprio come farebbe sua madre, il narratore usa il tamponico per levigare e edulcorare il tema più ricorrente nei microsaggi autobiografici che compongono le voci del dizionario. E il tema è appunto quello dell'incomunicabilità, in particolare tra il protagonista e sua madre, e neppure la prospe ...continua

    Proprio come farebbe sua madre, il narratore usa il tamponico per levigare e edulcorare il tema più ricorrente nei microsaggi autobiografici che compongono le voci del dizionario. E il tema è appunto quello dell'incomunicabilità, in particolare tra il protagonista e sua madre, e neppure la prospettiva della traduzione continua non riesce ad allontanare completamente quell'amaro che lascia la consapevolezza dell'inevitabile incomprensione reciproca.
    In un'intervista, l'autore racconta che, avendo letto il libro, la madre gli chiese: "ma tu, da piccolo, prendevi appunti?". Penso che lo stupore della mamma derivi non tanto dal fatto che il figlio non abbia dimenticato neppure i dettagli di alcuni episodi, quanto dal fatto che questi particolari non li abbia mai perdonati.
    Certo, se la lingua che parliamo si chiama lingua madre ci sono alcuni buoni motivi per ritenere che colpevoli dell'incomunicabilità siano le mamme, soprattutto quando sembrano non sentire neppure. Ma torniamo allo stupore della mamma dell'autore per il mancato perdono e oblio dei dettagli. E' un diritto che le mamme danno per scontato, perché da genitori commettere errori è inevitabile e perché si aspettano che i figli, crescendo, smettano di pretendere da loro ciò che non si aspettano da nessun altro. Ma di fatto quante di loro ottengono davvero questa dispensa, questo perdono? E quante di loro lo ottengono prima di esser morte?
    Da parte mia, spero di riuscire a perdonare mia madre e dimenticare i dettagli mentre lei è ancora viva, ma non penso che sarei felice se un giorno dovessi sapere che i miei figli mi hanno perdonato e hanno smesso di aspettarsi da me l'impossibile.

    ha scritto il 

  • 4

    Un magnifico lessico familiare in cui, stemperati nell'ironia e nelle rievocazione dell'infanzia, rivivono gli affetti, la formazione umana e intellettuale, e insomma tutto ciò che è la vita dell'autore, dipinti con le pennellate d'una scrittura fresca e sensibile.

    ha scritto il 

  • 5

    Lo ammetto, di autori italiani contemporaneo ne leggo pochi, estremamente pochi. In questo caso ho fatto un'eccezione perché, lo ammetto anche in quest caso, Bruno Osimo è un traduttore e mi piace il suo modo di porsi, così pacato e ironico. Sarà per i motivi appena esposti, ma devo ammettere che ...continua

    Lo ammetto, di autori italiani contemporaneo ne leggo pochi, estremamente pochi. In questo caso ho fatto un'eccezione perché, lo ammetto anche in quest caso, Bruno Osimo è un traduttore e mi piace il suo modo di porsi, così pacato e ironico. Sarà per i motivi appena esposti, ma devo ammettere che un libro così bello non mi capitava da tempo. Il linguaggio è assai gustoso, e il tono ironico aiuta a superare anche i momenti più drammatici della storia personale di un ebreo non credente che non sa esattamente qual è il suo posto nel mondo :)

    ha scritto il 

  • 4

    Lessicografia Famigliare

    45 voci (lemmi, direbbe un lessicografo…) attraverso i quali Osimo, traduttore dal russo e dall’inglese, teorico della traduzione, docente universitario di teoria e storia della traduzione, e autore di numerosi saggi e volumi sulla traduzione, ripercorre tappe fondamentali della sua infanzia trad ...continua

    45 voci (lemmi, direbbe un lessicografo…) attraverso i quali Osimo, traduttore dal russo e dall’inglese, teorico della traduzione, docente universitario di teoria e storia della traduzione, e autore di numerosi saggi e volumi sulla traduzione, ripercorre tappe fondamentali della sua infanzia traducendo e precisando i significati delle parole che hanno segnato la sua crescita. Parole di cui fornisce, come spiega nella curiosa "Nota all’uso del Dizionario" «esclusivamente il puro significato affettivo» (p.15). Un lessico famigliare, dunque, ma anche un romanzo di formazione dove le lingue hanno un ruolo fondamentale, anche se, come avverte lo stesso autore, «Dire “lingua” è un’astrazione. Le lingue non esistono in senso stretto. Esistono linguaculture, di cui le lingue sono la superficie verbale» (p. 288).
    Il risultato è la garbata e spassosa ricostruzione di un universo semantico del tutto singolare, quello di una famiglia “diversamente ebrea ” con un papà che prepara squisiti panini “contaminati” con la coppa e una mamma che «non parla né italiano né ebraico […], parla mammese, detto anche tamponico» (p. 41) ossia una lingua che «non descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura. Se non mettesse in imbarazzo. Se non facesse provare dei sentimenti. Più che una lingua, è una difesa. È uno smorzamento, un ammosciamento. È un’attenuazione. È un materasso, un respingente, un… tamponamento di qualsivoglia componente affettiva di coinvolgimento» (p. 41). Una lingua, dunque che mitiga, attutisce, diminuisce, una lingua che non usa il verbo ‘amare’ perché è troppo forte, dove “mi raccomando” significa “è questione di vita o di morte”, e “ti voglio un oceano di bene” si dice “Complimenti!” e dove “vagamente simile” si dice “proprio uguale”, per cui «se si andava a comprare un paio di scarpe, lei diceva che erano proprio uguali a quelle che mi piacevano tanto e che non volevo cambiare» (p. 42).
    Osimo diventa traduttore quando, bambino, si trova costretto a “tradurre” dalla stramba lingua materna, e capisce che la traduzione è uno strumento – e un atteggiamento esistenziale – indispensabile per captare, decodificare e interpretare la realtà. Inizia così quel lungo percorso di formazione che lo porta ad acquisire l’arte del compromesso e della negoziazione, e a maturare la capacità di gestire lo scarto, il residuo, la differenza. Pervade l’intero romanzo la stessa concezione “affettiva” delle lingue che sottosta i suoi scritti teorici: quella del linguaggio come elemento fondante nel costituirsi dei rapporti umani.

    E con la stessa vena polemica e lo stesso (sano) scetticismo che chi ha letto i suoi saggi sulla traduzione conosce bene, Osimo non manca di sottolineare il carattere di indeterminatezza dell’atto traduttivo, per il quale noi tutti, traduttori e non, ci troviamo a fare i conti con una scomoda verità, e cioè il fatto che «il senso è anche indeterminatezza», che «il senso non è fatto di parole, ma di pensieri» e che «non esiste nulla di simile a un “patrimonio di conoscenze condivise” , ma solo un precario, provvisorio, labile, malcerto, vago modo di vedere, in certi momenti a volte irripetibili, le cose in un modo tale che, data la nostra imperfetta, umana capacità di esprimerci) le nostre descrizioni alle volte collimano» (p. 288).

    Alla voce “Traduzione”, Osimo ci regala, infine, un autentico ritratto del traduttore: «Il traduttore è esperto nel pensiero altrui e nei modi di esprimerlo. Il traduttore è esperto nel confine tra il proprio modo di vivere e di vedere il mondo (la propria ‘cultura’) e il modo di vivere e di vedere il mondo altrui (i sette miliardi di ‘culture altrui’ più sette miliardi al quadrato di combinazioni possibili). Il traduttore è esperto nella differenza e nella difficoltà di comunicarla. Il traduttore è esperto nelle sfumature di senso. Il traduttore è esperto nell’arte di adattarsi, di adattare. Il traduttore è uno che ha avuto un’infanzia difficile e che per sopravvivere emotivamente si è adattato, ha adattato, si è adattato a adattarsi. E, in casi estremi, compila dizionari affettivi» (p. 293).

    Recensione pubblicata su http://blocnotes.rivistatradurre.it/?cat=3

    ha scritto il 

  • 5

    «Il traduttore è esperto nell'arte di adattarsi, di adattare»

    “Da Bruno Osimo romanzo di formazione in 45 voci” di Ilide Carmignani, il manifesto 23 aprile 2011 http://www.marcosymarcos.com/PDF/Dizionario_IlManifesto…

    Tutte le recensioni e le interviste a Bruno Osimo sulla pagina dedicata al Dizionario sul sito ...continua

    “Da Bruno Osimo romanzo di formazione in 45 voci” di Ilide Carmignani, il manifesto 23 aprile 2011 http://www.marcosymarcos.com/PDF/Dizionario_IlManifesto_230411R.pdf

    Tutte le recensioni e le interviste a Bruno Osimo sulla pagina dedicata al Dizionario sul sito di Marcos y Marcos http://www.marcosymarcos.com/recensioni_dizionario_affettivo_della_lingua_ebraica.htm

    ha scritto il