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Dizionario affettivo della lingua ebraica

By Bruno Osimo

(127)

| Paperback | 9788871685588

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Book Description

In ebraico papà si dice aba; dunque, nemmeno a farlo apposta, la prima voce è papà; e da qui in poi ogni voce è un appiglio, una lente, uno specchio della storia di Bruno. Tra zii fuggiti in Inghilterra e in America durante la Catastrofe, calzini spa Continue

In ebraico papà si dice aba; dunque, nemmeno a farlo apposta, la prima voce è papà; e da qui in poi ogni voce è un appiglio, una lente, uno specchio della storia di Bruno. Tra zii fuggiti in Inghilterra e in America durante la Catastrofe, calzini spaiati, piaceri e dispiaceri della carne, cammina Bruno, senza bussola nel mondo finché non scopre che la lingua parlata da sua madre, e spacciata per italiano corrente, è in realtà mammese, o tampònico.
Sua madre parla una lingua che non descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura, se non mettesse in imbarazzo, se non suscitasse emozioni: "Mi raccomando" vuol dire "È questione di vita o di morte"; "Ti voglio bene" si dice "Complimenti".
Cominciare a tradurre dal mammese salva la vita a Bruno e gli insegna l'arte della differenza, la difficoltà di comunicarla; l'arte di adattare e di adattarsi. Si trasforma così in un traduttore alfiere: indomito, sempre in servizio.
Alle prese con paure improvvise ma dotato anche di risorse segrete: per esempio una mano morbida e asciutta che a volte lo protegge quando vede le cose brutte davanti a sé. È la mano che suo padre gli metteva sugli occhi e sulla fronte quando, facendo spese il sabato mattina, il macellaio alzava la mannaia.
Storia di una vita e di un'epoca in quarantacinque voci.

20 Reviews

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  • 2 people find this helpful

    Ho letto questo libro con grande interesse immaginando di sentirmelo raccontare dall'autore che ho avuto occasione di conoscere personalmente. Parla di famiglia, di linguaggio, di calzini e mutande, di scuola, di amici e di traduttori e di tante alt ...(continue)

    Ho letto questo libro con grande interesse immaginando di sentirmelo raccontare dall'autore che ho avuto occasione di conoscere personalmente. Parla di famiglia, di linguaggio, di calzini e mutande, di scuola, di amici e di traduttori e di tante altre cose... Parla un po' di tutto con una leggerezza che il "mammese" rende molto bene. Ora mi chiedo anche io perche' ho studiato il polacco e il russo...

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    Basia said on Apr 1, 2012 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    Su Bruno Osimo, "Dizionario affettivo della lingua ebraica" - Ed. Marcos y Marcos

    Cosa accade se un uomo sostituisce al lettino del terapeuta lo spazio potenzialmente infinito della pagina bianca? Che le parole volano via dalla stanza dell’an ...(continue)

    Su Bruno Osimo, "Dizionario affettivo della lingua ebraica" - Ed. Marcos y Marcos

    Cosa accade se un uomo sostituisce al lettino del terapeuta lo spazio potenzialmente infinito della pagina bianca? Che le parole volano via dalla stanza dell’analista e si fanno segno, nero su bianco. Vecchie parole lasciano il posto alle nuove, alcune svaniscono del tutto, altre assumono significati inediti.

    Tutto questo ne Il dizionario affettivo della lingua ebraica, edito da Marcos y Marcos, esordio alla narrativa per Bruno Osimo, milanese, classe ’58, di professione traduttore che, con una buona dose di incoscienza, sfida i lettori con un romanzo che non è esattamente un romanzo, con un dizionario che non è esattamente un dizionario, ma una sorta di misteriosa cabala.
    Il testo, suggerisce l’autore, è lo sfogo di una personalità ossessivo compulsiva, una nevrosi tradotta su carta.
    Nella prefazione, tutte le istruzioni per l’uso. Il lettore è avvisato: prendere o lasciare.
    Chi accetterà la sfida, si perderà nei meandri di un incompiuto codice dell’anima, nel tentativo di dare una risposta all’enigma mai soluto della nostra umanità, ovvero: “Io, chi sono?”.
    In 45 voci Osimo traccia il profilo della sua anima, nutrita con l’amata-odiata cultura ebraica, restituendo il proprio posto alle cose smarrite, ma non per questo dimenticate: il linguaggio fuorviante della madre (né ebraico né italiano,ma “mammese” o “tampònico”), la città di Alessandria e la voce sopranile della zia Alice, il papà Felice e Milano, la casetta bifamiliare di Salò infestata da spiriti agresti. Nella descrizione delle strategie di annientamento di questi mostri evanescenti nei confronti di un Osimo bambino, l’autore ci fornisce un saggio del suo stile, sempre sospeso fra autocontrollo e abbandono: ”Dal centro del mio corpo cercavano di farmi diventare grande grande grande grande, allora tutto si allargava dentro di me, lo stomaco mi si gonfiava come un palloncino, il cranio tendeva a spingere contro la pelle per espandersi, i piedi tiravano verso il basso, e io, per tenermi insieme, dovevo mettercela tutta, tutta[…] Allora finivo schiacciato contro le pareti e avevo paura anche di proliferare fuori dalla finestra come un gigantesco blob e sentivo in bocca un sapore metallico come quello che viene in bocca quando non si ha in bocca niente ma si ha paura”.

    Il personalissimo dizionario di Bruno Osimo non è di certo un posto per menti scientiste avvezze al rigore del cogito cartesiano, ma un centro di permanenza temporanea per gli amanti di quelle intermittenze del cuore che hanno il pregio di riuscire a strapparci a labbra strette un sorriso in un misto di meraviglia e complicità.

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    elda said on Mar 17, 2012 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    così amaro, nonostante il tamponico!

    Proprio come farebbe sua madre, il narratore usa il tamponico per levigare e edulcorare il tema più ricorrente nei microsaggi autobiografici che compongono le voci del dizionario. E il tema è appunto quello dell'incomunicabilità, in particolare tra i ...(continue)

    Proprio come farebbe sua madre, il narratore usa il tamponico per levigare e edulcorare il tema più ricorrente nei microsaggi autobiografici che compongono le voci del dizionario. E il tema è appunto quello dell'incomunicabilità, in particolare tra il protagonista e sua madre, e neppure la prospettiva della traduzione continua non riesce ad allontanare completamente quell'amaro che lascia la consapevolezza dell'inevitabile incomprensione reciproca.
    In un'intervista, l'autore racconta che, avendo letto il libro, la madre gli chiese: "ma tu, da piccolo, prendevi appunti?". Penso che lo stupore della mamma derivi non tanto dal fatto che il figlio non abbia dimenticato neppure i dettagli di alcuni episodi, quanto dal fatto che questi particolari non li abbia mai perdonati.
    Certo, se la lingua che parliamo si chiama lingua madre ci sono alcuni buoni motivi per ritenere che colpevoli dell'incomunicabilità siano le mamme, soprattutto quando sembrano non sentire neppure. Ma torniamo allo stupore della mamma dell'autore per il mancato perdono e oblio dei dettagli. E' un diritto che le mamme danno per scontato, perché da genitori commettere errori è inevitabile e perché si aspettano che i figli, crescendo, smettano di pretendere da loro ciò che non si aspettano da nessun altro. Ma di fatto quante di loro ottengono davvero questa dispensa, questo perdono? E quante di loro lo ottengono prima di esser morte?
    Da parte mia, spero di riuscire a perdonare mia madre e dimenticare i dettagli mentre lei è ancora viva, ma non penso che sarei felice se un giorno dovessi sapere che i miei figli mi hanno perdonato e hanno smesso di aspettarsi da me l'impossibile.

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    Broccoli Pb said on Mar 3, 2012 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Ironico e commovente ritratto di una famiglia ebrea italiana degli anni 50/60 e di un bambino infelice che diventa traduttore dal russo. Piacevole, ma niente di più.

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    *_Neverland_* said on Dec 30, 2011 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (127)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
  • Paperback 303 Pages
  • ISBN-10: 887168558X
  • ISBN-13: 9788871685588
  • Publisher: Marcos y Marcos
  • Publish date: 2011-02-17
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