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Don Chisciotte della Mancia

Di

Editore: Mondadori (I Meridiani)

4.3
(4851)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 1519 | Formato: Cofanetto | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Portoghese , Chi semplificata , Tedesco , Francese , Olandese , Polacco , Greco , Indiano (Hindi) , Danese

Isbn-10: 8804430486 | Isbn-13: 9788804430483 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Ferdinando Carlesi

Disponibile anche come: Tascabile economico , Altri , Paperback , Copertina rigida , Rilegato in pelle , Copertina morbida e spillati , CD audio , eBook

Genere: Fiction & Literature , Humor , Travel

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Descrizione del libro
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  • 5

    Ci sono cose che gli uomini fanno con un certo gusto, tipo redigere biografie di Santa Giovanna D’Arco (una volta mi presi la briga di contarle, ma sono infinite) o anche versioni del mito di Ulisse ( ...continua

    Ci sono cose che gli uomini fanno con un certo gusto, tipo redigere biografie di Santa Giovanna D’Arco (una volta mi presi la briga di contarle, ma sono infinite) o anche versioni del mito di Ulisse (quella di Dante è la mia preferita, “dei remi facemmo ali al folle volo”, che Cervantes avrebbe usato forse volentieri nel suo romanzo). Forse questa attenzione ai paladini di una certa libertà individuale non è del tutto da trascurare durante la loro analisi. Non ultima tra queste, vi è una cosa che anche io ora mi accingo a fare ed è parlare, discutere, giudicare, l’ultimo capitolo del capolavoro di Cervantes, il capitolo dove muore il suo eroe, l’ingegnoso hidalgo Don Chisciotte della Mancia.
    Cari lettori, è uno dei momenti sacri della letteratura, doveroso perciò il richiamo biblico: togliete i calzari che avete ai piedi per non profanare un terreno che hanno amato e venerato da secoli uomini e paesi. L’umanità sarà sempre grata a un galeotto, un soldato di ventura, che immaginò forse in giornate di monotonia, in segrete degne di Piranesi, la storia di un cavaliere e del suo fido che imperversarono in paesi estranei alla loro storia, in tempi nemici alla loro meraviglia. Entrare nel mondo di Don Chisciotte è entrare in una foresta dove se si fa silenzio si sente il rumore dei passi di quanti l’hanno attraversata e indagata. Don Chisciotte, unico nella storia, è il libro che raduna i suoi lettori e li rende vicini. Io sono sempre contento di trovare di un lettore appassionato di Cervantes. Sento che mi è fratello, che mi è amico. Sento quanto abbiamo bisogno di stare insieme.

    Vediamo come inizia l’ultimo famoso e triste capitolo. Il tono desolato, malinconico, eppure solenne di questo inizio, è questo:

    Poiché le cose umane non sono eterne, e vanno sempre verso la declinazione dei loro principi, finché non giungono al loro ultimo termine, e soprattutto la vita degli uomini, e poiché quella di don Chisciotte non aveva alcun privilegio dal cielo per arrestare il corso della propria, quando meno se l’aspettava, arrivò la sua conclusione e fine.

    
Qui ci sono due cose che subito colpiscono. La prima, Cervantes non si rassegna al fatto che il suo eroe debba morire, gli pesa farlo morire, piuttosto vorrebbe morire lui stesso. Cervantes sa bene che nessun favore dal cielo è stato accordato a Don Chisciotte eppure egli ha saputo rubare un pezzo di cielo. Come chi ama molto una cosa preferisce che non soffra, Cervantes fa arrivare la morte al Don Chisciotte “quando meno se l’aspettava”, una febbre improvvisa e “fine”. Se Don Chisciotte non può vivere in eterno che almeno muoia presto, sembra pensare Cervantes, in fretta. Ho perso una persona cara e ricordo che quando stava per morire io pensavo, dio mio fa che sia in fretta. Non capivo come si potesse tollerare un attimo di più. Non possiamo tollerare che chi amiamo se ne vada lentamente, perché le agonie sono peggio della morte. Il lettore vorrebbe conoscere più particolari sulla morte di Don Chisciotte, vorrebbe qualche dettaglio, come dire, più morboso. Il lettore distratto arriva alla fine del Don Chisciotte come ci arriverebbe un lettore di polizieschi, vuole i dettagli, le spiegazioni, vorrebbe far combaciare il frutto dei suoi patimenti in mezzo alle gesta un po’ sconclusionate del cavaliere, invece Cervantes taglia corto, una febbre improvvisa senza spiegazioni, “che lo tenne sei giorni a letto, durante il qual tempo gli andarono a far visita molte volte il curato, il baccelliere e il barbiere, suoi amici. Sancio Panza invece, il suo buon scudiero, non gli si mosse dal capezzale”.
    Un’altra cosa ci colpisce, Cervantes vuole che la morte arrivi in fretta ma non che arrivi in solitudine. Lui è il più umano degli scrittori, non ammetterebbe la morte di un cristiano senza un uomo che ne pianga la sorte e che sia ai piedi del suo letto.

    Tutti costoro, credendo che ciò che lo teneva in quello stato fosse la malinconia di sapersi vinto e di non vedere esaudite le sue speranze della liberazione e del disincantamento di Dulcinea, con tutti i mezzi possibili si sforzavano di rallegrarlo, e il baccelliere gli diceva di farsi forza e di alzarsi, per dare inizio alla loro vita pastorale, per la quale egli aveva già composto un’egloga, che faceva scomparire tutte quelle che aveva composte il Sannazaro e che s’era già comprato coi propri quattrini due buonissimi cani per guardare il gregge; uno si chiamava Fulvo e l’altro Trappola, e glieli aveva venduti un mandriano del Quitanar. Ma non perciò Don Chisciotte deponeva la sua tristezza.

    Il mondo di Don Chisciotte, vale per tutti, è un mondo che fatica ad abbandonarci. Se all’inizio tutti sospettano, infine tutti vogliono rallegrarlo partecipando alla festa delle sue visioni. E questo è commovente, perché la tristezza di Don Chisciotte è ciò che muore nel romanzo, non il corpo. La sua visione pur bislacca persuade, convince, contagia. Tutti sono all’ombra di quel fantasticare e tutti ne traggono giovamento. Ha ragione Auden quando dice che Don Chisciotte è colui che vuole somigliare a ciò che ammira, ma questa immedesimazione, dico io, procede parallela a quella dei suoi amici, a quella dei lettori. Se nella prima parte Don Chisciotte è ridicolo, beffeggiato, nella seconda si incomincia ad ammirarlo, contagiati. Ammiriamo Don Chisciotte e vogliamo avere il coraggio che lui ha nel combattere i mulini a vento: è una grande lezione spirituale.

    Poi continua:

    I suoi amici chiamarono un medico; gli tastò il polso e non gli piacque molto, e disse che, per ogni evenienza, badasse alla salute dell’anima, che quella del corpo era in pericolo. Don Chisciotte lo ascoltò con animo sereno, ma non la intesero così la governante, la nipote e lo scudiero, che si misero a piangere con tutto il cuore, come se già lo avessero avuto morto lì davanti. Fu avviso del medico che cessassero pianti e sconforti

    C’è da pensare e sorridere, il consiglio del medico a Don Chisciotte è quello di badare alla salute della sua anima, perché per il suo corpo non c’è più nulla da fare. Ora ditemi, tra i personaggi letterari che vi vengano in mente, chi ha avuto più a cuore la salute della sua anima che quel miserabile condottiero della Mancia? Don Chisciotte è l’eroe dell’anima, la sua è stata capace dei migliori slanci, a nulla sono valse le raccomandazioni del suo scudiero, delle nipoti, per preservare la salute del suo corpo. Perché tanto cresce l’anima di Don Chisciotte e tanto vacilla quella del suo corpo. E’ per questo che lui accetta le parole con animo sereno.

    Don Chisciotte pregò d’essere lasciato solo, perchè voleva dormire un po’. Così fecero, e dormì, come sul dirsi, per tutta una tirata di oltre sei ore; tanto che governante e nipote pensarono che da quel sonno non dovesse svegliarsi più. Si destò invece in capo al tempo che s’è detto, e gettando un grido, disse: - Benedetto il possente Iddio, che mi ha fatto un sì gran bene! Davvero la misericordia sua non ha limite, né valgono a diminuirla o a impedirla i peccati degli uomini! (...)
    - La misericordia, nipote, è quella che mi ha fatto in quest’istante il Signore, presso il quale, come ho detto, non son valsi a impedirla i miei peccati. Io sono ormai in possesso del mio giudizio, libero e chiaro, senza le caliginose ombre che su di esso avevano gettato le mie continue, squallide letture dei detestabili libri cavallereschi. Riconosco ormai la loro assurdità e le loro bugie, e la sola cosa che mi dispiace è che questo ravvedimento sia giunto così tardi da non lasciarmi il tempo di farne ammenda, leggendo libri che siano luce dell’anima. Io mi sento in punto di morte, e vorrei farla tale da far capire che non è stata così cattiva la mia vita da dover lasciare dietro di me una reputazione di pazzo; che se è vero che lo sono stato, non vorrei che questa verità trovasse conferma nella morte.

    Ma sul punto di morire Don Chisciotte fa una rivelazione incredibile, addirittura un grido. Chiama a sé i suoi amici e chiede di far testamento perché lui si è rinsavito, e non ha più davanti a se le ombre caliginose. Riconosce assurdità e bugie, ma non vuole morire con reputazione di pazzo.
    Sono lontane queste parole eppure il sentimento che le detta è così vicino a noi, ha attraversato secoli ed è vivo e rimane ancorato alle verità profonde, ha messo radici. Don Chisciotte, dal pozzo della sua verità, ci parla e lo fa alla sua maniera, ci lascia con un avvertimento: non vorrebbe ritrovarsi in mezzo a noi con la reputazione di pazzo, perché la sua vita non è stata cattiva. Il messaggio che ci lascia ha la trasparenza della follia, ma non il suo isolamento. Il messaggio di Don Chisciotte, così vuole l’eroe, non circolerà in mezzo ai corridoi di un manicomio, ma per le strade del mondo.

    Fatemi le vostre congratulazioni, miei cari signori, perché io non sono più don Chisciotte della Mancia, ma Alonso Quijano. Ormai sono nemico di Amadigi di Gaula e di tutta l’infinita caterva del suo lignaggio; e mi sono noiose tutte le storie profane del’errante cavalleria; riconosco ormai la mia stoltezza e il pericolo in cui per averle lette mi ero cacciato; e per la misericordia di Dio, e avendone fatta esperienza di persona, ora le aborro

    Nel leggere queste parole, la mente del lettore corre alle prime scene del romanzo, quando vediamo quel povero signore che sogna le avventure dei suoi eroi, che si apparecchia contro i nemici della terra di Mancia, barda Ronzinante, e all’improvviso, la lancia in mano, “uscì alla campagna, pieno di contentezza e di giubilo, vedendo con quanta facilità aveva dato principio al suo buon desiderio”. Così come all’improvviso Bouvard e Pecuchet decidono di diventare copisti, con il gesto più naturale e felice del mondo, così Alonso Quijano diventa Don Chisciotte e noi lettori, colmi di emozione, scopriamo quanto è bello essere felici, come è facile bardarsi e uscire in strada, sventolando la bandiera del nostro essere. Così come Don Chisciotte, sceglieremo l’ora dell’alba, l’ora più intima di tutte per questa visione di noi stessi. Don Chisciotte entra nell’avventura all’alba, forse spera che nessuno lo veda, sente quel calice e ne teme la sofferenza. Ma va con lo stesso candore di un uomo che entra nella morte, bardato eppure con disarmante dolcezza. Non ha paura dei mostri che l’attendono, ma di chi scambierà la sua felicità per pazzia. E molte avventure dopo, nell’ultima notte della sua vita, chiederà di salvare la sua reputazione. Fate lui le congratulazioni, cari signori, perché ciò che prima lo ammaliava ora lo ripugna ed è ora di “mettere da parte gli scherzi”.

    Si guardarono tutti l’un l’altro, stupiti delle parole di don Chisciotte e, anche se in dubbio, gli vollero credere; e uno degli indizi da cui arguirono che stava per morire fu la facilità con cui s’era mutato da pazzo a savio;

    Don Chisciotte è il romanzo più bello del mondo, e il mio libro preferito, perché mette da parte il confine tra sogno e realtà, non c’è felicità più grande sembra dire Cervantes come quella di chi attraversa quel confine con disinvoltura. La cattiva letteratura ci ha abituato a vivere in un tempo oppure in un altro, ma la grande letteratura ci ha sempre insegnato che i migliori momenti sono traversate che fanno perdurare il sogno nella realtà e insinuano pezzi di realtà nel sogno, come isole meravigliose.

    E rivoltosi a Sancio, gli disse: - Perdonami, amico, di averti messo nella condizione di sembrar pazzo come me, facendoti cadere nell’errore in cui ero caduto io, che vi siano stati o che vi siano al mondo cavalieri erranti.
    Ah - disse Sancio - Non muoia la signoria vostra, signore, senta il consiglio mio, e viva molti anni; perché la pazzia più grande che può fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morire, così, di punto in bianco, senza che nessuno l’ammazzi, e che non la faccia perire nessun’altra mano fuorché quella della malinconia.

    Le ultime parole di Don Chisciotte sono per il suo fedele scudiero. ogni volta che le rileggo mi sembra di saperle a memoria e invece mi manca sempre qualcosa. Son parole talmente tenere, come quelle tra due amanti, tra due fratelli in punto di separarsi. Sono parole piene di umanità e di carità. Perché chi vive della sua passione non deve obnubilare il sogno dell’altro. Mi ricordano sempre quelle di certi matti che si preoccupano della pensione dei figli, di problemi che non potrebbero in alcun modo riguardarli e che però loro sentono come necessari. Come se ci fosse dietro tutto un’etica dei comportamenti che sostiene il mondo e garantisce a loro una morte migliore, una morte più dignitosa. E le parole di Sancio sono altrettanto figlie di quella carità immensa che circonda i grandi personaggi: Non muoia la signoria vostra, non dice Non morite, con parole semplici, ma dice Non muoia la signoria vostra, come se Don Chisciotte non fosse una persona ma un corteo di nobiltà. La pazzia più grande che può fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morire, così, di punto in bianco, è già una poesia, esprime una legge della cavalleria, non si muore abbandonando lo scudo sul campo, ma quell’aggiunta: senza che nessuno l’ammazzi, è un capolavoro di struggimento e esaltazione. Qui Sancio conserva sogno e realtà, ha con sé lo scrigno del cuore del suo cavaliere.

    Signori andiamo piano, perché oramai nei nidi di ieri oggi non c’è più passeri. Io fui pazzo e or sono savio: fui Don Chisciotte della Mancia, e ormai, come ho detto, son Alnso Quijano il buono. Possa la verità del mio pentimento farmi tornare nelle signorie vostre alla stima che si aveva di me, e vada avanti il signor notaio. Item, lascio ogni mio avere...

    e qui Don Chisciotte regola i conti della sua follia, si preoccupa di non rovinarle la fama con i debiti. Ogni volta che ho visto un vecchio morire, ho scoperto nei suoi occhi sempre l’ansia di non lasciarsi alcun debito, e così è pure per Don Chisciotte.

    Infine. dopo aver ricevuto tutti i sacramenti e sconfessato con molte efficaci ragioni i libri di cavalleria, arrivò l’ultima ora di don Chisciotte. Si trovò presente il notaio, e disse che mai in nessun romanzo cavalleresco aveva letto che un cavaliere errante morisse nel proprio letto così serenamente e da buon cristiano come Don Chisciotte, che fra la compassione e le lacrime di quanti si trovavano lì, rese il suo spirito; e indento dire che morì.

    Ed è la morte più goffa di tutte, come suggerito da quella specificazione finale, rese il suo spirito, intendo dire morì. Rese il suo spirito è una frase che avrebbe meritato il Don Chisciotte, più di ogni altro eroe a lui contemporaneo, ma la tramutata visione di sé, quell’essere in un letto, con i sacramenti, circondato da chi lo ama, contrariamente a quanto si legge in qualsiasi romanzo cavalleresco, produce quella prudenza dei toni, quel castigo dell’enfatico e Don Chisciotte così non rende più il suo spirito, ma muore. Come tutti noi.

    Quanto è bella la letteratura.

    ha scritto il 

  • 4

    7.5/10

    Prima di inziarlo, pensavo fosse un libro scritto con cura, passato negli annali della storia per il suo livello qualitativo.
    Ora capisco che è famoso più per quello che rappresenta che per la sua qua ...continua

    Prima di inziarlo, pensavo fosse un libro scritto con cura, passato negli annali della storia per il suo livello qualitativo.
    Ora capisco che è famoso più per quello che rappresenta che per la sua qualità che è parecchio inferiore alle mie aspettative.
    I libri con errori nella trama, provocati da disattenzione dell'autore non mi piacciono proprio. Fortunatamente al giorno d'oggi ci sono molte persone che seguono un autore e leggono le sue opere dopo la stesura, mentre al tempo Cervantes era solo, questo lo comprendo. La prima parte, però, denota proprio una grande noncuranza da parte dell'autore, penso che non l'abbia mai riletta in nessuna sua parte e questo non mi fa apprezzare il libro.
    La seconda parte, al contrario, è scritta più attentamente, sono i personaggi a piacermi meno, però.
    Nella prima parte sia Don Chisciotte che Sancho Panza sono ingenui, creduloni, sciocchi e buffi. Nella seconda parte si fanno troppo furbi e calcolatori, troppo consci di quello che gli succede intorno, mi sono piaciuti molto meno.
    Bello sì, particolare sì, ma non al livello di altri grandi classici.

    ha scritto il 

  • 4

    2011:
    Ho spesso rimandato la lettura di questo classico, pensando di dover affrontare qualcosa di ostico e di difficile lettura, invece ho scoperto un romanzo gradevolissimo, scorrevole, divertente, ...continua

    2011:
    Ho spesso rimandato la lettura di questo classico, pensando di dover affrontare qualcosa di ostico e di difficile lettura, invece ho scoperto un romanzo gradevolissimo, scorrevole, divertente, con tanto spessore tra le sue pagine. Ogni capitolo è un breve racconto finito e quindi può essere letto anche senza continuità. Conosciamo don Chisciotte come il pazzo che combatte contro i mulini a vento, affiancato dal fedele scudiero Sancio Panza; in realtà nel romanzo vi sono molti altri episodi più importanti e significativi. Il grande cavaliere errante nella sua pazzia è un “puro”,vuol salvare tutti dalle ingiustizie e dai soprusi, che lui chiama “incantamenti”. Per me, che pura non sono, a volte è stato difficile non indispettirmi di fronte a cotanta bontà. Ho trovato invece molto divertente il fedele Sancio Panza, soprattutto nelle sue esternazioni a fiume di proverbi quasi mai azzeccati; egli, nella sua semplicità ed ignoranza, ha dimostrato una fedeltà ferrea al suo padrone, fino ad accettare di passare anche lui un po' per matto pur di compiacere il suo cavaliere.
    Terminata questa bella lettura, mi è rimasta molta soddisfazione per essere arrivata fino alla fine.
    Spoiler:
    Il nostro cavaliere errante è rinsavito in punto di morte e un po' mi è spiaciuto: ho avuto una sensazione di rinnegamento del Chisciotte precedente, che invece mi piaceva molto. Sancio l'ho
    trovato straordinario, sempre fedele, sempre acuto e pungente, e sul finale mi ha davvero commosso.
    Insomma un gran bel romanzo, che consiglio di leggere almeno una volta.

    ha scritto il 

  • 3

    An amusing tale of someone who dreams to be a knight errant and travel the world rescuing damsels and anyone else in need of support. This rather long story covers the (mis)adventures of Don Quixote ...continua

    An amusing tale of someone who dreams to be a knight errant and travel the world rescuing damsels and anyone else in need of support. This rather long story covers the (mis)adventures of Don Quixote de la Mancha and his trusty squire Sancho Panza as they travel around Spain and meet many adventures from rescuing prisoners and fighting off enchantments. Don Quixote has read numerous books of knights errant and dreams to be one himself, enlisting the help of his neighbor Sancho Panza to be his squire with his horse Rozinante he goes off in service to his maid Dulcinea del Toboso. Almost every adventure he comes across, he gets the worst end of the deal and when he can't solve things to his desire he assumes it must be because either he or his enemies are under some enchantment which prevents him from proving victorious. There are dozens of these situations throughout the book, interspersed with several stories of jilted lovers trying to get back their love or recover from a broken heart. Coincidentally often throughout the story the lovers get back together during their travels with the help of Don Quixote. An interesting but sometimes long and tedious read. It took me almost 5 months to finish.

    ha scritto il 

  • 0

    Cervantes

    ha il grande merito di avere realizzato il primo romanzo moderno occidentale. Con l'eccezione di alcune parti soprattutto del primo libro, comiche ed umoristiche , l'ho trovato un po' noioso.

    ha scritto il 

  • 4

    400 anni e non sentirli!

    Ci sono libri che sono letti perché qualcosa ci dice che devono essere letti, perché sono una delle tappe fondamentali sulla strada per capire, nella sua integrità, cos’è la letteratura. Perché il Don ...continua

    Ci sono libri che sono letti perché qualcosa ci dice che devono essere letti, perché sono una delle tappe fondamentali sulla strada per capire, nella sua integrità, cos’è la letteratura. Perché il Don Chisciotte è entrato nel lessico quotidiano, perché proverbiale la sua figura nello stimolarci a combattere contro i celeberrimi mulini a vento, perché sovente ci giunge l’affermazione che questa è la più importante, per influenza , opera della narrativa moderna. Con questo spirito ci si accosta alle avventure del grottesco cavaliere errante iberico e, poco dopo alcune pagine, si constata con stupore che può essere letto con estrema piacevolezza, senza il tedio o l’ostinazione dolorosa di volersi erudire, come potrebbe accadere leggendo poemi epico cavallereschi della stessa epoca. Quindi, doveroso si, ma anche estremamente piacevole e divertente: per la modernità e scorrevolezza della prosa, che per prima abbandona la metrica dei poemi solo per riprenderla sporadicamente scimmiottando, nei deliri del protagonista, gli Ariosto, i Tasso e compagnia bella; Per la feroce e disincantata allegoria che producono le vicende per descrivere il decadimento morale e della ragion veduta delle classi nobili dominanti dell’epoca. Il Don Chisciotte è l’alienazione dalla realtà terrena, rifugge nelle opere cavalleresche fatte di nobili ideali il suo mondo, e vota la sua esistenza alla ricerca di quegli obbiettivi che essi rappresentano, la difesa dei deboli, la lotta per la giustizia, la via del cuore della sua amata da ottenere con prove assurde, ma sovente e dolorosamente dovrà cimentarsi contro la dura realtà, che porterà solo rovina e disillusione. Il Sancio Panza meriterebbe una recensione a se, forse è proprio qui che nasce il duo comico imprescindibile, forse qui sono nati gli Stanlio e Onlio, i Gianni e Pinotto, i Ciccio e Franco, grandi individualmente, ma maestosi accoppiati; Perché il Don Chisciotte non avrebbe senso senza il fido scudiero popolano, senza il credulone dalla materiale furbizia che ne valuta la scelleratezza delle azioni, ma in fede della promessa di una facile ricchezza,è disposto anche a seguirlo fino all’inferno. Un po’ come quei dittatori e quei governanti, che portano i popoli nei baratri con la promessa di un facile pezzo di pane, com’era la situazione della decadente Spagna dell’epoca; Ma lo scudiero Panza è anche la semplice saggezza popolana, è fedele, è pratico, ha dei veri valori e non è mai domato, ed è , lui come il popolo, il vero scheletro di una nazione. Però nelle strampalate e grottesche vicende, soprattutto nella seconda parte, c’è anche una sfumatura di amara poesia, una conscia e palese convinzione che i valori umani sono alla deriva, che la vera nobiltà, i principi eroici, possano vivere solo nei libri e che nella realtà ci sia posto solo per scaltrezza e furbizia, e che per i Don Chisciotte di ogni epoca , ci sia solo l’inevitabile l’epilogo di cadere rovinosamente combattendo contro i mulini a vento. Cervantes demolisce e dissacra un mondo per aprirne un altro. Quest’anno quest’opera compie 410 anni!!! E li porta benissimo!

    ha scritto il 

  • 5

    Il Capolavoro della letteratura spagnola

    Capolavoro assoluto di Cervantes, il Chisciotte è, per chi non conosce la letteratura spagnola, un libro ingegnoso e ironico, spassoso e divertentissimo. Per chi ha studiato un po' di spagnolo è molto ...continua

    Capolavoro assoluto di Cervantes, il Chisciotte è, per chi non conosce la letteratura spagnola, un libro ingegnoso e ironico, spassoso e divertentissimo. Per chi ha studiato un po' di spagnolo è molto di più: l'idea di partenza, la quantità di riferimenti e citazioni, la sovrapposizione di registri linguistici diversi ne fanno un'opera assolutamente imperdibile.
    Se avete una conoscenza, anche non perfetta, dello spagnolo, leggetelo in lingua originale: ne vale la pena!

    ha scritto il 

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