Don Chisciotte della Mancia Vol I - II

Di

4.3
(5124)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Portoghese , Chi semplificata , Tedesco , Francese , Olandese , Polacco , Greco , Indiano (Hindi) , Danese

Isbn-10: A000044820 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Cofanetto , Tascabile economico , Paperback , Copertina rigida , Rilegato in pelle , Copertina morbida e spillati , eBook , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Umorismo , Viaggi

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Descrizione del libro
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  • 4

    Benché i suoi protagonisti siano universalmente conosciuti, o forse sarebbe meglio dire orecchiati, questo romanzo va preso con le dovute precauzioni. Innanzitutto perché rappresenta l’unione di due l ...continua

    Benché i suoi protagonisti siano universalmente conosciuti, o forse sarebbe meglio dire orecchiati, questo romanzo va preso con le dovute precauzioni. Innanzitutto perché rappresenta l’unione di due libri, scritti alla distanza di un decennio e declinanti il tema di fondo lungo vie diverse: il primo è più ondivago, ma, a onta delle lunghe novelle che un po’ lo appesantiscono, anche più vitale del successivo la cui maggior compattezza non riesce a volte a nascondere il fiato corto di una certa prevedibilità. Va poi tenuto conto che si tratta di uno scritto del Seicento costruito sul modello delle narrazioni picaresche e perciò non sarebbe male intenderlo come una successione di racconti con gli stessi personaggi (e in certi tratti neppure questi). Infine perché è al contempo un manifesto di critica letteraria contro gli stereotipati testi cavallereschi e un abile gioco di specchi tra realtà e finzione, con Don Chisciotte impegnato nel secondo segmento a rivendicare la narrazione delle proprie gesta – di modo che un po’ il libro esamina se stesso – e a smentire la versione apocrifa scritta nell’intervallo fra i due volumi originari da un tal de Avellaneda. A dir la verita, la faccenda è ribadita qualche volta di troppo – la lingua batte dove il dente duole, chioserebbe Sancio – ma la ripetitività non è certo una delle preoccupazioni di Cervantes che fa rivivere le stesse situazioni e sovente replicare i medesimi concetti, come appunto la discussione tra cavaliere e scudiero sulla capacità (invero mirabolante) di quest’ultimo di infilar nel discorso un numero esagerato di proverbi non sempre pertinenti. Come detto, nella prima parte il Don si mette alla ventura assieme a Sancio trascinandolo in una serie di peripezie che lui vive come avventure, a iniziare dalla celeberrima contro i mulini a vento, ma che fuori dalla sua fantasia stanno tra la scazzottata in stille Spencer/Hill e la comica finale (l’inganno sulle gualchiere non cadrebbe a pennello per Stanlio e Ollio?). A variare il ritmo e la vicenda provvedono le novelle cortesi di cui sopra, che raccontano di giovani bellissimi e di amori contrastati che tendono verso il quasi inevitabile lieto fine, con la notevole eccezione di quell’incrocio molto moderno di malfidenze e inganni che è ‘L’indagatore segreto’: si tratta di brani che hanno una vita propria e usano l’opera principale quasi come una cornice e, al dilà dei pregi intrinseci, finiscono per prendersi troppo spazio. La seconda sezione ha un andamento più coerente, seppur a volte a discapito della dinamicità: non ci sono più spunti di pura comicità a livello della padella da barbiere ritenuta ‘elmo di Mambrino’, ma costruzioni più complesse, come il montaggio alternato che vede Don Chisciotte a combattere le tentazioni nel castello dei duchi mentre Sancio affronta il proprio governatorato. E’ evidente pure l’evoluzione dei personaggi, con un rapporto più stretto fra i due principali: lo scudiero non segue più il padrone solo per avidità, mostrando via via una miscela di arguzia e ignoranza che gli serve per conquistare il centro della scena; il Don, da parte sua, non pare credere più così fanaticamente alle proprie fantasie, ma, per evitare di disilludersi, s’inventa i malevoli incantamenti di maghi dispettosi. Il che, al netto del sovrannaturale, è abbastanza vero perché tutti quanti sono impegnati a fingere per prenderlo in giro, lo facciano per affetto (Sancio con Dulcinea, i compaesani per riportarlo a casa) o per diletto (le arzigogolate burle dei duchi suddetti): il lento ritorno alla realtà rappresenta una rinuncia ai sogni e, malgrado essi abbiano un’origine di cui ci si può fare beffe, la loro assenza svuota talmente l’esistenza di Alonso Chisciano da non lasciargli altro che la morte. Si tratta dell’ennesima stratificazione dell’opera, rappresentando in filigrana la fine di un’epoca (e di un’epica) ormai soppiantata dalla prosaicità dell’età moderna.

    ha scritto il 

  • 3

    Mento, in realtà.
    Non l'ho finito, l'ho abbandonato a 37 pagine dalla fine.
    Ma per me era finito già da un bel po'; e se sento che dentro di me una cosa è finita, non c'è verso di farla continuare.
    Av ...continua

    Mento, in realtà.
    Non l'ho finito, l'ho abbandonato a 37 pagine dalla fine.
    Ma per me era finito già da un bel po'; e se sento che dentro di me una cosa è finita, non c'è verso di farla continuare.
    Aveva compiuto il suo corso, questo libro. Mi aveva affascinato e divertito, mi aveva incuriosito e poi annoiato. Quindi niente agonìa, basta.
    Le storie nella storia mi hanno tenuto compagnia per quasi un anno, poi ho deciso di concludere la lettura non leggendo le ultime pagine (che erano lì sul comodino da troppo tempo), ma andando a vedere uno spettacolo teatrale estivo, al tramonto, in un chiostro d'un convento restaurato, dove Chisciotte continuerà sempre a lottare per ciò che non esiste, ed io con lui.

    ha scritto il 

  • 5

    Stella Mattutina

    A tutti quelli che non smettono di sognare, di credere che in un mondo come questo possa albergare, in qualche angolo recondito, un briciolo di morale, di pensiero etico e critico, un minimo alito di ...continua

    A tutti quelli che non smettono di sognare, di credere che in un mondo come questo possa albergare, in qualche angolo recondito, un briciolo di morale, di pensiero etico e critico, un minimo alito di valore e dignità nei confronti di sé stessi e del mondo; a tutti quelli che, approcciandosi agli altri, non hanno paura di rivelarsi e rilevarsi come esseri puri e genuini nei confronti di una collettività infatuata di sé medesima; a tutti quelli che operano mentalmente e praticamente in nome di qualsivoglia credo o assioma personale; a tutti quelli che osano esprimersi, inneggiando ad un pensiero per il quale ci si sacrificherebbe; a tutti quelli che non hanno paura di scontrarsi e di perdere, e che si rialzano da terra più forti di prima; a tutti questi Cervantes dedica il suo romanzo.

    A voi che rispondete anche solo ad una di queste mie affermazioni di cui sopra, bene, ci siete dentro. E voi, di conseguenza, molto flaubertianamente, avete l'onore - e l'onere - di dire: “Don Quijote c'est moi”.

    ha scritto il 

  • 0

    APPUNTO PER ME

    questo sta tra i grandissimi, che attualità! sono fermo all'inizio del secondo volume, non ho mai tempo di fare niente! (anche se pare che il primo sia il migliore)

    ha scritto il 

  • 5

    Gran capolavoro classico. A volte sembra ripetitivo o prevedibile nella trama del primo libro. Secondo libro si concentra molto sulla figura di Sancho Panza divenuto piu' assennato rispetto alla prima ...continua

    Gran capolavoro classico. A volte sembra ripetitivo o prevedibile nella trama del primo libro. Secondo libro si concentra molto sulla figura di Sancho Panza divenuto piu' assennato rispetto alla prima parte.

    ha scritto il 

  • 5

    Ci vuole del tempo per finire tutti e due i libri, ma vi assicuro che ne vale la pena. Don Chisciotte si deve leggere almeno una volta nella vita, e lo stesso vale per l'Orlando Furioso dell'Ariosto ( ...continua

    Ci vuole del tempo per finire tutti e due i libri, ma vi assicuro che ne vale la pena. Don Chisciotte si deve leggere almeno una volta nella vita, e lo stesso vale per l'Orlando Furioso dell'Ariosto (l'autore, non quello che si mette nel pollo!).

    ha scritto il 

  • 0

    Per Leo

    non è una regola ferrea, dice un mio amico, ma di solito a me è capitato
    di vedere che quando un collega ha una penna veramente

    seria, con un abito veramente costoso, e una capigliatura veramente
    perf ...continua

    non è una regola ferrea, dice un mio amico, ma di solito a me è capitato
    di vedere che quando un collega ha una penna veramente

    seria, con un abito veramente costoso, e una capigliatura veramente
    perfetta, e delle manine con dei ditini che hanno delle unghine che paiono

    appena sistemate da un addetto del settore, con questo rosa sul dorso della
    mano che pare dipinto,

    e un sorriso per qualsiasi evenienza, e la sigaretta in pausa pranzo
    con la scarpetta sul cancello dello stabile, come un cow-boy

    che aspetti l'avversario per sistemare una faida tra le famiglie
    vecchia di generazioni,

    beh generalmente, ma non è una regola ferrea mi ripete
    questo mia amico, colui è generalmente un coglione.

    E non è questa la cosa peggiore: la cosa peggiore è che tu
    lavori con lui.

    Questa è la tristezza al quadrato dentro al cerchio, come il
    dipinto di Leonardo.

    ha scritto il 

  • 4

    E' molto difficile parlare di Don Quijote. Sono mille le pagine, mille gli avvenimenti e mille i dettagli che si evolvono in un luogo e in un tempo poco definito o comunque scandito solo dai passi e l ...continua

    E' molto difficile parlare di Don Quijote. Sono mille le pagine, mille gli avvenimenti e mille i dettagli che si evolvono in un luogo e in un tempo poco definito o comunque scandito solo dai passi e la polvere che muove la pazzia di Don Quijote in luoghi bizzarri. Lo stesso stratagemma del dubbio dell'autorità letteraria è nella I parte un dettaglio che svolge, in tutto il corso della vita di Don Quijote, una disarmante importanza. Cervantes è il patrigno di questo figlio, brutto ma buono. Il vero autore è Cide Hamete Benengeli, un storico musulmano che ha ampio spazio nella II parte dato che nella I parte si continua a mettere in dubbio la paternità dell'autore storico attraverso molteplici autori che appaiono e scompaiono tra scartoffie, annali della Mancia e quante altre voci. Il narratore è quindi inaffidabile e di secondo grado ma artefice di una narrazione in cui la focalizzazione è zero (narratore esterno, eterodiegetico e onnisciente). Questo pretesto permette a Cervantes, di sviluppare una storia verosimile incentivata sull'immaginazione e meraviglia che diventa il protagonista assoluto di entrambi le parti. L'immaginazione, o per meglio specificare, il genio malato di Don Quijote permette avventure che, se in un primo momento nessuno crede possano palesarsi, successivamente se ne ammirano in maniera tale da diventare parte integrante della fantasia di Don Quijote. Sancho è chiaramente uno trai primi a credere in queste manifestazioni illusorie di Don Quijote:
    Yo creo lo que tu ves (I,8)
    Anche se Sancho spesso riconosce che il suo signore sia un pazzo da legare e molte volte crede che le sue illusioni siano frutto di menzogna, come l'episodio della cava di Montesinos che diventa più volte un simbolo delle bugie che Don Quijote da sconfessare solo grazie ad altre persone. In particolare questa prova della verità è casualmente messe nelle mani del galeotta Ginés de Pasamonte, liberato dallo stesso cavaliere nella prima parte, ma che nella seconda parte si nasconde dietro la falsa identità di Maese Pedro il burattinaio con una scimmia indovina. Don Quijote e Sancho sperimentano la verisimiglianza e realtà in continuazione ma è in questo incontro che predomina il fittizio alla realtà e si palese in una lapidaria sentenza da parte di Maese Pedro:
    El mono dice que parte de las cosas que vuesa merced vio o pasó en la cueva son falsas y parte verisímiles (I,25)
    Il ruolo che la retorica aristotelica ha in questo romanzo rende molti eventi del romanzo pura burla a Don Quijote, anche se quest'ultimo crede di vivere tutto con una lucidità impeccabile. Epocali sono gli scherzi che la duchessa e il duca fanno ai due ingenui durante la II parte. In particolare gli scherzi riguardanti la storia de la dueña Dolorida (II, 38) e l'episodio che riguarda Clavileño (II,40-41) così come la falda delusione amorosa di Altisidora (II, 4, 46, 48, 50, 57, 69, 70) che si rivela tutto uno scherzo. Ma non solo, basti ricordare la conclusione della prima parte che vede la realizzazione dell'ingegnoso piano del prete e del barbiere. Don Quijote, maledetto e incatenato, viene chiuso in un carro grazi all'intervento opportuno di Dorotea che si traveste nella principessa di Micomicona e che è stata promessa sposa al gigante Pandafilando dal padre della principessa ma quest'ultima, non volendo sposarsi con il gigante, cerca un cavaliere che potesse salvarla e sposarsi con lei.
    La burla è quindi un elemento fondamentale nelle avventure di Don Quijote che riesce sempre a divertire grazie a un equilibrio delle singole parti che intervengono in questo gioco di ruolo. Ed è questo la cosa che più diverte. L'intricato gioco di ruolo a cui si prestano più o meno tutti i personaggi diventa un intervento all'interno della locura di Don Quijote che si manifesta nella più ingenua realtà che percepisce Sancho Panza ma che giustifica come veritiera e reale solo Don Quijote.
    Nonostante questo aspetto, è interessante notare l'inter-testualità dell'opera che si dimostra impreziosita dalle molte citazioni che vi sono all'interno. La prima è sicuramente "Disciplinas Clericalis" di Pedro Alonso che viene citato spesso lungo tutta la I parte del romanzo. Un esempio di ciò è nel I parte capitolo 20, quando a Sancho viene chiesto di raccontare una storia che termina:
    No, señor, en ninguna manera, respondió Sancho, porque así como yo pregunté a vuestra merced que me dijese cuántas cabras habían pasado, y me respondió que no sabía, en aquel mismo instante se me fue a mí de la memoria cuanto me quedaba por decir, y desde luego que era de mucha virtud y contento.
    Lo stesso racconto è presente in "Disciplinas Clericalis" come il XII racconto.
    "Se trata de un río muy grande, la embarcación es muy pequeña y el rebaño muy numeroso. Deja pues que el paisano pase a todas sus ovejas y cuando termine contaré la historia que he comenzado". Así calmó el fabulista al rey que quería oír fábulas largas.
    Ma non è certamente l'unica citazione presente nell'opera. Un'altra citazione è l'Amadigi di Gaula, modello della cavalleria del XIV secolo. Non solo Don Quijote cerca continuamente di superare o almeno avvicinarsi al modello di Amadigi di Gaula ma Cervantes riempie spesso la sua immaginazione con personaggi tratti da Amadigi. Uno tra questi è il sabio Frestón, ispirato a Arcaláus el Encantador. La magia è sia nella I e II parte uno degli elementi insostituibili e che, nella II parte, diventa la protagonista assoluta grazie alla Duchessa. Effettivamente dalla I alla II parte vi sono dei cambiamenti molto evidenti non solo nelle reazioni dei personaggi che riconoscono immediatamente Don Quijote e Sancho Panza (p. II) ma soprattutto nella scelta della narrazione che vede una drastica riduzione e/o eliminazione delle interpolazioni narrative della II parte rispetto alla I parte, come si legge nel capitolo 44 della II parte. In effetti la I parte ha diverse interpolazioni e novelle brevi che distolgono l'attenzione da Don Quijote. Tra queste troviamo: Grisostomo e Marcela (come genero pastorale), Leandra (genere pastorale) e l'episodio tra Dorotea, Cardenio, Luscinda e don Fernando. Oltre a queste, vi sono due novelle rivenute nella venta: El capitan cautivo e El curioso impertinente (I parte, 33–35 e 39–41 ) che fanno parte la prima del genere moro-arabe e la seconda del genere italiano.
    Ma c'è anche un'altra differenza sostanziale tra le due parti e quella riguarda soprattutto la disposizione di Don Quijote a immaginare. In effetti, l'episodio della caverna di Montesinos resta una dell'esperienze in cui il cavaliere dalla Triste figura inizia spegnersi e stancarsi ma soprattutto a non immaginare più i luoghi, come le ventas, un castello. E' chiaro che questa scelta preannuncia la morte di Don Quijote e il ritorno di Alonso Quijano. Il suo rientro appare però ambiguo e straordinario per gli altri personaggi che continuano a rivolgersi all'hidalgo come Don Quijote.

    ha scritto il 

  • 0

    My Personal Italian Book Challenge: un libro che ho sempre voluto leggere (e non l'ho mai fatto)

    El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha

    Venti giorni, duecento pagine, un quarto di libro. Sarà un viaggio lungo lungo, caro il mio Cavaliere dalla Triste Figura!

    "Oh, autore celeberrimo! Oh, f ...continua

    El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha

    Venti giorni, duecento pagine, un quarto di libro. Sarà un viaggio lungo lungo, caro il mio Cavaliere dalla Triste Figura!

    "Oh, autore celeberrimo! Oh, fortunato Don Chisciotte! Oh, Dulcinea famosa! Oh, divertente Sancio Pancia! Possiate tutti insieme, e ciascuno per suo conto, vivere infiniti secoli per i piacere e il generale divertimento delle genti!"

    ha scritto il 

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