Don Quijote de la Mancha

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Publisher: Libro Hobby Club Sa

4.3
(5154)

Language: Español | Number of Pages: 187 | Format: Others | In other languages: (other languages) English , Chi traditional , Portuguese , Chi simplified , German , French , Italian , Dutch , Polish , Greek , Indian (Hindi) , Danish

Isbn-10: 8497362608 | Isbn-13: 9788497362603 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Boxset , Paperback , Leather Bound , Mass Market Paperback , Board Book , Softcover and Stapled

Category: Fiction & Literature , Humor , Travel

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Book Description
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  • 3

    Ding an sich

    Sottotitolo: Don Chisciotte, il rompipalle della Mancia e Sancho Panza governatore dell'isola che non c'è.
    Perché in effetti, con i suoi deliri e visioni distorte della realtà, le ha veramente sfracas ...continue

    Sottotitolo: Don Chisciotte, il rompipalle della Mancia e Sancho Panza governatore dell'isola che non c'è.
    Perché in effetti, con i suoi deliri e visioni distorte della realtà, le ha veramente sfracassate a tutti i malcapitati nell'arco di parecchie leghe quadrate, anche se, in verità, girate per la maggior parte in tondo: 'errare' umanum est...
    Impazzire per il troppo leggere e il ricreare dalla finzione la propria realtà, è stata un'idea geniale, bisogna riconoscerlo, ma alla sua fissa per le eroiche imprese da allucinato cavaliere errante protratte per 900 pagine - anche tenendo presente che è considerato il primo esempio di romanzo moderno nella storia della letteratura e, contestualizzandolo, acquisisce un certo senso e spessore - alla 618esima pagina oggi comunque dico Stop! - tempo scaduto.
    Sí, perché ad ogni lettura affido istintivamente un tempo massimo di permanenza sulle sue pagine, oltre il quale perdo ritmo, slancio, motivazione ed interesse nel proseguimento: un mese e mezzo è il suo limite.
    Credo che mi abbia già dato quello che era possibile per me apprezzare ed assorbire in termini di divertimeto, approfondimento letterario e riflessione sul concetto di pazzia, conoscenza e realtà, ma languire per altre trecento pagine sarebbe insensato.

    said on 

  • 5

    Il Cavaliere degli Incanti

    Allora, la storia è assai nota o meglio, come a ragione è già stato rilevato da queste parti, largamente orecchiata ma non proprio approfondita: in un cassettino scalcagnato della nostra memoria condi ...continue

    Allora, la storia è assai nota o meglio, come a ragione è già stato rilevato da queste parti, largamente orecchiata ma non proprio approfondita: in un cassettino scalcagnato della nostra memoria condivisa conserviamo tutti il ritratto stilizzato di un personaggio che a uno sguardo distratto appare di per sé già piuttosto caricaturale. Quindi c’è quell’altra figurina al suo fianco, ancora più pallida, e poi il celeberrimo episodio dei mulini a vento scambiati per giganti, una vicenda che, per dare l’idea, nell’economia del romanzo occupa la bellezza di una paginetta su milletrecento circa, emblematica del tenore generale quanto si vuole ma, insomma, fate voi le proporzioni e poi ne riparliamo…

    Intanto per quel che vale, proviamo a fare ordine. Nobiluomo robusto e segaligno sulla cinquantina, Alonso Chisciano è a tal punto appassionato di cavalleria da essersi dimenticato lo svago dell’altra sua passione, la caccia, e soprattutto l’amministrazione del proprio ormai disgraziato patrimonio. Oltre a molto denaro e terreni, quella mania gli è costata il senno poiché, come precisa l’autore in apertura, “la fantasia gli si è riempì di tutto quel che leggeva nei libri… incantamenti, litigi, sfide, innamoramenti e burrasche”. Così ridotto ma col nuovo nome di battaglia di Don Chisciotte, il Chisciano sceglie di farsi a sua volta cavaliere in groppa a un fidato ma brocchissimo destriero, Ronzinante, per predicare ai quattro angoli della Spagna la rinascita dell’errante cavalleria, “spazzare via dal mondo ogni forma di sopruso, aggiustare i torti, consolare le vedove” e via di tiritera standard. Il suo esordio in questi panni altisonanti, va detto, non è esattamente dei più promettenti, con una squallida bettola scambiata per castello con torri, ponte levatoio e tutto, l’oste preso per un castellano d’alto rango (dal quale farsi armare cavaliere, secondo la tradizione libresca) e un paio di bagasce credute dame di eccelso lignaggio. Ma è solo il primo anello di una tragicomica catena di equivoci – che vedrà burattini e greggi di montoni intesi come eserciti di mori, otri colmi di vino creduti giganti e mule ritenute dromedari – in cui presto si ritrova coinvolto un contadino suo compaesano, arruolato in guisa di scudiero con tanto di asino e nome d’armi Sancio Pancia, dietro la promessa di essere poi indirizzato al governatorato di uno dei primi regni conquistati in grazia dell’amata pulzella – più vagheggiata che reale – Dulcinea Del Toboso. Gli ideali di colui che il pacioso e ciarliero Sancio ha già ribattezzato “Cavaliere dalla triste figura”, dopo le prime rovinose disavventure di una lunghissima serie, sono indiscutibilmente nobili, come questi non manca mai di ribadire a suon di “rettoricate” nelle sue incendiarie, iperboliche arringhe. Ma per quanto il Nostro improvvisato eroe si picchi d’esser nato “in questa nostra età di ferro per farvi risorgere quella d’oro”, la sua guida tende ad affidarsi in esclusiva alle farneticazioni del momento e i due vagano senza una vera meta e senza un programma come trottole impazzite, “dal pero al fico”, “per strade che non sono strade, per sentieri che menano non si sa dove, bevendo male e mangiando peggio”. Con puntualità disarmante, ogni travisamento della realtà di cui l’hidalgo è vittima lo induce a spendersi in azioni sconsiderate cui corrispondono le reazioni violente dei malcapitati di turno, sì che quando ai due avventurieri dice bene si tratta solo di qualche “sgrugnone” ben assestato, viceversa son botte da orbi, denti saltati e ossa spezzate. In coda a tutti questi disastri causati a suo dire da fantomatici e malevoli incantatori, Don Chisciotte si ritira nella selva impervia della Sierra Morena per far vita di penitenza in omaggio all’amata e inconsapevole Dulcinea, speranzoso che il suo scudiero aggiorni la donna in merito ai suoi patimenti. Dopo mille peripezie, gli amici del suo borgo e alcuni preziosi aiutanti incontrati dal leale Sancio strada facendo riusciranno a ricondurlo a casa dove, sperano, potrà ritrovare il giudizio smarrito.

    La seconda parte del romanzo, portata a termine dieci anni dopo la prima anche come furiosa reazione al seguito abusivo dato alle stampe nel frattempo da un tuttora non ben identificato autore illegittimo, si apre con l’intuizione geniale dell’espediente metaletterario, chiamando in causa nella fabula un fantomatico volume sulle "Avventure di Don Chisciotte e Sancio Pancia" scritto dal moro battezzato Cide Hamete Benengeli (che l’autore dichiara di aver reperito e tradotto), del quale i due protagonisti, turbati, si trovano a parlare con chi ne ha riferito loro come dell’opera di un qualche “sapiente incantatore” (e dalli!). Si tratta di una trovata davvero moderna, che è anche e soprattutto uno schiaffo all’inopportuno apocrifo del misterioso Alonso Fernández de Avellaneda (del 1614, evidentemente cruciale nel convincere Cervantes a ultimare la sua continuazione “ufficiale”, uscita l’anno seguente a qualche mese appena dalla sua morte), sbugiardato con sublime ironia dal legittimo creatore nel nuovo prologo e in seguito menzionato come lettura d’obbligo all’inferno, stando a una finta testimonianza della perversa Altisidora. Se in avvio si procede sulla falsariga del primo volume, con i Nostri che riprendono il cammino alla ricerca di Dulcinea, che il prode Don, ingannato a fin di bene dallo scudiero, ritiene esser incantata sotto le sembianze di una popolana zoticona. C’è ancora spazio per qualche travisamento, come quello del teatro dei burattini scambiati per soldati moreschi, ma da qui in avanti la pazzia dell’hidalgo, prevalentemente eterodiretta e stimolata dall’esterno, sembra lavorare solo a sprazzi e col silenziatore: è più che altro temeraria la sua sfida a una coppia di leoni in realtà inoffensivi, che gli vale la nuova etichetta di “Cavaliere dai Leoni”, mentre per il resto si ritrova a dover regolare (con parecchia fortuna) il fasullo Cavaliere degli specchi interpretato dallo studente Sansone Carrasco, che voleva unicamente costringerlo a chiudersi nel suo borgo abbandonando propositi per lui stesso pericolosi, quindi viene attirato in una rete di falsi incantesimi ordita contro lui e Sancio da una coppia di aristocratici aragonesi per farne gli zimbelli di tutta la corte, fantasmagorica impresa in più atti riuscita con discreto successo. Il ritorno del buon Carrasco con le medesime intenzioni già palesate la prima volta, ma sotto le spoglie dell’arrogante Cavaliere della bianca luna, sortirà l’effetto sperato ma avrà come contraccolpo lo svilimento dell’anziano avventuriero, rientrato nella natia Mancia con il solo proposito di rimpiazzare la vita cavalleresca con una più arcadica da pastore. La rinuncia ai sogni e alle fantasticherie priva tuttavia di ogni slancio vitale il protagonista, che torna così ad essere semplicemente il nobiluomo Alonso Chisciano (con in sovrapprezzo l’appellativo di “Buono”) giusto in tempo per il ravvedimento finale, il testamento dettato in fretta e furia e un’abiura con tutti i crismi dell’epica così lungamente celebrata a parole e nei fatti.

    “El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha” è, molto semplicemente, uno degli immortali capolavori della letteratura mondiale di ogni tempo. E’ più arduo spendersi in una critica ponderata e compiuta – una chimera, ma tant’è – che non nella lettura, assai più agile e piacevole di quanto sia stato paventato da tanti anche qui su Anobii. Forse è la mole a intimorire, o piuttosto sono quei continui richiami alla lentezza e alla reiterazione che indispongono in partenza i lettori meno pazienti, dimentichi che quelle stesse regole stanno alla base della serialità televisiva che da drogati delle fiction griffate tanto sono soliti magnificare via social. Lasciamo perdere. Di certo è limitante parlarne senza fare menzione di quell’altro romanzo che è stata l’esistenza stessa di Miguel De Cervantes, soldato dimenticato già eroe di Lepanto, poi spentosi senza grandi onori in condizioni di sostanziale indigenza dopo una vita di peripezie e volteggi pazzeschi (che in parte rivivono nelle pagine dedicate allo schiavo di Algeri e la sua bella Zoraide). Lecito concedersi il lusso di più piani d’interpretazione paralleli, tutti senz’altro validi. Innanzitutto si tratta di un superlativo congegno satirico che cannibalizza, e insieme sbeffeggia, tanti dei luoghi comuni narrativi che fino al sedicesimo secolo inoltrato (e pure oltre) hanno fatto la fortuna del romanzo cavalleresco, di quello (ancor più manierista) pastorale e, almeno in parte, di istanze più recenti quali le novele picaresche e morische, di cui si avverte l’eco qua e là e che Cervantes stesso non aveva mai fatto mistero di aver adorato (specie nei suoi periodi di prigionia), pur manifestando l’esigenza di disfarsene una volta per tutte.

    L’occasione propizia gli venne offerta appunto da questo testo: l’ormai logora epica cavalleresca di tradizione francese, in particolare, è subissata dai colpi di lancia di Cervantes con sublime malignità ma senza autentica cattiveria, il tono è canzonatorio ma lieve, indulgente. Quello che parrebbe un colpo di grazia ai libri di cavalleria, Miguel lo assesta per bocca del canonico nel quale i nostri eroi si imbattono verso la fine della prima parte, colui che li descrive come “duri nello stile, inverosimili nelle imprese, lascivi negli amori, malaccorti nelle cortesie, prolissi nelle battaglie, insulsi nei discorsi, assurdi nei viaggi e lontani da ogni giudizioso artificio, oltreché inservibili sul piano morale e degli insegnamenti”. Per alleviare il giudizio, nel giro di qualche pagina sarà poi proprio il Don a imbarcarsi peraltro in una toccante difesa d’ufficio, sostenendo che quegli stessi testi sono in grado di bandire la malinconia e fare “migliore il carattere se mai l’abbia guasto”. Un colpo al cerchio e uno alla botte, con classe.

    Il Rinascimento inaugurato dal cinquecento spagnolo è di fatto concluso, ma i fasti del Siglo de Oro proseguono rigogliosi al pari di una certa chiusura e autoreferenzialità sul versante culturale che l’autore rende da subito l’oggetto privilegiato dei suoi attacchi. Accanto a quella impietosa di natura squisitamente letteraria, vi è poi infatti anche una più sottile critica sociale, rivolta a una nobiltà oziosa, anacronistica e sostanzialmente inadeguata al mutare dei costumi, vuoi per l’incapacità di disfarsi del proprio sterile idealismo o di un galateo francamente fuori tempo massimo (Don Chisciotte), vuoi per l’arroccamento ostinato su posizioni di privilegio e prevaricazione cristallizzate nel loro statuto ancora medioevale, seppur qui presentate dietro la maschera benevola di una magnanimità burlona (il duca e la duchessa, le figure più emblematiche).

    Se nella prima parte la natura dissacrante dell’intento umoristico – di per sé già attualissimo – ha evidentemente il sopravvento, nel secondo segmento questa connotazione va facendosi via via sempre più sfumata e marginale, lasciando che ad imporsi sia il carattere realmente rivoluzionario di Don Chisciotte, quello dell’eroe tragico. Da principio l’anziano hidalgo è persuaso che le fantasie letterarie coincidano senza fallo con la realtà e persiste nell’auto-ingannarsi, vanamente dissuaso dalla voce del buon senso popolare che Sancio rappresenta. Il completamento del romanzo rovescia in parte tale prospettiva poiché la follia del cavaliere si è fatta pagina dopo pagina assai meno sfarfallante e folcloristica ma sono ora entrambi gli attori principali a patire gli inganni tramati ad arte da ogni sorta di briccone malversatore, il primo per la sua bizzarra inclinazione e l’altro, autentico campione d’ingenuità, quasi per una forma di osmosi empatica e di meschino tornaconto, allettato dalle ricompense in prestigio e beni materiali (che il suo padrone non ha mai mancato di rinnovargli) e giocoforza ben disposto a fare proprio lo stesso bizzarro apostolato del padrone, pur senza crederci mai davvero.

    Il cavaliere, che nel testo del 1605 ne combinava di tutti i colori seguendo il suo buzzo stralunato, in quello datato 1615 appare più cauto, consapevole e pensieroso ma nel contempo è costretto a muoversi suo malgrado nei medesimi panni, vittima in primo luogo di una fama beffarda, che con la sua storia stampata nero su bianco ormai lo precede ovunque vada, e in seconda battuta di tutti coloro che non intendano perdere la propria occasione per alimentare tale risibile nomea e trarne così un impareggiabile passatempo. Ogni cosa si trasforma allora in una sorta di teatro del teatro perché tutti, coscienti o meno, paiono intenti a recitare: recita Don Chisciotte, costretto a insistere così nel suo idealistico ed elitario rifiuto della grettezza sempre più imperante del reale e a impazzare come una triste marionetta su una scena che altri hanno già apparecchiato per lui; recita Sancio (gigantesco qui), che per benevolo opportunismo escogita l’incantamento di Dulcinea ed è poi chiamato a reinventarsi governatore di punto in bianco, pur se all’interno di una macchinazione ordita a sua insaputa da quegli stessi registi occulti; recitano essi stessi, i vari signorotti che ospitano cavaliere e scudiero per il solo gusto di dileggiarli alle spalle, arrivando a inscenare mascherate sempre più elaborate e sempre più grottesche; e lo stesso fa il baccelliere Carrasco, che per nobili fini cerca di mettere i bastoni tra le ruote all’eroe sotto le spoglie posticce di un duplice cavaliere-oppositore, un po’ come gli altri aiutanti attanziali (il curato, il barbiere, Cardenio, Dorotea e via dicendo) che già nella prima parte si erano camuffati per un analogo motivo.

    A complicare la rappresentazione nella seconda parte (la migliore e nemmeno di poco) è poi anche, e soprattutto, il suo sviluppo multiprospettico e volutamente ambiguo, assicurato dall’intersezione tra le vicende narrate dall’autore, quelle desunte dal Benengeli e quelle svianti del nuovo testo illegittimo, pure destinate ad avere ripercussioni concrete nel progredire della storia e a ingarbugliare progressivamente i piani della narrazione, confondendo realtà e finzione, verità e artificio, oggettivo e soggettivo, con superba perizia inventiva. L’eclissarsi del narratore onnisciente, rimpiazzato a bella posta dalla coesistenza di molteplici punti di vista, spesso in aperta contraddizione tra loro, segna l’irrompere di un’impostazione volutamente più incerta, iperbolica e irregolare, un trionfo barocco di linee curve e spezzate che scombina l’impianto razionalista dell’avvio quasi assecondando l’intimo sabotaggio del senno vissuto in prima persona da Don Chisciotte. Tra i numerosi passaggi realmente indimenticabili meritano di essere ricordate le torrenziali novelle cortesi piazzate a mo’ di digressione nella prima parte (“L’Indagatore Malaccorto”, la storia dello schiavo), così come i puri colpi di genio a livello di intreccio nella seconda, su tutti il montaggio alternato con cui vengono presentate le dinamiche del governo del Panza nell’Isola (che non c’è) Barattaria e le febbrili resistenze del Cavaliere alle fasulle lusinghe della spietata Altisidora, oppure le provvidenziali e fantasiose toppe colorate con cui l’autore prova a giustificare un paio di macroscopiche distrazioni occorsegli nella stesura del primo volume.

    Quella di Don Chisciotte è la forza dirompente della modernità. La modernità del tratto psicologico, teso a far risuonare la frattura fra utopia visionaria e ammorbante inquadramento, tra folle integrazione e lucida apocalisse, che alberga nell’intimo di tutti noi – figliuoli stenti, sparuti e strambi come il Chisciano – per sempre silente magari oppure no, chissà. La modernità di un’ironia che con indicibile finezza sa farsi beffe di tutto e tutti, persino del lettore “inoperoso” che si crede complice. La modernità del disordine che irrompe senza inviti e scompagina il rigore anche un po’ pedante della bella forma, come una grandinata di proverbi schiantati sull’interlocutore di turno con non più del quindici per cento di effettiva pertinenza. La modernità di una prosa entusiasmante che come l’acqua di un grande fiume gorgoglia e si rilassa, ti avvolge immobile e ti prende a cozzoni, ristagna o aggredisce con tutta l’impetuosità del caso avendo cura, in questa sua ininterrotta danza del ritmo e degli infiniti ritorni, di procurare un immenso piacere a chi affronta la lettura; e poco importa se al di là di una pur pallida intuizione non ci è dato modo di cogliere lo sbalorditivo scompaginamento, destabilizzante e riformatore nel profondo, esercitato sulla lingua spagnola del suo tempo, perché l’appagamento rimane formidabile anche se a elargirlo sarà una versione italiana datata ma sapidissima, croccante e sugosa, come questa curata da Alfredo Giannini per Rizzoli.

    Un'opera titanica e commovente insomma, da conservare per sempre nei ricordi con l'intatta meraviglia e l'entusiasmo della prima volta.

    (9.7/10)

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  • 4

    opera fondamentale

    Sono riuscito a leggerlo interamente ma non nascondo le difficoltà incontrate. Più volte, soprattutto nella seconda parte, scritta parecchi anni dopo la prima, ho provato pesantezza e - a tratti - noi ...continue

    Sono riuscito a leggerlo interamente ma non nascondo le difficoltà incontrate. Più volte, soprattutto nella seconda parte, scritta parecchi anni dopo la prima, ho provato pesantezza e - a tratti - noia. Spesso infatti l'autore si ripete, rallenta il ritmo, narra di storie che altro non sono che digressioni dalla trama principale. Se la prima parte è davvero bella, coinvolgente e con un suo spessore, la seconda dà più l'impressione di tante storielline tenute insieme ma senza un'organicità precisa. Ammirevole invece il processo di maturazione dei due protagonisti: Sancho, che alla fine resta legato all'amicizia al suo padrone rinunciando ai sogni di ricchezza, e don Chisciotte, che gradualmente si rende conto del suo delirio, anche se questo lo condurrà alla morte. L'opera nel suo insieme resta comunque una pietra miliare nella storia della moderna letteratura. Anche chi non se la sente di affrontarla interamente, si legga le parti più belle e famose: merita davvero.

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  • 3

    Un classico merita impegno...

    Se dicessi che ho trovato questo libro appassionante, che mi ha divertita, che mi ha "rapita" e portata a spasso con i due protagonisti...bè, mentirei...Nutrivo tante aspettative sul Don Chisciotte, m ...continue

    Se dicessi che ho trovato questo libro appassionante, che mi ha divertita, che mi ha "rapita" e portata a spasso con i due protagonisti...bè, mentirei...Nutrivo tante aspettative sul Don Chisciotte, mi aspettavo avventure spumeggianti e duelli mozzafiato; invece mi sono ritrovata davanti un libro noiosetto, molto, troppo lungo e ripetitivo. A differenza di molti ho apprezzato maggiormente la prima parte, trovando almeno interessanti i racconti dei personaggi incontrati durante il "viaggio". Cosa che nella seconda parte è sviluppata in maniera troppo frettolosa, ogni episodi liquidato in fretta in due paginette. Per non parlare di tutti gli scherzi che Duca e Duchessa inscenano alle spalle dei poveri Sancio e Don Chisciotte! Non conoscono il detto "lo scherzo è bello se dura poco"??? Comunque, mi è piaciuto l'evolversi del rapporto tra i due protagonisti, che finisce per diventare "amicizia". Devo però ammettere che, se da quasi tutti è considerato un capolavoro, deve essere di sicuro stato un mio limite non averlo interamente capito e apprezzato. Avrei dovuto impegnarmi di più.

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  • 4

    Benché i suoi protagonisti siano universalmente conosciuti, o forse sarebbe meglio dire orecchiati, questo romanzo va preso con le dovute precauzioni. Innanzitutto perché rappresenta l’unione di due l ...continue

    Benché i suoi protagonisti siano universalmente conosciuti, o forse sarebbe meglio dire orecchiati, questo romanzo va preso con le dovute precauzioni. Innanzitutto perché rappresenta l’unione di due libri, scritti alla distanza di un decennio e declinanti il tema di fondo lungo vie diverse: il primo è più ondivago, ma, a onta delle lunghe novelle che un po’ lo appesantiscono, anche più vitale del successivo la cui maggior compattezza non riesce a volte a nascondere il fiato corto di una certa prevedibilità. Va poi tenuto conto che si tratta di uno scritto del Seicento costruito sul modello delle narrazioni picaresche e perciò non sarebbe male intenderlo come una successione di racconti con gli stessi personaggi (e in certi tratti neppure questi). Infine perché è al contempo un manifesto di critica letteraria contro gli stereotipati testi cavallereschi e un abile gioco di specchi tra realtà e finzione, con Don Chisciotte impegnato nel secondo segmento a rivendicare la narrazione delle proprie gesta – di modo che un po’ il libro esamina se stesso – e a smentire la versione apocrifa scritta nell’intervallo fra i due volumi originari da un tal de Avellaneda. A dir la verita, la faccenda è ribadita qualche volta di troppo – la lingua batte dove il dente duole, chioserebbe Sancio – ma la ripetitività non è certo una delle preoccupazioni di Cervantes che fa rivivere le stesse situazioni e sovente replicare i medesimi concetti, come appunto la discussione tra cavaliere e scudiero sulla capacità (invero mirabolante) di quest’ultimo di infilar nel discorso un numero esagerato di proverbi non sempre pertinenti. Come detto, nella prima parte il Don si mette alla ventura assieme a Sancio trascinandolo in una serie di peripezie che lui vive come avventure, a iniziare dalla celeberrima contro i mulini a vento, ma che fuori dalla sua fantasia stanno tra la scazzottata in stille Spencer/Hill e la comica finale (l’inganno sulle gualchiere non cadrebbe a pennello per Stanlio e Ollio?). A variare il ritmo e la vicenda provvedono le novelle cortesi di cui sopra, che raccontano di giovani bellissimi e di amori contrastati che tendono verso il quasi inevitabile lieto fine, con la notevole eccezione di quell’incrocio molto moderno di malfidenze e inganni che è ‘L’indagatore segreto’: si tratta di brani che hanno una vita propria e usano l’opera principale quasi come una cornice e, al dilà dei pregi intrinseci, finiscono per prendersi troppo spazio. La seconda sezione ha un andamento più coerente, seppur a volte a discapito della dinamicità: non ci sono più spunti di pura comicità a livello della padella da barbiere ritenuta ‘elmo di Mambrino’, ma costruzioni più complesse, come il montaggio alternato che vede Don Chisciotte a combattere le tentazioni nel castello dei duchi mentre Sancio affronta il proprio governatorato. E’ evidente pure l’evoluzione dei personaggi, con un rapporto più stretto fra i due principali: lo scudiero non segue più il padrone solo per avidità, mostrando via via una miscela di arguzia e ignoranza che gli serve per conquistare il centro della scena; il Don, da parte sua, non pare credere più così fanaticamente alle proprie fantasie, ma, per evitare di disilludersi, s’inventa i malevoli incantamenti di maghi dispettosi. Il che, al netto del sovrannaturale, è abbastanza vero perché tutti quanti sono impegnati a fingere per prenderlo in giro, lo facciano per affetto (Sancio con Dulcinea, i compaesani per riportarlo a casa) o per diletto (le arzigogolate burle dei duchi suddetti): il lento ritorno alla realtà rappresenta una rinuncia ai sogni e, malgrado essi abbiano un’origine di cui ci si può fare beffe, la loro assenza svuota talmente l’esistenza di Alonso Chisciano da non lasciargli altro che la morte. Si tratta dell’ennesima stratificazione dell’opera, rappresentando in filigrana la fine di un’epoca (e di un’epica) ormai soppiantata dalla prosaicità dell’età moderna.

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  • 3

    Mento, in realtà.
    Non l'ho finito, l'ho abbandonato a 37 pagine dalla fine.
    Ma per me era finito già da un bel po'; e se sento che dentro di me una cosa è finita, non c'è verso di farla continuare.
    Av ...continue

    Mento, in realtà.
    Non l'ho finito, l'ho abbandonato a 37 pagine dalla fine.
    Ma per me era finito già da un bel po'; e se sento che dentro di me una cosa è finita, non c'è verso di farla continuare.
    Aveva compiuto il suo corso, questo libro. Mi aveva affascinato e divertito, mi aveva incuriosito e poi annoiato. Quindi niente agonìa, basta.
    Le storie nella storia mi hanno tenuto compagnia per quasi un anno, poi ho deciso di concludere la lettura non leggendo le ultime pagine (che erano lì sul comodino da troppo tempo), ma andando a vedere uno spettacolo teatrale estivo, al tramonto, in un chiostro d'un convento restaurato, dove Chisciotte continuerà sempre a lottare per ciò che non esiste, ed io con lui.

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  • 5

    Stella Mattutina

    A tutti quelli che non smettono di sognare, di credere che in un mondo come questo possa albergare, in qualche angolo recondito, un briciolo di morale, di pensiero etico e critico, un minimo alito di ...continue

    A tutti quelli che non smettono di sognare, di credere che in un mondo come questo possa albergare, in qualche angolo recondito, un briciolo di morale, di pensiero etico e critico, un minimo alito di valore e dignità nei confronti di sé stessi e del mondo; a tutti quelli che, approcciandosi agli altri, non hanno paura di rivelarsi e rilevarsi come esseri puri e genuini nei confronti di una collettività infatuata di sé medesima; a tutti quelli che operano mentalmente e praticamente in nome di qualsivoglia credo o assioma personale; a tutti quelli che osano esprimersi, inneggiando ad un pensiero per il quale ci si sacrificherebbe; a tutti quelli che non hanno paura di scontrarsi e di perdere, e che si rialzano da terra più forti di prima; a tutti questi Cervantes dedica il suo romanzo.

    A voi che rispondete anche solo ad una di queste mie affermazioni di cui sopra, bene, ci siete dentro. E voi, di conseguenza, molto flaubertianamente, avete l'onore - e l'onere - di dire: “Don Quijote c'est moi”.

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  • 0

    APPUNTO PER ME

    questo sta tra i grandissimi, che attualità! sono fermo all'inizio del secondo volume, non ho mai tempo di fare niente! (anche se pare che il primo sia il migliore)

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  • 5

    Gran capolavoro classico. A volte sembra ripetitivo o prevedibile nella trama del primo libro. Secondo libro si concentra molto sulla figura di Sancho Panza divenuto piu' assennato rispetto alla prima ...continue

    Gran capolavoro classico. A volte sembra ripetitivo o prevedibile nella trama del primo libro. Secondo libro si concentra molto sulla figura di Sancho Panza divenuto piu' assennato rispetto alla prima parte.

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  • 5

    Ci vuole del tempo per finire tutti e due i libri, ma vi assicuro che ne vale la pena. Don Chisciotte si deve leggere almeno una volta nella vita, e lo stesso vale per l'Orlando Furioso dell'Ariosto ( ...continue

    Ci vuole del tempo per finire tutti e due i libri, ma vi assicuro che ne vale la pena. Don Chisciotte si deve leggere almeno una volta nella vita, e lo stesso vale per l'Orlando Furioso dell'Ariosto (l'autore, non quello che si mette nel pollo!).

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