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Donnarumma all'assalto

Di

Editore: TEA

3.6
(101)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 253 | Formato: Altri

Isbn-10: 8878197440 | Isbn-13: 9788878197442 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: History , Non-fiction , Political

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Descrizione del libro
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  • 3

    L'ho trovato un po' datato per i nostri tempi anche se qualcosa da imparare rimane, specie nella metodologia di selezione del personale. Quello che non mi spiego è come possa aver fatto l' olivetti, azienda che aveva uno sguardo così sbilanciato al futuro a diventare il nostro passato.

    ha scritto il 

  • 4

    Bellissimo libro. Per Ottieri (come in parte per Volponi) oltre alla volontà di mettere le mani nella materia umana, oltre alla voglia di capire come l'industrializzazione possa essere vissuta, c'è l'effettiva conoscenza reale degli uomini, una grande cultura, un pensiero limpido e uno stile effi ...continua

    Bellissimo libro. Per Ottieri (come in parte per Volponi) oltre alla volontà di mettere le mani nella materia umana, oltre alla voglia di capire come l'industrializzazione possa essere vissuta, c'è l'effettiva conoscenza reale degli uomini, una grande cultura, un pensiero limpido e uno stile efficace.

    ha scritto il 

  • 4

    Indùstriati! #1: Donnarumma

    La fabbrica che nasce a Pozzuoli-Santamaria è struttura calata dall’alto che per attecchire deve affrontare le difficoltà di una realtà già di per sé magmatica, fluida e in alcuni aspetti oscura …


    La psicotecnica è lo strumento attraverso il quale il protagonista cercherà di cogliere l’oro ...continua

    La fabbrica che nasce a Pozzuoli-Santamaria è struttura calata dall’alto che per attecchire deve affrontare le difficoltà di una realtà già di per sé magmatica, fluida e in alcuni aspetti oscura …

    La psicotecnica è lo strumento attraverso il quale il protagonista cercherà di cogliere l’oro: trovare gli nel popolo meridionale le risorse umane utili alla prosperità della fabbrica. I test psicotecnici, quindi: la loro descrizione dei test viene condotta in modo asettico, forse celatamente ironico, quasi l’autore non credesse nella loro efficacia. La procedura il più delle volte fallisce; i candidati spesso non superano lo scoglio dei test e dei successivi colloqui venendo ricacciati nel limbo di coloro che premono per entrare, rimossi, confinati nella zona franca della portineria. Da lì incombono sempre, imperterriti, statue di sale... continua su http://lunadifronte.wordpress.com/2014/03/17/industriati-1-ottiero-ottieri-donnarumma-allassalto/

    ha scritto il 

  • 5

    Scritto nel 1959, a valle dell'esperienza di Ottieri in Olivetti, descrive un mondo lontano in cui la disoccupazione era vissuta dal popolo non con rassegnazione ma con - violento - senso di privazione. Ottima scrittura, con un piglio che si fa interno ed esterno alla storia nell'unire la parteci ...continua

    Scritto nel 1959, a valle dell'esperienza di Ottieri in Olivetti, descrive un mondo lontano in cui la disoccupazione era vissuta dal popolo non con rassegnazione ma con - violento - senso di privazione. Ottima scrittura, con un piglio che si fa interno ed esterno alla storia nell'unire la partecipazione emotiva del protagonista alle più distaccate osservazioni di sociologia del lavoro.

    ha scritto il 

  • 4

    Risorse Umane

    "La disoccupazione non è un segreto".

    Caposaldo della c.d. letteratura industriale, questo romanzo documentaristico di Ottieri mostra al lettore i movimenti, le idee, gli scontri intorno alla nascita dell'Olivetti di Pozzuoli.
    Nei giorni delle selezioni del personale, fra test e coll ...continua

    "La disoccupazione non è un segreto".

    Caposaldo della c.d. letteratura industriale, questo romanzo documentaristico di Ottieri mostra al lettore i movimenti, le idee, gli scontri intorno alla nascita dell'Olivetti di Pozzuoli.
    Nei giorni delle selezioni del personale, fra test e colloqui (con dialoghi eccezionali), accade uno "scontro di civiltà": l'ansia dell'apparato industriale, animata di ottime intenzioni, di portare al Sud l'efficienza e il progresso dell'Italia Settentrionale, deve fare i conti con la disperazione e, talvolta, l'irrazionalità di un'intera popolazione. Emerge, così, anche il volto meno patinato della fabbrica, dello stabilimento, con i suoi ingranaggi sporchi e vischiosi. Emerge, inoltre, l'umanità destinata a essere disillusa del protagonista, lo stesso Ottieri.

    Un breve filmato d'epoca:
    https://www.youtube.com/watch?v=m-1Z_YyWNUo

    ha scritto il 

  • 0

    pag. 224

    E' pericoloso ammalarsi di aziendalismo.
    L'aziendalismo è l'amore umano, inevitabile ma orgoglioso, al proprio lavoro, al marchio di fabbrica; ma anche la rinuncia a capire, a confrontarsi con altri marchi di fabbrica e a partecipare a una vita più larga. L'aziendalismo è il ...continua

    pag. 224

    E' pericoloso ammalarsi di aziendalismo.
    L'aziendalismo è l'amore umano, inevitabile ma orgoglioso, al proprio lavoro, al marchio di fabbrica; ma anche la rinuncia a capire, a confrontarsi con altri marchi di fabbrica e a partecipare a una vita più larga. L'aziendalismo è il rifugio da una società cui non si crede, in cui non si spera più.

    ha scritto il 

  • 3

    La tristezza operaia

    Questo romanzo fa parte di quel filone chiamato letteratura-industria e che nasce poco dopo la fondazione di un giornale, Il Menabò, da parte di Italo Calvino e Elio Vittorini. Alla fine degli anni '50 vi lanciano un dibattito che invitava a riflettere sulle nuove forme di romanzo e ...continua

    Questo romanzo fa parte di quel filone chiamato letteratura-industria e che nasce poco dopo la fondazione di un giornale, Il Menabò, da parte di Italo Calvino e Elio Vittorini. Alla fine degli anni '50 vi lanciano un dibattito che invitava a riflettere sulle nuove forme di romanzo e su cosa fosse diventata la letteratura - fatto che per l'ambiente culturale rappresentò un vero e proprio scossone. Calvino e Vittorini misero a fuoco che se la nuova forma di economia era l'industria, la letteratura non poteva restarne estranea e immune. "Letteratura-industria" era proprio il titolo dato al dibattito, che principalmente voleva riflettere su quale rapporto potesse esistere tra le due.

    Come disse Vittorini, in realtà non si tratta solo di romanzi ambientati all'interno di una fabbrica, il punto è piuttosto la nuova soggettività del romanzo e soprattutto ciò che aveva portato ad una modernizzazione di questo tipo - tenendo conto delle condizioni lavorative ed emotive degli individui. Mettere quindi in scena l'alienazione.

    Il dibattito, che durò ben due anni, nota come di fatto il romanzo avesse già iniziato ad analizzare questa nuova realtà: esistevano infatti una serie di romanzi che avevano come protagonisti operai o impiegati, rappresentanti delle mutate condizioni della fabbrica. L'operaio è diventato merce lui stesso, poiché la catena di montaggio è un sistema che cosifica chi compie l'azione, sempre la stessa, ripetutamente e all'infinito. Nella fabbrica non si ha identità, soggettività, si è solamente un numero. Una condizione che più tardi verrà definita la “tristezza operaia".
    A ben pensarci oggi esiste un fenomeno simile per quanto riguarda la precarietà, il dramma della condizione giovanile del lavoro, una condizione rappresentata tramite personaggi che a primo impatto sembrano folli, ma che col loro essere "fuori asse" non fanno altro che amplificare la situazione in cui vivono - esattamente quel che accadeva all'epoca con l'avvento dell'industria.

    Ma fatta questa premessa, veniamo ad Ottieri ed al suo romanzo.
    Uscito dal dopo guerra poco più che studente, Ottieri - giovane socialista intellettuale - decide di andare a vedere personalmente gli snodi post-bellici: dapprima a Firenze e poi a Milano, poiché senza dubbio il fulcro dei cambiamenti in atto si trova al nord.
    E' necessario qui fare un altro nome, fondamentale per la stesura di Donnarumma all'assalto: si tratta di Adriano Olivetti, un uomo che è quel che si definisce un "industriale illuminato", poiché capì che le condizioni di lavoro dovevano necessariamente essere le migliori possibili ed ha un'intuizione per rendere concrete le proprie idee: pensa di legare la propria concettualità ad un gruppo di intellettuali in grado di dar forma al suo pensiero, in modo tale da trasformare la fabbrica anche in una fabbrica di cervelli. Il suo era un modello assolutamente rivoluzionario. Ottieri riesce ad ottenere un colloquio con lui, che lo riconosce come possibile risorsa per la sua fabbrica, e lo assume. Nonostante Ottieri si ammali subito dopo di meningite, Olivetti non lo licenzia, e lo manda invece dove sta per sorgere un nuovo stabilimento Olivetti, al sud, a Pozzuoli. Una fabbrica che sarà innovativa sia dal punto di vista strutturale, ma anche perché gli operai dovranno esser scelti sulla base di una serie di test attitudinali.

    Donnarumma all'assalto racconta proprio la sua esperienza, celando tutti sotto altre identità: il protagonista, maschera dello stesso Ottieri, si reca a S. Maria per organizzare e gestire una serie di test validi per l'assunzione; il pensiero di Olivetti era che tramite questi test fosse possibile cambiare il sistema migliorando le condizioni di lavoro collettive - pensiero condiviso dal protagonista che dal nord si trasferisce al sud assieme alla famiglia.
    Tutto il libro si rivela in realtà una dimostrazione continua di come fabbrica e cultura non possano comunicare, perché antagonismi. Anche l'idea di Olivetti, infatti, si dimostrò a distanza di tempo niente più che una grande utopia. Pagina dopo pagina il protagonista è sempre più perplesso di fronte ad una civiltà contadina che non riesce a farsi operaia, ed entrando in contatto con soggetti minacciosi che vogliono essere assunti pur non avendone le capacità, come proprio Donnarumma. Ha quindi inizio il dilemma irrisolvibile se sia possibile un'industria umana in cui il soggetto possa sfuggire all'alienazione o al diventare un "Donnarumma all'assalto".

    La forza del romanzo-testimonianza è il tema stesso, che andò a colpire gli ideali di Olivetti che dimostra l'impossibilità di cambiare il sistema; il testo non ebbe perciò vita facile.
    E' un'esperienza molto forte di forma romanzo che s'incarica di analizzare e rappresentare la realtà, una forma non pedagogica ma che costringe piuttosto il lettore all'analisi della società in cui vive.

    ha scritto il 

  • 0

    Giorni fa ascoltavo un podcast su radiotre. Il tema era l'esperienza olivettiana di Paolo Volponi, il quale nel mese di settembre del cinquantasei cominciava a lavorare all'ufficio relazioni esterne della grande intrapresa di Ivrea.
    Dentro al podcast ad un certo punto si poteva ascoltare un ...continua

    Giorni fa ascoltavo un podcast su radiotre. Il tema era l'esperienza olivettiana di Paolo Volponi, il quale nel mese di settembre del cinquantasei cominciava a lavorare all'ufficio relazioni esterne della grande intrapresa di Ivrea.
    Dentro al podcast ad un certo punto si poteva ascoltare uno spezzone d'intervista d'epoca dove tra altre cose Volponi faceva il nome di Ottiero Ottieri. Diceva egli che il suo collega si trovava lì, anche lui in fabbrica [negli uffici della], e che se il gentile intervistatore lo voleva incontrare, parlargli, lo avrebbe trovato al tal piano nella tal stanza.
    Anzi guardi, dice Volponi, tanto che ci va, me lo saluti.

    Ottieri e la Olivetti. Ottieri vi lavorava all'ufficio del personale [mentre la progressione di carriera porterà Volponi ad esserne capo, dell'ufficio personale, prima ancora di sfiorare anni dopo la poltrona di amministratore delegato].
    Ottieri e Volponi e altri [Giudici, Pampaloni, Fortini eccetera] stavano tutti dentro questa specie di enorme scatola utopica, primieramente industriale ma poi appunto anche utopica, che era la fabbrica di macchine per scrivere e per computare di Adriano Olivetti.

    Si badi: la fabbrica. Come cambia nel tempo il significato di questa parola... Cosa intendevano, ad esempio, nel tempo loro Leon Battista Alberti o Donatello con codesto termine?
    Una grande “fabrica”, come si scriveva allora, era, sempre ad esempio, il cantiere brunelleschiano della cupola in Santa Maria del Fiore.
    Verrebbe quindi da dire, certo pigliandosi più d'una licenza, ma chi se n'importa: non solo quindi un luogo dove ferveva il lavoro, la “costruzione”, ma anche dove si definiva un pensiero nuovo, fioriva nutriente una maniera.

    La fabrica raccontata da Ottieri è in un'altra accezione del termine. Ne racconta egli di come si dovesse attrezzare di forza lavoro l'astronave olivettiana atterrata nel paese immaginario di Santa Maria [nella realtà lo stabilimento era situato a Pozzuoli], Italia del Sud. Erano anni infatti nei quali ancora si pensava all'industrializzazione del Mezzogiorno.
    Per parte sua l'autore era come s'è detto un funzionario dell'ufficio del personale della casa madre eporediese, sceso nel Meridione, presso la fabbrica, a seguire le procedure di selezione di nuovo personale per le linee di produzione.

    “Donnarumma all'assalto” è dunque, direi quasi inevitabilmente il diario di quest'esperienza, involvendo in sé un'asciutta antropologia, una sobria sociologia, un passo molto lieve tra giornale intimo e di sbarco alle isole Trobriand [sobrietà e levità di matrice letteraria, come vedremo].
    L'autore guarda a quel ritaglio di Sud e si ha la sensazione che in esso, attonito, a suo modo riscontri quel famoso incontro tra ombrello e macchina da cucire sopra il tavolo operatorio.
    Poiché tra la fabbrica e il mondo del Sud, la costiera, il mare, il sole che acceca, le genti, non avviene una collisione, quanto piuttosto la prima si installa nell'altro come qualcosa di straniante, di altro; appunto come un'astronave aliena che atterra sul suolo di un pianeta.

    Questo straniamento appartiene tutto ad Ottieri. Il viaggiatore che arriva nella colonia penale di Kafka, il Montaigne che scrive del mondo d'oltremare, la forma del conte philosophique, nelle sue ampie declinazioni.
    Uno straniamento bivalve, il quale da una parte è figlio ovviamente delle sensazioni in essere nell'autore, colui che osserva, che riporta, dall'altra mi vien da pensare derivi anche da fattori letterari, viste le novità in lingua originale che giungevano da oltralpe in quegli ultimi anni cinquanta. Mi riferisco in particolare al nouveau roman, a Robbe-Grillet, a Butor, alla Sarraute e così via.

    Come pure vado alla riflessione su letteratura e industria, all'ingresso di materiali saggistici, sociologici, persin statistici dentro alla scrittura letteraria, ad ampi dibattiti in materia [vedasi il numero del Menabò dedicato appunto a letteratura e industria o certe forme molto avanzate di editoria aziendale, come “Civiltà delle macchine” di Finmeccanica diretta da Sinisgalli o il “Gatto selvatico” dell'Eni diretto da Attilio Bertolucci... tutta roba che vista in quest'Italia di oggi pare fantascienza, ahinoi].

    Resta da dire un'ultima cosa. Cos'è rimasto, nella nostra realtà attuale, del termine “fabrica”? Oh certo, non parliamo di quello di Leon Battista Alberti, giacché i tizzoni della morte dell'umanesimo nemmanco fumano più, sono fossili già da molto.
    Ma nemmeno rimane la fabbrica non dico olivettiana [di macchine utopiche di quel genere non ve n'erano altre], ma almeno di luogo nel quale al di là della bruta o alienante fatica fossero anche spinte diverse, di condivisione, di partecipazione.

    Oggi leggere questa narrazione industriale, ma anche per altri aspetti, magari più letterari, la storia volponiana di Albino Saluggia, si prova la sensazione di leggere principalmente una cronica di rovine.
    In questo, chiaramente nulla di romantico, lacustre, come piaceva ai romantici, piuttosto una documentazione di viaggio, simile all'esperienza, che so, di un viaggiatore attico che giunge alle rovine di Uruk, e misura camminando il perimetro delle antiche mura, di cui rimangono colonne crollate e muri diruti nelle cui commessure fanno il nido gli uccelli.

    ha scritto il