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Edipo re

Testo greco a fronte

Di

Editore: Arnoldo Mondadori - Oscar Poesia

4.2
(787)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 208 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: A000045411 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Salvatore Quasimodo ; Prefazione: Roberto Rebora

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , Copertina morbida e spillati

Genere: Fiction & Literature , History , Philosophy

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Descrizione del libro
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  • 5

    quest'opera è colma di richiami e citazioni,
    credo sia imprescindibile per quanto assoluta sia;
    quello che mi sta dando a pensare in questa rilettura
    è quanto possa essere interessante attualizzarla, riportarla
    nel nostro contesto, quanto è profonda la spaccatura
    del personaggio e della sua sto ...continua

    quest'opera è colma di richiami e citazioni, credo sia imprescindibile per quanto assoluta sia; quello che mi sta dando a pensare in questa rilettura è quanto possa essere interessante attualizzarla, riportarla nel nostro contesto, quanto è profonda la spaccatura del personaggio e della sua storia, unica incredibile

    ha scritto il 

  • 5

    Edipo re, ovvero L'eterna pertinenza dei classici greci

    Questa è per me, assieme all'Orestea di Eschilo, la tragedia greca più affascinante e in assoluto la più contemporanea.
    Non mi soffermerò sull'incolpevole colpevolezza del protagonista se non per dire che quello di Edipo, sventurato fantoccio per il quale il lettore non può che provare un'angosci ...continua

    Questa è per me, assieme all'Orestea di Eschilo, la tragedia greca più affascinante e in assoluto la più contemporanea. Non mi soffermerò sull'incolpevole colpevolezza del protagonista se non per dire che quello di Edipo, sventurato fantoccio per il quale il lettore non può che provare un'angosciosa pena, è un destino che si fa specchio della più autentica natura degli dei greci: non paterna, creatrice, provvidente, ma capricciosa, giudice, vendicativa, che non rassicura bensì complica, conduce l'uomo alla rovina. Dimentichiamo la trascendenza del cristianesimo, il miracolo dell'acqua in vino: il politeismo greco, nella sua essenza plastica e al contempo poliforme, è inauditamente prossimo all'umano, ma questa vicinanza non salva l'uomo e non lo consola, non condivide con lui l'angoscia più grande, data dalla coscienza della morte. L'esistenza di Edipo è in toto sottomessa al capriccio sadico del pantheon, diviene archetipo degli effetti della sua potenza, è disperata preda della sua volontà inviolabile e per quanto Edipo si dimeni e fugga non potrà mai sfuggirle, ed è questa la tragedia più grande: l'illusione del libero arbitrio.

    ha scritto il 

  • 5

    Il prezzo della verità

    Non si sfugge al proprio destino,ammesso che ognuno di noi ne abbia uno.
    Colpevole senza colpe, patricida e incestuoso senza sapere di esserlo , Edipo cercherà in ogni modo di sfuggire al proprio destino ma in realtà invece di fuggirlo, gli andrà incontro, inconsapevole.
    Tragedia e bef ...continua

    Non si sfugge al proprio destino,ammesso che ognuno di noi ne abbia uno. Colpevole senza colpe, patricida e incestuoso senza sapere di esserlo , Edipo cercherà in ogni modo di sfuggire al proprio destino ma in realtà invece di fuggirlo, gli andrà incontro, inconsapevole. Tragedia e beffa , ma non è solo questo il dramma di Edipo, c’è dell’ altro : ricerca ostinata della verità. Con ritmo incalzante, con forza e caparbietà Edipo vuole sapere. Forse potrebbe anche accontentarsi di mezze verità o parvenze di verità , Giocasta prova a distoglierlo “ … meglio vivere giorno per giorno come si può….molti mortali giacquero con la madre nei sogni,ma si vive meglio se a queste cose non si dà eccessivo valore….”. Non è per lui questo “vivere come si può”, Edipo deve vivere come “si deve” . E sarà questo che farà di lui un eroe tragico,la ricerca della verità, fino alla consapevolezza e alla rovina finali.

    ha scritto il 

  • 5

    #stai sereno edipo@apollo

    C’è un limite allo studio del contesto e del sottotesto, per l’esatta comprensione della tragedia del V secolo e questo limite è Edipo Re: se ne può fare assolutamente a meno. Lo diceva, solo un secolo dopo dalla messa in scena, il nostro contemporaneo Aristotele: il testo teatrale col tempo dive ...continua

    C’è un limite allo studio del contesto e del sottotesto, per l’esatta comprensione della tragedia del V secolo e questo limite è Edipo Re: se ne può fare assolutamente a meno. Lo diceva, solo un secolo dopo dalla messa in scena, il nostro contemporaneo Aristotele: il testo teatrale col tempo diventa “solo” un testo! Sofocle non poteva sapere, anche perché non era Tiresia, che l’Edipo Re sarebbe diventato un “classico”. Aveva fatto il possibile e l’impossibile per renderlo appetibile e comprensibile ai suoi contemporanei. Aveva sottoposto Edipo al giudizio del democratico, scettico, agnostico, legalitario ma ancora un po’ superstizioso “uomo nuovo” ateniese. La giuria votò un altro Edipo, portato in scena dallo sconosciuto nipote dell’invece illustre Eschilo di cui[ del nipote] si sono perse le tracce. Troppo pessimista ‘sto Sofocle. Nessuna fiducia nei vecchi dei, ma neanche nelle leggi della polis, ohibò!

    Rischiando di essere superficiale e oltremodo banale e per di più presuntuosa, ma il maestro Aristotele docet, l’Edipo Re me lo sono gustato da donna del ventesimo secolo (il ventuno non lo capisco, pertanto non mi appartiene). Confesso che al v. 1640, quando il coro attacca con “ Genti mortali, come rassomiglio le vostre vite al nulla.” e la mia rima labiale si era pietrificata in quell’espressione , e è il caso di dire, di “pathos greco”(un misto di dolore incredulo e rabbia), confesso, dicevo, di essermi chiesta chi fossi per poter metter lingua su questo monumento. Ma dopo aver passato ventiquattr’ore a scorrere i titoli della sterminata bibliografia, mi sono detta che impossibile sarebbe stato cavare un ragno dal buco da quelle elucubrazioni (dove, di solito, uno cita e smentisce l’altro, scomodando anche gli interpreti più obsoleti dei secoli che furono) e che sicuramente avrei sparato meno cazzate di Freud, il cocainomane che ci avrebbe fatto un piacere a intendere nel senso letterale le parole messe in bocca a Giocasta: E' più saggio affidarsi alla ventura, come si può; né tu temere le nozze con tua madre. Non giacquero molti in sogno con la loro madre? E vivono sgomenti forse per i loro sogni? No, se vogliono condurre la vita senza troppi affanni. liberandoci dal nefasto complesso, buono soprattutto per psichiatri incompetenti da cento euro all’ora, sganciati giusto giusto dall’odiata madre.

    Il trovatello Edipo quale colpa ebbe se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, in quel quadrivio dove sfrecciava il tirannello Laio con il suo bodyguard? Dalle parole ai fatti. Che ne poteva sapere che quello fosse il padre che l’aveva abbandonato, vista l’insensata legge che vieta di conoscere chi siano i genitori naturali?

    Il caso, solo il caso innesca il meccanismo diabolico; allora si chiamava Fato o col nome e cognome di uno di quegli dei vendicativi e scriteriati, tali e quali a quello che chiamiamo caso disgraziato e che ci opprime giornalmente; solo una volta su ventiquattro milioni ti va bene, come al superenalotto.

    È questo che fa immenso, immortale, classico l’Edipo re di Sofocle. Perché non solo Edipo è incolpevole, ma è con un atto di volontà di giustizia che si consegna alla perdizione. Ma agire, decidere, è, allora come oggi, scommettere sull’ignoto e sull’incomprensibile, avventurarsi su un terreno che è impenetrabile; è entrare nel gioco di forze delle quali non si sa se preparino, collaborando con noi, il nostro successo o la nostra rovina. Meno male che non ci pensiamo più di tanto. Chè siamo tanti “Giocasta”. Gli immorali delitti di Edipo, l’innocente, esulano dalla legge: la colpa sarà la sua pena, fino alla morte. Quando finiamo di leggere o di assistere alla tragedia a teatro ( come mi è capitato con l’immenso Glauco Mauri nel ruolo di Edipo), come dice Aristotele, tiriamo un sospiro di sollievo per averla scampata bella! Ma il daimon è dietro l’angolo.

    ha scritto il 

  • 4

    Figlie dove siete? Venite qui, venite a queste mie mani fraterne che hanno fatto sì che vedeste ridotti in questo stato gli occhi un tempo luminosi del padre che vi ha dato la vita. Io, figlie, senza vedere, senza sapere, sono divenuto padre là dove io stesso fui concepito. Piango per voi - or ...continua

    Figlie dove siete? Venite qui, venite a queste mie mani fraterne che hanno fatto sì che vedeste ridotti in questo stato gli occhi un tempo luminosi del padre che vi ha dato la vita. Io, figlie, senza vedere, senza sapere, sono divenuto padre là dove io stesso fui concepito. Piango per voi - ormai non posso pià guradarvi - pensando all'amara esistenza che vi attende, quella che inevitabilmente vivrete per colpa degli uomini. A quali riunioni di cittadini andrete, a quali feste, da cui non tornerete a casa in pianto, escluse dalla gioia delle spettacolo? E quando giungerete all'età delle nozze, chi ci sarà, chi avrà il coraggio, figlie, di prendere su di sé una tale infamia che sarà la rovina dei miei genitori e di voi allo stesso modo? Quale sciagura manca? Vostro padre uccise il padre e fecondò la madre da cui lui stesso era stato concepito ed ebbe voi da quella stessa donna da cui era stato generato. Questo vi sarà rinfacciato. Chi vi sposerà? Nessuno figlie; dovrete morire sterili e senza nozze."

    È la capitolazione dell'uomo di fronte al proprio destino, al quale inevitabilmente deve piegarsi, che porta con sé sciagura e dolore.

    ha scritto il 

  • 5

    QUAL E' LA TUA COLPA UOMO?

    Con Edipo comincia la storia dell'uomo. La creatura fragile e tenace che siamo, mescolanza di libero arbitrio e sottomissione fatale, tamburo battente di passioni e fango terreno marchiato inesorabilmente. Qual è la colpa di Edipo? Nessuna. Ha ucciso suo padre, sposato sua madre, generato figli c ...continua

    Con Edipo comincia la storia dell'uomo. La creatura fragile e tenace che siamo, mescolanza di libero arbitrio e sottomissione fatale, tamburo battente di passioni e fango terreno marchiato inesorabilmente. Qual è la colpa di Edipo? Nessuna. Ha ucciso suo padre, sposato sua madre, generato figli che sono suoi fratelli e sorelle e questo senza colpa alcuna, se non quella di essere nato e, a dispetto di un funereo oracolo, rimasto in vita per la pietà umana, di un servo prima e un pastore poi. Di questa colpa che non c'è Edipo non ha nessuna consapevolezza, legge la propria vita e il proprio destino con le categorie dell'esistenza, non scruta il cielo per cercare risposte di cui non ha bisogno. Risolve l'enigma della Sfinge, per questo è incoronato re di Tebe, per questo Giocasta, vedova di Laio, lo sposa, scivolando dal ruolo di madre inconsapevole a quello di sposa felice. Edipo non sa. Perchè mai dovrebbe sapere? Chi, tra gli uomini, è obbligato a sapere di una colpa che non ha commesso? Quale tribunale chiederebbe tanto? L'esistere, invece, può pretendere che i giorni siano lo scontare una colpa nell'atto stesso dell'esistenza. Una peste, un morbo malefico, soffoca Tebe e si chiede, perchè la città ne sia liberata, che venga allontanato l'uccisore del vecchio re Laio. Chi ha ucciso Laio ad un quadrivio durante un diverbio? Edipo, sì, sempre e solo lui. Ha ucciso senza sapere, si è assunto un'ennesima colpa. Sono proprio io, l'uccisore di Laio? Era dunque quel vecchio al quadrivio mio padre? E' Giocasta allora mia madre? La verità dev'essere svelata, l'insetto deve rimanere impigliato nella ragnatela in cui incautamente si è spinto. L'uomo mette insieme i tasselli, ricostruisce, interroga, scarta ipotesi. Edipo procede forsennato, Giocasta, sua moglie e madre, vorrebbe fermarlo. Ma c'è forse una mezza misura nella ricerca della verità? La verità fa il pari con l'assoluto. Edipo è davanti al baratro della sua scoperta, si ferma, vacilla, avanza. Non c'è più spazio per i dubbi, la verità si è fatta certezza, l'assenza di colpe è calata come una mannaia e ha trasformato l'uomo in vittima perfetta. Di se stesso. Siamo al mondo, non c'è più rimedio. Parola di Samuel Beckett.

    ha scritto il 

  • 5

    Onde non si stimi felice alcun mortale guardando al giorno estremo, prima che abbia trascorso il termine di vita senza aver sofferto nulla di doloroso.

    No vabbé, non mi metterò certo io, emerito signor nessuno, a giudicare Sofocle. Siamo seri, dai.

    ha scritto il 

  • 5

    "Ogni cosa è bella a suo tempo"

    L'impressione è quella di un giorno eterno senza pietà. Ti scuote, poi ti bandisce dalla cittadella della tua anima accovacciandosi al tuo posto in un covo di polvere e di macerie. Di "Io" frantumati. Ciò che rimane, ammesso che rimanga qualcosa, sei Tu.
    Cerca la Verità Edipo. Cerco la Verità con ...continua

    L'impressione è quella di un giorno eterno senza pietà. Ti scuote, poi ti bandisce dalla cittadella della tua anima accovacciandosi al tuo posto in un covo di polvere e di macerie. Di "Io" frantumati. Ciò che rimane, ammesso che rimanga qualcosa, sei Tu. Cerca la Verità Edipo. Cerco la Verità con la stessa ostinazione? Provo terrore per Edipo. Provo terrore per l'Edipo che è in "me", in quella "me" in rovina che esiste ancora non esistendo più.

    ha scritto il