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Eichmann in Jerusalem

Ein Bericht von der Banalität des Bösen.

By Hannah Arendt,Hans Mommsen

(3)

| Paperback | 9783492203081

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Book Description

218 Reviews

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  • 2 people find this helpful

    Io da grande voglio fare Hannah Arendt.

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    Agnese said on Aug 20, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Ho impiegato molto a leggere questo libro...era troppo dura tuffarsi senza altra lettura in tutto questo male e ora che l'ho terminato non riesco a commentarlo se non con alcune frasi tratte dal testo.
    Il più grande pregio di questo libro è che conse ...(continue)

    Ho impiegato molto a leggere questo libro...era troppo dura tuffarsi senza altra lettura in tutto questo male e ora che l'ho terminato non riesco a commentarlo se non con alcune frasi tratte dal testo.
    Il più grande pregio di questo libro è che consente di “farsi un'idea esatta della vastità del crollo morale provocato dai nazisti nella «rispettabile» società europea - non solo in Germania ma in quasi tutti i paesi, non solo tra i persecutori ma anche tra le vittime”; scioccante il rsoconto delle vaie forme di coinvolgimento dei capi ebraici nello sterminio.
    Al processo “l'accusa aveva presentato l'imputato come un «sadico perverso», sarebbe stato quanto mai confortante poter credere che Eichmann era un mostro, ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica - come già fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni - che questo nuovo tipo di criminale, realmente "hostis generis humani", commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male.”
    Nel descrivere la personalità di Eichmannuna frase rende più delle altre quando l'autrice parla del suo atteggiamento nei confronti della corte dice: “egli aveva scambiato l'umanità per mitezza”.

    Ma ancora più inquietante dell'analisi dell'accaduto è la conseguenza che ne deriva per il futuro. “E' nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando ormai appartiene a un lontano passato. Nessuna pena ha mai avuto il potere d'impedire che si commettano crimini. Al contrario, quale che sia la pena, quando un reato è stato commesso una volta, la sua ripetizione è più probabile di quanto non fosse la sua prima apparizione. E le ragioni particolari per cui non è da escludere che qualcuno faccia un giorno ciò che hanno fatto i nazisti, sono ancor più plausibili. L'enorme incremento demografico dell'èra moderna coincide con l'introduzione dell'automazione, che renderà «superflui» anche in termini di lavoro grandi settori della popolazione mondiale; e coincide anche con la scoperta dell'energia nucleare, che potrebbe invogliare qualcuno a rimediare a quei due pericoli con strumenti rispetto ai quali le camere a gas di Hitler sembrerebbero scherzi banali di un bambino cattivo. E' una prospettiva che dovrebbe farci tremare.”

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    Anna said on Aug 13, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    molto interessante, impegnativo, a tratti secondo me prolisso ma forse è il prezzo da pagare per tanta informazione. mi ha rivelato l'eccezione della danimarca, l'unica nazione europea che si oppose compatta al nazismo. e mi ha colpita l'osservazione ...(continue)

    molto interessante, impegnativo, a tratti secondo me prolisso ma forse è il prezzo da pagare per tanta informazione. mi ha rivelato l'eccezione della danimarca, l'unica nazione europea che si oppose compatta al nazismo. e mi ha colpita l'osservazione sui polacchi: portavano un distintivo come gli ebrei, una "p" nel loro caso, e se la germania avesse vinto la guerra sarebbero stati sterminati. "non è una semplice congettura", dice la arendt, e motiva. asciutta com'è, distaccata e obiettiva, mette i brividi proprio perché si capisce che non sono le emozioni a parlare.

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    terra said on Aug 11, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Saggio che è il frutto del lavoro che la Harendt fece come giornalista per un noto giornale statunitense; inviata al processo Heichmann ella fu testimone di tutto il processo che trascrisse con molta sincerità nelle pagine che formano questo libro. L ...(continue)

    Saggio che è il frutto del lavoro che la Harendt fece come giornalista per un noto giornale statunitense; inviata al processo Heichmann ella fu testimone di tutto il processo che trascrisse con molta sincerità nelle pagine che formano questo libro. La Harendt mette a nudo non soltanto gli orrori del nazismo e dello sterminio degli ebrei, ma anche gli errori che furono commessi dagli organi giudiziari e statali, i paradossi della società ebraica (e non solo) odierna e passata, ma soprattutto descrive la normalità di uomo che seppur indirettamente aveva portato milioni di persone alla morte, normalità che fa spavento, una normalità che mostra quanto siano "banali" i carnefici della seconda guerra mondiale. Un libro che ha un forte senso critico nei confronti di tutte le tematiche che vengono trattate, davvero educativo.

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    Il Nano said on Aug 10, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    "La verità vera era che se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbero stati caos e disperazione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni."

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    Eugenia said on Aug 9, 2014 | Add your feedback

  • 4 people find this helpful

    L'approccio della scrittrice - filosofa tedesca di origine ebraica – è incredibilmente lucido, coraggioso, scevro da ogni tipo di condizionamento politico, ideologico e religioso. È proprio il tipo di approccio che amo quando leggo un libro, seguo u ...(continue)

    L'approccio della scrittrice - filosofa tedesca di origine ebraica – è incredibilmente lucido, coraggioso, scevro da ogni tipo di condizionamento politico, ideologico e religioso. È proprio il tipo di approccio che amo quando leggo un libro, seguo un dibattito, mi confronto con qualcuno... e cioè quello che alla fine mi porta non a confermare ciò che già credevo di sapere, ma al contrario a “deviare” dalle solite strade, a percorrerne di nuove... in poche parole: a guardare le cose da un altro punto di vista.
    Anche solo per questa ragione, quest'opera merita il massimo della considerazione e rientra pienamente nella lista dei “must”.

    Hannah Arendt non si pone nessun problema nel sottolineare, fin dalle primissime pagine, tutte le contraddizioni con cui si apre il processo Eichmann (per chi non lo sapesse, l’opera è il “resoconto ragionato” del processo svoltosi a Gerusalemme contro Adolf Eichmann, funzionario SS esperto in “questioni ebraiche” e “deportazioni”, e perciò considerato uno dei massimi responsabili della soluzione finale nella Seconda Guerra mondiale), a partire dall’impostazione “sbagliata” del processo stesso, quasi lo scopo non fosse quello di giudicare le azioni di un singolo uomo, bensì le sofferenze di un intero popolo.
    La giustizia vuole che l’imputato sia processato, difeso e giudicato, e che tutte le altre questioni, anche se più importanti (“come è potuto accadere?” “perché è accaduto?” “perché gli ebrei?” “perché i tedeschi?” “qual è stato il ruolo delle altre nazioni?”...) siano lasciate da parte”.

    Ponendosi domande “scomode”, e non avendo paura di rispondere in modo altrettanto “scomodo”, la Arendt riesce a fare un po' di luce su questioni che altrimenti riterremmo troppo assurde, orrende, illogiche per poter essere anche solo discusse, figuriamoci “giudicate”... E invece il merito eccezionale di questa donna e di questo libro sta proprio nell’essere riuscita a deporre il Male del nazismo dal suo orrendo piedistallo, di avergli strappato quella macabra aurea che lo rendeva, e tuttora lo rende inavvicinabile, impronunciabile, persino inconcepibile, per mostrarcelo invece in tutta la sua terrificante banalità.

    È la banalità di uomo che in realtà ha commesso molto “meno” di quanto non gli si voglia attribuire durante il processo, un uomo le cui responsabilità furono non dico minime, ma inserite in quei complessi ingranaggi della burocrazia nazista per cui l'intera macchina alla fine sembra quasi muoversi da sé, in perfetta efficienza. Eichmann non è un “bruto”, meno che mai un “folle”... pur riconoscendo tante accuse, fino alla fine si rifiuterà persino di essere chiamato “assassino”. Egli non è niente di più di un funzionario di un sistema di morte contro cui quasi nessuno si sogna di ribellarsi, perché – come scrive la Arendt con gran lucidità – “il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero essere tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa; e dovettero essere tentati di non trarre vantaggi da questi crimini e diventarne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni.”

    È evidente che quanto più si limita il “potere” e quindi la responsabilità di quest'uomo, tanto più drammatico è il quadro che si delinea al suo posto (e credo che l'intento principale della scrittrice sia proprio questo). Allo stesso tempo, però, Eichmann non è il semplice esecutore di un volere altrui, come cerca a volte di farsi passare durante il processo... Non è un soldato il cui dovere è la cieca obbedienza verso i propri superiori. Vero è che la parola, anzi, la volontà di Hitler aveva valore non solo di legge ma di “legge dello Stato” (e, in quanto tale, non perseguibile perché “completamente al di fuori del campo giuridico”), ma quel che è davvero grave è che Eichmann (e con lui qualsiasi “buon nazista”) prende su di sé la coscienza stessa del Fuhrer, facendo proprio l’imperativo categorico del Terzo Reich: “agisci in una maniera che il Fuhrer, se conoscesse le tue azioni, approverebbe.
    Tutto questo a noi oggi sembra mostruoso, e lo è, ma ci spiega come mai, per tutta la sua vita, quest’uomo ha agito adempiendo al suo “dovere” con uno “zelo” altrimenti ingiustificato e come mai, nel farlo, non sia mai entrato in crisi.
    Egli non aveva bisogno di chiudere gli orecchi per non ascoltare la voce della coscienza: non perchè non avesse una coscienza, ma perchè la sua coscienza gli parlava con una voce rispettabile, la voce rispettabile della società che lo circondava.”
    Cosa c’è di più mostruoso di questo Male “rispettabile”, perpetrato non in modo disumano, ma “secondo coscienza”?

    Un testo intelligente, preciso, a dispetto del titolo mai “banale”... un’esposizione chiara che calamita l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina e che ci mostra aspetti fondamentali, benché forse poco risaputi, di questa tragedia (uno fra tutti: il collaborazionismo da parte delle alte sfere ebraiche).
    Un libro fondamentale per chiunque voglia andare al di là di ciò che “tutti sanno” (o credono di sapere).

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    newlife said on Jul 16, 2014 | 1 feedback

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