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El Golem.Pesadilla En El Gueto De Praga

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Publisher: ABRAXAS, 2003.

3.7
(744)

Language:Español | Number of Pages: | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , German , Italian , French , Dutch , Swedish , Czech , Polish

Isbn-10: 8495536870 | Isbn-13: 9788495536877 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Others , Mass Market Paperback , Board Book

Category: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers , Science Fiction & Fantasy

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Book Description
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  • 4

    E'un misto tra il gotico e il thriller metasoprannaturale, il tema del Golem ero sicuro avrebbe avuto altra impronta, comunque dopo una partenza ostica si lascia leggere avvincendo molto meglio dei racconti secondo me

    said on 

  • 5

    Bello, particolare, complesso, uno di quei libri che pensi di lasciare alle prime pagine e che poi ti coinvolgono in maniera inattesa. Un consiglio: non vi fate scoraggiare dalle prime pagine ma procedete nella lettura, anche se vi sembra di non capire nulla, piano piano i fili della trama si dip ...continue

    Bello, particolare, complesso, uno di quei libri che pensi di lasciare alle prime pagine e che poi ti coinvolgono in maniera inattesa. Un consiglio: non vi fate scoraggiare dalle prime pagine ma procedete nella lettura, anche se vi sembra di non capire nulla, piano piano i fili della trama si dipanano e tutto si incastra alla perfezione. Finale malinconico.

    said on 

  • 3

    Romanzo in bianco e nero, non ci sono colori; l'atmosfera è cupa, umida, appiccicosa, maleodorante. Devo ammettere che più volte ho perso il filo; è già la seconda volta che mi cimento con questo libro e forse, anche stavolta, non era il momento giusto...ci sarà anche una terza?

    said on 

  • 4

    ‘Il Golem’ è forse l’unico romanzo di Meyrink che si può definire grande; ma è un autentico capolavoro. Un uomo, nel Duomo di Praga, scambia il proprio cappello con quello di Athanasius Pernath e rivive, quasi fosse un sogno, l'esistenza di costui. Da questo spunto nasce la descrizione delle vice ...continue

    ‘Il Golem’ è forse l’unico romanzo di Meyrink che si può definire grande; ma è un autentico capolavoro. Un uomo, nel Duomo di Praga, scambia il proprio cappello con quello di Athanasius Pernath e rivive, quasi fosse un sogno, l'esistenza di costui. Da questo spunto nasce la descrizione delle vicende relative al Golem, un antenato degli attuali robot, agglomerato di forza e mistero. Più che la trama in sè, ciò che affascina di questo libro è l’atmosfera magica, quasi surreale, davvero “kafkiana”, di questa stupenda leggenda praghese.

    said on 

  • 3

    mi è piaciuto il finale, ma non il resto della storia, che ho trovato a tratti un pò noiosa… e poi mi aspettavo che il Golem fosse molto più presente di qualche semplice accenno qua e là… peccato :(

    said on 

  • 0

    Ambientato nel ghetto ebraico di Praga alla fine dell'Ottocento. Incubi, leggende, fantasmi, inquietudini. Toni cupi, ironici a tratti. Deformazione intenzionale di luoghi e personaggi. Dicotomia sogno-realtà. Qualche lacerazione del tessuto narrativo (non so fino a che punto voluta) può mettere ...continue

    Ambientato nel ghetto ebraico di Praga alla fine dell'Ottocento. Incubi, leggende, fantasmi, inquietudini. Toni cupi, ironici a tratti. Deformazione intenzionale di luoghi e personaggi. Dicotomia sogno-realtà. Qualche lacerazione del tessuto narrativo (non so fino a che punto voluta) può mettere il lettore in difficoltà.

    said on 

  • 4

    Strada della vita o strada della morte?

    Il titolo potrebbe facilmente ingannare il lettore, inducendolo a pensare che il libro che si appresterà a leggere sia una riproposizione della famosa leggenda ebraica da cui Mary Shelley prese sicuramente spunto per il suo romanzo più celebre.
    In realtà sia la trama che il contesto storico e cu ...continue

    Il titolo potrebbe facilmente ingannare il lettore, inducendolo a pensare che il libro che si appresterà a leggere sia una riproposizione della famosa leggenda ebraica da cui Mary Shelley prese sicuramente spunto per il suo romanzo più celebre. In realtà sia la trama che il contesto storico e culturale in cui può essere collocato (1915) ne stravolgono l'intento. Il Golem, con la sua presenza spettrale, la quale ogni trentatre anni si ripresenta nel ghetto di Praga, è un pretesto per indagare il vero nucleo del racconto. Mastro Pernath, intagliatore di pietre preziose, sulla quarantina, affittuario di una piccola stanza malmessa nel quartiere ebraico di Praga, viene coinvolto in ciò che definirei, una lunga seduta psicoanalitica, contaminata da forti richiami cabbalistici e gnostici. Lo vediamo infatti intento a ricostruire un passato rimosso, tutto questo all'interno di una storia che fa da cornice, composta da personaggi rappresentanti, in maniera fin troppo dualistica, due stili di pensiero diametralmente opposti, i quali vengono inevitabilmente a collidere. Al di là della condivisione o meno di una filosofia come quella esoterica e spiritualista, che personalmente non riesco a sentire pienamente mia, ho trovato questo libro di Meyrink un lavoro eccellente per la capacità di creare un'atmosfera tra l'onirico e il delirante, dedicando sempre una particolare attenzione alla descrizione delle sensazioni e dei pensieri, mai banali, dei personaggi.

    Ps. per chi ha concluso il libro. Io sceglierei decisamente la strada della morte ;).

    said on 

  • 5

    Romanzo alchemico per riflettere

    Uno sconosciuto dal passo incerto e dagli occhi a mandorla porta a riparare un libro antico all’intagliatore di pietre preziose del ghetto di Praga, Athanasius Pernath. In seguito alla lettura di questo libro, alla scoperta di un passato doloroso e al ricevimento di una lettera, dovrà districars ...continue

    Uno sconosciuto dal passo incerto e dagli occhi a mandorla porta a riparare un libro antico all’intagliatore di pietre preziose del ghetto di Praga, Athanasius Pernath. In seguito alla lettura di questo libro, alla scoperta di un passato doloroso e al ricevimento di una lettera, dovrà districarsi tra intrecci passionali, visioni, avventure insolite in luoghi inesplorati e complotti vendicativi per ritrovare la propria identità, l’amore e la via della vita. Dal mio un di vista prettamente personale, si tratta di un romanzo notoriamente difficile da leggere o capire a causa del suo linguaggio ermetico: io ho dovuto leggerlo tre volte, ma al di là dell’intreccio delle cospirazioni, dello sfondo filosofico ed esoterico ho compreso ben poco. Infatti mi sono vista costretta a fare una ricerca piuttosto accurata per poter comprendere a fondo questo romanzo, che a molti piace etichettare pigramente come “romanzo onirico” o “romanzo nero” avente libera interpretazione a seconda del lettore, ma che racchiude teorie profonde, anche se fortemente personali, dell’autore, legate al concetto di “spiritualità”, che di per sé non è facile da definire. Personalmente, trovo che sia un romanzo che possa far riflettere sulla nostra condizione: siamo dei “risvegliati”, padroni del nostro destino, o lasciamo ci lasciamo sopraffare dalla morsa soffocante delle nostre false sicurezze e paure? Il presente romanzo alchemico è influenzato dalle correnti romantiche dell’epoca e in quel tempo ci fu un notevole sviluppo della letteratura fantastica in lingua tedesca; inoltre sono presenti dei riferimenti junghiani al mondo dell’inconscio collettivo, degli archetipi e del percorso di “individuazione”, ma ciò che influenzò maggiormente le opere letterarie di Meyrink furono le sue esperienze decennali nei campi spirituali, religiosi, spiritici, alchemici e massonici. Gli elementi narrativi derivano dalle sue visioni – provocate perlopiù dalla sperimentazione diretta di ogni tipo di veleni e allucinogeni – e vengono ripresi come simboli della sua esperienza personale (“Tengo più alle mie teorie, che sono una pratica e una vita, che alle mie creazioni artistiche, che non sono che simboli e involucro”, cit.). Difatti , si può aggiungere che questa opera ha uno stampo autobiografico: da citare l’esperienza del ghetto, l’ingiusta incarcerazione narrata nel romanzo e la descrizione dei tentativi di suicidio da parte dei personaggi. “Ascolta e comprendi: l’uomo che è venuto da te, e che tu chiami il Golem, raffigura il risveglio dell’anima attraverso la vita più intima dello spirito. Ogni cosa sulla terra non è che un simbolo perenne rivestito di polvere […] Colui che è stato destato non si addormenta più. Il sonno e la morte son una cosa sola”. “Allora… non morirò mai?” Questo passo racchiude in sé buona parte della filosofia di Meyrink, derivante dalla convinzione che ognuno sia il dio di sé stesso e possa diventare padrone del proprio destino, però è necessario risvegliare questo dio interiore incamminandosi nel percorso verso la piena conoscenza di sé stessi. Così il “risvegliato” diventa immortale, il suo stato diventa indipendente dalla realtà esterna e diventa uno degli unici veri “viventi” che non si comporta come l’ombra di sé stesso. Questa filosofia agisce da perno della trama: il romanzo descrive infatti il “sentiero del risveglio” del protagonista, non per niente Athanasius deriva da A-thanathos con alfa privativo, che significa “immortale” (la lettera ebraica “Aleph”, di cui si parla anche nel romanzo, rappresenta il legame tra il mondo terreno e il mondo ultraterreno). Tenendo quindi presente che il romanzo non è altro che un’allegoria del cammino che ognuno dovrebbe percorrere per ritrovare il proprio Sé puro, è necessario riportare il significato dei simboli centrali della trama del romanzo: • Il GOLEM: le origini della parola Golem sono riconducibili ad un passo biblico, precisamente il Salmo 139:16 : “I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo, e nel tuo libro erano già scritti tutti i giorni che erano stati fissati per me anche se nessuno di essi esisteva ancora.” (la Nuova Diodati), dove per “massa informe” si riferiva all’embrione, ma nel romanzo si riferisce alla storia che lo stesso amico del protagonista racconta: “[…] la prima versione della storia risale, dicono, al diciassettesimo secolo. Si dice che un rabbino, servendosi di un’antica formula, avesse costruito un uomo automatico e gli avesse fatto suonare le campane della vecchia sinagoga ed eseguire altri lavoretti del genere. Ma non aveva fatto un vero e proprio uomo; era piuttosto una specie di pianta animata, per così dire. E la sua vita, o quel che fosse – si racconta- derivava da una ricetta magica che gli veniva messa tra i denti ogni giorno, e che calamitava ciò che si chiamava “la libera forza siderale dell’universo”. E, siccome una sera, prima della preghiera, il rabbino dimenticò di togliere la formula dalle labbra del Golem, quell’essere si infuriò e andò in giro per le strade distruggendo tutto come un leone. Infine il rabbino riuscì a controllarlo e distrusse la formula. L’essere cadde in pezzi. L’unico ricordo che ne resta è la figurina di creta che si mostra al pubblico nella vecchia sinagoga.” Nonostante nel romanzo sembra che il Golem abbia caratteristiche fisiche ben delineate, alcune persone riescono a riconoscersi nei suoi lineamenti, come trovandosi davanti ad uno specchio: è il tema dello sdoppiamento dell’io, del doppio. Il Golem ritrae la cattiva coscienza degli abitanti del ghetto, è l’immagine del “rimosso”, e produce dunque paure e diviene così presagio di morte. • Il GHETTO: Meyrink ritrae la crisi della sua epoca attraverso un luogo degradato in cui si concentra la tradizione della cultura mistica ebraica, e le cui condizioni vengono ben descritte dall’io narrante: “Lo spirito del delitto cammina, intangibile, giorno e notte, per queste strade, cercando un uomo in cui annidarsi. Fluttua nell’aria, e noi non lo vediamo. Improvvisamente ghermisce un’anima: eppure, nemmeno allora ci accorgiamo della sue presenza e, anche se ne avessimo la percezione, esso volerebbe subito via e l’attimo passerebbe. In un baleno avevo risolto l’enigma di tutte le fatidiche creature con le quali vivevo. Avevo svelato il loro segreto: esse erano trascinate volenti o nolenti per tutta la vita da un’invisibile corrente magnetica proprio come il mazzolino da sposa era stato trascinato lungo la fogna puzzolente.” • L’ERMAFRODITO: viene accennato solo all’inizio e alla fine del romanzo, ma è centrale per la comprensione della base filosofica della trama; secondo Jung, infatti, è il simbolo dell’unificazione degli opposti (nel caso specifico, dell’individuo con il divino). • La CABALA: è un sistema di pensiero di tipo gnostico che ha cercato di dare una visione razionale del mondo e di riconoscere agli individui il potere di trascendere la natura umana per ricongiungersi con il divino, cioè la ricerca della propria vera identità, in cui è centrale il concetto di potenza creatrice e creativa di Dio. Nella teoria cabalistica ogni fase del processo creativo di Dio si è cristallizzata in un mondo a sé stante, originando così quattro mondi in tutto: dallo stato primario Divino, sede degli archetipi, a quello Creativo, quello della Formazione e infine della Materia, quello in cui si districa la nostra comune esistenza; tutti questi mondi si compenetrano l’un l’altro e sono collegati tra loro, percorribili da chi a ciò è predestinato (come è successo al protagonista nel ricevere il libro Jbbur, ovvero “La fecondazione dell’anima”) e abbia sufficienti conoscenze e capacità. La convinzione dell’esistenza di diversi piani di realtà racchiude il concetto di esistenza di una pluralità di anime all’interno di una persona, in grado di entrare in questi piani, la più importante delle quali è la “neshamah”, l’anima che si manifesta quando l’individuo schiude i suoi poteri superiori di apprendimento e rappresenta il potere intuitivo che collega l’umanità alla Divinità. È di questo stato e di questo destino che il protagonista fa riferimento nel romanzo: “Non potevo dubitare di possedere da lungo tempo facoltà nascoste. La loro forza urgeva dentro di me in un modo che non mi permetteva di ignorarle. ‘Sentire’ il significato delle lettere, non limitarmi a registrare meccanicamente con gli occhi quelle che componevano i libri, ma trasformare una parte di me in un interprete che traducesse il significato degli inespressi suggerimenti dell’istinto…” […] “Come uno che si trova trapiantato in mezzo a un deserto sabbioso, esteso a perdita d’occhio, mi resi conto, per un’improvvisa autorivelazione, dell’enorme abisso che vi era fra me e gli altri uomini […]”.

    Per approfondire ulteriormente il romanzo: - http://riviste.unimi.it/index.php/StudiaAustriaca/article/view/2183/2404 - http://it.scribd.com/doc/38504907/Piero-Cammerinesi-Gustav-Meyrink-e-Il-Sentiero-Del-Risveglio

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  • 5

    Bellissimo

    Letto tutto d'un fiato.. Non è solamente un racconto horror.. Qualcosa di molto più grande nascondono i romanzi di Meyrink.. E non a caso è stato scoperto da Evola..

    said on 

  • 3

    La lotta per l’immortalità è la battaglia per lo scettro contro i suoni e i fantasmi che ci abitano; e l’attesa dell’ascesa al trono del proprio “io” è l’attesa del Messia.


    Questo non è un romanzo à la Frankenstein; non ci troverete nessuna creatura di fango che arranca per le vie d ...continue

    La lotta per l’immortalità è la battaglia per lo scettro contro i suoni e i fantasmi che ci abitano; e l’attesa dell’ascesa al trono del proprio “io” è l’attesa del Messia.

    Questo non è un romanzo à la Frankenstein; non ci troverete nessuna creatura di fango che arranca per le vie di Praga inseguita da torme di villici con fiaccole e forconi. Il Golem di Meyrink è un’allegoria esoterica in cui si racconta il percorso iniziatico dello smemorato Athanasius Pernath verso il risveglio interiore. La realtà, sembra voler dire Meyrink, è un sottilissimo guscio d’uovo che ci separa da un ignoto abisso e per conoscere il proprio autentico “se” occorre sollevare molteplici veli. I personaggi del romanzo si muovono come marionette senza volontà in un teatrino di suggestioni notturne: angoli bui, passaggi misteriosi, finestre cieche, sudici cortili, bettole rumorose. Sopra ogni cosa il ghetto: vecchio, decrepito, muffito, cadente, marcio.

    É molto complicato (o forse inutile) cercare di seguire il lato occulto del romanzo districandosi tra gli sconclusionati riferimenti a psicanalisi, cabala, tarocchi, alchimia e magia egizia, ma importa fino ad un certo punto, perché il meglio di se Meyrink lo offre nei brani di autentico delirio visionario. Quindi ha ragione Borges: meglio la prima parte, più allucinata ed onirica, della seconda, che piega verso il melodramma.

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