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El húsar

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Publisher: Alfaguara

3.8
(211)

Language:Español | Number of Pages: 224 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Italian , French , Portuguese

Isbn-10: 9707700599 | Isbn-13: 9789707700598 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Mass Market Paperback , Others

Category: Fiction & Literature , History

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Book Description
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  • 3

    Un romanzo che da una efficace immagine della guerra, attraverso gli occhi ed i pensieri di un giovane ussaro.
    Dai sogni di gloria, di grandi imprese, alla realtà di sangue , dolore, e paure.
    Una storia senza tempo, come senza tempo sono le guerre e gli orrori che le accompagnano. ...continue

    Un romanzo che da una efficace immagine della guerra, attraverso gli occhi ed i pensieri di un giovane ussaro.
    Dai sogni di gloria, di grandi imprese, alla realtà di sangue , dolore, e paure.
    Una storia senza tempo, come senza tempo sono le guerre e gli orrori che le accompagnano.

    said on 

  • 4

    Non un capolavoro, ma poteva essere peggio. Nel breve volgere di una giornata gli ideali eroici e virili di un giovane entusiasta si spezzano sulla dura roccia della morte, coperta di fango, sangue, e frattaglie. Certo di libri che fanno riflettere sugli orrori della guerra ne hanno già scritti, ...continue

    Non un capolavoro, ma poteva essere peggio. Nel breve volgere di una giornata gli ideali eroici e virili di un giovane entusiasta si spezzano sulla dura roccia della morte, coperta di fango, sangue, e frattaglie. Certo di libri che fanno riflettere sugli orrori della guerra ne hanno già scritti, anche chi quell'orrore l'ha vissuto come combattente e non solo come reporter, per cui il romanzo ha un'aria un po' retrò. D'altronde è il primo di Perez-Reverte.

    said on 

  • 5

    "Dios, si es que había un Dios más allá de aquella siniestra bóveda negra que rezumaba humedad y muerte, concedía a los hombres un pequeño rincón de tierra para que ellos, a sus anchas, creasen allí el infierno."


    Reverte quita todo el lustre a la guerra, la destruye, la lleva al nivel de l ...continue

    "Dios, si es que había un Dios más allá de aquella siniestra bóveda negra que rezumaba humedad y muerte, concedía a los hombres un pequeño rincón de tierra para que ellos, a sus anchas, creasen allí el infierno."

    Reverte quita todo el lustre a la guerra, la destruye, la lleva al nivel de locura, de la mierda, de la sangre y de la muerte.

    Es una novela corta, pero intensa, dramática y estupenda.

    Primer libro que leo de Pérez-Reverte, y en contra de lo que me esperaba, es un gran narrador. Con un estilo muy cuidado, que se adapta al momento de la narración.

    said on 

  • 4

    La verdad es que el libro me estaba pareciendo bastante típico en cuanto al argumento; joven e idealista soldado de un cuerpo militar de élite va a la guerra a la luchar por la gloria y la grandeza. Sin embargo, lo que se encuentra es la auténtica miseria de la guerra.
    Aunque es corto y es ...continue

    La verdad es que el libro me estaba pareciendo bastante típico en cuanto al argumento; joven e idealista soldado de un cuerpo militar de élite va a la guerra a la luchar por la gloria y la grandeza. Sin embargo, lo que se encuentra es la auténtica miseria de la guerra.
    Aunque es corto y está escrito un poco "Por encima" (sin profundizar mucho), lo mejor de todo es la última parte(o bien, las últimas 10 páginas); cómo de repente el protagonista comprende el significado de la guerra y el joven se convierte en anciano.

    said on 

  • 2

    Siviglia - 06 mar 11

    [tit. originale; ling. or.: spagnolo; anno 1986]
    Il primo romanzo del sessantenne spagnolo, con la faccia da controfigura bonaria di Jean Reno. Comperato in quel di Siviglia mentre leggevo “La pelle del tamburo”. Scritto quando ancora Pérez-Reverte era solo un giornalista, inviato speciale ...continue

    [tit. originale; ling. or.: spagnolo; anno 1986]
    Il primo romanzo del sessantenne spagnolo, con la faccia da controfigura bonaria di Jean Reno. Comperato in quel di Siviglia mentre leggevo “La pelle del tamburo”. Scritto quando ancora Pérez-Reverte era solo un giornalista, inviato speciale del Pueblo per seguire le guerre degli anni ottanta, risente (in positivo) di questa capacità di farci entrare nel campo di battaglia. Ed è un’abilità che si ritroverà con tutto il suo bagaglio espressivo nelle più tarde storie del capitano Alatriste. Certo qui l’odore è diverso da Sarajevo. Siamo in Spagna, e si parla di cariche di cavalleria e combattimenti all’arma bianca. E siamo in Spagna nel 1808, durante la Campagna spagnola della Terza Guerra Napoleonica. Il romanzo segue 24 ore della vita del sottotenente Frederic Gluntz, del 4° reggimento Ussaro (a tal proposito una precisazione sul nome che Pérez-Reverte fa giustamente derivare dall’ungherese Huszár, che però significa uno su venti non uno su cento, perché ogni venti contadini il latifondista ungherese doveva darne uno all’esercito, dove venivano schierati in un corpo scelto d’assalto, il cui nome poi, data la pronuncia dura della “hu” iniziale venne presto storpiato in cursair, cioè “corsari”; ah quanto adoro la filologia…). In realtà non succede molto per gran parte del libro, fino alle scene di battaglia delle ultime cinquanta pagine, dove si percepisce con grande evidenza l’orrore che in ogni caso suscita la guerra (e ben narrato da uno che ci stava per rimettere la pelle in Eritrea). Ma è un romanzo di rimandi e di collegamenti. Perché la guerra è vista con gli occhi dei francesi invasori anche se scritta da uno spagnolo. Perché la notte prima della battaglia, Frederic e il suo amico Michel, ricordano (insieme o nelle loro teste), momenti altri. Di pace, per Frederic nella natia Strasburgo, tra la morte del nonno e l’innamoramento per la bella Claire. Di attriti e di duelli, per Michel che ha nel cognome la particella nobiliare e deve fare di tutto per farla scordare. E poi di esaltazione (vera? simulata?) per la prossimità della battaglia, per l’onore, e via discorrendo. Di rimandi, ai battaglioni ussari dei primi anni, quelli del 1500, i polacchi invincibili. Fino al ricordo della cena con il nobile spagnolo, culturalmente vicino alle idee napoleoniche della prima ora, ma che guarda con occhio realista lo sfaldarsi di quelle dietro l’arroganza del potere (e fornendo il vero occhio di Pérez-Reverte sulla vicenda: le idee, anche giuste, non si potranno mai imporre con la forza; e magari qualche Bush nostrano avrebbe potuto impararle). Ma detto tutto ciò, rimane un libro che non mi è piaciuto. Cioè l’ho letto, ne ho assaporato il suono del rostro, della carga, del “coñac a la madrugada”, il cozzare “sable contra navajos”, ne ho apprezzato l’orrore che suscita vedere un soldato sbudellato, quando le viscere si riversano al suolo ed altre “atrocidades”. Ma non mi ha coinvolto. Non sono riuscito ad immedesimarmi nei personaggi, nella scenografia, nella trama. Mi ha dato quello che mi aspettavo, che tuttavia speravo fosse di più. Dovrei riprendere quell’Ussaro sul tetto di Giono, per vederne altri risvolti, francesi su francesi. E sono anche in dubbio su quanto mi piaccia realmente il buon Arturo. Ne ho letto di diverse espressioni (questo sulla guerra, la pelle sivigliana e fumigante di Chiesa, gli intrecci “echeggianti” del Club Dumas), ma ogni volta c’è qualcosa che mi sfugge, che mi fa fermare qualche passo prima di dire: bello senza se e senza ma. Forse la sua cosa migliore di Pérez-Reverte l’ho letta in un suo articolo di un paio di anni fa, dove, scagliandosi contro l’insipienza di politici ed altri personaggi pubblici, terminava con un grido che trovo di grande attualità: “quanto è più pericoloso un imbecille di un malvagio”.
    “Los españoles no son, no somos, gente que se deje salvar a fuerza. Nos gustas salvarnos nosotros mismos, poco a poco ... Jamás las bayonetas impondrán aquí una sola idea.” [Gli spagnoli non sono, non siamo, persone che si possano salvare con la forza. Ci piace salvarci da soli, a poco a poco ... Mai le baionette imporranno qui una sola idea] (124)

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  • 4

    Me ha parecido un libro fantásticamente narrado y capaz de transmitir una idea realista de lo que es una guerra a través de los ojos de un joven húsar. Se me ha hecho incluso corto, de lo mejor de Pérez-Reverte.

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  • 3

    Questo libro racconta la storia della prima giornata di battaglia di un giovane ussaro. E' una giornata crudele, una storia dura, come la guerra, il fango e la morte.

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  • 3

    Gli ussari in Spagna

    E' la storia di un ragazzo di diciannove anni di Strasburgo, che si arruola con la cavalleria degli ussari, e si ritrova nella campagna napoleonica in Spagna.
    L'inizio e la fine sono noiosi, si savla un po' la parte centrale, peccato, la storia di un giovane che spera di trovare l'onore e l ...continue

    E' la storia di un ragazzo di diciannove anni di Strasburgo, che si arruola con la cavalleria degli ussari, e si ritrova nella campagna napoleonica in Spagna.
    L'inizio e la fine sono noiosi, si savla un po' la parte centrale, peccato, la storia di un giovane che spera di trovare l'onore e la gloria in guerra, ma che si rende conto che le battaglie non sono scontri "puliti" come gli hanno insegnato in accademia, si poteva sviluppare molto meglio.
    Dal libro: Un ussaro degno di questo nome deve riconoscere a colpo d'occhio un buon cavallo, un buon vino, un buon sigaro e una bella donna [...] In quest'ordine.

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  • 5

    La prima battaglia di Frederick Gluntz, ussaro alsaziano diciottenne, durante la guerra d'Indipendenza spagnola. Il racconto si svolge nell'arco di una notte e della giornata successiva. Quello che poteva essere uno scontato esercizio di retorica indignazione contro la sporca realtà della guerra ...continue

    La prima battaglia di Frederick Gluntz, ussaro alsaziano diciottenne, durante la guerra d'Indipendenza spagnola. Il racconto si svolge nell'arco di una notte e della giornata successiva. Quello che poteva essere uno scontato esercizio di retorica indignazione contro la sporca realtà della guerra diventa un resoconto potentissimo della violenza fisica del combattimento, un'accurata, puntigliosa, dettagliata descrizione dei tempi e delle effettive modalità di svolgimento di una battaglia, con le pause, gli andirivieni apparentemente casuali, gli stati d'animo altalentanti fra eccitazione, paura e noia, fino all'esplosione incontrollabile della follia omicida che afferra l'animo umano nell'parossismo del combattimento. Nell'arco di poche ore, il protagonista, da idealista immerso in sogni estetizzanti di gloria e dovere, fiero della sua appartenenza ad un corpo invincibile, si trasforma in una bestia omicida accecata dall'ebbrezza del sangue, quindi in un animale braccato che non ha quasi più nulla di umano.

    Da anni ormai Arturo si è ingentilito (leggi: è entrato in banca coi suoi thriller spagnoleggianti), ma questo libro, il suo primo, è veramente un capolavoro espressionista.

    E non lasciamoci ingannare dalla moralina che sembra emergere dall'estrema presa di coscienza del protagonista: sarà anche "barro, mierda y sangre" ma ad Arturo la guerra PIACE.
    Altrimenti non sarebbe così bravo a descriverla.

    E poi, sottopelle, la costante esaltazione del popolo spagnolo, invisibile, muto, sporco, rozzo, ma tenace ed invincibile, contro cui nulla possono le uniformi brillanti, le spade, le coreografie rutilanti, l'audacia tracotante degli ussari.

    said on