El idiota

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4.4
(6441)

Language: Español | Number of Pages: 885 | Format: Others | In other languages: (other languages) English , Chi traditional , German , Italian , Russian , French , Swedish , Greek , Catalan , Portuguese , Polish

Isbn-10: 8402006310 | Isbn-13: 9788402006318 | Publish date: 

Also available as: Audio Cassette , Paperback , Mass Market Paperback

Category: Fiction & Literature , Philosophy , Religion & Spirituality

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Book Description
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  • 5

    Il cavaliere povero

    Tanto è stato detto e scritto su questo famoso romanzo, per cui le mie saranno solo brevi considerazioni dopo una densa, impegnativa e lenta lettura.
    Senza ombra di dubbio un romanzo notevole ma compl ...continue

    Tanto è stato detto e scritto su questo famoso romanzo, per cui le mie saranno solo brevi considerazioni dopo una densa, impegnativa e lenta lettura.
    Senza ombra di dubbio un romanzo notevole ma complesso, non tanto per la trama in sé o per i riferimenti alla situazione politica, morale, ideologica della società russa, quanto, piuttosto e soprattutto per quell' universo umano che Dostoevskij crea attorno al personaggio centrale, il principe lev Nikolajevich Myskin.
    Tante le figure che in situazioni e tempi diversi vengono alla ribalta! Su ciascuna l' autore punta il suo potente flash illuminandone caratteristiche e dettagli.
    Sotto i nostri occhi si va componendo un affresco psicologico e umano in cui tutti, interagendo nell' intreccio delle vicende, sono un tassello fondamentale per il grande puzzle costruito attorno all' "uomo buono", il principe Mynski.
    Stare dietro alle dinamiche convulse, impulsive, fatte di fughe in avanti e di retromarce con facili lacrime e richieste di perdono, è un bell' esercizio da parte nostra, trovandoci di fronte a figure ambivalenti nelle quali l' istinto al bene si mescola alla debolezza della carne, e i cui stati d' animo, l' interiorità, i cambiamenti emozionali, vengono allo scoperto attraverso i silenzi, il non detto, gli atteggiamenti tenuti negli incontri-scontri relazionali: tutti elementi che danno forza ai dialoghi. Qui sta la grandezza di Dostoevskij!
    Così di Aglaja, presentata come una dolce e ingenua bambina, buona e di una bellezza splendida, seguendola nelle varie prese di posizione, ne scopriamo l' essenza litigiosa, volubile, tagliente, beffarda. Mentre "quella donna ( Nastas'ja Filippovna ), chiacchierata, tenuta a distanza, che non merita neppure di essere nominata dalle anime belle del mondo che conta, da quel cerchio incantato ipocritamente cordiale, custodisce nel profondo dell' anima tenerezza e "bellezza" che il nostro principe intuisce.
    Chi meglio di lui, sofferente del "mal caduco" sa leggere la sofferenza dell' anima, la sua complessità!
    Il principe è consapevole di esporsi al "giudizio" di quelli che pretendono di agire per il suo bene, nel momento in cui si dispone a tollerare maldicenze, pettegolezzi, dicerie, schizzi di fango; tuttavia considera il tutto un prezzo da pagare, pur di "salvare" la persona additate per le sue negatività.
    Ma chi è Mynski? Calato nel tessuto narrativo Mynski risulta il prodotto di una disarmante ingenuità mista a modi garbati, compiti, delicati. Timido e dal rossore facile, viene bollato come uno sciocco goffo del quale si può ridere senza pudore...insomma uno un po' così che ha della vita una visione "radiosa, ingenua, anzi pastorale". Tirando le somme, chi si relaziona con lui superficialmente, finisce per etichettarlo senza alcuna esitazione un idiota.
    Ma a ben guardare, l' idiota è capace di mettere a nudo il suo interlocutore facendone risaltare gli intrighi e le meschinità. E se da un lato viene deriso, ridicolizzato, su una cosa tutti convergono, che il principe non mente mai e sotto sotto riscuote anche stima. Quando, poi, le circostanze lo rendono sicuro, espone "pensieri gravi, a volte anche profondi"... "Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L' assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante."
    Una concezione umanitaria, direi, molto avanzata per la Russia di Dostoevskij.
    Convinto di poter esercitare un benefico influsso personale sugli altri, nella sua "follia" di redenzione, Mynski è sempre disponibile all' ascolto e pronto a caricare su di sé il fardello di ogni colpa, come un Cristo, quel Cristo di Holbein dal corpo straziato che tanto lo aveva colpito in casa dell' amico e rivale Rogozin.
    Stimatissimo principe, cosa poteva esserne di te estraneo a quel mondo paludoso, dove pullulano regole ipocrite, boria, meschinità, odio, disprezzo, intrighi, arroganze...?
    Pensavi con la semplicità propria di un bambino di dare un po' della tua luce agli altri. eri convinto che bontà e bellezza potessero albergare anche nell' anima della persona più abietta da renderla degna di salvezza o di una dolce carezza sulla guancia.
    Ti sei speso, ma le cose non sempre vanno come si crede!
    E' disperante? Non so, forse è realistico! E nella visione di Dostoevskij allo sventurato principe rimasto suo malgrado invischiato nel fango della palude, non poteva che finire come ci narra con straordinaria intensità il suo abile "creatore".

    said on 

  • 5

    La grande bellezza

    Il principe Myskin compare sulla scena. E' buono, autentico, compassionevole. Un puro. Un uomo quasi ai confini della realtà, pronuncia soltanto parole sincere, compie azioni sempre volte al benessere ...continue

    Il principe Myskin compare sulla scena. E' buono, autentico, compassionevole. Un puro. Un uomo quasi ai confini della realtà, pronuncia soltanto parole sincere, compie azioni sempre volte al benessere del prossimo, soffre con il prossimo, aiuta gli altri a rivelare il proprio sentire. Come un bambino, ingenuo, innocente, si stupisce di tutto e non agisce per il proprio tornaconto personale.

    Un marziano.

    Questo principe, figura inizialmente positiva, si trasforma, man mano che i vari personaggi ce lo descrivono attraverso le loro esperienze, in qualcosa di strano, di diverso, di insopportabilmente irreale. Qualcosa di insopportabilmente statico. Qualcosa di insopportabilmente perdente.

    La bontà e la pietà sono cose del nostro mondo? Conviene essere "buoni" in un mondo fatto di "cattivi"? Il romanzo non ha un lieto fine, quindi implicitamente per Dostoevsky la risposta è no.

    Il romanzo è costruito su contrapposizioni. Il buono, Myskin, contrapposto a tutti gli altri che lo considerano un vero idiota. La passione di Nastasja in antitesi alla pietà e tenerezza del principe. Il sentimento contro l'arrivismo, la fede contro l'assenza di Dio. L’immagine di Cristo convenzionale, sacra e divina, contrapposta a quella di Holbein del Cristo deposto, contratto, sofferente, stravolto e tutt'altro che sacro ma perseguitato dall'uomo, che non esita a uccidere chi pensa sia suo nemico.
    La pena capitale, contraria allo spirito del cristianesimo e al quinto comandamento, contro il rispetto dei diritti umani.

    Non si può debellare il male senza conoscerlo, saranno la compassione, la pietà per gli altri, la disponibilità a far proprie le sofferenze degli altri che salveranno il mondo, non la bellezza di cui parla il principe.

    Libro molto interessante, anche se non esente da difetti. Rispetto ai magnifici Delitto e castigo, I fratelli Karamazov e I demoni l'ho trovato un po' prolisso, frammentato e con un eccesso di personaggi che ne riducono l'efficacia. Resta però la grandissima capacità narrativa di Dostoevskij, che riesce a raccontare tramite la costruzione di una rete di interazioni tra personaggi complessi, realistici, perfettamente caratterizzati.

    Non perfetto, forse. Ma capace di stimolare i neuroni come pochi altri. E' poco?

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  • 0

    “Che importanza ha la mia sventura, se ho in me la forza d'esser felice?"

    La bontà è un valore. Ed è per questo che non si può descrivere un uomo positivamente buono, perché esistono vari modi di intendere la bontà. E credo che questo lo abbia capito anche Dostoevskij, dopo ...continue

    La bontà è un valore. Ed è per questo che non si può descrivere un uomo positivamente buono, perché esistono vari modi di intendere la bontà. E credo che questo lo abbia capito anche Dostoevskij, dopo aver finito di scrivere questo romanzo. Altrimenti non avrebbe detto di non essere riuscito a portare a termine il proprio proposito. E su questo sono contento di essere d'accordo con lui. Non è il più riuscito dei suoi romanzi.
    E tuttavia, "L'Idiota" si pone (al terzo posto) tra le sue opere migliori, insieme all'ottimo "Delitto e Castigo" e al supremo "I Fratelli Karamàzov".
    Perché, comunque, il personaggio di Lev Nikolaevič Myškin si avvicina all'ideale di uomo con un animo positivamente buono e, dunque, serve al fine dell'opera: mostrare le imperfezioni morali del resto del genere umano e come questo possa rivelarsi pericoloso, per chi vive una bontà (passiva?) come quella di Myškin. Non basta la bellezza a salvare il mondo, se si escludono da questa tutte le brutture del mondo stesso. E' per questo che Myškin non ha posto nel nostro contesto. Perché il mondo è imperfetto. E la vera bontà anche.
    Non mi convince la gestione del protagonista, insomma. Mi sembra una prima versione di Alëša Karmàzov... che come "buono" gradisco molto di più, perché più attivo e meno perfetto, più consapevole di se stesso, buono, ma non necessariamente fragile.
    Per il resto, come ogni libro di Dostoevskij, la lettura è un piacere (almeno per me).
    Ci sono molti personaggi, storie e temi trattati profondamente: la religione (bella la pagina che mette in rilievo la non cristianità di una chiesa cattolica, attaccata al potere temporale), il nichilismo, il significato della vita in relazione al tempo (Ippolit, il tisico, è tra i suoi personaggi migliori di sempre).
    Lo consiglio, perché è un gran bel libro e il tempo dedicatogli è piacevole e fa riflettere.
    E perché non è detto che un libro per essere "grande" debba essere necessariamente (mi piace quest'avverbio, sì) perfetto.

    Ps: per quanto riguarda le stelline... sono molto combattuto. Se penso alla figura di Myškin e a come è stata gestita, sono portato a dare 3 stelle. Se però penso allo stile, al piacere che ne dà la lettura e agli altri personaggi e alle loro storie... propendo per quattro stelle... Per cui, per adesso, non metto stelle, ma solo la mia opinione.

    said on 

  • 5

    E’ difficile giudicare la bellezza, la bellezza è un enigma.

    Chi è il misterioso principe Lev Nikolàevič Myškin, da poco giunto a Pietroburgo dall’arcadica cornice montana del villaggio svizzero in cui ha trascorso gli ultimi quattro anni, per curare un non meg ...continue

    Chi è il misterioso principe Lev Nikolàevič Myškin, da poco giunto a Pietroburgo dall’arcadica cornice montana del villaggio svizzero in cui ha trascorso gli ultimi quattro anni, per curare un non meglio precisato male fisico? E’ davvero il mite sempliciotto che sembra a un’occhiata distratta, l’“idiota sempre pieno di meraviglia e inquietudine” che apertamente non manca di raccontare nei suoi resoconti all’occasionale compagno di viaggio Parfën Semënič Rogožin, alla prima persona cui fa visita, il generale Ivàn Fëdorovič Epančin, alla di lui consorte (nonché ultima rappresentante della sua stessa schiatta), la generalessa Lizaveta Prokòf’evna, e alle tre figliole “pazzerellone” della coppia? Il pur remoto legame di sangue e la felice impressione destata nei padroni di casa gli valgono l’accoglienza della famiglia alto-borghese, che lo “parcheggia” in una delle stanze che la madre del segretario del generale, Gavrila “Ganja” Ardaliònovič, affitta in un palazzo non troppo distante. Senza volerlo, il buon Myškin è risucchiato in un perverso gioco di influenze e relazioni pericolose che ha al centro la splendida e irrequieta femme fatale Nastas’ja Filippovna, ammirando il cui ritratto in casa Epančin il Nostro vive una sorta di dolorosa rivelazione e comprende di dover in qualche modo spendersi per aiutarla. In lui non vi è l’ombra di un segreto, non un velo di malizia, e forse è proprio questa sua incredibile prerogativa caratteriale, quel suo ingenuo candore o la naturalezza con cui sa leggere nel cuore degli altri, a funzionare come una sorta di grimaldello per scardinare le altrui ritrosie e far breccia con viva simpatia nei favori del prossimo.

    Il principe si impone subito nel romanzo come il testimone silenzioso delle dispute, delle beghe, degli inganni e dei dissapori che abbrancano gli altri personaggi. Questo, almeno, finché non lo scopriamo essere tornato in Russia per riscuotere l’eredità di una lontana parente e non lo troviamo attivamente coinvolto per dissuadere la “beffarda, ambigua e litigiosa” Nastas’ja dal maritarsi con l’opportunista Ganja (mosso esclusivamente da una dote-premio di trentacinquemila rubli) solo per compiacere l’uomo facoltoso di cui la giovane era stata per anni la protetta e, suo malgrado, l’amante, e che ora fa di tutto per disfarsi di un fardello divenuto socialmente insostenibile. E’ in questo momento, dopo una parte iniziale che racconta la sua prima, febbrile giornata pietroburghese, che Myškin cessa di essere solo un osservatore e si trasforma in attore, un garbato moralizzatore cui non riuscirà peraltro alcuna impresa nonostante le lodevoli intenzioni. Dapprima egli è costretto a recitare fuori campo, in un’ellissi lunga mesi che lo vede opporsi lealmente – fraternamente persino – al tetro Rogožin e al suo progetto di fare propria la scandalosa fanciulla, di fatto alzando la posta su di lei a centomila rubli per comprarla quindi come nient’altro che un oggetto prezioso. Il tira e molla tra i due coinvolge per forza di cose anche la variante impazzita rappresentata dalla donna, che il principe, persuaso della necessità di farla sottoporre a cure mentali all’estero, lontana dal giogo dell’abietto antagonista, ama “non d’amore, bensì di compassione”. “L’Idiota” è la cronaca di questo anomalo e tormentato triangolo, e non può che chiudersi amaramente.

    Al centro del quintultimo romanzo di Dostoevskij sta il sogno, a lungo accarezzato, di rappresentare un uomo positivamente buono sul modello di Gesù Cristo, ma nella stessa accezione ridicola e dileggiata di un Don Chisciotte. Con il suo miscuglio di ingenuità e chiaroveggenza, il principe Myškin fa all’improvviso capolino nella buona società russa del diciannovesimo secolo e implicitamente la sfida. Ignorandone le più elementari convenzioni, si pone di fatto in aperto conflitto con la mentalità comune che strumentalizza e fa calcoli. Un conflitto morbido, in realtà, poiché la sua protesta, la sua denuncia, il suo voler riproporre valori ormai dimenticati, si fermano a quell’eloquenza spesso infervorata ma incoerente, strumento di una missione imperturbabile contro un presente che, nei suoi riguardi, è condito di sorrisi, indifferenza e cinico compatimento, quando non sfocia apertamente in scandalo per la refrattarietà del giovane ad accettare le regole del gioco (a cominciare dal fatale potere esercitato dal denaro sull’anima umana, quella rapacità che, in un mondo di usurai, ladri e avventurieri, ha perso da tempo il senso del limite). L’idiota del titolo altri non è che l’autore, travestito da santo pazzo per mettere a giudizio la Russia dei suoi giorni. Un profeta, ma anche un idealista, solo all’apparenza, visto che dietro la sua formidabile capacità di leggere il reale si cela, come lui stesso ama definirsi quasi per paradosso, un “materialista”. Un Cristo più romantico che cristiano, quindi, amante della vita nella sua interezza, sofferenza compresa, e che al rancore, la cupidigia, l’ambizione, la prepotenza e l’ipocrisia contrappone le virtù del perdono, della compassione, della modestia e di una purezza fanciullesca, infantile perfino.

    Ma lo statuto di Myškin, pervicacemente ricercato dal romanziere proprio per conferirgli una complessità psicologica utile a eludere le trappole di un soggetto a tal punto “rischioso”, è l’imperfezione: un Cristo epilettico (come lo stesso Fëdor) e insieme impotente, incapace di riscattare coloro di cui vorrebbe prendersi cura; un Cristo la cui umiltà finisce con l’apparire sempre più una lacuna esistenziale o una sorta di infermità. Il fallimento è allora una conclusione ineludibile, perché la connaturata mitezza del Nostro non ha modo di dissuadere o tacitare la violenza, non placa la follia e, nel registrare la propria disfatta, finirà inesorabilmente per soccombere nel vortice nero della malattia mentale, di un’irrecuperabile perdita del senno. Il massimo pregio di questa figura cruciale risiede ad ogni conto nella sua natura centripeta, nel farsi polo d’attrazione verso cui gli altri protagonisti fatalmente tendono a convergere. Capita al suo torbido alter ego, Rogožin, il rivale che incarna la sensualità brutale e la spregiudicata brama del possesso. Ma capita soprattutto a Nastas’ja Filippovna, autentica maschera tragica di disperazione, spudoratezza e mortificazione, perennemente annientata tra la pulsione autodistruttiva che la spinge verso Rogožin (di cui ha ben colto le sanguinarie intenzioni) e l’anelito alla resurrezione offerto da quel principe di cui si persuaderà peraltro di non essere degna. Capita, altresì, alla più giovane delle ragazze Epančin, Aglaja, che in lui vede specchiata la propria irrefrenabile immaturità. Tutti e tre colgono nell’idiota una luce che li attira ma non potrà salvarli.

    Buona parte della grandezza de “L’Idiota” risiede insomma in questo quartetto di figure memorabili, per quanto l’intera congrega di comprimari e comparse che popola il romanzo contribuisca a renderlo così avvincente: una galleria di tipi letterari pure impressionanti per vividezza, un coro di anime morte in cui spiccano il servile e meschino Lebedev, il tormentato Generale Ivolgin, bugiardo patologico, e la lucida, disturbante voce fuori registro del giovane tisico Ippolit, forse la caratterizzazione più inquietante del lotto. Merito anche e soprattutto loro se alcune sequenze di un’opera che svela incontestabili inclinazioni teatrali riescono a tal punto vibranti e minacciose, intagliandosi nella memoria del lettore: l’episodio del presunto “figlio di Pavliščev”, i deliranti sproloqui o il tentativo di suicidio inscenato da Ippolit oltre a un finale davvero potentissimo, nella sua drammaticità. Una soluzione che avrebbe però lasciato insoddisfatto il grande narratore russo, inducendolo a parlare senza esitazioni di un’idea sostanzialmente “abortita”. Il romanzo che avrebbe voluto tra i suoi più luminosi si è rivelato infatti una delle sue opere in assoluto più cupe, con l’ultima parola concessa non alla speranza bensì alla negazione di quella, senza appelli.

    “E’ difficile giudicare la bellezza, la bellezza è un enigma” sostiene a un certo punto Dostoevskij per bocca del suo mite antieroe. “La bellezza salverà il mondo”, aggiunge poi, senza peraltro volersi riferire a quella pallida e mesta che Nastas’ja porta scolpita sul viso, e che corrisponde piuttosto a una tipologia che il mondo potrebbe semmai “rovesciarlo”. La bellezza è l’armonia, la perfetta consonanza tra uomo e natura vagheggiata dal principe ma sconfessata alla prova dei fatti dalla resistenza degli attori sociali e dal loro imperturbabile razionalismo, dall’intima oscurità di anime che hanno smesso di sognare la luce o che, se pure dimostrino di esserne affascinate, non hanno modo di accoglierla senza restarne accecate. “L’Idiota” racconta questa sublime, crudele illusione, in quasi settecentocinquanta pagine che, letteralmente, volano via tra le nostre mani.

    (9.1/10)

    said on 

  • 0

    Un Cristo che non risorge

    Esco dalla lettura de L'Idiota perplessa.

    Il libro non è stato faticoso, non è stato complesso, ma non mi ha entusiasmato. Mi ha tenuto distante. I personaggi sono rimasti personaggi, non sono diventa ...continue

    Esco dalla lettura de L'Idiota perplessa.

    Il libro non è stato faticoso, non è stato complesso, ma non mi ha entusiasmato. Mi ha tenuto distante. I personaggi sono rimasti personaggi, non sono diventate persone per cui parteggiare, per cui appassionarsi, per cui commuoversi o arrabbiarsi. L'ho trovato, per i miei gusti attuali, eccessivamente salottiero. Lontano dai toni e dallo stile che mi aveva esaltato in Delitto e Castigo.

    Mi sono però soffermata su tre aspetti che ho trovato molto interessanti.

    Il primo. La scoperta [per me che non lo conoscevo] del quadro il Cristo nella tomba di Hans Holbein il Giovane del 1520-22 [caricato in immagini]

    Il quadro è stupefacente. Direi raccapricciante. Nel crudo realismo. Nella descrizione degli spazi angusti. Nella descrizione della decomposizione di un corpo morto. Nella rappresentazione spietata di un cadavere che è oggettivamente morto, così morto e defunto da parerne impossibile la resurrezione.

    E questo è ciò che osserva il Principe Myskin di fronte al dipinto.

    «Quel quadro! Ma quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno!»

    Il secondo. Il parallelo tra la figura di Cristo e quella de L'Idiota, ovvero il Principe Myskin.

    La fede. Che si basa sulla sconfitta della morte. Myskin come un Cristo moderno del XIX secolo incapace di essere salvifico. Direi piuttosto in balia della corruzione dell'uomo. Myskin si fa travolgere. Myskin non prende posizione. Myskin ascolta e comprende tutti, tollera, sopporta, subisce e si immerge talmente tanto nell'umanità corrotta da rimanerne vinto. La sua unica via di fuga non è la resurrezione ma la malattia, la follia.

    "Capire" non sembra essere un problema di Cristo ma degli altri, che nei Vangeli subiscono in ogni istante le sue parole, la sua personalità, almeno quanto il principe subisce quella altrui.
    E mentre i Vangeli sono intrisi di messaggi, parabole e profezie, che devono essere interpretati da chi ascolta, che rimandano a qualcosa cui tendere, qualcosa da raggiungere, il racconto dell'Idiota non fornisce insegnamenti, non fornisce epifanie. Myskin non è un Maestro, Myskin non ha obbiettivi, Myskin non fa chiamate. Myskin non ha messaggi da annunciare.

    Quale l'obiettivo del Principe Myskin se non la bontà fine a se stessa, priva di calcolo certamente, ma così tanto priva di intenti da apparire sterile e alla fine dannosa proprio nei confronti delle stesse persone cui si rivolge con scopi puramente pietosi.
    Ma il problema di Myskin sta forse proprio nell'assenza di qualsivoglia disegno.

    Il terzo. Il legame con Madame Bovary.
    Natas'ja Filippovna, la donna perduta di questo romanzo, curiosamente è una lettrice di Madame Bovary. Come Madame Bovary sconta la pena di essere una donna fuori posto nel contesto di cui suo malgrado si è trovata a far parte. Bella e contesa, ma irrimediabilmente corrotta dalla vita, putrefatta dalla cattiveria e dall'abuso, dalla meschinità dell'uomo che agisce per il proprio tornaconto. Madame Bovary insegue l'idea di un amore romantico e passionale, Natas'ja Filippovna è molto più enigmatica. Un agnello sacrificale? Vittima di amore passionale a causa della sua bellezza? La donna che non riesce ad essere salvata dalla purezza perché si ritiene immeritevole di gesti pietosi? O semplicemente una donna che non può accettare di essere sposata per portare a compimento un gesto di misericordia?

    Come per tutti i libri significativi e importanti, tante le riflessioni e le domande che sorgono post lettura.
    Mah. Forse mi è piaciuto molto di più di quanto io stessa abbia creduto.

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  • 4

    Un bel romanzo

    Reduce com'ero dalla lettura di Delitto e Castigo (che ho apprezzato moltissimo) ritengo l'Idiota un gran bel romanzo, ma non il migliore di Dostoevskij. Ho decisamente apprezzato il personaggio del ...continue

    Reduce com'ero dalla lettura di Delitto e Castigo (che ho apprezzato moltissimo) ritengo l'Idiota un gran bel romanzo, ma non il migliore di Dostoevskij. Ho decisamente apprezzato il personaggio del Principe, un carattere unico nel suo genere, e la purezza che trasmette nel suo modo di essere; varrebbe la pena di leggere il romanzo solo per lui. Ho apprezzato molto anche il finale drammatico, che ha dato una degna conclusione alla storia e gli ha dato quella punta di amarezza che ha reso il principe più reale e memorabile. Al contrario ho mal sopportato buona parte dei personaggi femminili del romanzo, mi sono apparse quasi tutte capricciose e volubili all'inverosimile. Un'altra nota negativa a mio parere è che la premessa del romanzo parte dinamica e interessante mentre la parte centrale è molto molto statica e a tratti pesante prima che arrivi il finale. I discorsi filosofici e le brevi note sulla "varia umanità" che fa il narratore sono comunque stupendi e li trovo una fantastica caratteristica di Dostoevskij.

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  • 4

    La trama di una soap opera nelle parole di uno dei grandi romanzi del 1800. Non ho mai affrontato i classici russi perché temevo di annoiarmi; non mi sono annoiata, mi sono molto divertita. (Italian B ...continue

    La trama di una soap opera nelle parole di uno dei grandi romanzi del 1800. Non ho mai affrontato i classici russi perché temevo di annoiarmi; non mi sono annoiata, mi sono molto divertita. (Italian Book Challenge)

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    4

    Bisogna curarvi con amore, con molto amore. E io vi curerò.

    Quello che mi sorprende sempre di questo autore è il fatto di saper descrivere i personaggi talmente bene che sembrano vivere e respirare accanto a te, mentre leggi. Ho apprezzato tantissimo questo li ...continue

    Quello che mi sorprende sempre di questo autore è il fatto di saper descrivere i personaggi talmente bene che sembrano vivere e respirare accanto a te, mentre leggi. Ho apprezzato tantissimo questo libro perchè, alla fine di tutto, è una storia su gente comune, in primis l'idiota, il principe, idiota proprio perchè è troppo generoso e ingenuo... e proprio questa sua caratteristica me lo ha fatto amare, ed è per questo che si è fatto amare anche dagli altri personaggi. E' da un lato un personaggio che può sembrare semplice e in alcuni tratti anche banale, e dall'altro è di una complessità incredibile che viene difficile anche spiegarlo, mi limiterò a dire che, per me, è uno dei migliori personaggi scritto da Dostoevskij. Per il resto, l'intreccio delle storie e le storie stesse sono meravigliose, proprio nella loro semplicità; il finale è forse quello che mai e poi mai mi sarei immaginata, mi dispiace un po' a dir la verità perchè Nastas'ja è un personaggio dalle mille sfaccettature, e una fine simile mi ha lasciata un po' sorpresa/ perplessa, però alla fine ci stava. Un gran libro.

    said on 

  • 4

    Comprato per sdrammatizzare una sensazione del momento, l'ho lasciato per un po' sul comodino. Poi è arrivato il suo momento.
    Sono stata catapultata subito nell'universo di Dostoevskij, rapita da quel ...continue

    Comprato per sdrammatizzare una sensazione del momento, l'ho lasciato per un po' sul comodino. Poi è arrivato il suo momento.
    Sono stata catapultata subito nell'universo di Dostoevskij, rapita da quello stile perfetto e quel modo così piacevole di dire le cose. Ma, al di là del piacere puro della lattura, sono stati i personaggi a tenermi incollata alle pagine.
    I rapporti costruiti da Dostoevskij tra i vari personaggi sono a volte spiazzanti, a volte irritanti, a volte commoventi. Tra Rogozin e il Principe Miskin c'è una simbiosi malsana e spesso incomprensibile, così come tra il Principe e Nastas'ja o tra Nastas'ja e Rogozin. Tutti i legami che si creano tra i protagonisti sono "viziati" da un tormento interiore e, spesso, sembra che nemmeno loro sappiano cosa li spinga ad agire in un certo modo.
    E' una storia di critica e accettazione sociale, di amore vero e interessato, di amicizia e di ossessione. Alcune situazioni sono piuttosto inverosimili e il finale, per quanto scontato, non è come lo immaginavo. Ma è impossibile non affezionarsi al principe.

    said on 

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