El idiota

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4.4
(6475)

Language: Español | Number of Pages: 885 | Format: Others | In other languages: (other languages) English , Chi traditional , German , Italian , Russian , French , Swedish , Greek , Catalan , Portuguese , Polish

Isbn-10: 8402006310 | Isbn-13: 9788402006318 | Publish date: 

Also available as: Audio Cassette , Paperback , Mass Market Paperback

Category: Fiction & Literature , Philosophy , Religion & Spirituality

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Book Description
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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Strano romanzo. Diverso, rispetto a Delitto e Castigo, che si snoda intorno ad un pensiero forte e centrale, un fiume in piena dal flusso quasi lineare, privo di tante anse. Questo ha un percorso ...continue

    Strano romanzo. Diverso, rispetto a Delitto e Castigo, che si snoda intorno ad un pensiero forte e centrale, un fiume in piena dal flusso quasi lineare, privo di tante anse. Questo ha un percorso più placido, meno impetuoso, si divide in tanti rigagnoli: è più multiforme e complesso e più complessi sono già i personaggi, inafferrabili e mutevoli, ambigui, mai prevedibili e mai conosciuti a fondo. Ognuno è un mistero. Soprattutto le donne che hanno i ruoli dominanti nella storia, Nastas’ja e Aglaja, appaiono strane, enigmatiche, furiose e temibili. Ciò che le distingue tra loro è solo la reputazione e l’appartenenza sociale: figlia coccolata di una agiata famiglia la seconda, mantenuta e pubblica peccatrice Nastas’ ja, vittima già da ragazzina di un uomo che avrebbe dovuto proteggerla ed allevarla.
    Myskin, il principe buono protagonista della storia, l’idiota come viene qualificato e interpellato apertamente, ama entrambe ed è naturale essendo loro in fondo due facce della medesima donna, traviata e casta, ribelle, vendicativa e votata alla autodistruzione. Anche il principe ha il suo alter ego, a lui opposto, il torbido Rogozin, il malvagio tanto appassionato e terribile quanto Myskin è mite e inerme. Myskin cercherà di salvare la sua maria maddalena, mosso da una forma di amore estremo, e cercherà di salvare anche il suo persecutore, piangendo con lui e consolandolo per la sua sventura umana, fino a perdersi, a mescolare la sua pietà alla dannazione di lui, in una scena finale che lo annienterà riportandolo nel luogo da cui è venuto e nel nulla della mente. Myskin, il puro, il deriso, il Salvatore ritornato in Russia dall’Occidente dove era stato guarito, ha cercato di portare la salvezza nel mondo dei peccatori, ma ha fallito. Non ha salvato nessuno, il mondo ha continuato il suo giro. Nessuno può salvare nessuno da se stesso.
    Questo e molto altro c’è nel romanzo. Mi ha colpita la descrizione dell’aura, lo stato che precede la crisi epilettica, uno stato che secondo Dostoevskij avvicina all’assoluto, quasi all’estasi mistica. E alla malattia viene attribuito un potere salvifico, lo scoppiare di una crisi salverà il principe dal cadere vittima di un delitto.
    Certo la complessità del romanzo è dovuta, oltre alla corposità dei temi dibattuti nelle conversazioni più o meno salottiere, anche alla presenza di tanti personaggi: tutti quelli che Myskyn incontra nel suo primo giorno a Pietroburgo, se li porterà dietro per tutto il romanzo. E loro lo seguiranno come discepoli adoranti o ostili.

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  • 5

    Ti trasporta in Russia

    Ho impiegato più di un anno per leggere questo libro, non perché non mi piacesse, quanto perché intendevo assaporarlo lentamente, senza farmi sfuggire nessun particolare, non è infatti assolutamente u ...continue

    Ho impiegato più di un anno per leggere questo libro, non perché non mi piacesse, quanto perché intendevo assaporarlo lentamente, senza farmi sfuggire nessun particolare, non è infatti assolutamente un "libro da spiaggia", va capito e analizzato con calma. Ho apprezzato soprattutto il suo estremo realismo, con ogni cosa e ogni circostanza descritte con dovizia di particolari, con dei dialoghi dettagliatissimi, veri, che trasportano il lettore direttamente nella Russia di quel periodo, in quella Pietroburgo, in quei locali. Impegnativo, ma ne vale assolutamente la pena.

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  • 4

    L'entelechia russa - Dostoevskij inguaribile romantico?

    Basta russi, però...
    Questa potrebbe essere la mia ultima fatica sovietica - soddisfacentissima (anche se a tratti allucinante), ma d'ora in avanti, io, la cortina di ferro, la supererò con cautela.

    D ...continue

    Basta russi, però...
    Questa potrebbe essere la mia ultima fatica sovietica - soddisfacentissima (anche se a tratti allucinante), ma d'ora in avanti, io, la cortina di ferro, la supererò con cautela.

    Di base Bulgakov m'ha detto bene, Fedor è imprescindibile, infinito, echeggerà immortale nei secoli - dovevo sospettarlo, se anche Moravia ne lodava la pachidermica grandezza letteraria qualcosa doveva pur esserci.
    Ma basta russi...

    Hanno modi di pensare molto strani, molto legati a un sottobosco esistenziale granitico e intricatissimo, particolarissimo nella loro ansia filosofica - odiano i gesuiti e si battagliano fra cristiani e nichilisti - di base molto legati alle tradizioni, arrivisti e conservatori, arcigni, gran bevitori - pettegoli nati, suscettibili, irritabili, molto formali.
    Hanno di che discutere, ne hanno un sacco, sopra lo sfondo di una patria che sembra essere sempre martoriata da correnti di pensiero contorte e diaboliche; tutti annegati nei discorsi, nelle parole, nelle perorazioni - tutti seri, contriti, allibiti, sconvolti.
    Ed è incredibile come sia quella nevrotica della Elizaveta Prokof'evna - che di base ti tira ad odiarla per quanto sia ottusa e disperata per tre quarti di libro -a centrare il punto: ‹‹ Noi stessi, quando siamo all'estero, non siamo altro che Fantasia! ››.
    Mi sarebbe piaciuto esser più pratico dell'etichetta russa, dei costumi aristocratici, poichè sfogliando pagine e pagine, a una certa, m'accorgevo con un certo senso di straniamento e sorpresa di quanto si fossero tutti un sacco scandalizzati per episodi ch'io avevo reputato marginali, giusto un poco estravaganti...

    Ma io ho letto il Gattopardo, e non siamo così lontani dalla differenza di classe. Sol che qui non abbiamo principi di Salina, abbiamo i Don Calogeri che cercan di maritare le Angeliche ai Tancredi, e si presentano cogli smoking macilenti agli aperitivi e via discorrendo. C'è già tutta un'etichetta mezza guasta, perpetrata da borghesi arrivisti e giovani nobili scapestrati mezzi spacconi, che giocano a far da principi e principesse, per sentirsi parte d'un qualcosa di grande e bello, per aver rispetto.
    E poi ci sono i rivoltosi, ci sono i nichilisti, che trasudano odio, spocchia, barbarie e cattiveria, e disprezzano quel bel mondo (diroccato), ma per invidia, perchè vorrebbero farne parte, ma vengono tagliati fuori - o peggio, santo cielo, peggio, ricevon da quel mondo una pietà bambina e infantile...

    E poi c'è questo Idiota... Questo principe che è bianchissimo e purissimo, che arriva in cenci, che parla, male o concitato o calmissimo, dipende dalla luna, che va di qua e di là in cerca d'amore e di compassione - che ama l'amore? Che per cinquecento pagine, di fatto, fa il fenomeno da baraccone. Basilarmente, come fosse un Ercole rachitico, passa una serie di fatiche che gli fiaccano i nervi, il cervello, l'animo e il cuore. La Russia è davvero così meschina da accogliere in questo modo il figlio ritrovato? E dire che in Svizzera s'era curato così bene, era così guarito...
    Insomma, per cinquecento pagine, tutti i personaggi di questo volume, ma tutti tutti, si prendono giuoco di lui, e lui, siam sempre lì, non sai se lo capisce o non lo capisce, se è un inguaribile romantico, un buono, che non ce l'avrebbe mai a litigare neanche col peggiore degli assassini, oppure è proprio stupido e le situazioni non c'arriva proprio a capirle...

    E in questa giostra di personaggi meschini, di solitudine, d'abbandono, di grettezza ben vestita, di crudeltà e fin di depravazione, di desiderio e cupidigia, tutto quel che rimane, è la disperata e cieca voglia di affermarsi, come individuo, come persona, come essere - di dir che si esiste, a sperar che la società (qualsiasi che sia) ci riconosca e ci abbia in simpatia e stima. Sia per gli Epancin, che per Ippolit, che per il vecchio generale, che per Rogozin addirittura - ognuno vuole testardamente imporsi, e imporsi come individuo monolitico, per quel che pensa d'essere e meritare.
    E in questa meschinità, riluce ancor di più la purezza del principe Minskin, la si vede, come uno spettro bianchissimo, muoversi attraverso questo roveto di cattiveria e perdere smalto, fin a farsi opaco per non disturbar le spine. E la sua è una sorta di disperata entelechia, lo smodato ottimismo di colui che sa la perfezione dentro ogni cosa e in questo caso raggiungibile attraverso la disciplina e la bontà e la pietà.

    Ho letto ovunque che il principe possa considerarsi un Cristo del diciannovesimo secolo, passato in cenci, predicante, attraverso una terra sconvolta dall'egoismo e dalla fame, per portar niente più che una parola buona... È vero; e tutta questa bontà viene fagocitata in una giostra cattiva, che ne macchia oscenamente le buone intenzioni, e ne fa oggetto di scherno e dileggio e disprezzo. E forse più che il suo "sacrificio", vengono disprezzati - quelli che io ho trovato più profondi e più commoventi - gli ultimi gesti (o quelli che avrebbero dovuto essere gli ultimi) del generale e di Ippolit, ai quali la morte e l'abbandono regala la grande, incommensurabile voglia d'urlare la propria umanità. Il principe si fa infermiere d'una società bacata ma i suoi sogni di misericordia franeranno e verranno pure bollati come "estravaganze europee". Ippolit e il generale abbandonati ai propri deliri di grandezza...

    È stato un romanzo complicato (come si evince dalla lunghezza e dalla tortuosità della mia recensione), eppure - e qui sta la forza di Dostoevskij - per niente difficile. E forse aveva ben ragione Moravia a reputarlo il più grande d'ogni tempo, poichè in questo mattone enorme non v'è parola che vi sembrerà superflua, non v'è ragionamento, episodio, situazione, personaggio che vi parrà si potesse farne a meno. È denso, unico, monolitico e indivisibile - e si risolve a dir "siate gentili, anche se forse paga poco".
    A voi dir se uno così è un idiota o un genio...

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  • 0

    Ma è meglio che vi racconti di un altro incontro che ho fatto l'anno scorso, con un tale. Qui c'è una circostanza molto strana, strana perché un fatto simile accade assai di rado. Una volta quest'uomo ...continue

    Ma è meglio che vi racconti di un altro incontro che ho fatto l'anno scorso, con un tale. Qui c'è una circostanza molto strana, strana perché un fatto simile accade assai di rado. Una volta quest'uomo fu condotto al patibolo insieme ad altri, e gli fu letta la sentenza di condanna a morte mediante fucilazione, per un delitto politico. Di lì a venti minuti gli fu letta anche la grazia, e gli fu commutata la pena. Tuttavia, nell'intervallo di tempo fra le due sentenze, che fu di circa venti minuti, o almeno un quarto d'ora, egli visse con l'assoluta convinzione che di lì a qualche minuto tutt'a un tratto sarebbe morto. Avevo sempre una voglia terribile di ascoltarlo, quando a volte egli ricordava le sue impressioni di allora, e cominciai a più riprese a interrogarlo. Egli ricordava tutto con straordinaria chiarezza, e diceva che di quei minuti non avrebbe dimenticato mai nulla. A venti passi dal patibolo, intorno a cui c'era folla e soldati, erano stati piantati tre pali, poiché c'erano parecchi condannati. I primi tre furono condotti ai pali e legati, fu fatto loro indossare l'abito dell'esecuzione (lunghi camici bianchi) e gli furono calzati sugli occhi dei cappucci bianchi perché non vedessero i fucili. Poi, davanti a ogni palo si schierò un drappello composto di alcuni soldati. Il mio conoscente era l'ottavo della lista, quindi doveva andare al palo col terzo turno. Un prete passò da tutti col crocefisso. Gli restavano da vivere cinque minuti, non di più. Egli diceva che quei cinque minuti gli erano parsi interminabili, una ricchezza enorme. Gli pareva che in quei cinque minuti avrebbe vissuto tante vite, che per il momento non bisognava ancora pensare all'ultimo istante, cosicché prese varie risoluzioni: calcolò il tempo occorrente per dire addio ai suoi compagni, e per quello stabilì due minuti, altri due minuti per pensare un'ultima volta a se stesso, e poi per guardarsi intorno un'ultima volta. Ricordava molto bene che aveva preso proprio queste tre decisioni, e che aveva calcolato esattamente in quel modo. Moriva a ventisette anni, pieno di salute e di forza, e ricordava che, dicendo addio ai suoi compagni, aveva fatto a uno di essi una domanda abbastanza banale, e si era anche molto interessato alla risposta. Poi, quando ebbe dato l'addio ai compagni, giunsero quei due minuti che egli si era assegnato per dire addio a se stesso; sapeva in anticipo a che cosa avrebbe pensato: aveva sempre desiderato immaginare con la maggior rapidità e chiarezza possibili come mai potesse accadere quella cosa, per cui in quel momento egli esisteva e viveva, e di lì a tre minuti sarebbe stato nulla, qualcuno o qualcosa, ma chi? Dove? Tutto ciò egli pensava di risolverlo in quei due minuti! Poco lontano di lì c'era una chiesa, e il suo tetto dorato scintillava sotto il sole fulgido. Ricordava di aver fissato con terribile ostinazione quel tetto e i raggi che di là si irradiavano. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quei raggi: gli pareva che essi fossero la sua nuova natura, e che di lì a tre minuti si sarebbe in qualche modo fuso con essi. L'incertezza e la repulsione per quella nuova cosa che sarebbe diventato, e che stava per sopraggiungere, erano orribili, ma egli diceva che in quel momento nulla era stato più penoso del pensiero incessante: "se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!".

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  • 4

    La dolcezza del tragico

    Una storia che parla di dolore e bontà, del “sacrificio” di un Cristo ottocentesco che immola la propria sanità mentale per i peccati e le debolezze degli uomini moderni. Lev Nikolaevic Myškin è un gi ...continue

    Una storia che parla di dolore e bontà, del “sacrificio” di un Cristo ottocentesco che immola la propria sanità mentale per i peccati e le debolezze degli uomini moderni. Lev Nikolaevic Myškin è un giovane principe appena tornato in Russia dalla Svizzera, dove ha trascorso lunghi anni della sua adolescenza per curare il male da cui è afflitto: l’epilessia. È proprio questa, infatti, a renderlo agli occhi di molti “idiota”, cioè incapace di intendere e di volere. Dopo le cure europee, però, il principe sembra aver acquistato una maggior consapevolezza, sebbene guardi ancora il mondo con ingenuità e riponga nel genere umano una aprioristica e sconfinata fiducia. Sul treno di ritorno in Russia incontra Parfen Rogozin, altro giovane – rozzo e scaltro – innamorato di Nastas’ja Filippovna, perno chiave del romanzo intero a causa del suo sconfinato fascino, della cattiva fama che la perseguita a causa di un “protettore” avuto tenera età, e della bellezza irresistibile. Di questa anche Myškin finisce per innamorarsi, dopo averne ammirato il ritratto in casa del generale Epancin. Con la donna, nel corso del romanzo, allaccerà una relazione “pericolosa” e nefasta per entrambi. Sono tante le figure femminili, ognuna con una propria specifica personalità e caratterizzazione à la Dostoevskij che permette ai personaggi di “bucare la pagina” e affermarsi nella mente del lettore, trascinandolo fino all’ultima pagina alla scoperta del tragico finale. Tra queste c’è la decisa ed autoritaria moglie del generale, Elizaveta Prokof’evna, lontana parente del principe, e le sue tre affascinanti figlie, Adelaida, Aleksandra e Aglaja. Anche quest’ultima finirà sentimentalmente legata al principe, in una rete di intrighi e gelosie che accompagnano il protagonista per tutto il romanzo. Il “candido” Myškin, purtroppo, sembra incapace di tenere testa ai tanti individui che con lui si confidano e si sfogano, cercando sempre di approfittare della sua gentilezza, della sua bontà e del suo immacolato buon cuore per i propri fini. Tra le pagine, ricche di spunti e riflessioni filosofiche da non affrontare con leggerezza, troviamo il tema della pena di morte (tanto caro all’autore, che sa bene quale sia il trauma subito da un condannato alla pena capitale che si veda graziato una volta salito sul patibolo), la fragilità dell’esistenza umana (sempre strettamente connessa con il dolore e la precarietà), la follia e la malattia. Infine, ma non meno importante, l’incapacità di eliminare il male dal mondo, malgrado il proprio sacrificio. Un’immolazione che richiama da vicino la figura di Cristo.

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  • 1

    Autoerotismo

    "Dostoevskij era un idiota, per
    sua stessa ammissione: la figura principale de
    L'idiota l'ha concepita prendendo se stesso come
    modello. Il libro mi piacque molto quando lo lessi
    nell'estate del '93 o ...continue

    "Dostoevskij era un idiota, per
    sua stessa ammissione: la figura principale de
    L'idiota l'ha concepita prendendo se stesso come
    modello. Il libro mi piacque molto quando lo lessi
    nell'estate del '93 o '94. Ora gli darei fuoco urlando
    "Heil Hitler". In qualche modo, data la mia stessa
    idiozia, mi identificavo nella "purezza" del
    protagonista, un piccolo cristo epilettico
    emotivamente perturbato e naif.
    Letteralmente un idiota. La morale è che la società è
    così corrotta che un simil-cristo ne verrebbe
    devastato psicologicamente e perderebbe la ragione.
    Il tutto, tenendo buona la premessa iniziale, sembra
    un formidabile atto di autoerotismo da parte di
    Dostoevskij, sempre impegnato a costruire
    personaggi che cadono vittima di se stessi, o che,
    come in questo caso, sono sopraffatti da un elemento
    cristiano che lui concepisce come docilità e
    sottomissione, immolazione ed espiazione -
    sussurandosi mentre scrive "oh, quanto sei sensibile
    e tenero, idiota, quanto soffri: vorrei tanto che
    qualcuno mi frustasse". Come se non bastasse,
    nonostante sia un idiota, tutte si innamorano
    segretamente di lui, pur andando con altri. Ma
    suvvia! Orsù! Non lo rileggerò mai più!"

    da "Alcune note su una non entità" di Umberto Bieco

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  • 5

    Il cavaliere povero

    Tanto è stato detto e scritto su questo famoso romanzo, per cui le mie saranno solo brevi considerazioni dopo una densa, impegnativa e lenta lettura.
    Senza ombra di dubbio un romanzo notevole ma compl ...continue

    Tanto è stato detto e scritto su questo famoso romanzo, per cui le mie saranno solo brevi considerazioni dopo una densa, impegnativa e lenta lettura.
    Senza ombra di dubbio un romanzo notevole ma complesso, non tanto per la trama in sé o per i riferimenti alla situazione politica, morale, ideologica della società russa, quanto, piuttosto e soprattutto per quell' universo umano che Dostoevskij crea attorno al personaggio centrale, il principe lev Nikolajevich Myskin.
    Tante le figure che in situazioni e tempi diversi vengono alla ribalta! Su ciascuna l' autore punta il suo potente flash illuminandone caratteristiche e dettagli.
    Sotto i nostri occhi si va componendo un affresco psicologico e umano in cui tutti, interagendo nell' intreccio delle vicende, sono un tassello fondamentale per il grande puzzle costruito attorno all' "uomo buono", il principe Mynski.
    Stare dietro alle dinamiche convulse, impulsive, fatte di fughe in avanti e di retromarce con facili lacrime e richieste di perdono, è un bell' esercizio da parte nostra, trovandoci di fronte a figure ambivalenti nelle quali l' istinto al bene si mescola alla debolezza della carne, e i cui stati d' animo, l' interiorità, i cambiamenti emozionali, vengono allo scoperto attraverso i silenzi, il non detto, gli atteggiamenti tenuti negli incontri-scontri relazionali: tutti elementi che danno forza ai dialoghi. Qui sta la grandezza di Dostoevskij!
    Così di Aglaja, presentata come una dolce e ingenua bambina, buona e di una bellezza splendida, seguendola nelle varie prese di posizione, ne scopriamo l' essenza litigiosa, volubile, tagliente, beffarda. Mentre "quella donna ( Nastas'ja Filippovna ), chiacchierata, tenuta a distanza, che non merita neppure di essere nominata dalle anime belle del mondo che conta, da quel cerchio incantato ipocritamente cordiale, custodisce nel profondo dell' anima tenerezza e "bellezza" che il nostro principe intuisce.
    Chi meglio di lui, sofferente del "mal caduco" sa leggere la sofferenza dell' anima, la sua complessità!
    Il principe è consapevole di esporsi al "giudizio" di quelli che pretendono di agire per il suo bene, nel momento in cui si dispone a tollerare maldicenze, pettegolezzi, dicerie, schizzi di fango; tuttavia considera il tutto un prezzo da pagare, pur di "salvare" la persona additate per le sue negatività.
    Ma chi è Mynski? Calato nel tessuto narrativo Mynski risulta il prodotto di una disarmante ingenuità mista a modi garbati, compiti, delicati. Timido e dal rossore facile, viene bollato come uno sciocco goffo del quale si può ridere senza pudore...insomma uno un po' così che ha della vita una visione "radiosa, ingenua, anzi pastorale". Tirando le somme, chi si relaziona con lui superficialmente, finisce per etichettarlo senza alcuna esitazione un idiota.
    Ma a ben guardare, l' idiota è capace di mettere a nudo il suo interlocutore facendone risaltare gli intrighi e le meschinità. E se da un lato viene deriso, ridicolizzato, su una cosa tutti convergono, che il principe non mente mai e sotto sotto riscuote anche stima. Quando, poi, le circostanze lo rendono sicuro, espone "pensieri gravi, a volte anche profondi"... "Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L' assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante."
    Una concezione umanitaria, direi, molto avanzata per la Russia di Dostoevskij.
    Convinto di poter esercitare un benefico influsso personale sugli altri, nella sua "follia" di redenzione, Mynski è sempre disponibile all' ascolto e pronto a caricare su di sé il fardello di ogni colpa, come un Cristo, quel Cristo di Holbein dal corpo straziato che tanto lo aveva colpito in casa dell' amico e rivale Rogozin.
    Stimatissimo principe, cosa poteva esserne di te estraneo a quel mondo paludoso, dove pullulano regole ipocrite, boria, meschinità, odio, disprezzo, intrighi, arroganze...?
    Pensavi con la semplicità propria di un bambino di dare un po' della tua luce agli altri. eri convinto che bontà e bellezza potessero albergare anche nell' anima della persona più abietta da renderla degna di salvezza o di una dolce carezza sulla guancia.
    Ti sei speso, ma le cose non sempre vanno come si crede!
    E' disperante? Non so, forse è realistico! E nella visione di Dostoevskij allo sventurato principe rimasto suo malgrado invischiato nel fango della palude, non poteva che finire come ci narra con straordinaria intensità il suo abile "creatore".

    said on 

  • 5

    La grande bellezza

    Il principe Myskin compare sulla scena. E' buono, autentico, compassionevole. Un puro. Un uomo quasi ai confini della realtà, pronuncia soltanto parole sincere, compie azioni sempre volte al benessere ...continue

    Il principe Myskin compare sulla scena. E' buono, autentico, compassionevole. Un puro. Un uomo quasi ai confini della realtà, pronuncia soltanto parole sincere, compie azioni sempre volte al benessere del prossimo, soffre con il prossimo, aiuta gli altri a rivelare il proprio sentire. Come un bambino, ingenuo, innocente, si stupisce di tutto e non agisce per il proprio tornaconto personale.

    Un marziano.

    Questo principe, figura inizialmente positiva, si trasforma, man mano che i vari personaggi ce lo descrivono attraverso le loro esperienze, in qualcosa di strano, di diverso, di insopportabilmente irreale. Qualcosa di insopportabilmente statico. Qualcosa di insopportabilmente perdente.

    La bontà e la pietà sono cose del nostro mondo? Conviene essere "buoni" in un mondo fatto di "cattivi"? Il romanzo non ha un lieto fine, quindi implicitamente per Dostoevsky la risposta è no.

    Il romanzo è costruito su contrapposizioni. Il buono, Myskin, contrapposto a tutti gli altri che lo considerano un vero idiota. La passione di Nastasja in antitesi alla pietà e tenerezza del principe. Il sentimento contro l'arrivismo, la fede contro l'assenza di Dio. L’immagine di Cristo convenzionale, sacra e divina, contrapposta a quella di Holbein del Cristo deposto, contratto, sofferente, stravolto e tutt'altro che sacro ma perseguitato dall'uomo, che non esita a uccidere chi pensa sia suo nemico.
    La pena capitale, contraria allo spirito del cristianesimo e al quinto comandamento, contro il rispetto dei diritti umani.

    Non si può debellare il male senza conoscerlo, saranno la compassione, la pietà per gli altri, la disponibilità a far proprie le sofferenze degli altri che salveranno il mondo, non la bellezza di cui parla il principe.

    Libro molto interessante, anche se non esente da difetti. Rispetto ai magnifici Delitto e castigo, I fratelli Karamazov e I demoni l'ho trovato un po' prolisso, frammentato e con un eccesso di personaggi che ne riducono l'efficacia. Resta però la grandissima capacità narrativa di Dostoevskij, che riesce a raccontare tramite la costruzione di una rete di interazioni tra personaggi complessi, realistici, perfettamente caratterizzati.

    Non perfetto, forse. Ma capace di stimolare i neuroni come pochi altri. E' poco?

    said on 

  • 0

    “Che importanza ha la mia sventura, se ho in me la forza d'esser felice?"

    La bontà è un valore. Ed è per questo che non si può descrivere un uomo positivamente buono, perché esistono vari modi di intendere la bontà. E credo che questo lo abbia capito anche Dostoevskij, dopo ...continue

    La bontà è un valore. Ed è per questo che non si può descrivere un uomo positivamente buono, perché esistono vari modi di intendere la bontà. E credo che questo lo abbia capito anche Dostoevskij, dopo aver finito di scrivere questo romanzo. Altrimenti non avrebbe detto di non essere riuscito a portare a termine il proprio proposito. E su questo sono contento di essere d'accordo con lui. Non è il più riuscito dei suoi romanzi.
    E tuttavia, "L'Idiota" si pone (al terzo posto) tra le sue opere migliori, insieme all'ottimo "Delitto e Castigo" e al supremo "I Fratelli Karamàzov".
    Perché, comunque, il personaggio di Lev Nikolaevič Myškin si avvicina all'ideale di uomo con un animo positivamente buono e, dunque, serve al fine dell'opera: mostrare le imperfezioni morali del resto del genere umano e come questo possa rivelarsi pericoloso, per chi vive una bontà (passiva?) come quella di Myškin. Non basta la bellezza a salvare il mondo, se si escludono da questa tutte le brutture del mondo stesso. E' per questo che Myškin non ha posto nel nostro contesto. Perché il mondo è imperfetto. E la vera bontà anche.
    Non mi convince la gestione del protagonista, insomma. Mi sembra una prima versione di Alëša Karmàzov... che come "buono" gradisco molto di più, perché più attivo e meno perfetto, più consapevole di se stesso, buono, ma non necessariamente fragile.
    Per il resto, come ogni libro di Dostoevskij, la lettura è un piacere (almeno per me).
    Ci sono molti personaggi, storie e temi trattati profondamente: la religione (bella la pagina che mette in rilievo la non cristianità di una chiesa cattolica, attaccata al potere temporale), il nichilismo, il significato della vita in relazione al tempo (Ippolit, il tisico, è tra i suoi personaggi migliori di sempre).
    Lo consiglio, perché è un gran bel libro e il tempo dedicatogli è piacevole e fa riflettere.
    E perché non è detto che un libro per essere "grande" debba essere necessariamente (mi piace quest'avverbio, sì) perfetto.

    Ps: per quanto riguarda le stelline... sono molto combattuto. Se penso alla figura di Myškin e a come è stata gestita, sono portato a dare 3 stelle. Se però penso allo stile, al piacere che ne dà la lettura e agli altri personaggi e alle loro storie... propendo per quattro stelle... Per cui, per adesso, non metto stelle, ma solo la mia opinione.

    said on 

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