El libro de los niños

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Publisher: Lumen Editorial

4.3
(356)

Language: Español | Number of Pages: 960 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Italian

Isbn-10: 8426417736 | Isbn-13: 9788426417732 | Publish date:  | Edition 1

Also available as: Others

Category: Art, Architecture & Photography , Fiction & Literature , History

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Book Description
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  • 4

    Ladri di ombre

    Londra, 1895. Fuggito dalla miseria del sobborgo operaio di Burslem e da una pericolosa mansione in una delle tante fornaci della zona, l’adolescente Philip Warren, orfano di padre con un innegabile t ...continue

    Londra, 1895. Fuggito dalla miseria del sobborgo operaio di Burslem e da una pericolosa mansione in una delle tante fornaci della zona, l’adolescente Philip Warren, orfano di padre con un innegabile talento nel disegno, è accolto con benevolenza da un’affermata scrittrice di libri per l’infanzia, Olive Wellwood, e dagli altri membri della sua famiglia altoborghese, esponenti della società fabiana e rappresentanti di un progressismo di stampo idealista che rifiuta, in linea di principio, i rigidi steccati socio-culturali di un’epoca vittoriana ormai al tramonto. Introdotto nella bucolica cornice di Todefright, la rasserenante magione della donna nelle campagne del Kent, il giovane diviene senza volerlo il testimone – e insieme l’oggetto – delle convinzioni di un manipolo di illuminati individui su “come il mondo dovrebbe essere” rispetto alla crudele realtà che a lui (ma anche alla stessa Olive, orfana di un minatore) è toccato in sorte di sperimentare sin dalla più tenera età. Per qualche giorno ha modo di conoscere gli agi delle persone benestanti, per quanto eclettiche e all’apparenza non troppo formali, è invitato a partecipare alla grande festa di mezza estate organizzata come ogni anno dal pittoresco clan e a fraternizzare con una bizzarra compagnia di giro composta da anarchici russi e tedeschi, docenti universitari, liberi pensatori, eccentrici artistoidi, suffragette, membri della società teosofica e marionettisti bavaresi. All’improvviso un altro mondo sembra possibile, una sorta di Arcadia in cui l’arte e la vita parrebbero coincidere come per magia. E a Philip viene inaspettatamente riservato un posticino in questo idilliaco affresco: per saziare i suoi brillanti slanci creativi, il “buon selvaggio” viene mandato a far da assistente a un geniale ma a dir poco lunatico mastro vasaio ormai in declino, Benedict Fludd, che trova il modo di indirizzare al meglio il talento del ragazzo e nel contempo vi si aggrappa per ritrovare l’entusiasmo perduto e rilanciarsi anche imprenditorialmente.

    Attorno a loro, mentre gli anni si avvicendano con sempre maggior rapidità, continuiamo a seguire la vita della famiglia Wellwood, minata dalle contraddizioni tra questa sorta di laico misticismo e una contingenza assai meno idilliaca di quanto la facciata racconti: due dei sette figli di Olive sono in realtà di sua sorella, la tuttofare e (presunta zitella) Violet, mentre il marito Humphry ne ha da poco avuto uno dalla sua amante a Manchester, e mantiene entrambi solo grazie ai successi commerciali della consorte (avendo lui rinunciato al proprio impiego alla banca d’Inghilterra per via di un’indole infantile e capricciosa, oltreché per questioni di orgoglio nei confronti del ben più fortunato fratello, Basil), che tollera l’ingarbugliata situazione solo perché ha un analogo scheletro nell’armadio del proprio passato da farsi perdonare. Per compensazione, Olive vagheggia una nuova avventura passionale con l’eterno spasimante Toby Youlgrave, o con uno dei responsabili del museo londinese di South Kensington, il mite vedovo collezionista Prosper Cain, ma la metterà poi in pratica molto fuggevolmente solo con l’assai meno meritevole intellettuale naturista Herbert Methley, una specie di satiro che a parole si fa vanto di non essere padre ma ha il vizietto di mettere incinta qualunque fanciulla nubile gli riesca di sedurre e abbindolare; più che altro, la donna tende a rifugiarsi sempre più nel mondo di fantasia creato dalla sua stessa penna, ufficialmente per dare vita a una sorta di secondo cordone ombelicale nei confronti dei suoi figli (il maggiore Tom, in particolare) e preservarli così dalle asprezze di un mondo che verrà comunque presto a bussare alla loro porta per presentare un conto piuttosto salato. Si svaga Olive, con feste e sceneggiature fantasmagoriche, o con il diversivo di un mecenatismo a tempo, bel passatempo per ovviare alla noia e alla tristezza crescente. E si illude, consolata dalla suggestione d’essere una sorta di “fata che tesse in soffitta” servendosi di quel “roteante fuso di energia” che plasma, con le storie appositamente ideate per ciascuno dei figli, la vita interiore della sua casa. Si illude, perché più questo accade, più lei perde contatto con la propria prole, e alla sublimazione del riconoscimento nazionale del suo “Tom Sottoterra” corrisponderà fatalmente la perdita dell’amato giovane che da tempo si è come rifiutato di crescere.

    E’ inevitabilmente un romanzo corale questo, con numerosi protagonisti e nessun protagonista in particolare. La sua prosa elegantemente e minuziosamente descrittiva rende insieme piacevole e faticosa la lettura, rallentata dalla miriade di dettagli significativi su cui la Byatt ama soffermarsi. A vivacizzarla, ecco allora il legame inscindibile tra le storie dolorose di tante anime alla deriva e la Storia con la esse maiuscola, ecco il costante rimpiattino dei punti di vista, o i balzi dalle inquietudini crescenti del presente alle ferite mai guarite nei trascorsi remoti dei personaggi (in particolare quelli umili e terribili della “gallina dalle uova d’oro”, Olive Wellwood), e, ancora, dalle vivide impressioni sulla realtà alle trame fantasiose ricamate dalla donna, o dall’impressionismo gentile e malinconico al rigore della cronaca passando per gli estemporanei lampi del registro fiabesco o della poesia del disincanto che fa capolino nelle battute conclusive. Eh sì, perché “Il Libro dei Bambini” è anche e soprattutto un’amarissima riflessione sulla perdita delle illusioni, sul loro tradimento operato da quegli adulti che si ostinano a mitizzare l’infanzia come il trionfo della spensieratezza e della libertà, e che poi ne disattendono le promesse e premono comunque affinché i loro pargoli diventino “gentiluomini o costruttori di imperi”. Allo stesso modo la sbandierata parità tra i sessi assume i contorni di un mero ideale ma è destinata a venir sconfessata già tra le accoglienti mura di Todefright: a differenza dei fratelli, le figlie femmine possono dilettarsi con gli hobby ma non dovrebbero certo pretendere di scrivere di proprio pugno il romanzo delle loro vite. La presa di coscienza dei più giovani sugli schematismi imposti dai loro genitori equivarrà a una dolorosa occasione di riscatto personale, praticabile solo con una ponderata ribellione (emblematico il caso della battagliera Dorothy, che intende diventare medico chirurgo, piuttosto che lo sterile vandalismo di sua sorella Hedda), abbandonando il nido e dimostrandosi pronti al sacrificio, anche della propria stessa vita se necessario.

    In effetti, a rendere più cruento lo scontro e a suggellare, sublimandola, la nuova consapevolezza di un’intera generazione è l’incombere di eventi rimasti in precedenza solo elemento di sfondo, il maelstrom insensato del primo conflitto mondiale che inghiottirà diversi dei bambini narrati nelle seicento e passa pagine precedenti, non senza un pizzico di sadismo programmatico da parte dell’autrice. Il piombo della nuova stagione chiude nel modo più drammatico il cerchio di incertezza aperto dalla fase precedente, dopo i fasti e gli incantesimi di quell’Età dell’Oro tutta votata al culto del bello. La Byatt è sferzante nel demolire i falsi idoli dell’estetismo e del decadentismo nella tarda età vittoriana, la rispettabile copertina di un periodo storico ancora segnato da oscurantismo e sopraffazione. L’arte in particolare diventa il candido strumento di una più generale opera di mistificazione di cui sono vittima i giovani Wellwood e i loro amici: le fiabe di Olive allegorizzano la realtà come i vasi osceni di Fludd o le marionette di Anselm Stern, ma in tutti i casi il gioco non potrà durare in eterno. Un po’ come il bluff di quei genitori – i padri soprattutto – perennemente assenti (Olive), immaturi (Humphry), orchi (il Barbablù Benedict), inconsapevoli (Anselm) o surrogati (Basil per Geraint Fludd, il precettore Susskind per Charles Welwood, persino il buon Prosper Cain per Imogen). Insomma, in un mondo in cui i ragazzi sembrano muoversi a tentoni alla ricerca di quell’ombra che è stata loro sottratta, il sudiciume sotto i tappeti lindi è tanto e la formidabile Byatt lo smaschera quasi con accanimento, per poi riservarci il colpo di grazia della macelleria finale (alleviata solo in parte da un lirismo di grana finissima). Innegabile, ad ogni buon conto, che a esaltare il fascino di un’operazione scritta con tanta testa (e non altrettanto cuore) concorrano i frequenti rimandi alla Belle Epoque, dall’esposizione Internazionale di Parigi del 1900 ai prodigi dell’arte orafa di René Lalique (suo lo splendido manufatto in copertina), e dall’evocazione quasi mitologica di Loie Fuller a quella di un Oscar Wilde ormai miserabilmente in ambasce.
    Molto bello, ma avrebbe potuto essere un capolavoro.

    (8.5/10)

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  • 5

    Splendida lettura, la più appagante di tutto il 2016, benché quest'anno abbia letto e molto amato libri del calibro di Morte a Venezia, Uomini e topi, Anna Karenina... Ma nessuno è riuscito ad incanta ...continue

    Splendida lettura, la più appagante di tutto il 2016, benché quest'anno abbia letto e molto amato libri del calibro di Morte a Venezia, Uomini e topi, Anna Karenina... Ma nessuno è riuscito ad incantarmi a tal punto, ad avvolgermi, a crearmi desideri d'ogni sorta: di vedere, viaggiare, approfondire; anche per questo è stata una lettura particolarmente "interattiva", sospesa sovente per cercare online quella certa opera d'arte, quel libro che non conoscevo, quel luogo così efficacemente descritto... Che gioia, la curiosità!

    Il romanzo, ricchissimo ed echeggiante, si apre nell'Inghilterra vittoriana del 1895 e si chiude a Prima Guerra terminata. Nel mezzo ci sta il fermento di idee, movimenti culturali e artistici e letterari di quel tempo: l'Arts and Crafts di William Morris & Co. (che personalmente adoro a livelli patologici proprio), il fabianesimo, il socialismo progressista, l'emergere di una Donna Nuova, e le fiabe, i capolavori per l'infanzia che furono forse il fenomeno letterario più pervasivo e influente del periodo e che hanno un posto di rilievo nella trama, essendo una delle protagoniste una famosa scrittrice di storie per bambini.

    E fu così che ho passeggiato per le paludi dell'Inghilterra meridionale, soggiornando al Mermaid Inn (che esiste ancora, a Rye, dal XV secolo: voglio andarci!) e perdendomi tra sentieri e ghiaiosi arenili, ho ammirato meraviglie di ceramica nelle teche del Victoria & Albert Museum, sorseggiato tè innumerevoli in stanze e tazze decorate finemente, ho visitato l'Esposizione Universale del 1900 a Parigi come un'Alice spersa nel Paese delle Meraviglie, ho assistito a spettrali recite di marionette a Monaco, alla prima di Peter Pan a Londra nel dicembre 1904, alla danza di veli e colori di Loïe Fuller, alla morte della suffragetta Emily Davison che si lasciò travolgere da un cavallo durante il Derby del 1913 in nome della causa comune, alla guerra in trincea, a mill'altre cose; tutto questo, accompagnata da personaggi vividi, dolorosi, complessi e affascinanti, e uno stile sobrio e tuttavia acutissimo che mi ha conquistata completamente.

    Non è un libro senza difetti (ammesso e non concesso che ne esistano, di libri così) ma la gratitudine e l'entusiasmo che sento nei suoi confronti mi impone il voto massimo, senza riserve.

    PS: segnalo ai curiosi questo approfondimento sul sito Einaudi, a cura della traduttrice (a mio avviso bravissima, già ampiamente apprezzata nella più recente versione della Signora Dalloway) Anna Nadotti: http://www.einaudi.it/approfondimenti/Vedere-il-Libro-dei-bambini-di-A.-S.-Byatt-Anna-Nadotti

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  • 5

    Lettura decisamente impegnativa, che appartiene al genere tanto del saggio storico, che del romanzo.
    L'autrice si sofferma non solo sulle vite dei molti protagonisti della vicenda, variamente collegat ...continue

    Lettura decisamente impegnativa, che appartiene al genere tanto del saggio storico, che del romanzo.
    L'autrice si sofferma non solo sulle vite dei molti protagonisti della vicenda, variamente collegate tra loro, ma anche sulla Storia, quella dell'Europa e in particolare dell'Inghilterra dalla fine dell'800 all'inizio del '900. Si parla quindi con dovizia di particolari del fermento sociale/culturale e dei movimenti rivoluzionari che hanno caratterizzato quegli anni (fabiani, socialisti, anarchici, le donne impegnate nella lotta per la conquista del diritto al voto), poi sfociati nello scoppio del primo conflitto mondiale.
    E' forte il contrasto tra L'Esposizione Internazionale di Parigi di inizio '900, manifestazione tangibile di un'epoca di profonda vivacità artistico-culturale, di progresso tecnologico e di coesistenza pacifica dei popoli (di cui si tratta nella prima parte del romanzo) e la forza bruta e devastatrice della prima guerra mondiale, momento estremo del conflitto tra le nazioni (con cui si chiude il romanzo).
    E' una narrazione che scorre lenta, che contiene molteplici rimandi di carattere artistico, letterario e storico e che richiede non poca pazienza al lettore, peraltro ampiamente ripagata.

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  • 5

    "La poesia, pensava Julian, è qualcosa che viene estorto agli uomini, dalla morte, o dalla presenza della morte, o dalla paura della morte, o dalla morte altrui." O dalla fine dell'infanzia.

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  • 4

    Impegnativo, ma moolto interessante.
    Per un appassionato di storia la ricostruzione del quadro dei movimenti progressisti e radicali a cavallo tra '800 e '900 è una manna: incredibile il tumulto ideol ...continue

    Impegnativo, ma moolto interessante.
    Per un appassionato di storia la ricostruzione del quadro dei movimenti progressisti e radicali a cavallo tra '800 e '900 è una manna: incredibile il tumulto ideologico dell'epoca, considerando che sono passati più di 100 anni.
    I protagonisti non sono in realtà dei rivoluzionari, più che altro borghesi (o divenuti tali) che cercano un nuovo contatto con la natura e con l'arte. Da qui la fascinazione verso il mondo dell'infanzia e della fiaba (ecco il perchè del titolo) e per l'arte manuale.
    Purtroppo per i bambini di questi genitori crescere con un tale retaggio non sarà facile, in una società che procede spedita verso il macello della prima guerra mondiale.
    Tra le cose che non mi sono piaciute metto sicuramente le trame familiari al limite della telenovela (a un certo punto tutti scoprono di essere figli di qualcun altro, dopo un po' secondo me si sfiora la farsa).
    Invece tra i molti spunti interessanti (e ce ne sono decisamente troppi per citarli tutti) mi ha colpito la descrizione del movimento per il diritto femminile al voto: quando sento parlare di suffragette penso spesso a signore vestite in maniera compunta che partecipavano a qualche manifestazione tra un te e una partita a carte. Probabilmente è solo colpa della mia ignoranza, ma la Byatt rimette le cose a posto descrivendo il radicalismo che contraddistingueva la protesta di queste donne, che spesso sfociava nella violenza, e la repressione brutale e le torture con cui la società maschilista ha cercato di difendere i suoi privilegi. Istruttivo.

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  • 4

    Il libro è corposo e le digressioni tante. Il punto è quanto possono interessare le digressioni: personalmente ho molto apprezzato l'excusus sull'Esposizione Universale di Parigi così come le favole s ...continue

    Il libro è corposo e le digressioni tante. Il punto è quanto possono interessare le digressioni: personalmente ho molto apprezzato l'excusus sull'Esposizione Universale di Parigi così come le favole scritte da una delle protagoniste. E' culturalmente interessante rivivere il fermento di quegli anni, soprattutto per quanto riguardo il tema delle donne e delle disparità sociali.

    La storia invece, quella fatta di personaggi e dei loro intrecci, è crudele, forse realistica, con una morale che suona un po' come "questi vogliono essere spiriti liberali quando in realtà cercano solo scuse per non crescere". Dietro a tutta questa apertura sociale e di costume (non so quanto realistica visti i tempi) si cela un'immaturità di fondo così sostanziale che permette agli adulti di essere dei bambini, cioè delle persone egoiste che non si preoccupano delle conseguenze delle loro azioni e incapaci di gestire le avversità se non fuggendo. I bambini al contrario si trovano costretti o ad essere adulti anzitempo o a fronteggiare una realtà senza gli strumenti opportuni, cioè quelli legati alla crescita e alle esperienze di vita.

    Ho trovato tanta arte, dettagli, voglia di andare oltre la sotira anche per il solo gusto di farlo e c'è chi infatti ha scelto di non leggere queste parti.
    Dal mio punto di vista però il libro della Byatt è una storia con tante altre storie, vere o fantasiose, ma imprescindibili. Non tanto per un impianto narrativo che regge a prescindere, ma per il rispetto dello stile della scrittrice, che vuole anche farci perdere tempo, che non vuole dimenticare di descrivere l'ennesimo vaso di porcellana, ma è così, se non vogliamo leggere pagine e pagine sulle suffragette o sul fabianesimo suggerirei di cambiare autrice (indicazione valida anche per la sottoscritta in futuro, "da leggere per farsi trasportare in balia della corrente, non quando si è assetati di fatti e personaggi").

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  • 4

    Che fatica leggere la Byatt, mi ci è voluto più di un mese per finirla mentre gli altri autori in lista di attesa si ammassavano borbottando sullo scaffale.
    Non è un’autrice adatta ai miei ritmi nonos ...continue

    Che fatica leggere la Byatt, mi ci è voluto più di un mese per finirla mentre gli altri autori in lista di attesa si ammassavano borbottando sullo scaffale.
    Non è un’autrice adatta ai miei ritmi nonostante istintivamente mi piaccia, mi piacciono stile e contenuti, il problema è che è lunga, ramificata, esce continuamente dalla narrazione principale per dilungarsi in mille rivoli minori. E allora da un certo punto ho cominciato a saltare le pagine così come ho fatto con Possessione. Ho saltato tutto quello che usciva dalla storia centrale: i racconti di Olive, scrittrice per bambini; le descrizioni dell’Esposizione di Parigi e di ogni città o museo o monumento o autore citati nel libro; digressioni storiche e politiche. E nonostante questo mio sfrondare mi sembrava che il libro non finisse mai, più volte avrei voluto abbandonarlo ma non ci riuscivo, dovevo sapere come andava a finire, l’ho odiato perché mi piaceva, avrei voluto sbarazzarmene ma non potevo.
    I titoli della Byatt sono fuorvianti, ingannano le aspettative. Possessione racconta sì la storia di un grande amore, ma letterario, mentre Il libro dei bambini, nonostante l’innocenza che emana dalla copertina, racconta di alcuni ragazzi di buona famiglia che vivono in un mondo privilegiato di fermenti culturali e innovazione di pensiero salvo poi scoprire che la bolla di privilegio che li circonda è fragile a causa delle bugie e delle ipocrisie di genitori irresponsabili o immaturi. Siamo alla fine dell’‘800, il nuovo secolo precipita verso la Grande Guerra, il pensiero moderno e progressista si mescola e si confonde con lo stereotipo ancora non superato del vecchio. Si combatte per estendere il diritto di voto e di studio alle donne, si parla di assistenza a prostitute e ragazze madri ma poi si chiudono gli occhi su incesti e tradimenti, il nuovo che avanza è ancora un bambino piccolo che cade continuamente mentre cerca di imparare a camminare. E alla fine la Guerra spazza via tutto, il dolore delle perdite resetta il passato e i superstiti si ritrovano improvvisamente nel futuro migliore che avevano sognato e cercato.
    Tirando le somme sono contenta di non essermi arresa.

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  • 5

    Ci sono libri che, una volta terminati, lasciano ammutoliti per tanta bellezza. E' il caso del "Libro dei bambini ", un lungo, meraviglioso viaggio al termine del quale l'unica reazione per me possibi ...continue

    Ci sono libri che, una volta terminati, lasciano ammutoliti per tanta bellezza. E' il caso del "Libro dei bambini ", un lungo, meraviglioso viaggio al termine del quale l'unica reazione per me possibile è appellarmi al pennacchiano diritto di tacere per non disperdere con l'insufficienza delle mie parole quello che la diabolica penna della Byatt, una scrittura magistrale che non sembra di questa epoca, mi ha lasciato. Per questo ho tardato tanto nel recensirlo. Ma poi devo fare i conti pure con l'insufficienza della mia memoria e la paura di dimenticare anche ciò che ho amato. La scrittrice ci riporta dunque al periodo tra la fine del '800 e la prima guerra mondiale e ricostruisce , attraverso la vita di due generazioni di famiglie, quel mondo, sia nella sua dimensione ideologica,le utopie sociali, il filantropismo, il fabianesimo, le teorie artistiche, sia nei suoi aspetti più "materici" , oggetti d'arte, vasi, carte da parati, spille. E' un mondo che per la prima volta si interessa all'infanzia e guarda ai bambini come dotati di personalità propria ma che poi tradirà i suoi stessi figli mandandoli al sacrificio della grande guerra, insieme a tutte le idee d'avanguardia. Ma questo è dire ancora nulla di questo grande romanzo che ha anche un taglio metanarrativo, mettendo al centro Olive, la figura di una scrittrice che consente di riflettere sul potere della scrittura e della narrativa nella formazione dei singoli e sull'intreccio tra arte e vita.
    Insomma è un romanzo che vale la pena di affrontare e di gustarsi pagina dopo pagina.

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