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El sendero de los nidos de araña

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Publisher: Círculo de Lectores

3.9
(8984)

Language:Español | Number of Pages: 230 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Chi traditional , English , Italian , German , French , Polish

Isbn-10: 8422639068 | Isbn-13: 9788422639060 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Others

Category: Fiction & Literature , History , Political

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Book Description
En plena segunda guerra mundial, en una Italia devastada por los enfrentamientos entre la Resistencia y los nazifascistas, Pin, un pícaro y precoz jovenzuelo, se ocupa de buscar clientes para su hermana, que ejerce de prostituta. Una historia divertida y conmovedora. Una visión tragicómica de los hombres abocados a su mayor desvarío: la guerra. La primera novela de un escritor fundamental de nuestro tiempo.
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  • 4

    il sentiero dei nidi di ragno

    un libro che parla della Resistenza vista con gli occhi e le vicende di un bambino. Uno dei migliori libri che ho letto.

    said on 

  • 5

    Un intellettuale social-comunista, giovane e impegnato, intento a scrivere un racconto "engagé", supera il rischio di una letteratura servile e crea un'opera, ancora esile e forse immatura (se non alt ...continue

    Un intellettuale social-comunista, giovane e impegnato, intento a scrivere un racconto "engagé", supera il rischio di una letteratura servile e crea un'opera, ancora esile e forse immatura (se non altro alla luce di quello che verrà), che resta un miracolo di freschezza e inventiva. Rileggerlo dopo tanto tempo me lo ha fatto riscoprire. Forse è lo stesso miracolo di tanto cinema neorealista.

    said on 

  • 4

    “Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena".

    Il romanzo d’esordio del ventitreenne Italo Calvino, pubblicato nell’ottobre del 1947 e qui presentato nell’edizione riveduta e corretta del 1964, è ora racchiuso tra una lunga e meditata prefazione d ...continue

    Il romanzo d’esordio del ventitreenne Italo Calvino, pubblicato nell’ottobre del 1947 e qui presentato nell’edizione riveduta e corretta del 1964, è ora racchiuso tra una lunga e meditata prefazione dell’Autore (1964) e La Recensione scritta da Cesare Pavese per l’Unità (26 ottobre 1947), dove l’intellettuale piemontese inserisce l’opera di Calvino in un più ampio contesto, sottolineando che sembrava avviarsi ad un progressivo esaurimento la tendenza a costruire i romanzi attorno a grossi personaggi, quelli cui intitolare le proprie opere (Madame Bovary, Anna Karenina), “ma poveraccio, disgraziato, chi [...] ha mollato anche i fatti, le cose di carne e di sangue, e brucia incensi di parole in non si sa che cappella privata” E Pavese spiega bene cosa vuol intendere con questa affermazione: “Trasformare dei fatti in parole non vuol dire cedere alla retorica dei fatti, né cantare il bel canto. Vuol dire mettere nelle parole tutta la vita che si respira a questo mondo, comprimercela e martellarla. La pagina non dev’essere un doppione della vita, sarebbe per lo meno inutile; deve valerla, questo sì. Dev’essere un fatto tra i fatti, una creatura in mezzo alle altre”.
    Trovo che questo sia un punto cardine di una certa idea di letteratura che ha conosciuto esiti eccelsi nel corso della modernità, laddove la letteratura si incrocia con la Storia, dando voce ad eventi come la Resistenza che hanno attraversato il vissuto di un’intera generazione di persone e di cui, fin da subito, si sentiva il dovere morale di parlare. Infatti, a proposito di questo suo primo romanzo, Calvino afferma, all’inizio della sua Prefazione: “lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d’un’epoca, da una tensione morale” di cui ragazzi come lui si fecero portavoce, perchè proprio quei ragazzi, quei partigiani, usciti vincitori dalla lotta armata, si sentivano “depositari esclusivi d’una sua eredità”.
    Bisognava raccontare per non dimenticare, per contrastare le opinioni di chi, dopo averli guardati con diffidenza ai tempi della Resistenza, ora, nell’immediato dopoguerra, li attaccava come fonte di turbamento dell’ordine costituito, e anche per evitare “che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario”; ma, più di tutto, c’era l’urgenza di esprimere qualcosa. Che cosa? “Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo”. E tutto questo incarnava verità tanto profonde che dovevano per forza di cose dar vita ”a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo”. Per questo, a quel tempo, “scrivere «il romanzo della Resistenza» si poneva come un imperativo”, non con un intento agiografico, ma per raccontare cosa erano stati i partigiani e mettere in luce l’aspetto fondamentale: “Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi”, che quella scelta non avete saputo farla. Una verità che i partigiani sentivano sulla propria pelle, senza aver bisogno di esprimerla a parole; una convinzione che si inseriva in una precisa, per lo più inespressa, filosofia della storia; una certezza che animava tutti, indistintamente, e che faceva sì che i partigiani, qualunque fossero le loro motivazioni, financo le più abiette, fossero i portabandiera del Progresso, dell’avanzamento della società verso un ideale di Pace e di Giustizia: “Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. […] C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia [=progresso storico], non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. […] Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni”.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    4

    Figure femminili nel romanzo

    Di questo libro si è spesso parlato del taglio neorealista, dell'innovazione data dall'osservare la guerra attraverso gli occhi di un bambino, della scelta dell'autore di rappresentare un gruppo di c ...continue

    Di questo libro si è spesso parlato del taglio neorealista, dell'innovazione data dall'osservare la guerra attraverso gli occhi di un bambino, della scelta dell'autore di rappresentare un gruppo di combattenti non eroico, non esemplare (come invece avrebbe voluto chi propugnava una letteratura edulcorata e celebrativa della Resistenza). Io invece ho trovato molto interessante soffermarmi su una lettura delle figure femminili che si trovano nel romanzo. Calvino non concede giudizi sui personaggi, li descrive e basta. Ecco come noi troviamo donne dai caratteri molto stereotipati: la Nera, la sorella di Pin, è la tipica ragazza del villaggio che si prostituisce con i soldati americani che stanziano in Italia: questo è il suo ruolo nel romanzo, evocato innumerevoli volte da Pin davanti alla compagnia di resistenti, davanti agli uomini del carrugio. Non ci si sofferma sulle motivazioni che spingono questa giovane donna a tale scelta, non c’è sorpresa o indignazione, solo testimonianza. La seconda figura è Giglia: ella incarna la promiscuità, è un’adescatrice (molto suggestivo il momento in cui Pin descrive le occhiate fameliche gettate dai compagni sulla donna). È colei che tenta il Dritto e che causa l’incendio del rifugio. Di lei non si individuano altre sfaccettature, eppure a mio parere ci sarebbe molto altro da descrivere, sarei stata molto attratta dalla descrizione di una donna che è costretta a seguire il marito in questo gruppo di “peggiori resistenti possibili”. La terza figura è la Grande Assente, la madre di Pin: di lei non si parla, non si accenna nulla, eppure sicuramente è il personaggio che maggiormente ha forgiato il carattere del ragazzo. Ho trovato questi ritratti molto interessanti perché degli uomini della Resistenza si è sempre detto molto, mentre le donne sono sempre state personaggi di “sfondo”. Unico esempio contrario: “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò. Nel testo di Calvino hanno trovato una presenza che offre molti spunti di analisi.

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  • 5

    Ho scoperto questo libro di Calvino in quinto liceo, quando decisi di fare la classica "tesina" sul tema della Resistenza. Scelsi il buon Italo come autore.
    Tinte forti, cariche come una spaghettata a ...continue

    Ho scoperto questo libro di Calvino in quinto liceo, quando decisi di fare la classica "tesina" sul tema della Resistenza. Scelsi il buon Italo come autore.
    Tinte forti, cariche come una spaghettata alla puttanesca. Personaggi indimenticabili quelli di Pin, Lupo Rosso, Kim, il Cugino e La Nera.
    Le atmosfere sono dure, talvolta crudele e opprimenti. Tuttavia non si distacca dallo stile fiabesco, rendendo il racconto della resistenza magico e impossibile da dimenticare. Con un finale sognante, sfumato da tratti surreali, si conclude lasciando la bocca asciutta, con un inedito misto di sgomento e serenità.
    Meraviglios.

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  • 3

    Il magico mondo della resistenza

    In una cornice quasi fiabesca, tipica del neorealismo, Pin partecipa alla causa della resistenza. Si muove, spinto dalla curiosità tipica dei ragazzini della sua età, in un mondo di grandi fatto di me ...continue

    In una cornice quasi fiabesca, tipica del neorealismo, Pin partecipa alla causa della resistenza. Si muove, spinto dalla curiosità tipica dei ragazzini della sua età, in un mondo di grandi fatto di messaggi segreti e azioni incomprensibili. Un libro assolutamente da leggere.

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  • 2

    Purtroppo non riesco ad appassionarmi ai romanzi di Calvino. Sebbene riconosca che sia un bravissimo scrittore, non riesco a trovare il suo stile avvincente, lo vedo troppo "particolare" e un po' disp ...continue

    Purtroppo non riesco ad appassionarmi ai romanzi di Calvino. Sebbene riconosca che sia un bravissimo scrittore, non riesco a trovare il suo stile avvincente, lo vedo troppo "particolare" e un po' dispersivo.
    Questo libro, che ho dovuto leggere per la scuola, non mi ha entusiasmato particolarmente per alcuni motivi: oltre allo stile di scrittura che, come ho già detto, è troppo dispersivo, spesso facevo fatica a seguire il filo della storia, e in alcuni punti dovevo fermarmi e rileggere un paio di volte la pagina. Inoltre la fine mi ha lasciata un po' delusa, specialmente perché non sono riuscita a capirne il senso e, se c'era, il messaggio che voleva trasmettere.
    Spero vivamente che, in futuro, riesca ad appassionarmi ai romanzi di Calvino e ad apprezzarne i contenuti.

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  • 4

    Mi sarei accontentata della prefazione

    Non ho più titoli per Italo Calvino. Ormai mi sono rassegnata all’idea che non riuscirò più a leggere un libro prescindendo dalla magia di “Se una notte di inverno un viaggiatore” e “Le città invisibi ...continue

    Non ho più titoli per Italo Calvino. Ormai mi sono rassegnata all’idea che non riuscirò più a leggere un libro prescindendo dalla magia di “Se una notte di inverno un viaggiatore” e “Le città invisibili”. Non credevo però che anche questo libro mi sarebbe piaciuto così tanto; è difficile scrivere qualcosa sulla Resistenza che non suoni inutilmente retorico per me che sono emiliana.

    L’autore stesso lo ammette candidamente nella prefazione, che per altro vale da sola come un libro; non perdetevela, anzi gustatevela: è probabilmente uno dei migliori scritti sulla letteratura e la cultura italiana post-bellica.

    Ma veniamo alla storia, anzi al sugo della storia. Storia di monelli, di montagne, di guerre storte, di (non)eroi, storia di furore e di donne. C’è in Pin la grazia malinconica e triste di Malpelo, la sua emarginazione di vinto che ancora combatte e la sua capacità di vedere attraverso le maschere altrui, uno sguardo più acuto di quello adulto ma anche infinitamente più ottuso.
    Ma forse per Pin c’è salvezza, forse per Pin c’è una possibilità di amore, di magia, un sentiero di nidi di ragno da seguire e un omone triste e vinto in fondo ad esso. In quest’unica speranza possibile si può forse comprendere qualcosa di più della guerra e della resistenza di ognuno di noi.

    said on 

  • 4

    Un bambino alle prese con la Resistenza

    E' triste essere come Pin: "un bambino nel mondo dei grandi, sempre un bambino, trattato dai grandi come qualcosa di divertente e di noioso; e non poter usare quelle loro cose misteriose ed eccitanti, ...continue

    E' triste essere come Pin: "un bambino nel mondo dei grandi, sempre un bambino, trattato dai grandi come qualcosa di divertente e di noioso; e non poter usare quelle loro cose misteriose ed eccitanti, armi e donne, non potere far mai parte dei loro giochi". Con queste parole Calvino descrive il protagonista del romanzo, Pin, che a dispetto della sua giovanissima età si trova invischiato in situazioni che poco hanno a che vedere con l'infanzia (la guerra, la Resistenza, i pestaggi, la morte violenta). Un ragazzino prematuramente cresciuto che agogna di essere adulto, salvo poi rimpiangere della propria età i giochi, lo scherzo, la spensieratezza. E' un romanzo che tocca il cuore e offre uno spaccato della storia d'Italia attraverso gli occhi, non tanto innocenti, di un piccolo uomo.

    said on 

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