Elegie duinesi

Di

Editore: Fabbri

4.5
(484)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 141 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000021537 | Data di pubblicazione: 

Curatore: Franco Rella

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Da consultazione

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Descrizione del libro
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  • 5

    Meraviglioso!!! Le "Elegie duinesi" sono il canto all'esistenza umana e nello stesso tempo la tragica presa d'atto dell'insufficenza dell'uomo ad affrontare i grandi compiti dell'esistenza stessa. L'u ...continua

    Meraviglioso!!! Le "Elegie duinesi" sono il canto all'esistenza umana e nello stesso tempo la tragica presa d'atto dell'insufficenza dell'uomo ad affrontare i grandi compiti dell'esistenza stessa. L'uomo, per sua natura, ha memoria e coscienza del trascorrere del tempo e della propria fine e ciò lo rende inadeguato a percepire l'idea dell'infinito. Solo "L'Angelo" Rilkiano può vedere oltre questo limite e l'uomo a lui si rivolge, mostrando, cantando e dicendo della bellezza dell'esistere. Tutto è effimero e l'uomo, che non sia condizionato da una mente ridicolmente vacua, è evocato da Rilke con queste parole: "Di noi, i più effimeri. Una volta ogni cosa, soltanto una volta. Una volta e non più. E anche noi una volta. Mai più. Ma questo essere stati una volta, seppure una volta: essere stati terreni, non pare sia revocabile". Saranno solo parole. Ma le parole non sono solo un gioco e sono loro, e anche i silenzi che ne derivano, i prodotti meno effimeri della vita!!!!

    ha scritto il 

  • 5

    Terza Elgia

    Una cosa è cantare l'amata. Un'altra,ahimè,
    quel sottratto colpevole Dio-fiume del sangue.
    Quello che lei conosce di lontano, il proprio giovincello, che sa
    lui del signor della voglia, che dal solita ...continua

    Una cosa è cantare l'amata. Un'altra,ahimè,
    quel sottratto colpevole Dio-fiume del sangue.
    Quello che lei conosce di lontano, il proprio giovincello, che sa
    lui del signor della voglia, che dal solitario spesso,
    ancor prima lo plachi la fanciulla, spesso com'ella neppure esistesse
    ah, eiaculando chi sa mai da quale inconoscibile, quella testa di Dio
    sollevava, ridestando la notte a interminabile tumulto.
    Oh Nettuno del sangue, con quel suo orrendo tridente.
    Oh vento buio del suo petto a conchiglia ritorta.
    Odi la notte come s'inalvea e s'ingrotta. Voi, stelle,
    non è da voi che sgorga libido nell'amante per le parvenze
    della propria amata? Ei non deriva l'intima intuizione
    di quel viso puro di lei dal segno puro degli astri?
    Non tu, ahimè, non gli ha sua madre
    piegato in archi d'attesa le sopracciglia.
    Non al cospetto tuo, che lo sentivi fanciulla, al tuo confronto non
    si piegò il suo labbro a espressione più fertile.
    Sul serio pensavi d'averlo al tuo lieve apparire
    così ridotto in fremiti, tu che trascorri come brezza d'alba?
    E' vero, sì, lo atterristi nel cuore; ma più remoti terrori
    lo scoscesero in quell'urto toccante.
    Chiamalo... tu non lo richiami decisa da quella buia compagnia.
    Certamente lui vuole, si sottrae; alleviato si abitua
    al tuo cuore segreto e prende e dà inizio a se stesso.
    Ma si dette mai inizio?

    ha scritto il 

  • 5

    Terza Elgia

    Una cosa è cantare l'amata. Un'altra,ahimè,
    quel sottratto colpevole Dio-fiume del sangue.
    Quello che lei conosce di lontano, il proprio giovincello, che sa
    lui del signor della voglia, che dal solita ...continua

    Una cosa è cantare l'amata. Un'altra,ahimè,
    quel sottratto colpevole Dio-fiume del sangue.
    Quello che lei conosce di lontano, il proprio giovincello, che sa
    lui del signor della voglia, che dal solitario spesso,
    ancor prima lo plachi la fanciulla, spesso com'ella neppure esistesse
    ah, eiaculando chi sa mai da quale inconoscibile, quella testa di Dio
    sollevava, ridestando la notte a interminabile tumulto.
    Oh Nettuno del sangue, con quel suo orrendo tridente.
    Oh vento buio del suo petto a conchiglia ritorta.
    Odi la notte come s'inalvea e s'ingrotta. Voi, stelle,
    non è da voi che sgorga libido nell'amante per le parvenze
    della propria amata? Ei non deriva l'intima intuizione
    di quel viso puro di lei dal segno puro degli astri?
    Non tu, ahimè, non gli ha sua madre
    piegato in archi d'attesa le sopracciglia.
    Non al cospetto tuo, che lo sentivi fanciulla, al tuo confronto non
    si piegò il suo labbro a espressione più fertile.
    Sul serio pensavi d'averlo al tuo lieve apparire
    così ridotto in fremiti, tu che trascorri come brezza d'alba?
    E' vero, sì, lo atterristi nel cuore; ma più remoti terrori
    lo scoscesero in quell'urto toccante.
    Chiamalo... tu non lo richiami decisa da quella buia compagnia.
    Certamente lui vuole, si sottrae; alleviato si abitua
    al tuo cuore segreto e prende e dà inizio a se stesso.
    Ma si dette mai inizio?

    ha scritto il 

  • 2

    Non mi ha colpito.
    Di quest'opera potrei elencare i soggetti e i temi trattati, ma alla fine mi ha lasciata perplessa e indifferente; dalle immagini vaganti e sospese nell'aria che i versi creano, esc ...continua

    Non mi ha colpito.
    Di quest'opera potrei elencare i soggetti e i temi trattati, ma alla fine mi ha lasciata perplessa e indifferente; dalle immagini vaganti e sospese nell'aria che i versi creano, escono degli aforismi suggestivi e degni di nota, ma la scrittura è - a mio avviso - confusionaria.

    ha scritto il 

  • 5

    gli angeli come ricongiungimento silenzioso e nascosto tra gli opposti poli della stessa sostanza che sia vita, morte, amore. terra o cielo. dall'alto del monte del nostro spirito un vigile soffio sul ...continua

    gli angeli come ricongiungimento silenzioso e nascosto tra gli opposti poli della stessa sostanza che sia vita, morte, amore. terra o cielo. dall'alto del monte del nostro spirito un vigile soffio sulla nostra coscienza, un lieve canto arcano che si scioglie negli occhi chiusi della notte. un sussulto e non sapere il luogo inconscio del nostro risveglio in un groviglio di mani che cercano di ricongiungersi ed intrecciarsi. un gesto d'amore del quale mai pentirsi.

    il nostro cielo nascosto di angeli: elegie in eterna lettura. se l'amore è retorizia, dunque... scopare, ubriacarsi, drogarsi, scrivere su feesbuk è più retorico della retorizia.

    ha scritto il 

  • 0

    No, il problema non è che la breve tregua è accordata soltanto al bambino, destinato a crescere, agli amanti, la cui notte d’amore finirà presto, al morente, che la perderà poco dopo.
    Non è un manifes ...continua

    No, il problema non è che la breve tregua è accordata soltanto al bambino, destinato a crescere, agli amanti, la cui notte d’amore finirà presto, al morente, che la perderà poco dopo.
    Non è un manifesto della condizione umana sfortunata, infelice, condannata a sbattere la testa nella vita senza trovare una via d’uscita, nella nostalgia di uno stato primigenio e innocente che è concesso soltanto agli animali e alle cose.

    Nelle Elegie Duinesi Rilke ha un’intuizione sul Novecento, intravvede come si potranno sviluppare le condizioni qui in potenza. C’è l’eroe, che può facilmente diventare il superuomo, e sappiamo che i superuomini del secolo scorso non ci hanno portato bene. C’è l’uomo comune, che può abbandonarsi alla disperazione consapevole di non riuscire a venirne a capo.
    E poi c’è il punto di partenza, che forse è già stato rigettato ma, dal momento che emerge tra i versi, perché non soffermarsi, non prenderlo in considerazione, non accertarsi che non ci sia un errore di prospettiva nel darlo per morto.

    Perché la condizione umana, l’ossessione di un intero secolo, non arriva per caso. C’è un’aberrazione nell’osservare, un punto di vista che troppo spesso non coglie i movimenti relativi. Perché le realtà immutabili, eterne, fondamentali, in sintesi: Dio, non è cambiato, non si è allontanato. È l’uomo a essersi allontanato, a cambiare. In un movimento giusto, originato da un processo naturale di crescita.
    Però, quando si ferma a considerare, l’uomo si accorge che qualcosa non va. E pensa che sia Dio – o, il senso di dio se la parola vi sembra troppo forte – a essere cambiato, a essersi allontanato.
    E l’angelo che aleggia su tutte le dieci elegie è diventato una creatura spaventosa – pensiamo. Ma è l’errore di osservazione, il modo di Rilke di rappresentarlo.

    E allora l’uomo del Novecento in potenza c’è. Che può essere superuomo o disperato, senza quasi mai rendersi conto che ciò non dipende da un cambiamento esterno, lontano, ma da un movimento. E che c’è sempre la possibilità di soffermarsi e osservare con attenzione, per scorgere e correggere l’aberrazione, quella che nelle dieci elegie si sente, accompagnata dall’altro abnorme errore di prospettiva, quello di ritenerla inesorabile, irreversibile.
    Forse Rilke la pensava proprio così, ma nella sua testimonianza di poeta ha intuito, e ha detto. E non vale forse la pena di prendere questa testimonianza, questa esperienza anche dove è detta in modo quasi inconsapevole?

    Eines ist, die Geliebte zu singen. Ein anderes, wehe,
    jenen verborgenen schuldigen Fluß-Gott des Bluts.

    Una cosa è cantare l’amata. Un’altra, ahimè,
    quel nascosto colpevole fiume-dio del sangue.

    … Aber dies: den Tod,
    den ganzen Tod, noch
    vor dem Leben so
    sanft zu enthalen und nicht bös zu sein,
    ist unbeschreiblich.

    … Ma questo: la morte,
    tutta la morte, ancor prima della vita così
    soavemente contenere e non essere adirati,
    è indescrivibile.

    Feigenbaum, seit wie lange schon ists mir bedeutendm
    wie du die Blüte beinah ganz überschlägst
    und hinein in die zeitig entschlossene Frucht,
    ungerühmt, drängst dein reines Geheimnis.

    Albero di fico, da quanto tempo è per me significativo,
    come tu i fiori quasi completamente trascuri
    e dentro nel frutto per tempo risoluto,
    non celebrato, spingi il tuo puro segreto.

    … So reißt die Spur
    der Fledermaus durchs Porzellan des abends.

    … Così spezza la traccia
    del pipistrello di traverso la porcellana della sera.

    ha scritto il 

  • 0

    Heidelberg, New York e alcuni amici

    I.
    Nel film "W.E. Edward e Wallis" una fanciulla di
    New York in una casa di New York di un profugo

    esteuropeo prende in mano un testo dalla libreria del
    profugo esteuropeo

    Beh, che libro è?
    Un libro d ...continua

    I.
    Nel film "W.E. Edward e Wallis" una fanciulla di
    New York in una casa di New York di un profugo

    esteuropeo prende in mano un testo dalla libreria del
    profugo esteuropeo

    Beh, che libro è?
    Un libro di Rilke. Lo prende, lo guarda, lo

    rimette giù.
    E' l'unica cosa bella del film.

    II.
    Io ho un'amica che dopo averlo visto ha
    detto: "dopo tutto è un bel film".

    Sì, dopo tutto il film cioè alla fine del film ti viene da dire bello.
    C'è un passo di Heine che suona grossomodo così:

    Heidelberg è una gran città, specie quando
    la guardi mentre te ne vieni via.

    ha scritto il 

  • 4

    Leggere le Elegie duinesi immersa nelle colline della Valpolicella con un calice di Amarone in mano (nulla di meglio per la meditazione), penso sia una delle esperienze più trascendenti che io abbia m ...continua

    Leggere le Elegie duinesi immersa nelle colline della Valpolicella con un calice di Amarone in mano (nulla di meglio per la meditazione), penso sia una delle esperienze più trascendenti che io abbia mai provato.
    Che altro aggiungere?

    ha scritto il 

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