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Elisabetta "la Sanguinaria"

La creazione di un mito. La persecuzione di un popolo

By Elisabetta Sala

(12)

| Paperback | 9788881555062

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Book Description

IL LIBRO

Di tutta la grande famiglia dei «fratelli riformati», gli anglicani sono quelli che più si avvicinano ai cattolici. Ciò è dovuto al noto senso di moderazione degli inglesi, che hanno saputo trovare un buon compromesso tra gli estremi. Continue

IL LIBRO

Di tutta la grande famiglia dei «fratelli riformati», gli anglicani sono quelli che più si avvicinano ai cattolici. Ciò è dovuto al noto senso di moderazione degli inglesi, che hanno saputo trovare un buon compromesso tra gli estremi. Il mirabile equilibrio fu raggiunto da una sovrana straordinaria, tollerante e di larghe vedute, che seppe contrastare il fanatismo religioso della sorella (Maria la sanguinaria) riuscendo a creare una fede che fosse veramente nazionale.
Elisabetta I fu la regina più amata della storia. Fu lei a saper capire il suo popolo come nessun altro; fu grazie a lei che l’Inghilterra si affermò come potenza mondiale; fu intorno a lei che i suoi sudditi si strinsero come un sol uomo nel momento del pericolo. Lei la regina adorata, osannata, celebrata, e dai più grandi poeti, come Gloriana, la Regina Vergine.
Tutto ciò è romantico e commovente; peccato che, come questo libro dimostra documenti alla mano, sia profondamente falso. Il regime elisabettiano fu, di fatto, un sistema totalitario tra i più amari della storia. Peccato che il mito di Gloriana sia stato sapientemente costruito, pezzo dopo pezzo, da una minoranza al governo che fece carte false per conservare il potere. Peccato che il popolo si sia visto perseguitato, impoverito, oppresso come mai prima di allora. Peccato che la tanto decantata «vicinanza» degli anglicani al cattolicesimo sia nata da un duplice desiderio fondamentalmente molto semplice e concreto: gettare fumo negli occhi dei sudditi e formare una gerarchia di agenti governativi travestiti da ecclesiastici. Peccato che l’evoluzione-involuzione degli inglesi sia costata migliaia di vite umane, molte delle quali (tra cui anche la Regina di Scozia) finirono immolate e squartate sul patibolo per alto tradimento.
Peccato che, come nel Mercante di Venezia shakespeariano, lo scrigno d’oro contenga soltanto un teschio.

L'AUTRICE

Elisabetta Sala insegna lingua, letteratura e storia inglese nei licei statali e da anni si occupa del periodo rinascimentale. Collabora Studi cattolici, Fogli, Il Timone. Per le Edizioni Ares ha pubblicato anche L'ira del Re è morte (2008).

4 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Tutto ok, finchè da saggio storico su Elisabetta Tudor non si trasforma in un manuale di catechismo domenicale...


    Un libro, questo di Elisabetta Sala, che inizia con una discreta arroganza bollando come "merda" qualsiasi ideologia storiografica di stampo whig/ateo (a volte le due cose sembrano compenetrarsi), secondo lei un mucchio di luoghi comuni e falsità na ...(continue)


    Un libro, questo di Elisabetta Sala, che inizia con una discreta arroganza bollando come "merda" qualsiasi ideologia storiografica di stampo whig/ateo (a volte le due cose sembrano compenetrarsi), secondo lei un mucchio di luoghi comuni e falsità nati dalla propaganda elisabettiana e portati avanti nei secoli vuoi per malafede, vuoi per pigrizia. Perché la linea storiografica ufficiale (quella scolastica) è più facile e a indagare pesa il culo. Vero, in effetti, e anche molto più rilassante non dover avere a che fare con la gente che appena gli tocchi quel poco che ha imparato sui libri di storia delle elementari o dalle pubblicità della TIM ti insulta fino alla settima generazione.

    Contro i protestanti e i Whig l'autrice ha l’odio che Piergiorgio Odifreddi riserva ai cristiani (etimologicamente definiti “cretini”, tanto per far capire il livello dell'odio): dedica un intero capitolo al fatto che l’idea cattolica dl pentimento in morte qualsiasi porcata tu abbia commesso in vita è molto più onesta e rincuorante dell’idea di predestinazione protestante, e un altro al fatto che sono gli storici protestanti che hanno fatto di Shakespeare il paladino del regime elisabettiano quando è chiaro che egli era un cattolico che il regime semmai lo criticava tra le righe.
    L’idea di fondo dell’autrice in quell'introduzione sarebbe buona: invitare a non prendere mai per oro colato quello che dice il professore o lo storico di professione che studia l’argomento da 50 anni, ma indagare e dubitare di chiunque, con buona pace della gente che si fa venire l’epilessia al solo sentire la parola “Revisionismo” e guai se gli tocchi il Risorgimento.

    Peccato che il discorso non sembri valere per lei, che passa buona parte del tempo più che a fare della rigorosa storia revisionista sul periodo Elisabettiano a propinare al lettore teorie francamente faziose sulla mancanza di obiettività di storici atei e whig (”La tesi secondo cui nel Medioevo tutti fossero religiosi attivamente praticanti è stata messa in discussione ai giorni nostri, soprattutto da studiosi agnostici o atei, molti dei quali tendono a identificare tutti i personaggi dei passato con se stessi. Come se il discorso potesse valere solo se sei uno studioso ateo o agnostico. Lei del resto è la prova vivente dell’obiettività di uno studioso cattolico, e ce lo dimostra a ogni pagina), e sull'anglicanesimo come origine di tutti i mali del mondo, arrivando a identificare in scaramucce ideologiche tra anglicani e calvinisti la rivoluzione inglese del 1642.
    Tesi a dir poco riduttiva.
    Oltre che semplicistica ed erronea.
    Consiglio la lettura di “Le cause della rivoluzione inglese” di Lawrence Stone a tal proposito.

    Scopo del libro a conti fatti sembra essere, più che rivalutare la figura di Elisabetta, dimostrare l'inconsistenza di fondo dell'Anglicanesimo, una religione di un regime equiparato dalla Sala a quello Orwelliano del Grande Fratello di 1984, e la conseguente superiorità (etica e morale) del precedente Cattolicesimo. Che mi può anche star bene, in fondo effettivamente l'anglicanesimo nasce da una costola della necessità della stabilità politica e del controllo sociale da parte di una monarca che non è che fosse poi così legittima, non fosse che per il fatto che mi risparmierei volentieri tutti i pipponi filo-cattolici da propaganda clericale che devono per forza di cose seguire nella testa dell’autrice.
    Ovunque prese il potere (con la forza), il protestantesimo fu causa di divisione ci viene spiegato a pagina 343.
    Bel concetto, anche vero.
    Peccato non sia appannaggio del solo protestantesimo.
    Qualsiasi religione si sia imposta di forza su una preesistente (compresa quella cattolica in età medievale) ha causato guerre intestine e sanguinosi sconvolgimenti, perché è quello che normalmente accade quando si va a modificare una delle basi fondanti di uno stato, la propria etica e morale. L’autrice, nella sua foga di descrivere l’Inghilterra come tradizionalmente cattolica, con una tradizione religiosa che si perde nei secoli, dimentica altresì di aggiungere che prima del cristianesimo c’era, e persiste a lungo anche dopo, una religione celtica molto antica, cui il cristianesimo si appoggerà molto per ottenere consenso e farsi accettare da una popolazione molto legata alle proprie antiche tradizioni (le stesse cose che la Sala critica ad Elisabetta e al suo cristianesimo, quella paraculaggine di fondo). Mi viene in mente il tipico disegno a intrico di rami d’albero tipico della religione celtica, che è facile trovare nelle chiese cattoliche dell’Inghilterra.
    La cattedrale di Chichester per esempio.
    Ma di nuovo, all’autrice sembra piacere molto indagare solo su quello che piace a lei e diffondere idee che le sono care, ignorando completamente il resto. Criticando poi chi fa esattamente come lei ma arriva a conclusioni diverse dalle sue. Perché la faziosità è appannaggio solo di atei e protestanti, ovviamente.

    Seguendo queste sue convinzioni tutto fuorché obiettive finisce col dare abbastanza fastidio l’impronta che segue nel descrivere i regni delle due sorelle-regine: Maria Tudor (e poi anche la sua omonima cugina, Maria Stuart) come ingenua vittima delle circostanze ed Elisabetta come una fredda calcolatrice aggrappata con unghie e denti al trono tanto duramente guadagnato che getta i suoi sudditi in uno sconforto etico e morale senza precedenti e gettando il mondo intero nella rete di un (futuro) Impero Britannico di commercianti e pirati senza fede.
    Meglio il trattamento riservato dai cattolicissimi spagnoli al sud America, in effetti.

    Diciamo che nessuna delle due regine profumava di rosa canina, e se Elisabetta non è stata la sovrana illuminata portatrice di pace che siamo abituati a vedere non è nemmeno giusto minimizzare o ignorare i morti mariani. Specie dopo aver passato pagine a spiegare che la condanna a morte non era niente di nuovo o sconvolgente, all'epoca, quindi fare a gara a chi ha mandato più gente alla forca è un discorso figlio dei nostri tempi.
    Erano tempi duri quelli, mica diventavi regina d’Inghilterra per i tuoi cappellini buffi. Specie mentre oltreconfine John Knox scriveva trattati su trattati su come le donne siano non solo troppo stupide per governare, ma anche un’apriporta per l’Anticristo in Europa e nel mondo intero.
    Ma vallo a far capire a un’autrice che, secondo la quarta di copertina, collabora con la rivista Studi Cattolici.

    Le convinzioni religiose dell’autrice sono, per carità, più che sacrosante e legittime a livello personale. Ognuno crede a quel che vuole e lungi da me affermare, a differenza di quanto fa lei, che la propria fede religiosa o mancanza di essa ottenebra automaticamente qualsiasi giudizio e uccide l’obiettività storica. Nel suo caso però accade.
    Leggiamo a pagina 35 per esempio:
    “Northumberland e le sue giovani pedine finirono nella Torre; egli andò al patibolo (e morì da buon cattolico dopo una vergognosa ritrattazione -1-), ma a Lady Jane, al marito e al padre di lei non fu torto un capello.” -2-

    La storia in breve per chi si fosse sintonizzato con noi solo in questo momento.
    Lady Jane [Grey] è nipote di Enrico VIII da parte di madre. Va in sposa al figlio di John Dudley, duca di Northumberland ed eminenza grigia del regno di Edoardo VI, il quale se ne strafunchia dell’atto di successione enriciano e mette sul trono per l’appunto la nuora Jane per ben 9 giorni. Finché Maria, forte del consenso popolare, non marcia su Londra e prende le redini del comando.
    Detto ciò:

    1) E’ una cosa che si leggerà spesso nel saggio della Sala, chi è protestante e si converte al cattolicesimo in punto di morte, o peggio ancora chi diventa protestante per mantenere status sociale, potere e soldi è una merda. I cattolici che vanno in chiesa ad ascoltare i sermoni anglicani per non pagare le salatissime multe di regime non hanno altra scelta, ma la loro fede è salda e il loro cuore è puro. Mi permetto di dissentire, se non altro per una questione di logica. La religione di stato è sempre stata una questione politica fino alle soglie del 1900, e anche adesso seppur più subdolamente non scherza. Cattolica, protestante o vattelappesca.
    Fare due pesi e due misure è indice di poca serietà.

    2) Se essere rinchiusi nella torre per otto mesi per poi essere mandati al patibolo è non torcere loro un capello, l’autrice forse intenderà che il boia ha fatto un lavoro di fino con la scure per non rovinare l’acconciatura di una ragazzina sballottata qua e là da parenti arrivisti e messa a morte a 17 anni scarsi per evitare ribellioni protestanti nel suo paese. Poi l’autrice rompe le palle per metà saggio perché Elisabetta ci ha messo 20 anni a condannare a morte la scozzese e cattolica cugina Maria Stuarda e anche quando l'ha fatto l'ha fatto all'insegna del doppiogiochismo, mentre Maria Tudor nel tempo libero aiutava le giovani esploratrici a vincere medaglie per la gran Mogolessa.

    Tra l’altro afferma qualcosa che almeno per mia conoscenza risulta essere assolutamente falso (il non aver torto un capello alla rivale) senza riportare le fonti. Vuoi fare un trattato revisionista, andare contro i luoghi comuni, le falsità storiche che ci propinano? Mi sta benissimo, ma cita una cazzo di fonte quando te ne esci con cose che vanno contro le credenze popolari o la mera Wikipedia. Altrimenti io posso svegliarmi domani mattina, affermare che i coloni di Roanoke sono scomparsi a causa dello sbarco degli alieni, farci su un libro di fantascienza e farci i miliardi.
    Per poi tuffarmi nel denaro come un pesce baleno, modello Uncle Scrooge.

    A questo proposito riporto quanto scritto a pagina 36:

    ”Precisiamo comunque che, diversamente da quanto vorrebbe la vulgata Whig protestante dei secoli seguenti, l’alleanza imperiale non era affatto malvista dalla maggioranza dei sudditi: al contrario, oltre ad essere prestigiosa e parte della tradizione essa era la più naturale per un paese fortemente condizionato dai suoi rapporti commerciali con i Paesi Bassi.”

    E poi a pagina 42:

    ”Anche riguardo l’impopolarità del matrimonio spagnolo, comunque, molto è stato esagerato. L’unione era prestigiosa quanto l’alleanza imperiale e fu sostenuta da diversi dei collaboratori di Mary: quanto all’odio anti-ispanico degli inglesi, esso doveva ancora attendere una trentina d’anni e ringraziare la propaganda elisabettiana.”

    Probabilmente per Paesi Bassi si intendono quelli del nord, quella Repubblica protestante delle Sette province unite che vorrà staccarsi dal pugno di ferro cattolico e intransigente di Filippo II forse un 10 anni dopo gli avvenimenti qui riportati (e non è che si siano svegliati una mattina con la voglia di cambiare – e turuturututtu). L’autrice non ne fa cenno, si vede che non lo trova importante. A me personalmente qualche mosca al naso però me la fa saltare, e avrei voluto qualche spiegazione in più, o perlomeno che citasse una fonte.
    O che ne tenesse un minimo conto.
    Invece questo sembra essere un topos classico di questo saggio: il non riportare nessuna fonte da cui potrebbe aver attinto questa affermazione che va contro le convinzioni di base di chiunque si avvicini un minimo alla storia inglese, fosse anche solo lo spettatore occasionale del telefilm-lupanare sui Tudor in cui passano più tempo a fare sesso che a governare.

    A questo proposito poi riporto a titolo di esempio quanto scritto a pagina 242:

    “Diversi storici, protestanti o laici -1-, affermano senza dubbio alcuno, e senza avere alcuna voce in capitolo -2-, che l’unica vera aspirazione del tipico missionario, specie se gesuita, fosse quella di farsi squartare sul patibolo per la sua fede e guadagnare così velocemente e sicuramente la palma del martirio.” -3-

    1) Dando a intendere due cose: che gli storici cattolici come lei sono per forza di cose obiettivi, o perlomeno sono gli unici ad avere voce in capitolo su simili tematiche, e che i protestanti e i laici sono mossi da malafede e pregiudizi.

    2) In base a cosa si permetta di dire chi ha o non ha voce in capitolo su una certa tematica storica è chiaro solo nella sua testa: come se un laico non potesse trattare di religione con la giusta dose di imparzialità. Sarebbe come se Stephen King potesse scrivere i suoi libri solo dopo aver davvero trucidato bambini e animali domestici. Anzi, qualcuno dica a Joanne Rowling di dare alle fiamme i suoi libri di Harry Potter: se non ha poteri magici mica può scrivere di magia. Allo stesso tempo se Elisabetta Sala non è una missionaria gesuita del 1500, come fa a scrivere le sue conclusioni in merito?

    3) Così non è, ci dice l’autrice. I missionari cercavano anche di salvarsi la ghirba resistendo alle torture del servizio segreto Elisabettiano e alle loro domande insinuanti con risposte ambigue e confuse, decisamente non incriminanti. Come a dire che si comportavano da paraculi per salvarsi la ghirba. Cosa anche comprensibile, ma se lo fa un protestante secondo l’autrice è un falso e si deve vergognare, se lo fa un cattolico o un gesuita non ha altra scelta e le accuse di falsità e doppiogiochismo del regime elisabettiano sono tendenziose.

    Per il resto, gran parte del libro è ovviamente un saggio sul doppiogiochismo di Elisabetta, le sue bassezze e meschinità, la sua indecisione che a tutto avrebbe portato il suo paese fuorché alla grandezza, con un’autrice che lotta per togliere al regno elisabettiano quella patina di splendore dorato sopravvissuto alla propaganda dei secoli, all’Impero Britannico, e ad almeno un paio di film di Hollywood, e su una Riforma, quella Anglicana, che ben lungi dall’essere il protestantesimo illuminato riportato sui libri di testo del liceo fu una manovra un po’ rozza e azzardata per il controllo regio di un paese discretamente ingovernabile (Carlo I insegna).
    Per carità, una doccia fredda in faccia agli estimatori di Elizabeth I che ogni tanto ci vuole, se non altro per leggere qualcosa di diverso. Il tutto contornato da interessanti analisi qui e lì, specie letterarie (d'altronde l'autrice insegna letteratura inglese, mica fa la storica. E forse si dovrebbe concentrare sulla parte letteraria, che è quella che obiettivamente le riesce molto meglio). Un saggio che qui e lì non è da buttar via.
    Però prendendolo con le pinze.

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    Twin Fitzgerald Kirkland ha fatto una Homerata said on Dec 31, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    quattro stelle all'autrice per il rigore dimostrativo,la limpidezza dell'indagine, la chiarezza espositiva e l'analisi storico-culturale del periodo di Elisabetta I di cui viene ribaltato il mito esaltato dalla retorica di regime e messe a nudo le co ...(continue)

    quattro stelle all'autrice per il rigore dimostrativo,la limpidezza dell'indagine, la chiarezza espositiva e l'analisi storico-culturale del periodo di Elisabetta I di cui viene ribaltato il mito esaltato dalla retorica di regime e messe a nudo le contraddizioni e le deformazioni storio-ideologiche.Libro piuttosto impegnativo,ma che insieme al precedente su Enrico VIII delinea un quadro completo su uno dei periodi più sanguinari della storia inglese.

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    tati said on Dec 29, 2010 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Il titolo potrebbe far pensare a una biografia in negativo su Elisabetta I, ma così non si tratta.
    Il volume è un saggio sull'Inghilterra tudoriana dal regno di Edoardo VI a quello di Elisabetta I. Focus dell'analisi dell'autrice è la nascita della r ...(continue)

    Il titolo potrebbe far pensare a una biografia in negativo su Elisabetta I, ma così non si tratta.
    Il volume è un saggio sull'Inghilterra tudoriana dal regno di Edoardo VI a quello di Elisabetta I. Focus dell'analisi dell'autrice è la nascita della religione anglicana, il suo rapidissimo decadimento durante il breve regno di Maria Tudor e il suo definitivo consolidamento durante il regno di Elisabetta. Non si tratta di una ricerca originale dell'autrice, quanto di una documentata sintesi della ricerca anglosassone dell'ultimo cinquantennio in merito a una reale rilettura della riforma anglicana, spogliata da qualsivoglia aura spirituale e ricondotta sulla via della realtà. La riforma anglicana - come ben noto - non nacque da motivi di rinnovamento spirituale, ma da pura e violenta politica. È così che durante i tre regni veniamo a scoprire che la vera e propria religione anglicana di base protestante nasce sotto il regno del minorenne Edoardo VI (e non sotto il padre Enrico VIII), che Maria la Sanguinaria non era poi tanto folle e sanguinaria come si vuol far credere, che Elisabetta I non era la santa regina, Gloriana, Good Queen Bess, ma una politica consumata che di religione non si curava, ma solo di ragion di Stato.
    A volte l'autrice è un po' diretta, ma d'altra parte non nega da nessuna parte di essere cattolica. Ed è giusto che si faccia luce sulla persecuzione dei cattolici operata da Elisabetta, anzi, più propriamente dai suoi ministri estremisti. Le vicende di questi martiri della fede, mossi puramente dallo spirito e non dalla politica, sono davvero emozionanti.
    Un bel libro che consiglio a chi vuole liberarsi dell'artefatta icona della Regina Vergine - terribilmente affascinante (vedi i film con Cate Blanchett), ma altrettanto falsa e costruita.

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    *§Yue§* said on Nov 30, 2010 | 1 feedback

  • 2 people find this helpful

    la riforma protestante sotto il regno di Elisabetta rivisitata e documentata

    Saggio interessantissimo per chi è appassionato di storia inglese rinascimentale e della sua recente, e doverosa, rivisitazione in chiave realistica. Questo libro toglie la romantica foschia che avvolge tutta la storia della discendenza Tudor, ridand ...(continue)

    Saggio interessantissimo per chi è appassionato di storia inglese rinascimentale e della sua recente, e doverosa, rivisitazione in chiave realistica. Questo libro toglie la romantica foschia che avvolge tutta la storia della discendenza Tudor, ridandole il giusto inquadramento in ambito storico e sociale.

    Sono presenti anche diversi spunti filosofici sul come la storiografia venga tramandata per comodità nella versione ufficiale perchè più facile e magari più romantica.

    Il saggio trae molti spunti da quello che è il libro più completo sul revisionismo della Riforma Protestante inglese che è "The English Reformation revised" di Christopher Haigh pubblicato nel 1987.

    Si trova, attraverso le pagine, la spiegazione, puntualmente documentata, di come lo scisma protestante sia stato dettato da convenienze politiche ed economiche piuttosto che dal credo divino, e di come il protestantesimo sia stato imposto in Inghilterra attraverso una serie di "bocconi riformatori" e non attraverso una manovra certa ed immediata, per far in modo che i sudditi fossero portati a credere che in fondo non cambiava poi molto.

    A livello storico il libro si colloca tra la morte di Enrico VIII, i brevissimi regni di Edoardo VI e Lady Jane Grey, passando per il coraggio di Maria I, fino ad arrivare al regno "illuminato" di Elisabetta I, che occupa ovviamente gran parte del saggio.

    Elisabetta Sala finalmente ci da l'esatto fuoco sull'operato di Elisabetta I, su come non fosse il periodo fulgido e ricco che tutti i film ci raccontano ma che in realtà, durante quell'epoca, i sudditi abbiano conosciuto uno dei periodi più tragici della storia inglese. Il vero volto di Elisabetta, trasfigurato dalla propaganda del tempo e da qualla mediatica odierna, è finalmente svelato così come il bagno di sangue che completò lo scisma anglicano, il tutto con perizia e completezza di documenti.

    Consigliato a tutti gli "Stuartisti" con brama di rivincita storica! ;D

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    Marco said on Oct 21, 2010 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (12)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 2 stars
  • Paperback 384 Pages
  • ISBN-10: 8881555069
  • ISBN-13: 9788881555062
  • Publisher: Ares
  • Publish date: 2010-10-01
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