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Eroi di carta

Il caso Gomorra e altre epopee

By Alessandro Dal Lago

(109)

| Paperback | 9788872855959

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18 Reviews

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    una dubbia indagine nel mondo del crimine è un modello di civismo in cui tutti si possono riconoscere; parti, partiti, fazioni, classi, movimenti sono superati in un'egemonia che il povero Gramsci non poteva lontanamente sospettare, quella del nazion ...(continue)

    una dubbia indagine nel mondo del crimine è un modello di civismo in cui tutti si possono riconoscere; parti, partiti, fazioni, classi, movimenti sono superati in un'egemonia che il povero Gramsci non poteva lontanamente sospettare, quella del nazional-mediale

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    Cinemarx said on Mar 5, 2014 | Add your feedback

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    Una perdita di tempo, sia Saviano che questo libro.

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    MAGIO said on Feb 18, 2014 | Add your feedback

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    Nessuno tocchi Saviano (ci pensa da solo)

    L'italiota è rimasto al "con noi o contro di noi" dicendone di tutti i colori su un libro che, seppure intriso di sarcasmo che ai fan può risultare fastidioso, evidenzia i limiti di Saviano, colui che sconfigge a suon di parole la malavita (se quella ...(continue)

    L'italiota è rimasto al "con noi o contro di noi" dicendone di tutti i colori su un libro che, seppure intriso di sarcasmo che ai fan può risultare fastidioso, evidenzia i limiti di Saviano, colui che sconfigge a suon di parole la malavita (se quella è un'inchiesta io sono un critico letterario) e gli apostrofi su Twitter.
    Ridatemi Pasolini.

    P.s. Per le imperfezioni a quanto pare ognuno ha le proprie fonti.

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    Pentothal said on Nov 26, 2012 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Sono tra quelli che dicono che un libro del genere ci voleva. Memore di lunghe discussioni con le mie coinquiline circa appunto la "santità" di Saviano, sono convinta che sia necessario -sempre- abbattere gli idoli a colpi di maglio. Qualcuno cantava ...(continue)

    Sono tra quelli che dicono che un libro del genere ci voleva. Memore di lunghe discussioni con le mie coinquiline circa appunto la "santità" di Saviano, sono convinta che sia necessario -sempre- abbattere gli idoli a colpi di maglio. Qualcuno cantava "Non fare di me un idolo, mi brucerò/ trasformami in megafono, mi incepperò". E' solo che ci vorrebbe una buona dose di umiltà e di insofferenza verso gli altarini incensati, cosa che evidentemente non tutti hanno. In ogni caso, per tornare al libro, l'ho trovato a volte poco calzante, a volte meschinamente sarcastico (però ho ridacchiato, lo ammetto). Ma ci voleva comunque.

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    Finisterrae said on Sep 19, 2011 | Add your feedback

  • 7 people find this helpful

    Alessandro Dal Lago insegna sociologia dei processi culturali, qualunque cosa ciò significhi, all'università di Genova. In questo libello (libercolo? pamphlet? per niente saggio, come dichiara di essere) accusa fra le altre cose Roberto Saviano di es ...(continue)

    Alessandro Dal Lago insegna sociologia dei processi culturali, qualunque cosa ciò significhi, all'università di Genova. In questo libello (libercolo? pamphlet? per niente saggio, come dichiara di essere) accusa fra le altre cose Roberto Saviano di esagerare in individualismo e protagonismo, ma si comporta esattamente come il Saviano che ha costruito e inventato a suo uso e consumo. Fin dall'incipit compiaciuto: "Parlo agli studenti dei rapporti tra letteratura e media. Spiego come dal mio punto di vista (insegno sociologia della cultura) un libro, e soprattutto di fiction, sia un prodotto che si può e si deve analizzare anche nei suoi aspetti mediali e commerciali". Hai detto niente: un Professore, un Accademico! Uno che monta in cattedra anche all'Università di California, Los Angeles, come si premura di farci sapere. E gli studenti che avanzano qualche dubbio ("Non si metterà anche lei a crocifiggere Saviano?")? Fuori dai banchi ed esibiscano patente e libretto: "A questo punto mi viene in mente di saggiare le loro conoscenze letterarie: su cinquanta presenti, dieci dichiarano di aver letto "Gomorra". Solo un paio sa citarmi i titoli di un libro di Kafka e di Tolstoj". Verrebbe voglia di dirgli: Dal Lago, fattela con quelli più grandi, non ti azzuffare con i ragazzi, hai bisogno di due matricole che non hanno letto Tolstoj per sorreggere la tua autorevolezza?
    Insomma, il prof Dal Lago detesta il protagonismo ma ha un alto concetto di sé, una spiccata propensione al narcisismo intellettuale: afferma di essere piuttosto pignolo sullo stile (ma non sa riconoscere una metafora, buona o cattiva che sia, e accusa Saviano di inventare parole che sono invece attestate fra i neologismi). Soprattutto, disprezza l'eroismo ("Sventurato il paese che ha bisogno di eroi", banale e scontata citazione di un Brecht peraltro frainteso) e in particolare l'eroismo savianesco, roba di destra che non a caso piace anche ai seguaci di Fini, ma si accinge nell'impresa eroica di randellare Saviano e si premura di sottolinearlo: "Parlo dell'affaire Saviano con amici e conoscenti. Diversi la pensano più o meno come me, ma quando spiego quello che sto scrivendo, una specie di saggio critico su "Gomorra" e la figura critica del suo autore, quasi tutti mi consigliano di lasciar perdere". Povero Dal Lago, proprio non ci arriva: c'è gente che gli vuol bene, che gli suggerisce con tatto di evitare le cattive figure, e lui li prende per pavidi.
    Non sia mai, c'è da impartire una lezione a Saviano, e via con l'olio di ricino in forma di soi-disant saggio critico. Che è un'esemplare sintesi di stoltezze: di massimalismo politico, di quel settarismo fanatico che va a scovare i nemici soprattutto nella cerchia dei prossimi (c'è più gusto a mandare sul rogo gli eretici che gli infedeli), e di quella particolare meschinità accademica intrisa di livore, frustrazione, malintesa ruminazione di concetti e autori (quanti Kracauer, Genette, Jesi, Enzensberger, Foucault, Adorno e Montaigne mobilitati invano), sindrome da prestazione del critico nei confronti dell'autore (Debenedetti parlava invece di consustanzialità all'autore come del requisito fondamentale del critico).
    I capi di imputazione a Saviano? Costruire un "effetto di verità" (una macchina narrativa della verità) basata sull'infallibilità dell'io savianesco uno e trino (io-narrante, io-autore e io-reale che, secondo Dal Lago, fanno le capriole scambiandosi le parti e ingenerando confusione) che presuppone una fiducia aprioristica del lettore. Costruire se stesso come "eroe" e flirtare con il mito (nazionalistico, di destra) dell'eroismo, della contrapposizione individuale invece che "di massa" alla camorra. Avere un'ossessione per la camorra che gli fa perdere il senso delle proporzioni: come se ci fosse soltanto quella... ("Ma che la tirannia si limiti alla camorra è assai opinabile, anche se si resta in Italia. Ci sono tirannie di ogni tipo. Ci sono le altre mafie. Ci sono gli operai che bruciano negli altiforni, e intanto il governo annacqua le sanzioni alle imprese. Ci sono i migranti che annegano a centinaia davanti a Lampedusa e quelli schiantati nei campi, mentre da tutte le parti si grida agli zingari ladri e ai rumeni stupratori"). Fare dell'ossessione per la camorra, in conformità con le logiche politico-mediatiche d'Italia, una battaglia del Bene contro il Male, dimostrandosi in buona sostanza l'altra faccia della medaglia del berlusconismo nel "voler promuovere un legalitarismo unanimista e di maniera".
    Fin qui, di molto semplificate (ma anche nobilitate, nello schematismo inevitabile della sintesi), le risibili accuse. Che si possono agevolmente confutare. L'io uno e trino è semplicemente l'io della memorialistica, dell'autobiografia. L'eroe-Saviano è semplicemente il protagonista-testimone, tutt'altro che perfetto e tutt'altro che demiurgo. E l'ossessione per la camorra è, né più né meno, la testimonianza di una realtà vissuta in prima persona: allo stesso modo, Levi narrava Auschwitz, l'altro Levi (Carlo) la Basilicata del suo confino, Rigoni Stern la campagna di Russia. C'era altro da narrare? Certo, c'era altro. C'è sempre dell'altro: e i due Levi e Rigoni Stern hanno fatto bene a narrare il loro particulare, il loro vissuto, le loro ossessioni. Così facendo ci hanno aperto delle porte chiuse, ci hanno aiutato a capire. Lo stesso ha fatto Saviano. Ma come mai Dal Lago, in plateale contraddizione con se stesso, prima imputa a Saviano di voler fare l'eroe-protagonista e poi, di fatto, lo accusa di non occuparsi anche di tutto il resto, di non farsi carico dell'Italia intera? Questa sindrome è ben nota, nei tic di sinistra: è il "benaltrismo". Perché ci fai una capa tanta con il razzismo? C'è ben altro. Perché ci ossessioni con i diritti civili? C'è ben altro. Ancora qui a menarcela con le pari opportunità? C'è ben altro...
    La battaglia del Bene contro il Male, poi. La camorra di Saviano è quanto mai concreta, non è un'entità metafisica. Nella loro feroce mediocrità di imprenditori e salariati del crimine, i camorristi di "Gomorra" ricordano da vicino "Quei bravi ragazzi" di Scorsese, film magistrale e demistificante (ma già, il critico-critico Dal Lago ama narrazioni più manierate e mitizzanti, come "Il padrino" o "I Sopranos", e si chiede infastidito come mai in Italia non si facciano serie tv di tal guisa, invece di lodare la polizia). Ciò non toglie che, questa camorra concreta, che domina (marxianamente, verrebbe da dire) la Campania e non soltanto, ponga anche dilemmi etici. Non sono un sovrappiù.
    Come non lo è la legalità, che in Italia è questione centrale (e "di sinistra") e tutt'altro che unanimista e di facciata, essendo l'illegalità diffusa, la corruzione e lo spregio delle regole tra i pilastri del berlusconismo (con infiltrazioni preoccupanti anche a sinistra). Tanto è vero che (autogol clamoroso) a libro fresco di stampa contro Saviano piovono le bordate di Berlusconi, di Castelli, di Maroni, della stampa e della tv berlusconiana. Allo stesso modo, non è "di destra" l'eroismo nel senso, desueto ma nobile e vero, di civismo: il "giudice ragazzino" Rosario Livatino, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, l'"eroe borghese" Umberto Ambrosoli (di destra, questi ultimi due: e avercene uomini di destra così, che rendono l'onore a un paese).
    Può bastare? Basterebbe, se questo massimalismo restasse nei limiti di una polemica delle idee e mostrasse rispetto per il bersaglio dialettico. Così non è. Contro Saviano "Eroi di carta" costruisce, fin dal titolo (lo ricorda assai bene Adriano Sofri, segnalando l'assonanza sinistra con "guappo 'e cartone") una macchina della menzogna e della falsificazione. Cattivo maestro e assai mediocre accademico, polemista da un tanto al chilo, Dal Lago stravolge le affermazioni di Saviano, gli mette in bocca spesso e volentieri cose che non ha detto (un solo esempio: lo scrittore, parlando con gli studenti dell'Onda, quasi a sminuire le loro lotte, avrebbe affermato che "la battaglia contro la criminalità viene prima di tutto"; il file audio dimostra che dice l'esatto contrario), cita non lui ma fonti di seconda o terza mano, a volte sbagliando persino le date, monta in maniera maliziosa frasi e discorsi per costruire ad arte una tesi (un altro esempio: Saviano accenna alle flatulenze di due cinesi, quattro righe in un capitolo di 1.200 righe: per Dal Lago è dimostrazione di razzismo, del fatto che si passa "dalla merda cinese ai cinesi di merda") e, quando non usa la tecnica del "passo scelto", fraintende a bella posta (altro segno di razzismo dello scrittore? i soprannomi animaleschi dei camorristi, anche se Saviano si limita a registrare appellativi che gli stessi camorristi si sono dati). Qualsiasi fonte è buona per minare l'attendibilità del giovane scrittore: in un capitolo celebre di "Gomorra", un camorrista usa i tossici come cavie per nuovi tagli di droga: per Dal Lago, il brano è inventato, perché Saviano sarebbe visibile dai tossici e invisibile al camorrista, come può essere? Semplicemente, Dal Lago ha fatto un uso disinvolto degli omissis, scordando di dirci che, quando i tossici circondano Saviano, il camorrista se n'è andato in macchina da un pezzo. Altra incongruenza: il camorrista di questa scena prima indossa "scarpe da tennis", poi "stivali": hai visto che Saviano inventa? Saviano, a dire il vero, scrive "stivaletti": e guarda caso le Hogan, che i camorristi indossano (e falsificano) sono, allo stesso tempo, scarpe da tennis e stivaletti.
    Gli sfondoni e le false accuse, le sottolineature con la matita rossa di un professore supponente quanto distratto, in "Eroi di carta" abbondano: il vestito di Angelina Jolie non può essrre quello fatto da Pasquale (è quello, hai guardato la foto sbagliata), Annalisa Durante uccisa dalla camorra non poteva essere vestita così, lo afferma una fonte primaria come "Casertasette" (e invece era vestita così, aveva quell'aspetto ed era abbronzata: confronta le fonti iconografiche). Persino nelle citazioni, come dire, neutre, Dal Lago va in confusione: "What a wondeful world" cantata dai Ramones (mai cantata, al massimo Joey Ramone, ma nella situazione alla quale Dal Lago allude la cantano Nick Cave e Shane McGowan dei Pogues); Emilio Fede confuso con Bruno Vespa. Eccetera: l'equiparazione tra economia globale e camorra, che Saviano non fa. L'uso insistito dei termini "peste" e "olocausto" a proposito della camorra, che in Saviano non c'è. Ma un professore come Dal Lago non dovrebbe avere maggiore cura nello schedare un libro (uno solo) sul quale costruisce un "saggio critico"? Si potrebbe proseguire a lungo: per una disamina puntuale delle perle di Dal Lago, consiglio gli interventi di Adriano Sofri, Severino Cesari, Helena Janeczek e della redazione di Carmilla (li trovate nella scheda anobii della Wu Ming Foundation).
    Non è il peggio, tuttavia. Il peggio della meschinità, ciò che rende un libro mediocre un'opera infame, sta in quattro perle.
    1. L'accreditare l'idea maligna che l'invenzione "geniale" del titolo "Gomorra" sia un'invenzione di marketing per dare una dimensione epico-metafisica alla vicenda narrata. Dal Lago non sa leggere e offende, oltre a Saviano, un povero morto di camorra: don Peppino Diana, che aveva usato la metafora in una sua predica: "Non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un'unica grande Gomorra da distruggere".
    2. La meschina soddisfazione professorale per la (garbata) stroncatura che Aldo Grasso, critico tv del "Corriere della Sera", riserva al Saviano che, da Fazio, parla del "potere della parola" ignorando le più sottili teorie narratologiche e si permette di citare i "Racconti della Kolyma" di Salamov e altre grandi opere "contro il potere". Come a dire: ragazzino, lascia parlare chi è del mestiere. A me pare bello che la nostra tv, una volta tanto, si permetta per bocca di Saviano di consigliare, come può e come sa, grande letteratura (ma io sono nazional-popolare). E mi pare triste che, di tanto proclamato antagonismo, resti in campo soltanto una caricatura di piccolo potere intellettuale: "Professori di tutto il mondo unitevi".
    3. Il fraintendere in malafede Saviano, che aveva detto: se grazie al mio libro diventa di moda disprezzare i camorristi invece di emularli, ben venga, trasformandolo in: lanciamo la moda dell'anticamorra.
    4. la frase, ipocrita e mascalzonesca al tempo stesso, "Non so giudicare sulla portata delle minacce", che lancia il sasso e nasconde la mano instillando il sospetto di una simulazione. Che non sia giusto fare di Saviano un santino laico, d'accordo. Ma il rispetto e la solidarietà (ripeto: non la santificazione, non l'essere d'accordo con lui a tutti i costi) sono un obbligo morale e non, come bassamente suggerisce Dal Lago, un ricatto.
    Questo micidiale cocktail di velleità estremistiche e di sostanziale stalinismo (ricordate la categoria del "socialfascismo", coniata negli anni '30 a Mosca per la sinistra non comunista, che quindi era in combutta con il fascismo, anzi forse peggiore del fascismo stesso?) e di fiele professorale è stato pubblicato nel 2010 da manifestolibri: complimenti, è sempre istruttivo vedere degli eretici che si trasformano in inquisitori. Negli anni 70, argomentazioni simili armarono le mani dei brigatisti: gente come il sindacalista Guido Rossa e i magistrati Guido Galli ed Emilio Alessandrini erano "riformisti", quindi doppiamente traditori, perché ingannavano le masse con un "legalitarismo unanimista e di maniera". Sono sicuro che Alessandro Dal Lago, almeno, non vuole sparare. E che anche volendo, se sapesse usare le armi come usa le argomentazioni, finirebbe per spararsi a un piede.

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    bartlebyloscrivano said on Aug 16, 2011 | 4 feedbacks

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    La verità e la letteratura

    Putroppo non esiste su anobii un giudizio intermedio tra il "così e così" e il "bello". Se esistesse sarebbe quello più appropriato per questo libro. Diciamo che è interessante. Un po' troppo costoso, direi, rispetto al problema trattato (Saviano, la ...(continue)

    Putroppo non esiste su anobii un giudizio intermedio tra il "così e così" e il "bello". Se esistesse sarebbe quello più appropriato per questo libro. Diciamo che è interessante. Un po' troppo costoso, direi, rispetto al problema trattato (Saviano, la cultura mediatica e la letteratura che lo hanno generato, che lo hanno reso possibile come figura intellettuale e come fenomeno massmediatico). I dubbi sollevati da Dal Lago sono molto spesso convincenti, il tono della discussione si alza e va oltre il chiacchericcio di certe riviste letterarie online. Si sfiora addirittura il problema del realismo! Questione a dir poco bimillenaria... Credo che più che contro Saviano in quanto "fenomeno" dell'Italia berlusconiana, il libro si scagli contro la nostra "cultura", quella italiana, intendo, degli ultimi trent'anni (anche se, a onor del vero parla solo dell'epoca del berlusconismo). Personalmente credo che quella del berlusconismo sia una categoria interpretativa poco cogente. Ma riconoscere che il fenomeno Saviano sia allo stesso livello della cultura che lo ha promosso - e che interessa anche una cultura diffusa di sinistra, anche di sedicente sinistra radicale - beh, credo che questo sia argomentato con una certa efficacia suasoria. Di mira viene preso anche il New Italian Epic, come è noto, e l'elaborazione narrativa e intellettuale del collettivo Wu Ming.
    Lo sfondo teorico del libro è costituito da Adorno, Benjamin, Brecht, Auerbach, Gramsci, Barhtes, Foucault etc etc. Insomma, si torna a discutere con una certa fondatezza teorica. Ritornano in gioco questioni dell'ultimo secolo: industria culturale, questione del realismo, questione degli intellettuali, scrittura e potere, populismo e letteratura...

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    Turisbeggiu said on Jul 30, 2011 | Add your feedback

Book Details

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  • Paperback 158 Pages
  • ISBN-10: 8872855950
  • ISBN-13: 9788872855959
  • Publisher: Manifestolibri
  • Publish date: 2010-01-01
  • Also available as: Others
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