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Esecuzioni a distanza

Di

Editore: Adelphi (Biblioteca minima, 47)

3.7
(53)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 84 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845926478 | Isbn-13: 9788845926471 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Matteo Codignola

Disponibile anche come: Altri

Genere: Non-fiction

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Descrizione del libro
Gli omicidi e la solitudine di un tiratore scelto dell’esercito americano, e le giornate iperreali dei piloti che da un hangar vicino a Las Vegas guidano i droni sui loro bersagli nelle montagne afghane. Due volti gelidi e feroci di una guerra futura che si combatte già, e che nessuno prima di Langewiesche aveva raccontato.
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  • 4

    Breve saggio sull’evoluzione della vita di un tiratore scelto, nella prima parte del libricino, che ha la consapevolezza di uccidere e che si sente attratto dalle armi in giovane età (tredici anni), ma anche riflessioni dettate da analisi relative alle percentuali di miliardi di proiettili usati ...continua

    Breve saggio sull’evoluzione della vita di un tiratore scelto, nella prima parte del libricino, che ha la consapevolezza di uccidere e che si sente attratto dalle armi in giovane età (tredici anni), ma anche riflessioni dettate da analisi relative alle percentuali di miliardi di proiettili usati, per esempio in Vietnam, ma di spreco comparati alle reali uccisioni riuscite (sick!); un tiratore scelto risulta quindi efficace per la resa (sbaglia pochi colpi), ma poco influente alla riuscita di un combattimento o di una guerra. Un tiratore scelto non ha una buona fama anche tra i “normali” soldati, per fortuna, aggiungo io. Perfino un soldato si rende conto della codardia di un tiratore scelto che spara non dando assolutamente nessuna possibilità di difesa in colui scelto per essere ucciso e che spesso viene colpito nelle sue attività di diario svolgimento, come andare a fare la spesa o attraversare una strada per tornare a casa. “Gli incidenti vengono ammessi solo quando coinvolgono donne e bambini, o quando i locali fanno un tale baccano da richiamare l’attenzione della stampa”. Poiché uccidere senza vedere in faccia colui al quale si strappa la vita porta inevitabilmente ad una maggiore estranietà dall’atto che si compie va da sé che premere un pulsante dall’alto di un aereo o utilizzando un drone, che costituisce lo sviluppo della seconda parte del libro, fa nascere in colui che compie quest’atto repellente una minore difficoltà nell’essere consapevole che si è un esecutore, un omicida. L’autore di questo breve report aggiunge che, sembrerebbe, un 50% di poliziotti che ha ucciso in servizio lascia il corpo di polizia nel giro di qualche anno. Per fortuna che la metà di queste persone ha sicuramente provato emozioni forse contrastanti, ma che ha permesso loro di rifiutare la possibilità di uccidere ancora.

    ha scritto il 

  • 4

    Gli Stati Uniti offrono infiniti spazi a chi è in cerca di solitudine, di isolamento. Austin (Texas) o Alamogordo (New Mexico), ad esempio. Il primo è il buen retiro di un tiratore scelto della Guardia Nazionale, nome fittizio Russ Crane; il secondo è la sede della base dell'aeronautica militare ...continua

    Gli Stati Uniti offrono infiniti spazi a chi è in cerca di solitudine, di isolamento. Austin (Texas) o Alamogordo (New Mexico), ad esempio. Il primo è il buen retiro di un tiratore scelto della Guardia Nazionale, nome fittizio Russ Crane; il secondo è la sede della base dell'aeronautica militare di Hollomon, il luogo più sicuro al mondo. Langewiesche inizia da qui, dai luoghi, i due brevi reportage raccolti in questo volume della Biblioteca Minima Adelphi. La storia di un tiratore scelto in grado di colpire un uomo distante fino a ottocento-mille metri e delle sue esperienze di addestramento, attesa e missione in Afghanistan. La storia dei droni utilizzati nelle zone di guerra lontane tredicimila chilometri dalla cabina di comando e dei programmi militari per lo sviluppo di questa tecnologia. In Vietnam la fanteria americana ha sparato una media di cinquantamila colpi per ogni nemico ucciso: un tiratore scelto è trentacinquemila volte più efficace, un drone praticamente infallibile, oltre al fatto che tiratore scelto e pilota di drone si scontrano col nemico da una zona sicura. Anche così si combattono oggi le guerre. La scarsissima abilità dei soldati americani in Vietnam testimoniava la paura e il rifiuto di uccidere. Inquadrare il bersaglio in un mirino di precisione o in un monitor spersonalizza l'atto. Dopo il cecchino il drone, dopo il drone, in un futuro non troppo lontano, le forze armate saranno completamente automatizzate e in grado di agire autonomamente. Quando questo futuro arriverà, conclude Langewiesche che scrive con piglio giornalistico e narrativo di pari livello, dovremo chiederci che specie siamo diventati.

    "Dopo un rapido passaggio sopra i resti, il pilota è risalito in verticale oltre le nuvole. Ha preso un po' di ghiaccio, non molto, e un attimo dopo era in quota, nell'aria tersa e fredda. Ha fatto rotta sulla base, e nelle sue vicinanze ha lasciato i comandi al controllo a terra. Appena uscito dall'abitacolo ha riempito un'infinità di moduli. Poi si è messo in macchina per tornare a casa, finendo imbottigliato nel traffico di Las Vegas. Guardando gli altri automobilisti intorno a lui si è chiesto se avessero una qualche idea di quello che aveva appena fatto. Ovviamente no".

    ha scritto il 

  • 4

    Droni e tiratori scelti

    E’ una sorta di doppio reportage su tiratori scelti e piloti a distanza di droni dell’esercito americano.
    Perfetto nel descrivere azioni e risvolti psicologici di due professionisti di due modi di uccidere ipertecnologici, in cui vedi e osservi bene chi uccidi, prima di ucciderlo.
    Due modi di f ...continua

    E’ una sorta di doppio reportage su tiratori scelti e piloti a distanza di droni dell’esercito americano. Perfetto nel descrivere azioni e risvolti psicologici di due professionisti di due modi di uccidere ipertecnologici, in cui vedi e osservi bene chi uccidi, prima di ucciderlo. Due modi di far la guerra su cui gli USA stanno investendo molto. Perché consentono di raggiungere due obiettivi: tagliare i costi (non si sprecano munizioni) e aumentare la produttività (si manca di rado il bersaglio).

    Gli stessi obiettivi comandati negli altri settori, quindi. A pensarci bene in fondo anche le stesse tecniche, le stesse logiche e gli stessi risvolti psicologici che chi lavora in aziende commerciali può osservare ogni giorno. Pensate a chi per fare il budget ha dovuto vendere alle vecchiette le obbligazioni Parmalat o ai pochi "eroi dalla faccia sporca" che hanno venduto una Duna. Oppure a chi ha dovuto qualche anno fa convincere una coppietta a fare un mutuo in ECU (chi c'è passato dentro lo sa che cos'è e sa che è stato proprio come un bombardamento: difficile salvare la casa). D'altronde l’avevo detto che i droni (e quelli che li radiocomandano) sono già nei nostri uffici. http://scarabooks.blogspot.it/2014/01/i-droni-i-managers-e-lo-spirito-del.html Anche i tiratori scelti ci sono.

    Una bella lettura di un paio d'ore. Grazie a Procyon che me l'ha suggerita. (su anobii i consigli intelligenti di lettura non mancano mai. Altrimenti d'altronde, Silvio, che è uno vispo, non ci comprava).

    ha scritto il 

  • 3

    la prima parte parla di un tiratore scelto, la seconda dell'uso dei droni da parte delle forze armate americane. sopratutto la seconda parte anticipando il futuro di presunte armi intelligenti e probabilmente in qualche modo autonome ti lascia una certa inquietudine....

    ha scritto il 

  • 5

    Ci sono articoli e reportages, su molti giornali, che sembrano tutti un po' uguali a se stessi, che, pur trattando di argomento molto spesso interessanti, non riescono ad “appigliarsi" al lettore, se non superficialmente, proprio perchè uno è uguale all'altro. Poi ci sono giornalisti e scrittori, ...continua

    Ci sono articoli e reportages, su molti giornali, che sembrano tutti un po' uguali a se stessi, che, pur trattando di argomento molto spesso interessanti, non riescono ad “appigliarsi" al lettore, se non superficialmente, proprio perchè uno è uguale all'altro. Poi ci sono giornalisti e scrittori, come Langewiesche, che sono dei fuoriclasse, che riescono a “narrare la verità” in modo esemplare, facendo entrare il lettore nel cuore della questione, nei fatti e nei sentimenti che raccontano. Non sono bene cosa sia a fare la differenza tra un reportage unico e carismatico ed un reportage che può confondersi in mezzo ad altri cento. Probabilmente il talento di chi scrive, come è facile riscontrare in questi due piccoli scritti, unito, almeno in questo caso, al tema trattato: gli aspetti della “quotidianità” delle guerre di oggi portate avanti dagli Stati Uniti, nella loro drammaticità e, nel contempo, nella loro banalità. Grazie quindi a Langewiesche per il coraggio di aver scritto anche cose scomode ed averci così arricchiti rispetto a quanto già si conosceva su questi temi così spinosi e complicati.

    ha scritto il 

  • 3

    Suggestioni - 11 nov 12

    Non lo so. Sicuramente mi ha interessato, e sicuramente è ben scritto. Ma ha lasciato dai forti punti di perplessità. Elenchiamoli: la materia, la confezione, il suggerimento. Ed anche punti di curiosità e di stimolo. Intanto l’autore dall’impronunciabile nome. Infatti, Langewiesche è uno strano ...continua

    Non lo so. Sicuramente mi ha interessato, e sicuramente è ben scritto. Ma ha lasciato dai forti punti di perplessità. Elenchiamoli: la materia, la confezione, il suggerimento. Ed anche punti di curiosità e di stimolo. Intanto l’autore dall’impronunciabile nome. Infatti, Langewiesche è uno strano tipo di giornalista americano, per anni pilota (da corsa? D’aereo? Mistero da sciogliere). Non uno scrittore, ma con un modo sicuro di maneggiare le frasi. Si sente il taglio giornalistico. E si sente anche il taglio imposta dalla testata per cui scrive (“Vanity Fair”). E questo si riper-cuote sulla scrittura, di taglio giornalistico, ma non pedantemente descrittivo. Anzi, cerca di suscitare pensieri quasi parlando d’altro (e pensieri ne sono sorti). Non affronta il tema di petto, non ti sottolinea: guarda che enormità sto dicendo. Ma i temi vengono fuori. Prima di affrontarli, elemento duale di bene e male, vediamo gli altri punti, quelli dolenti. Il suggerimento viene da “Satisfiction” una strana rivista di libri e letture, sponsorizzata da Feltrinelli e Vasco Rossi. Ne parlava con calore, e mi ha convinto a comprarlo, ma i motivi che avrei portato sono tutti diversi sa quelli sottolineati. Così come la confezione. Non è un racconto, o un romanzo, ma sono due articoli, scritti appunto per “Vanity Fair”, e accomunati dalla vicinanza del tema. Niente di più. E forse andava detto, nelle note al libro. E continuiamo con lo specifico. L’interesse che mi ha suscitato la lettura dei due articoli deriva proprio dalla luce che, in qualche modo, gettano su alcune tipologie americane di vita. Il primo solleva e collega i grandi interrogativi sul rapporto con le armi che hanno gli americani. Certo si parla di “sniper” termine gentile che al volgo si traduce con cecchino. Ma la vicenda del fantomatico Ross Crane dà alcuni spiragli sul rapporto che hanno con le armi. E di conseguenza con il rapporto con la vita. È ovvio che stiamo parlando di situazioni particolari, di quando Crane inquadra nel suo mirino telescopico degli afghani cercando di capire se siano talebani da uccidere o contadini che stanno seminando (e che per questo scavano nella terra). È giusto sparare? Come distinguere i due ceppi se sono praticamente indistinguibili? Se fossimo in Occidente, un mucchio di sassi al bordo di una strada farebbe muovere idee di possibili attentati. Ma l’Afghanistan è tutto un mucchio di sassi, anche nelle grandi città. Poi torniamo nel Texas, dove ora Crane addestra altri cecchini. Ed ha un mini-arsenale alla porta di casa. E legge riviste di armi. Quando spara si sente la coscienza a posto davanti alla nazione e a Dio onnipotente. È questo il modo di vivere? Ci si chiede come sia possibile la nascita di una mentalità così intimamente sospettosa dell’altro. Che spinge a liberalizzare il possesso individuale di fucili, pistole e bombe varie. E poi ci meravigliamo di Columbine o del massacro al cinema di Batman! E non ci meravigliamo che il nostro cecchino si chieda perché qualcuno ha deciso di far nascere le religioni monoteistiche in un posto così poco accogliente come il Medio Oriente, invece di scegliere, che so, la Svizzera. Il secondo poi è ancora più legato al sentimento militare imperante, e ad alcune modalità della guerra moderna che non mi erano chiare e che mi hanno spaventato. Si parla di “drone”, cioè di avio-robot guidati dall’uomo, della classe “Predator”. L’uomo a terra guida il robot che vola, che trasporta armi, che gira sulle zone di guerra, e che, vedendo obiettivi sensibili, lancia granate ed altre micidiali bombe. Forse si può perdere il “drone” ma l’uomo è al sicuro. E fin qui niente di nuovo. Quello che non sapevo e che mi ha realmente spaventato, è il fatto che l’uomo che guida questi robot, quasi una sorta di video-gioco super costoso e super-tecnologico, si trova ben lontano dalla zona di guerra. Nella fattispecie, i robot girano sempre nelle zone di guerra tra Iraq ed Afghanistan. E gli uomini al comando sono … in America. Tutto quello cui devono stare attenti è il ritardo del segnale di circa due secondi, dovuto alla distanza dall’obiettivo reale. Ma lo scenario da guerra futura è impressionante. Uno sforzo tecnologico per far sì che la guerra si trasformi realmente in un immenso videogioco. Mi viene in mente quel bellissimo film (War Games) dove tutto era gestito da un computer che poi “impazzisce” e rischia di scatenare una disastrosa guerra mondiale. Perché lui, il computer, pensa che sia un gioco. E va scolpita nella pietra quella frase finale: l’unico modo di vincere questo gioco è … non giocare. Ecco, cerchiamo di scolpirci in fronte questa frase, e cerchiamo di farla capire a tutti gli imbelli portatori di guerre!

    ha scritto il 

  • 0

    La seconda parte è sui droni... Una pagina (non so quale perché l'ho letto in ebook) è devastante e surreale... Si parla di un tipo che a Las Vegas massacra di bombe non so quanta gente in Afganistan, poi, terminato il suo turno da operatore monta in macchina e si ritrova imbottigliato nel traffi ...continua

    La seconda parte è sui droni... Una pagina (non so quale perché l'ho letto in ebook) è devastante e surreale... Si parla di un tipo che a Las Vegas massacra di bombe non so quanta gente in Afganistan, poi, terminato il suo turno da operatore monta in macchina e si ritrova imbottigliato nel traffico durante il ritorno a casa. A quanto pare è questa la guerra che si fa là adesso...

    ha scritto il 

  • 4

    Brevissimi reportage/inchieste di un giornalista che sa riflettere e sa fare le domande giuste. Già le opere precedenti lo presentavano come un acuto osservatore di eventi critici; ora in questi due brevi articoli raccolti nel volumetto di Adelphi siamo davanti a un quadro raggelante sia di narra ...continua

    Brevissimi reportage/inchieste di un giornalista che sa riflettere e sa fare le domande giuste. Già le opere precedenti lo presentavano come un acuto osservatore di eventi critici; ora in questi due brevi articoli raccolti nel volumetto di Adelphi siamo davanti a un quadro raggelante sia di narrazione in se' sia di domande che scaturiscono dai fatti narrati. Raggelante e inquietante soprattutto per l'aspetto di impatto sul futuro. e se la storia dei cecchini è in fondo una storia in qualche modo nota, quella dei droni è una finestra davvero inquietante sul futuro.

    ha scritto il 

  • 4

    Poche pagine, molto incisive, da un eccellente reporter. Nel primo pezzo, Langewiesche alterna brani di un'intervista a un tiratore scelto dell'esercito, secondo cui esistono persone malvagie, e quelle che Dio ha mandato sulla terra "capaci di ucciderle, così che il mondo possa vivere in pace", c ...continua

    Poche pagine, molto incisive, da un eccellente reporter. Nel primo pezzo, Langewiesche alterna brani di un'intervista a un tiratore scelto dell'esercito, secondo cui esistono persone malvagie, e quelle che Dio ha mandato sulla terra "capaci di ucciderle, così che il mondo possa vivere in pace", con sorprendenti dati statistici (in Vietnam, l'esercito americano ha sparato in media 50 mila colpi per ogni nemico ucciso, ma ogni tiratore scelto ha ucciso un nemico ogni 39 colpi sparati). Nel secondo pezzo descrive come i piloti di droni vengano addestrati a uccidere figurine digitalizzate che, a migliaia di chilometri di distanza, sono persone reali. La parola "iperrealista" compare più volte nelle recensioni di questo bel libro, ma temo che "realista" sia più adatta.

    ha scritto il