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Estensione del dominio della manipolazione

Dalla azienda alla vita privata

Di

Editore: Mondadori

3.9
(119)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 202 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8804591293 | Isbn-13: 9788804591290 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Non-fiction , Philosophy , Social Science

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Descrizione del libro
Come le moderne teorie di management condizionano le nostre vite: un pamphlet feroce e radicale.
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    Quando lo spirito critico difetta…

    La società liberale, nel suo divenire, ha portato alla luce una sorta di “iperindividualismo”: gli effetti sono visibilmente devastanti, ma gli occhi umani tendono alla cecità, se calati in un contest ...continua

    La società liberale, nel suo divenire, ha portato alla luce una sorta di “iperindividualismo”: gli effetti sono visibilmente devastanti, ma gli occhi umani tendono alla cecità, se calati in un contesto di apparente, vertiginoso cambiamento. Dal paternalismo, all’individualismo: dalla padella, alla brace. Ognuno basti a se stesso, è il nuovo, mellifluo motto. I nuovi eroi sono i manager, avvezzi al rischio per (falsa) definizione: il lato oscuro di questi (falsi) eroi sta nel fatto che risultino sempre propensi a sacrificare gli altri, e mai se stessi. L’universo occidentale s’è intriso di puritanesimo, con il suo carico di “vizi privati e pubbliche virtù”. Si è smarrita la fiducia nell’altro, e il senso di collettività è stato distrutto dalla “nuova” società capitalistica. Il lavoro è diventato totem, e l’uomo s’è ritirato, nonostante le sofferenze. Va da sé che anche per il lavoro si è ricorso al subdolo scambio concettuale tra mezzo e fine. Con successo. Auguri a tutti!
    La mentalità “da piccolo bottegaio” si è man mano estesa dalle imprese agli individui: le librerie son piene di testi che inneggiano alla fantastica (…) sovrapposizione tra vita privata e lavoro. Il senso d’invito alla disgregazione non dovrebbe lasciar dubbi, ma così non è. Inoltre, l’individuo (o il gruppo), ha sempre pronto l’alibi della “ragion di stato” per alleggerire la propria egoistica condizione, e allontanare da sé l’umanità di troppo idealistica concezione: “egoismo”, oggi, tuttavia, potrebbe essere stato sostituito dal concetto di “autostima”, con triplice avvitamento di significato incluso.
    La velocità d’esecuzione in tema di cambiamenti è diventata un’altra, nuova, caotica dottrina, trasfusa dall’impresa all’individuo. Siamo in pieno campo sofistico: l’ambiguità di linguaggio è ciò che produce concetti soltanto formalmente logici.
    Interessante la trasposizione, ipotizzata dalla Marzano, dal credo-religioso a un nuovo credo, che pure preveda una sorta d’inferno ai recalcitranti. Plausibile, direi. Ovviamente, e questa ne sarebbe una riprova, i primi a essere triturati da una sorta di compattatore (a marca “pensiero positivo”) sarebbero coloro i quali stigmatizzano le incoerenze di un simile credo.
    Nel libro è un vasto excursus sulle varie organizzazioni del lavoro succedutesi nel tempo. La focalizzazione su toyotismo e produzione just in time è al solito illuminante: non credo sia disonesto affermare che si sia trattato di rimbalzare alcune responsabilità, dall’alto verso il basso, tramite un fittizio cambio di status del lavoratore. Da una forma di collettività solidale, a una fetida autonomia della flessibilità.
    Una stigmatizzazione semantica mi è apparsa altrettanto doverosa, quanto intelligente: le due parole “risorse umane”, introdotte nel linguaggio aziendale, non hanno avuto l’invece auspicabile potere di creare una folla di indignados. Mercificazione dell’individuo, e strumentalizzazione del linguaggio. Vi par poco? Nel libro è un nemmeno troppo velato invito a visionare la pellicola “Risorse umane”, di Laurent Cantet, uscito nelle sale nel 1999.
    Secondo l’autrice, in certi casi, esiste oggi una certa somiglianza con organizzazioni autodisciplinantesi di epoca nazista. La Marzano cita, infatti, gli arbeitsfronten tedeschi. Pure è citato un film, tratto dall’omonimo romanzo (“La question humaine”), dove s’insinua il dubbio che il moderno management si rifaccia a vere e proprie tecniche naziste di manipolazione e contaminazione del linguaggio. Una grossolana esagerazione, si supporrebbe. Siamo, comunque, in presenza del quasi totale annullamento della solidarietà, come diretta conseguenza del miraggio che il lavoro soltanto possa garantire l’autorealizzazione dell’individuo. L’argomento “crisi” risulta, peraltro, in questo contesto di melliflue capriole comunicative, strettamente collegabile con la libertà di licenziare i soggetti scomodi, ovvero di spingerli alle dimissioni mediante pratiche normalmente poco accettabili. Crisi come alibi, dunque, per consentire alle aziende di formare eserciti di “obbedienti”, anche mediante la somministrazione di dosi crescenti di paura.
    La mia analisi del pensiero della Marzano, attraverso quest’altro suo libro, può fermarsi qui. Talvolta, nei salotti letterari buoni e meno buoni, si tende a cassare il lavoro degli accademici come impalpabilmente teorico, deprivato della forza propria dell’applicabilità reale. Peggio ancora: se nel trituratore di reputazioni altrui accade vi finisca una persona qualunque, disarmata pure del titolo di “addetto ai lavori”, apriti cielo! Quale ghiotta occasione per una rissa verbale, in qualche salotto reale, o in certi forum altisonanti! Proprio come nei programmi d'approfondimento/intrattenimento in tv. Si è smarrita la solidarietà, certamente, ma pure l’umiltà, l’autocritica, la pacatezza nello scambio d’idee… beh, non direi possano ancora considerarsi diffuse.

    ha scritto il 

  • 0

    Estensione del dominio della manipolazione

    Il tema trattato dalla Marzano é di quelli che periodicamente ci fanno tirare il freno a mano per capire a che punto del nostro percorso, come collettività umana, siamo giunti. Si tratta dei valori – ...continua

    Il tema trattato dalla Marzano é di quelli che periodicamente ci fanno tirare il freno a mano per capire a che punto del nostro percorso, come collettività umana, siamo giunti. Si tratta dei valori – e di conseguenza dell’applicazione di modelli – che contraddistinguono il nostro vivere sociale. Domande come quelle che si pone la Marzano, a dire il vero stanno diventando via via più frequenti nel mondo intellettuale dell’Occidente e, i problemi e l’approccio ad essi, tracimano anche in altre forme di rappresentazione della realtà. Sarà perché é da un pò di tempo che siamo bloccati nell’acritica ammirazione di un modello economico e sociale (ormai l’unico) che periodicamente ci tiene in sospeso con crisi da cardiopalma. L’autrice, italiana ma francese acquisita, può essere definita come un “cervello in fuga” dalla nostra realtà, talora molto asfittica per le persone di talento, in qualsiasi campo lo esercitino.

    L’autrice parte dalla constatazione che il pensiero manageriale esca dal proprio ambito per riversarsi nelle altre sfere dell’esistenza. Nel libro si ripercorrono le fasi di questa “invasione di campo” che inizia negli anni ’80 negli USA ma che viene importato con entusiasmo (e senso di necessità) in Europa occidentale. Si parte quindi dall’ideologia del “self made man”, per indagare I costi della stessa, insiti nell’affermazione “imporsi agli altri a qualunque prezzo”.

    Poi, con una carrellata di argomenti altamente esplicativi, la Marzano pone l’accento sul lavoro che da mezzo e completamento di vita ne é diventato il fulcro centrale, insostituibile ed emarginatore. Il lavoro non rende liberi, dunque. Ma é meglio così altrimenti ci troveremmo all’entrata di un campo di concentramento. E mentre il confine tra sfera pubblica a privata diviene sempre più sottile ad esclusivo vantaggio della produzione e quindi del lavoro, la presunta responsabilizzazione del lavoratore appare per quello che realmente é: scaricamento verso il basso delle problematiche insite nei processi produttivi, nelle relazioni aziendali, eccetera. Interessante infine ciò che riguarda la politica che, secondo l’autrice, ha sposato totalmente l’impostazione manageriale del sistema economico o, per usare un’altra metafora, ne é stata totalmente inglobata? La situazione così ben delineata dalla Marzano non sarà forse figlia di questi quasi 30 anni di pensiero unico?

    ha scritto il 

  • 4

    Oh Dio della Ragione e del Buon senso, liberaci dai nuovi profeti del managment, dai guru della comunicazione e dai sofisti del coach e rimetti a noi il nostro lavoro così come noi ci rimettiamo con i ...continua

    Oh Dio della Ragione e del Buon senso, liberaci dai nuovi profeti del managment, dai guru della comunicazione e dai sofisti del coach e rimetti a noi il nostro lavoro così come noi ci rimettiamo con il nostro stipendio (quando c'è). Ma soprattutto fa che esistano sempre autori fuori dal coro come Michela Marzano che con i loro libri ci illuminano sul sentiero della "liberazione". Amen e a Avoin!

    ha scritto il 

  • 2

    Non condivido a tratti il pensiero dell'autrice, troppo estremista a volte, per il resto si legge bene e rivela fatti che a volte sono poco noti ma comunque molto importanti e significativi.
    Studiato ...continua

    Non condivido a tratti il pensiero dell'autrice, troppo estremista a volte, per il resto si legge bene e rivela fatti che a volte sono poco noti ma comunque molto importanti e significativi.
    Studiato come testo a scelta per l'esame di psicologia del lavoro e delle organizzazioni.

    ha scritto il 

  • 4

    Interessante

    Studiato in concomitanza di un esame di psicologia del lavoro, ma trovato interessante e meritevole di ulteriori riletture.
    Una critica particolarmente accesa al management moderno, al coaching ed all ...continua

    Studiato in concomitanza di un esame di psicologia del lavoro, ma trovato interessante e meritevole di ulteriori riletture.
    Una critica particolarmente accesa al management moderno, al coaching ed alla filosofia lavorativa del "tutto dipende da te" (compreso il fallimento!)
    Gradevole e ben ponderato, anche se talvolta l'autrice mi pare un pò troppo estremizzante e radicale nelle sue teorie.
    Ma d'altra parte, andrebbe preso anche come provocazione.

    ha scritto il 

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    La Marzano è molto deludente. Trito e ritrito, non una parola nuova, non suscita una riflessione per chi abbia un po' di familiarità con l'argomento. Il titolo è molto bello. Immagino che i suoi libri ...continua

    La Marzano è molto deludente. Trito e ritrito, non una parola nuova, non suscita una riflessione per chi abbia un po' di familiarità con l'argomento. Il titolo è molto bello. Immagino che i suoi libri di filosofia siano più interessanti ma mi è passata la voglia di esplorarli.

    ha scritto il 

  • 3

    Il libro è un grido d'allarme, un j'accuse polemico e sferzante, nei confronti del nuovo management aziendale manipolatore, che si impone sui lavoratori pervadendone la vita privata, pretendendo di mo ...continua

    Il libro è un grido d'allarme, un j'accuse polemico e sferzante, nei confronti del nuovo management aziendale manipolatore, che si impone sui lavoratori pervadendone la vita privata, pretendendo di modificarne la personalità (allenandoli ad esserli performanti, efficienti...) a tal punto che un fallimento sul lavoro oggi si trasforma in un cataclisma della propria identità: sbagliare sul lavoro, come capita a tutti, si trasforma sempre più nell'"essere sbagliati". Senza considerare le forze o gli eventi che noi non possiamo controllare e che non dipendono da noi. Leggendolo, ho pensato che purtroppo una persona oggi non si definisce piú per quello che è, ma per quello che fa. Appena ci conosciamo, ancor prima di parlare di noi, di descrivere la nostra essenza, ci diciamo "cosa fai?" e ci qualifichiamo in base al luogo in cui lavoriamo o alla professione che svolgiamo. Quello lavora da Ernst&young, quello è un avvocato di Nctm. Passiamo più tempo a cercare un lavoro e poi a lavorare, che a cercare noi stessi, e a pensare a chi siamo. Il libro ci mette in guardia e ci aiuta a non perdere la bussola. E ci ricorda che scoprire la propria personalità, e far si che non venga plagiata e manipolata da chicchessia, è il lavoro migliore che ciascuno di noi può intraprendere.

    ha scritto il 

  • 4

    E' il libro che molti di noi avrebbero voluto scrivere per il motivo molto semplice che lavorando sono incappati nelle trappole degli psicologismi manageriali da quattro soldi.
    In sé La Marzano non di ...continua

    E' il libro che molti di noi avrebbero voluto scrivere per il motivo molto semplice che lavorando sono incappati nelle trappole degli psicologismi manageriali da quattro soldi.
    In sé La Marzano non dice nulla di complicato, una verità lapalissiana. Eppure, non è meno vera perché è semplice. Sembra offensivo dire che un'azienda lavora per il profitto e che questo è il suo fine, che deve risparmiare per massimalizzare i profitti e che ogni problema (umano o meno) deve essere superato in virtù di questo obiettivo; il dirlo ha un effetto liberatorio. Sopratutto riporta il gioco degli interessi (contrapposti) alla loro giusta prospettiva. Il manager non vuole discutere di obiettivi ma di mezzi e poi ti fa ricadere l'insuccesso sulle tue spalle (un po' come Stalin con i piani quinquennali), mezzo sottile per scaricare gli effetti nocivi sul lavoratore (razionalizzazione cioè licenziamento, mobbing e depressione se ti va bene). Sarebbe ora che ciascuno guardasse ai propri interessi (parlo dei lavoratori poiché l'imprenditore ed i suoi manager li conoscono benissimo) e guardasse ai propri compagni di sventura (i colleghi) per muoversi orizzontalmente secondo la classica linea proto-sindacale che questi azzeccha-garbugli imbevuti di psicologia d'acciacco vedono come fumo negli occhi.
    Leggetelo (se siete dipendenti di un'azienda) e cominciate ad ascoltare i vostri superiori. Vi farà un gran bene.

    ha scritto il 

  • 5

    Le parole assomigliano a piccole dosi di arsenico: le assumiamo senza curarcene, sembrano del tutto innocue, ed ecco che dopo qualche tempo il loro effetto tossico si fa sentire.

    Victor Klemperer

    Un ...continua

    Le parole assomigliano a piccole dosi di arsenico: le assumiamo senza curarcene, sembrano del tutto innocue, ed ecco che dopo qualche tempo il loro effetto tossico si fa sentire.

    Victor Klemperer

    Un libro tutto dedicato all'importanza della parola, alle trappole sofistiche che il linguaggio manageriale utilizza sempre più spesso e alle ripercussioni che queste hanno sugli individui.
    Una volta capito il trucco e svelate le contraddizioni alla base del moderno linguaggio manageriale, adottato sempre più spesso anche dalla nuova figura del life coach, diventa più facile liberarsi dal giogo del 'vivere per lavorare'.

    Una sola domanda resta irrisolta: come abbiamo potuto permettere che si arrivasse fino a questo punto?
    Forse solo quando ci sveglieremo dallo schiavismo condiscendente in cui ci troviamo potremo nuovamente tornare a 'lavorare per vivere'.

    ha scritto il 

  • 3

    Manipolazione e creazione di senso

    Consolatorio: Ah ma allora non sono solo io ... e se non aderisco completamente ai Valori e al Senso che mi propongono non è detto che ci sia qualcosa di sbagliato in me...

    Semplice: perchè i concetti ...continua

    Consolatorio: Ah ma allora non sono solo io ... e se non aderisco completamente ai Valori e al Senso che mi propongono non è detto che ci sia qualcosa di sbagliato in me...

    Semplice: perchè i concetti alla base della manipolazione e della persuasione sono tanto più efficaci quanto più sono semplici

    Chiarificatore: perchè espone in modo chiaro, ordinato e razionale quanto normalmente viene percepito a livello emotivo

    Consigliato: ai giovani che cercano di entrare nel mondo del lavoro, a chi il lavoro ce l'ha e vive questa realtà nello stillicidio propagandistico quotidiano, a chi il lavoro ce l'aveva ....

    Test finale: e TU ... a quale categoria appartieni?

    1- I furbi veri, pochissimi, i burattinai, i farabutti

    2- Quelli che si fanno convincere, tanti, sorprendemente più numerosi di quanto si possa immaginare

    3- Quelli che si credono furbi, ma in realtà sono solo le marionette migliori al soldo dei burattinai, purtroppo (credo) la categoria più numerosa ... "La miglior finezza è quella di saper fingere di cadere nelle trappole che incontriamo, e mai siamo così ben ingannati come quando crediamo di ingannare gli altri..."

    ha scritto il 

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