Extinción

Un desmoronamiento

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Publisher: Alfaguara

4.5
(206)

Language: Español | Number of Pages: 482 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , English , French

Isbn-10: 8420422444 | Isbn-13: 9788420422442 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature

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Book Description
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  • 5

    (Con uno scatto finale di 120 pagine lette ieri sera-stanotte, ho finalmente terminato la rilettura. Un gigante Bernhard, con la sua prosa vertiginosa, un libro scritto per estinguere ciò che ci estin ...continue

    (Con uno scatto finale di 120 pagine lette ieri sera-stanotte, ho finalmente terminato la rilettura. Un gigante Bernhard, con la sua prosa vertiginosa, un libro scritto per estinguere ciò che ci estingue, un libro che mi ha dato la conferma, scontata, che rileggere certi testi è, per me, un piacere-dispiacere-diritto-dovere, di sicuro non una perdita di tempo. Bernhard si auto-presenta e non ho da aggiungere molto al suo romanzo, ma una cosa in particolare mi ha colpito, nel corso di questa rilettura: quando l’avevo letto la prima volta, io non conoscevo Ingeborg Bachmann, scrittrice-poetessa. Ecco, adesso, rileggendo “Estinzione”, ho capito che Maria, una dei pochi personaggi a salvarsi dalla furia estintiva di Bernhard, è lei, Ingeborg. E questa cosa, beh, mi ha commosso, se ancora mi è possibile usare questa parola. Fine. Anzi, Estinzione. Adesso sotto con Roberto Bolaño.)

    “Tradiamo senza sosta noi stessi, quando preferiamo gli altri, quando per così dire li rendiamo migliori di quanto in definitiva non siano, ho pensato. Facciamo un torto a loro, quando per così dire ci dichiariamo dei loro, e intanto facciamo un torto a noi stessi in maniera ben più ripugnante, perché facciamo un torto a noi in loro favore e contro di noi. Ma non ci riesce del tutto di restare noi stessi e di stare insieme a loro, solo così di rado ci riesce, in ogni caso, che non ci si può fare affidamento, che non conta nulla. Quando siamo insieme a loro ci spogliamo per lo più di tutto quanto ci connota, cosa che loro subito avvertono e di cui tengono conto a nostro danno, al che noi non abbiamo più la stessa sicurezza che avevamo nel momento in cui abbiamo iniziato il nostro gioco con loro, perché è sempre solo un gioco, null’altro, quando crediamo di dover essere loro perché provavamo per loro un desiderio struggente, perché non sopportiamo più noi stessi, e loro invece ci appaiono ideali. Questo errore a vita ci umilia.”

    “Quando riusciamo a cogliere l’intera situazione, siamo d’un tratto completamente soli e non abbiamo neppure una persona, mi dissi (...) Desidero sempre, con ardore, la solitudine, ma quando sono solo sono il più infelice degli uomini. Non sopporto la solitudine e ne parlo in continuazione, predico la solitudine e la odio dal profondo, perché rende infelici come nessun’altra cosa, come so, e già ora comincio ad accorgermene, predico la solitudine, per esempio a Gambetti e so benissimo che la solitudine è il più tremendo dei castighi. Dico a Gambetti, Gambetti, il bene più alto è la solitudine, perché mi atteggio a suo filosofo, ma so benissimo che la solitudine è il più tremendo dei castighi. Soltanto un pazzo fa l’elogio della solitudine, ed essere completamente soli non significa altro, alla fine, che essere completamente pazzi, pensai, e ripresi a camminare in direzione inversa.”

    “Hai amato queste persone finché loro ti hanno amato, e le hai odiate dal momento in cui loro ti hanno odiato. Com’è naturale, non ho mai pensato che sarei loro sopravvissuto; al contrario, ero sempre stato dell’avviso che un giorno sarei stato io il primo a morire. La situazione che si è ora instaurata è quella a cui non ho mai pensato, a tutte le altre situazioni possibili ho sempre continuato a pensare, a questa mai. Molto spesso avevo immaginato e molto spesso anche sognato di morire, di lasciarmeli alle spalle, di lasciarli soli senza di me, di averli liberati di me morendo, mai che sarebbero stati loro a lasciarmi. Il fatto che ora siano morti loro e non io, era per me al momento non solo il più imprevisto che si potesse concepire, era per me la cosa sensazionale. Quell’elemento sensazionale, la natura sensazionale di quell’evento elementare era ciò che mi traumatizzava, non, in sé, il fatto che ora fossero morti, e morti in maniera irrevocabile.”

    said on 

  • 5

    L'Estinzione del Tempo

    La valenza catartica del titolo, già di per sé anche troppo evidente, apparirà ancora più pregnante alla fine del romanzo. Rimasto unico erede di una famiglia, che non ha mai fatto mistero delle propr ...continue

    La valenza catartica del titolo, già di per sé anche troppo evidente, apparirà ancora più pregnante alla fine del romanzo. Rimasto unico erede di una famiglia, che non ha mai fatto mistero delle proprie simpatie per il nazionalsocialismo (per Bernhard sempre associato e rafforzato dalle collusioni con il cattolicesimo), Franz Joseph lascerà ogni suo bene al suo amico fraterno Eisenberg, con cui ha diviso gli studi, le passioni e la giovinezza, e ormai capo della Comunità Israelitica di Vienna, estinguendone dunque il Male endemico in questa sorta di gesto riparatore delle orribili atrocità della Storia. Estinzione si rivela dunque, infine, una sorta di antifrasi della Recherche: non più la ricerca, e l’edificazione della cattedrale de ricordo, ma l’Estinzione del Tempo, in una sorta di buco nero in cui la materia narrativa collassa per essere poi definitivamente inghiottita dall’oblio assieme al Narratore come, ormai di lì a poco, allo stesso autore (Thomas Bernhard morirà infatti nel 1989, sei anni dopo la morte del suo personaggio e tre dopo la pubblicazione del romanzo).

    https://costellazioniletterarie.wordpress.com/2017/01/04/lestinzione-del-tempo-thomas-bernard-e-marcel-proust/#more-3067

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  • 5

    Estinzione. Uno sfacelo.

    Ultimo, fondamentale romanzo di Thomas Bernhard che, nel ricordo, elabora fino al totale annullamento ed estinzione ciò che è stato.
    Diviso in due parti: "Il telegramma" e "Il testamento" rappresenta ...continue

    Ultimo, fondamentale romanzo di Thomas Bernhard che, nel ricordo, elabora fino al totale annullamento ed estinzione ciò che è stato.
    Diviso in due parti: "Il telegramma" e "Il testamento" rappresenta per l'autore il pretesto, al verificarsi di un avvenimento fortemente drammatico, per indirizzare le proprie invettive su tutto ciò che rappresenta l'origine: il luogo di nascita e la famiglia di provenienza che, anche in questo caso, viene descritta come la principale fonte di annientamento dell'individuo.
    Feroce verso le sorelle e la madre, e sarcastico nei confronti del cognato, il fabbricante di tappi di bottiglie, il quale, nel giorno delle nozze, è costretto dalla futura moglie e sorella del protagonista, ad indossare la giacca tradizionale con cui era stato, anni prima, composto nella bara il vecchio di zio.
    E non ultimo, atto di condanna senza mezzi termini del nazional-socialismo e dei collaborazionisti, i genitori davanti a tutti, che avevano ospitato e nascosto membri della gestapo.
    Finale senza precedenti, dove il protagonista, con un atto oltre l'immaginabile, riesce ad espiare e purificare le macchie che gravano sulla famiglia.
    Stupendo!

    "...e agli occhi di Gambetti ho sminuito mio cognato ad un punto tale che io stesso, poi, ne ho provato imbarazzo, e ho detto a Gambetti,-sono costernato per la mia meschinità-, scusandomi però daccapo, subito dopo, per quella ripugnate espressione -sono costernato-..."
    "Doveva essere pensato, mi dissi, come tanti altri pensieri, che non vogliono essere pensati ma devono essere pensati."

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  • 5

    "Trascorriamo la vita a comprendere noi stessi e non ci riusciamo, come possiamo credere di arrivare a comprendere qualcosa che non siamo neanche noi?" - pag. 126

    "Sottrarsi, sottrarsi a tutto, non av ...continue

    "Trascorriamo la vita a comprendere noi stessi e non ci riusciamo, come possiamo credere di arrivare a comprendere qualcosa che non siamo neanche noi?" - pag. 126

    "Sottrarsi, sottrarsi a tutto, non avevo più altro pensiero" - pag. 489

    Non è un libro che si può commentare o recensire, è un libro che dev'essere letto e riletto perché, come scrive Bernhard stesso, "trovo che non sia male il metodo di leggere una seconda volta gli scrittori che abbiamo letto una volta e che ci hanno segnato, perché a quel punto o sono quelli ancora più grandi, ancora più importanti, oppure non val la pena più parlarne" - pag. 111

    Ipse dixit.

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  • 5

    Pur di provare sollievo non esitiamo a camminare sui cadaveri

    Per quasi 500 pagine seguiamo i pensieri di un uomo che, appena appresa la notizia della morte improvvisa dei genitori e del fratello, non fa altro che sputare veleno sulla propria famiglia - persone ...continue

    Per quasi 500 pagine seguiamo i pensieri di un uomo che, appena appresa la notizia della morte improvvisa dei genitori e del fratello, non fa altro che sputare veleno sulla propria famiglia - persone realmente abiette in effetti, con cui ha sempre avuto rapporti altamente conflittuali - e sulle proprie origini. E in definitiva, su se stesso. Uno sfacelo, per l'appunto, come recita il sottotitolo.

    Lo stile di Bernhard, in questa sorta di monologo interiore (appena intervallato da azioni ed eventi, sempre vissuti attraverso lo specchio deformante del mondo interiore del protagonista), è ossessivo, esagerato, martellante, lucido e folle allo stesso tempo, tanto da raggiungere talvolta effetti comici e grotteschi che alleggeriscono la tensione di questo flusso di pensieri crudi, acidi, altamente tossici.

    "Talvolta quel fanatismo dell'esagerazione, quando riesco a farne un'arte dell'esagerazione, è la sola possibilità per salvarmi dalla miseria della mia disposizione d'animo, dal mio tedio spirituale [...]
    Sopportare l'esistenza [...] renderla possibile con l'esagerazione, infine con l'arte dell'esagerazione."

    Bernhard sembra essere in grado di riprodurre esattamente quello stato della mente in cui dentro di noi montano l'ansia, l'acredine, la rabbia verso il mondo circostante - e in definitiva verso noi stessi. C'è tutto il campionario, qui, di quei pensieri deleteri con cui tipicamente, come si suol dire, ci si fa il "sangue amaro".
    E sono tutti crudelmente veri, non c'è che dire. Nulla sfugge alla furia devastatrice di Bernhard, alla sua volontà di estinzione. Qui sta la bravura dell'autore, in questo connubio senz'altro impressionante tra lucida consapevolezza e delirio, tra comico e tragico, maestria davanti a cui mi inchino (per poi fuggire un po' spaventata).

    "Se, anche soltanto nella nostra testa, osserviamo per qualche tempo una persona, per amabile che sia [...] questa da buona diventa a poco a poco cattiva, noi non lasciamo la presa finché della persona buona, amabile, non ne abbiamo fatta una cattiva, spregevole, quando ci torna comodo, perché siamo disposti a tale sopruso, così come siamo disposti a ogni sorta di sopruso, pur di salvarci per esempio da stati d'animo terribilmente tormentosi, nei quali siamo precipitati senza sapere perché. [...] Non ce la caviamo più con la lettura, non più camminando avanti e indietro, non più guardando dalla finestra, e allora dobbiamo ricorrere ai nostri più cari e intimi amici per salvarci da uno stato d'animo impietoso [...] quando uno stato d'animo così impietoso arriva a impossessarsi più o meno completamente di me, io passo in rassegna una dopo l'altra tutte le possibili persone per farle a pezzi e massacrarle nella mia testa, disintegrare ogni cosa in loro, per salvarmi, e non lasciare di loro, più o meno, il benché minimo residuo positivo, per poter finalmente tornare a respirare. Quando non erano più i miei genitori e le mie sorelle, perché non mi bastavano più [...] né Johannes e tutti gli altri, allora, con disperazione e coerenza estreme, toccava a me stesso, mi disintegravo da solo a modo mio, un modo che posso soltanto definire il più brutale in assoluto."

    Consiglio, se ve la sentite di affrontarlo, una mezz'ora di meditazione zen dopo ogni sessione di lettura, per riappacificare un po' lo spirito.

    "Desidero sempre con ardore la solitudine, ma quando sono solo sono il più infelice degli uomini. Non sopporto la solitudine e ne parlo in continuazione, predico la solitudine e la odio dal profondo, perché rende infelici come nessun'altra cosa, come so, e già ora comincio ad accorgermene, predico la solitudine per esempio a Gambetti e so benissimo che la solitudine è il più tremendo dei castighi [...] Soltanto un pazzo fa l'elogio della solitudine, ed essere completamente soli non significa altro, alla fine che essere completamente pazzi."

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  • 5

    Dove cercherò di estinguere tutto

    Estinzione è un resoconto sulla nostra infelicità e meschinità, sulla nostra decrepitezza e mancanza di carattere, su quanto abbiamo sotto gli occhi e che, da quando viviamo, ha più o meno reso insonn ...continue

    Estinzione è un resoconto sulla nostra infelicità e meschinità, sulla nostra decrepitezza e mancanza di carattere, su quanto abbiamo sotto gli occhi e che, da quando viviamo, ha più o meno reso insonni le notti della nostra vita, qui mostrata così com’è, nel suo fallimento.

    Estinzione è un testo che annulla ciò che in esso è tracciato, che spegne tutto, veramente ed effettivamente tutto. È una lunga, martellante digressione incorruttibile, l’esito definitivo dello spietato osservare di un uomo inclemente, pronto a spezzare ogni diramazione del falso, ad estirpare le viscere dell’ipocrisia dal corpo vivo dell’umanità.

    In Bernhard trovano spazio solo le immagini reali, il vero. Solo ciò che è assolutamente autentico, per quanto grottesco e repellente possa essere. Rifiutata è la grazia di ogni falsificazione. Largo al concreto, che è triste e meschino e in definitiva mortale. Largo al ripugnante, al disgustoso, all’assurdo nel migliore dei casi, a costo di apparire spietato, forse meschino, com’è giusto che appaia un uomo di pensiero. Attraverso una scrittura radicale, che non dà pace, che perseguita giorno e notte, così come non da pace e perseguita giorno e notte il dramma della vita, Bernhard ci getta in faccia la nostra stessa sporcizia, contro il trionfo dell’insensatezza della nostra ridicola esistenza.

    La verità è un veleno necessario.

    P.S.
    A quest’epoca social gonfia di esibizionismo e ossessionata dall’immagine, perlopiù popolata da uno spaventoso grumo di persone oppresse dal bisogno di mostrarsi, persone sempre e soltanto in posa mentre simulano felicità e spontaneità, riducendosi così a smorfie perverse di se stesse, a quest’epoca, dicevo, riservo alcune illuminanti, attualissime parole, sfilate dalle pagine di Estinzione:

    Disprezzo quelli che fotografano di continuo. Fotografano tutto, anche le cose più insensate. Non hanno altro in testa se non esibire se stessi e sempre nella maniera più ripugnante, senza però esserne consapevoli. Nelle loro foto catturano un mondo perversamente deformato, che col mondo vero non ha niente in comune se non la perversa deformazione di cui si sono resi colpevoli. Fotografare è una mania meschina da cui è contagiato a poco a poco l’intero genere umano, perché della deformazione e della perversità è non solo innamorato, ma addirittura pazzo e col tempo, a forza di fotografare, scambia in effetti il mondo deformato e perverso per l’unico vero. Nelle loro fotografie le persone sono marionette ridicole, stravolte, anzi storpiate fino a diventare irriconoscibili, che, ottuse e disgustose, fissano spaventate il loro ignobile obiettivo.

    Come mai a coloro che si fanno fotografare viene sempre in mente di voler apparire felici nelle fotografie che li mostrano, in ogni caso non così infelici come invece sono? Tutti vogliono di continuo essere ritratti come belli e felici. Si rifugiano dentro la fotografia, si riducono deliberatamente alla fotografia che, con una falsificazione totale, li mostra felici e belli o se non altro meno brutti e meno infelici di quanto non siano. Esigono dalla fotografia la loro immagine sognata e ideale, e non rifuggono da alcun mezzo, sia pure la più atroce delle deformazioni, pur di creare in una foto quell’immagine sognata e ideale. Non si accorgono affatto di quanto sia spaventoso e terribile il modo in cui, in ogni caso, si compromettono. Nelle loro case appendono le fotografie che si son fatti fare, un mondo bello e felice che in verità è il più brutto e il più infelice e il più bugiardo. Per tutta la vita fissano le loro immagini belle e felici appese alle pareti e provano soddisfazione, quando invece dovrebbero provare solo orrore. Ma non pensano, e questo li salva dalla terribile scoperta che sono brutti, infelici e bugiardi.

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  • 4

    i mille volti della scrittura

    Il protagonista abita a Roma, lontano dall'Austria, terra natìa.
    Arriva un telegramma: i genitori ed il fratello sono morti in un incidente. Dovrebbe esserci disperazione, tristezza, ma non è così.Il ...continue

    Il protagonista abita a Roma, lontano dall'Austria, terra natìa.
    Arriva un telegramma: i genitori ed il fratello sono morti in un incidente. Dovrebbe esserci disperazione, tristezza, ma non è così.Il telegramma diventa, invece, motivo per sviscerare rabbia ed odio. Nulla ha scampo: la famiglia in primis è dichiarata morta. Le convenzioni sono carta straccia da bruciare. L'attaccamento ai soldi, la "recita" del lavoro, il lusso non condiviso (nella tenuta di famiglia ci sono ben 5 biblioteche che rimangono chiuse a chiave!!): non meritano che disprezzo.
    Wolfseg (il villaggio dove è nato)è il fulcro del disprezzo. Ma è tutta la patria intera ad essere denigrata. La società e la cultura mitteleuropea sono da bruciare ("perchè i mitteleuropei si comportano come marionette").
    Il romanzo è quindi una sorta di lungo monologo dove ricordare non serve a trattenere il passato racchiuso in un immagine, un odore, un colore (Proust) ma, al contrario, la rievocazione ha la funzione di estinguere ciò che è stato come se le parole producessero un fuoco catartico. La scrittura stessa diventa mezzo per fare tutto a pezzetti: uno sfacelo!!
    Un'ottimo romanzo per riflettere. Sconsigliato a chi cerca l'azione.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Nella ricca famiglia proprietaria del Castello di Wolfseeg, in alta Austria, c'è una pecora nera. Il suo nome Franz Josef Murau, il suo anno di nascita è il 1939.
    Egli odia in modo viscerale Wolfsegg, ...continue

    Nella ricca famiglia proprietaria del Castello di Wolfseeg, in alta Austria, c'è una pecora nera. Il suo nome Franz Josef Murau, il suo anno di nascita è il 1939.
    Egli odia in modo viscerale Wolfsegg, non per il posto che è bellissimo, ma per cosa sono padre, madre, fratello e due sorelle. Averli vicino gli è insopportabile, perciò decide di andare a vivere a Roma.
    Franz Josef, uomo di cultura e d'arte, esprime di continuo la stizza per l'ottusità dei suoi. Si tratta di un sentimento che lo consuma, che gli brucia dentro, che non gli dà pace e quando arriva il telegramma che annuncia la morte improvvisa di padre, madre e fratello rimane impassibile.
    Una notizia inaspettata, solo una notizia e il fastidio di dover tornare a Wolfsegg per una pura questione pratica: con la scomparsa del fratello ora è lui l'erede del feudo.
    Non ci si aspetti un moto di afflizione, un'espressione di costernazione, anzi il disgusto di tutto è immutato se non più marcato.
    E tutto è quel che Wolfsegg rappresenta: una casa enorme in cui non si fa mai entrare la luce del sole, in cui ci sono ben cinque librerie chiuse a chiave da decenni senza che nessuno si sia mai sognato di aprire un libro. L'unico sempre aperto si trova nell'ufficio del padre ed è "il libro dei bilanci".
    A Wolfsegg non si adopera niente, né bicchieri, né poltrone, né armadi, né corridoi.
    Fa parte di quel tutto odiato anche l'abbonamento a teatro, il Natale, i nuovi barbari, la chiesa cattolica e il nazionalsocialismo che vanno sempre a braccetto. Poi la villa dei bambini, infangata dalle adunate di gerarchi nazisti, e la casa dei cacciatori, i cacciatori stessi, i piccioni, i classificatori Leiz.
    L'elenco è senz'altro incompleto, perchè qui "si esercita l'arte dell'esagerazione" e tutto non si può ricordare.
    E ora la famiglia: un padre ottuso, una madre di bambole, un fratello traditore, due sorelle brutte e spione, un cognato insulso, un amico di famiglia e amante della madre.

    In tutto questo marciume, in un posto dove per il compleanno di Hitler, si issava regolarmente la bandiera nazista si salvano in pochi: gli abitanti del villaggio, gente semplice, i giardinieri. Fuori da Wolfsegg, il cugino Alexander che vive in Belgio e che dà asilo agli europei dell'est in fuga dai loro regimi, l'amata amica Maria che vive a Roma, l'allievo Gambetti sempre di Roma e tra tutti l'anarchico zio Georg, che ha avvicinato il nipote all'arte senza forzature, indicandogliene solo l'esistenza. Lo zio Georg, senza il quale niente per lui sarebbe cambiato. Salvati questi, tutto il resto va "estinto".

    "Tutti portiamo una Wolfsegg in noi e abbiamo la volontà di estinguerla per la nostra salvezza, volendo metterla per iscritto vogliamo annientarla, estinguerla. Ma quasi sempre non abbiamo la forza per una tale estinzione."

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  • 4

    Ciak, si spara.

    J'accuse bernhardiano contro tutto e tutti.
    Un libro che parla di morte e dell'incapacità (impossibilità?) di accettare lo status quo. Una lettura a tratti faticosa, un monologo torrenziale dove il pr ...continue

    J'accuse bernhardiano contro tutto e tutti.
    Un libro che parla di morte e dell'incapacità (impossibilità?) di accettare lo status quo. Una lettura a tratti faticosa, un monologo torrenziale dove il protagonista, Franz Josef Murau/Thomas Bernhard, con una prosa ossessiva, fatta di reiterazioni continue quasi fosse lingua parlata, lancia i suoi strali di volta in volta contro la famiglia, l'Austria, la Chiesa, il nazionalsocialismo (ma anche il socialismo per come è stato applicato) e in genere contro tutto quello che gli capita a tiro (ce n'è anche per Goethe e la fotografia intesa come mistificazione della realtà). Il tutto per la volontà di affrancarsi da un mondo che il protagonista rifiuta ma dal quale si sente contagiato, per estinguere quello che è stato, le radici e i valori sui cui si fonda la società e nei quali non si riconosce.
    C'è pochissima azione in questo romanzo, quasi tutto quello che succede avviene “dentro” a Josef Franz. Le sue invettive, i suoi giudizi su persone e istituzioni, non sfociano in conflitto aperto ma rimangono compressi all'interno del suo animo come se anche lui fosse, in fondo, schiacciato dal mondo di convenzioni che vuole distruggere (emblematiche, a questo proposito, le pagine nelle quali corre a spalancare le finestre della dimora di Wolfsegg per lasciare entrare l'aria e la luce e quelli in cui apre le porte delle biblioteche di casa per togliere la polvere ai libri, per farli vivere. Almeno loro).
    Non condividendo gli ideali dei genitori e della società austriaca, Josef Franz prova a costruirsi una vita a Roma, lontano dall'ambiente familiare, ma le morti dei genitori e del fratello lo riporteranno a Wolfsegg, quasi a testimoniare che non è possibile estinguere il proprio passato semplicemente allontanandosi.
    Non si può fuggire, per estinguere è necessario tornare e fare i conti con le proprie radici in maniera definitiva.
    Non si tratterà di un'estinzione indolore, perché Murau/Bernhard è cosciente di essere stato contagiato dall'ambiente e dagli ideali che vuole combattere e sa perfettamente che la strada che ha deciso di percorrere è senza uscita. Non è possibile liberarsi da un mondo di cui si fa parte, distruggere tutto vuol dire distruggere anche se stessi, un vicolo cieco per una conclusione quasi musiliana: pensare significa fallire, agire significa fallire.

    Trovo Bernhard spiazzante, eccessivo. Non si ferma davanti a niente e a nessuno, non fa sconti ne concessioni e intinge la penna nel veleno non tanto per il gusto di provocare quanto per il bisogno di dire quello che sente.
    Aggiungerei che a me Bernhard non fa ridere per niente (come invece ha scritto J. Marias sostenendo che trovava le sue invettive “irresistibilmente e intenzionalmente divertenti”), magari è vero che la tragedia sfocia a volte nel grottesco, ma da qui a ridere...

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