Extinción

Un desmoronamiento

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Publisher: Alfaguara

4.5
(187)

Language: Español | Number of Pages: 482 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , English , French

Isbn-10: 8420422444 | Isbn-13: 9788420422442 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature

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Book Description
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  • 5

    Pur di provare sollievo non esitiamo a camminare sui cadaveri

    Per quasi 500 pagine seguiamo i pensieri di un uomo che, appena appresa la notizia della morte improvvisa dei genitori e del fratello, non fa altro che sputare veleno sulla propria famiglia - persone ...continue

    Per quasi 500 pagine seguiamo i pensieri di un uomo che, appena appresa la notizia della morte improvvisa dei genitori e del fratello, non fa altro che sputare veleno sulla propria famiglia - persone realmente abiette in effetti, con cui ha sempre avuto rapporti altamente conflittuali - e sulle proprie origini. E in definitiva, su se stesso. Uno sfacelo, per l'appunto, come recita il sottotitolo.

    Lo stile di Bernhard, in questa sorta di monologo interiore (appena intervallato da azioni ed eventi, sempre vissuti attraverso lo specchio deformante del mondo interiore del protagonista), è ossessivo, esagerato, martellante, lucido e folle allo stesso tempo, tanto da raggiungere talvolta effetti comici e grotteschi che alleggeriscono la tensione di questo flusso di pensieri crudi, acidi, altamente tossici.

    "Talvolta quel fanatismo dell'esagerazione, quando riesco a farne un'arte dell'esagerazione, è la sola possibilità per salvarmi dalla miseria della mia disposizione d'animo, dal mio tedio spirituale [...]
    Sopportare l'esistenza [...] renderla possibile con l'esagerazione, infine con l'arte dell'esagerazione."

    Bernhard sembra essere in grado di riprodurre esattamente quello stato della mente in cui dentro di noi montano l'ansia, l'acredine, la rabbia verso il mondo circostante - e in definitiva verso noi stessi. C'è tutto il campionario, qui, di quei pensieri deleteri con cui tipicamente, come si suol dire, ci si fa il "sangue amaro".
    E sono tutti crudelmente veri, non c'è che dire. Nulla sfugge alla furia devastatrice di Bernhard, alla sua volontà di estinzione. Qui sta la bravura dell'autore, in questo connubio senz'altro impressionante tra lucida consapevolezza e delirio, tra comico e tragico, maestria davanti a cui mi inchino (per poi fuggire un po' spaventata).

    "Se, anche soltanto nella nostra testa, osserviamo per qualche tempo una persona, per amabile che sia [...] questa da buona diventa a poco a poco cattiva, noi non lasciamo la presa finché della persona buona, amabile, non ne abbiamo fatta una cattiva, spregevole, quando ci torna comodo, perché siamo disposti a tale sopruso, così come siamo disposti a ogni sorta di sopruso, pur di salvarci per esempio da stati d'animo terribilmente tormentosi, nei quali siamo precipitati senza sapere perché. [...] Non ce la caviamo più con la lettura, non più camminando avanti e indietro, non più guardando dalla finestra, e allora dobbiamo ricorrere ai nostri più cari e intimi amici per salvarci da uno stato d'animo impietoso [...] quando uno stato d'animo così impietoso arriva a impossessarsi più o meno completamente di me, io passo in rassegna una dopo l'altra tutte le possibili persone per farle a pezzi e massacrarle nella mia testa, disintegrare ogni cosa in loro, per salvarmi, e non lasciare di loro, più o meno, il benché minimo residuo positivo, per poter finalmente tornare a respirare. Quando non erano più i miei genitori e le mie sorelle, perché non mi bastavano più [...] né Johannes e tutti gli altri, allora, con disperazione e coerenza estreme, toccava a me stesso, mi disintegravo da solo a modo mio, un modo che posso soltanto definire il più brutale in assoluto."

    Consiglio, se ve la sentite di affrontarlo, una mezz'ora di meditazione zen dopo ogni sessione di lettura, per riappacificare un po' lo spirito.

    "Desidero sempre con ardore la solitudine, ma quando sono solo sono il più infelice degli uomini. Non sopporto la solitudine e ne parlo in continuazione, predico la solitudine e la odio dal profondo, perché rende infelici come nessun'altra cosa, come so, e già ora comincio ad accorgermene, predico la solitudine per esempio a Gambetti e so benissimo che la solitudine è il più tremendo dei castighi [...] Soltanto un pazzo fa l'elogio della solitudine, ed essere completamente soli non significa altro, alla fine che essere completamente pazzi."

    said on 

  • 5

    Dove cercherò di estinguere tutto

    Estinzione è un resoconto sulla nostra infelicità e meschinità, sulla nostra decrepitezza e mancanza di carattere, su quanto abbiamo sotto gli occhi e che, da quando viviamo, ha più o meno reso insonn ...continue

    Estinzione è un resoconto sulla nostra infelicità e meschinità, sulla nostra decrepitezza e mancanza di carattere, su quanto abbiamo sotto gli occhi e che, da quando viviamo, ha più o meno reso insonni le notti della nostra vita, qui mostrata così com’è, nel suo fallimento.

    Estinzione è un testo che annulla ciò che in esso è tracciato, che spegne tutto, veramente ed effettivamente tutto. È una lunga, martellante digressione incorruttibile, l’esito definitivo dello spietato osservare di un uomo inclemente, pronto a spezzare ogni diramazione del falso, ad estirpare le viscere dell’ipocrisia dal corpo vivo dell’umanità.

    In Bernhard trovano spazio solo le immagini reali, il vero. Solo ciò che è assolutamente autentico, per quanto grottesco e repellente possa essere. Rifiutata è la grazia di ogni falsificazione. Largo al concreto, che è triste e meschino e in definitiva mortale. Largo al ripugnante, al disgustoso, all’assurdo nel migliore dei casi, a costo di apparire spietato, forse meschino, com’è giusto che appaia un uomo di pensiero. Attraverso una scrittura radicale, che non dà pace, che perseguita giorno e notte, così come non da pace e perseguita giorno e notte il dramma della vita, Bernhard ci getta in faccia la nostra stessa sporcizia, contro il trionfo dell’insensatezza della nostra ridicola esistenza.

    La verità è un veleno necessario.

    P.S.
    A quest’epoca social gonfia di esibizionismo e ossessionata dall’immagine, perlopiù popolata da uno spaventoso grumo di persone oppresse dal bisogno di mostrarsi, persone sempre e soltanto in posa mentre simulano felicità e spontaneità, riducendosi così a smorfie perverse di se stesse, a quest’epoca, dicevo, riservo alcune illuminanti, attualissime parole, sfilate dalle pagine di Estinzione:

    Disprezzo quelli che fotografano di continuo. Fotografano tutto, anche le cose più insensate. Non hanno altro in testa se non esibire se stessi e sempre nella maniera più ripugnante, senza però esserne consapevoli. Nelle loro foto catturano un mondo perversamente deformato, che col mondo vero non ha niente in comune se non la perversa deformazione di cui si sono resi colpevoli. Fotografare è una mania meschina da cui è contagiato a poco a poco l’intero genere umano, perché della deformazione e della perversità è non solo innamorato, ma addirittura pazzo e col tempo, a forza di fotografare, scambia in effetti il mondo deformato e perverso per l’unico vero. Nelle loro fotografie le persone sono marionette ridicole, stravolte, anzi storpiate fino a diventare irriconoscibili, che, ottuse e disgustose, fissano spaventate il loro ignobile obiettivo.

    Come mai a coloro che si fanno fotografare viene sempre in mente di voler apparire felici nelle fotografie che li mostrano, in ogni caso non così infelici come invece sono? Tutti vogliono di continuo essere ritratti come belli e felici. Si rifugiano dentro la fotografia, si riducono deliberatamente alla fotografia che, con una falsificazione totale, li mostra felici e belli o se non altro meno brutti e meno infelici di quanto non siano. Esigono dalla fotografia la loro immagine sognata e ideale, e non rifuggono da alcun mezzo, sia pure la più atroce delle deformazioni, pur di creare in una foto quell’immagine sognata e ideale. Non si accorgono affatto di quanto sia spaventoso e terribile il modo in cui, in ogni caso, si compromettono. Nelle loro case appendono le fotografie che si son fatti fare, un mondo bello e felice che in verità è il più brutto e il più infelice e il più bugiardo. Per tutta la vita fissano le loro immagini belle e felici appese alle pareti e provano soddisfazione, quando invece dovrebbero provare solo orrore. Ma non pensano, e questo li salva dalla terribile scoperta che sono brutti, infelici e bugiardi.

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  • 4

    i mille volti della scrittura

    Il protagonista abita a Roma, lontano dall'Austria, terra natìa.
    Arriva un telegramma: i genitori ed il fratello sono morti in un incidente. Dovrebbe esserci disperazione, tristezza, ma non è così.Il ...continue

    Il protagonista abita a Roma, lontano dall'Austria, terra natìa.
    Arriva un telegramma: i genitori ed il fratello sono morti in un incidente. Dovrebbe esserci disperazione, tristezza, ma non è così.Il telegramma diventa, invece, motivo per sviscerare rabbia ed odio. Nulla ha scampo: la famiglia in primis è dichiarata morta. Le convenzioni sono carta straccia da bruciare. L'attaccamento ai soldi, la "recita" del lavoro, il lusso non condiviso (nella tenuta di famiglia ci sono ben 5 biblioteche che rimangono chiuse a chiave!!): non meritano che disprezzo.
    Wolfseg (il villaggio dove è nato)è il fulcro del disprezzo. Ma è tutta la patria intera ad essere denigrata. La società e la cultura mitteleuropea sono da bruciare ("perchè i mitteleuropei si comportano come marionette").
    Il romanzo è quindi una sorta di lungo monologo dove ricordare non serve a trattenere il passato racchiuso in un immagine, un odore, un colore (Proust) ma, al contrario, la rievocazione ha la funzione di estinguere ciò che è stato come se le parole producessero un fuoco catartico. La scrittura stessa diventa mezzo per fare tutto a pezzetti: uno sfacelo!!
    Un'ottimo romanzo per riflettere. Sconsigliato a chi cerca l'azione.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Nella ricca famiglia proprietaria del Castello di Wolfseeg, in alta Austria, c'è una pecora nera. Il suo nome Franz Josef Murau, il suo anno di nascita è il 1939.
    Egli odia in modo viscerale Wolfsegg, ...continue

    Nella ricca famiglia proprietaria del Castello di Wolfseeg, in alta Austria, c'è una pecora nera. Il suo nome Franz Josef Murau, il suo anno di nascita è il 1939.
    Egli odia in modo viscerale Wolfsegg, non per il posto che è bellissimo, ma per cosa sono padre, madre, fratello e due sorelle. Averli vicino gli è insopportabile, perciò decide di andare a vivere a Roma.
    Franz Josef, uomo di cultura e d'arte, esprime di continuo la stizza per l'ottusità dei suoi. Si tratta di un sentimento che lo consuma, che gli brucia dentro, che non gli dà pace e quando arriva il telegramma che annuncia la morte improvvisa di padre, madre e fratello rimane impassibile.
    Una notizia inaspettata, solo una notizia e il fastidio di dover tornare a Wolfsegg per una pura questione pratica: con la scomparsa del fratello ora è lui l'erede del feudo.
    Non ci si aspetti un moto di afflizione, un'espressione di costernazione, anzi il disgusto di tutto è immutato se non più marcato.
    E tutto è quel che Wolfsegg rappresenta: una casa enorme in cui non si fa mai entrare la luce del sole, in cui ci sono ben cinque librerie chiuse a chiave da decenni senza che nessuno si sia mai sognato di aprire un libro. L'unico sempre aperto si trova nell'ufficio del padre ed è "il libro dei bilanci".
    A Wolfsegg non si adopera niente, né bicchieri, né poltrone, né armadi, né corridoi.
    Fa parte di quel tutto odiato anche l'abbonamento a teatro, il Natale, i nuovi barbari, la chiesa cattolica e il nazionalsocialismo che vanno sempre a braccetto. Poi la villa dei bambini, infangata dalle adunate di gerarchi nazisti, e la casa dei cacciatori, i cacciatori stessi, i piccioni, i classificatori Leiz.
    L'elenco è senz'altro incompleto, perchè qui "si esercita l'arte dell'esagerazione" e tutto non si può ricordare.
    E ora la famiglia: un padre ottuso, una madre di bambole, un fratello traditore, due sorelle brutte e spione, un cognato insulso, un amico di famiglia e amante della madre.

    In tutto questo marciume, in un posto dove per il compleanno di Hitler, si issava regolarmente la bandiera nazista si salvano in pochi: gli abitanti del villaggio, gente semplice, i giardinieri. Fuori da Wolfsegg, il cugino Alexander che vive in Belgio e che dà asilo agli europei dell'est in fuga dai loro regimi, l'amata amica Maria che vive a Roma, l'allievo Gambetti sempre di Roma e tra tutti l'anarchico zio Georg, che ha avvicinato il nipote all'arte senza forzature, indicandogliene solo l'esistenza. Lo zio Georg, senza il quale niente per lui sarebbe cambiato. Salvati questi, tutto il resto va "estinto".

    "Tutti portiamo una Wolfsegg in noi e abbiamo la volontà di estinguerla per la nostra salvezza, volendo metterla per iscritto vogliamo annientarla, estinguerla. Ma quasi sempre non abbiamo la forza per una tale estinzione."

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  • 4

    Ciak, si spara.

    J'accuse bernhardiano contro tutto e tutti.
    Un libro che parla di morte e dell'incapacità (impossibilità?) di accettare lo status quo. Una lettura a tratti faticosa, un monologo torrenziale dove il pr ...continue

    J'accuse bernhardiano contro tutto e tutti.
    Un libro che parla di morte e dell'incapacità (impossibilità?) di accettare lo status quo. Una lettura a tratti faticosa, un monologo torrenziale dove il protagonista, Franz Josef Murau/Thomas Bernhard, con una prosa ossessiva, fatta di reiterazioni continue quasi fosse lingua parlata, lancia i suoi strali di volta in volta contro la famiglia, l'Austria, la Chiesa, il nazionalsocialismo (ma anche il socialismo per come è stato applicato) e in genere contro tutto quello che gli capita a tiro (ce n'è anche per Goethe e la fotografia intesa come mistificazione della realtà). Il tutto per la volontà di affrancarsi da un mondo che il protagonista rifiuta ma dal quale si sente contagiato, per estinguere quello che è stato, le radici e i valori sui cui si fonda la società e nei quali non si riconosce.
    C'è pochissima azione in questo romanzo, quasi tutto quello che succede avviene “dentro” a Josef Franz. Le sue invettive, i suoi giudizi su persone e istituzioni, non sfociano in conflitto aperto ma rimangono compressi all'interno del suo animo come se anche lui fosse, in fondo, schiacciato dal mondo di convenzioni che vuole distruggere (emblematiche, a questo proposito, le pagine nelle quali corre a spalancare le finestre della dimora di Wolfsegg per lasciare entrare l'aria e la luce e quelli in cui apre le porte delle biblioteche di casa per togliere la polvere ai libri, per farli vivere. Almeno loro).
    Non condividendo gli ideali dei genitori e della società austriaca, Josef Franz prova a costruirsi una vita a Roma, lontano dall'ambiente familiare, ma le morti dei genitori e del fratello lo riporteranno a Wolfsegg, quasi a testimoniare che non è possibile estinguere il proprio passato semplicemente allontanandosi.
    Non si può fuggire, per estinguere è necessario tornare e fare i conti con le proprie radici in maniera definitiva.
    Non si tratterà di un'estinzione indolore, perché Murau/Bernhard è cosciente di essere stato contagiato dall'ambiente e dagli ideali che vuole combattere e sa perfettamente che la strada che ha deciso di percorrere è senza uscita. Non è possibile liberarsi da un mondo di cui si fa parte, distruggere tutto vuol dire distruggere anche se stessi, un vicolo cieco per una conclusione quasi musiliana: pensare significa fallire, agire significa fallire.

    Trovo Bernhard spiazzante, eccessivo. Non si ferma davanti a niente e a nessuno, non fa sconti ne concessioni e intinge la penna nel veleno non tanto per il gusto di provocare quanto per il bisogno di dire quello che sente.
    Aggiungerei che a me Bernhard non fa ridere per niente (come invece ha scritto J. Marias sostenendo che trovava le sue invettive “irresistibilmente e intenzionalmente divertenti”), magari è vero che la tragedia sfocia a volte nel grottesco, ma da qui a ridere...

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  • 0

    Il telegramma.

    i. Consiglia al suo studente un libro scritto da Bernhard, pag. 12
    ii. Chi sa se qualcuno aggiungerà qualche volume alla mia biblioteca, pag.23
    iii. Vorrei ritirarmi al mare con un muc ...continue

    Il telegramma.

    i. Consiglia al suo studente un libro scritto da Bernhard, pag. 12
    ii. Chi sa se qualcuno aggiungerà qualche volume alla mia biblioteca, pag.23
    iii. Vorrei ritirarmi al mare con un mucchio di libri, pag. 29
    iv. "Fu con reazioni esacerbate che a Wolfsegg accolsero le sue prime cartoline.", pag 33
    [...]

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  • 5

    Ultima opera rilevante di Bernhard,ne contiene tutte le sue idiosincrasie e quindi potrebbe essere adatta per conoscere questo autore.
    Con le forme di un monologo ossessivo si leggono i suoi strali la ...continue

    Ultima opera rilevante di Bernhard,ne contiene tutte le sue idiosincrasie e quindi potrebbe essere adatta per conoscere questo autore.
    Con le forme di un monologo ossessivo si leggono i suoi strali lanciati su famiglia,religione,la nazionalsocialista-cattolica Austria,borghesia,insomma non si salva (quasi) nessuno.
    Musica per le mie orecchie.

    said on 

  • 4

    La parola che estingue.

    Estinzione è una confabulazione interiore, un tarlo dell’anima che ossessivamente rode le radici dell’identità, l’apoteosi della parola che si impone su tutto, sulla logica comune, sull’etica, sulle c ...continue

    Estinzione è una confabulazione interiore, un tarlo dell’anima che ossessivamente rode le radici dell’identità, l’apoteosi della parola che si impone su tutto, sulla logica comune, sull’etica, sulle convenzioni sociali e familiari, su quelle narrative persino, una parola che annienta tempo e spazio, che diventa essa stessa oggetto del narrare e non mero mezzo, che travalica i confini imposti dalla forma letteraria, che se la ride delle unità aristoteliche, azzerando in un colpo tempo, luogo e azione.
    E’ la parola che si esaurisce in sé.

    Il tempo della narrazione, in Estinzione, è compresso nel breve intervallo cronologico che intercorre tra due eventi piuttosto vicini e correlati: la lettura di un telegramma, la deposizione di tre bare nella fossa. Il telegramma è quello che nella prima pagina annuncia al protagonista la notizia della morte dei genitori e del fratello maggiore, investendolo di colpo di un'eredità da sempre rinnegata e disprezzata; le bare sono quelle dei suoi congiunti, con il cui funerale si chiude effettivamente il sipario della narrazione, per lasciare infine che il romanzo ci si riveli per ciò che è realmente: la cronaca del proprio farsi, l’esecuzione di quell’estinzione che è nel titolo, che è nei pensieri del protagonista-attore-narratore, che è nei suoi progetti, nelle sue intenzioni più inconfessabili, che è, nelle sue ossessioni, l’unico mezzo per fuggire alla mediocrità e all’orrore di un’eredità che lo schiaccia.
    Un romanzo che, in fin dei conti si rivela per quello che realmente è solo nelle ultime tre righe e mezzo.
    Solo un’orchestrazione geniale dell’andamento narrativo, una gestione magistrale dei suoi elementi, poteva tenere in piedi e far funzionare un’architettura così complessa, camuffandola dietro la cortina del discorso magmatico, del flusso di pensiero sconnesso e disarticolato, che sembra non portare a nulla, ma che in realtà sa costruire e svelare la narrazione nel suo farsi, materializzando personaggi emersi dal nulla e caratterizzandoli pienamente a tutto tondo avvalendosi dell’arma dichiarata dell’esagerazione estrema, di un parossismo spietato, piazzandoti davanti a nomi e appellativi la cui ostinata reiterazione finisce col farsi realtà, e tu che ora, a metà libro, ti ritrovi a leggere di illustri sconosciuti mai menzionati prima come se li avessi persi di vista solo qualche pagina prima, hai realmente l’impressione che tutto quel mondo ti sia dato nella sua interezza fin dalle battute d’apertura del libro, ma ti sbagli.
    E’ invece un universo che prende forma con la lettura, che prende vita dalle parole. E’ la parola che crea, la parola che si definisce e definisce il mondo intorno, che ossessivamente si ripete, fino a fissarsi nella mente, come una serie infinita di classificatori Leitz allineati su uno scaffale, tutti con la stessa scritta "Wolfsegg" sul dorso, e tu non potrai più fare a meno di pensare a quelle "facce beffarde delle mie sorelle", e a Maria come all’incorruttibile Maria, e a Spadolini come allo splendente Spadolini.

    La parola può creare quindi, ma come può anche estinguere? Come può la parola scritta estinguere Wolfsegg, ed estinguere tutto ciò che Wolfsegg rappresenta, tutto ciò che Wolfsegg è?
    Del resto, Gambetti, avevo detto a Gambetti, Wolfsegg non mi ucciderà, a questo provvederò io.
    E forse Gambetti non aveva subito capito il reale peso di questa frase.
    Così forse noi lettori, o meglio, interlocutori muti, come tanti Gambetti in ascolto, sottovalutiamo fino all’ultimo il reale potere attuativo di quella parola, nel momento in cui si fa atto, divenendo espressione esecutiva di una volontà. Estinzione di una casa, con la morte dell’ultimo erede, estinzione di una forma di pensiero, di uno stile di vita continuamente condannato ed esecrato dallo sguardo stravolto e dalla esasperata prosa di questo testamento.

    said on 

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