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Ferdydurke

Di

Editore: Feltrinelli

4.0
(282)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 267 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese , Catalano , Polacco , Ceco , Portoghese

Isbn-10: 8807812304 | Isbn-13: 9788807812309 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Traduttore: Vera Verdiani

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , Humor

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Descrizione del libro
Ferdydurke è una comicissima allegoria dell'infantilismo moderno: un trentenne si trova sbalzato indietro nel mondo dell'infanzia, in una ridicola classe scolastica. Cerca di ribellarsi ma scopre che essere di nuovo "immaturo" non gli dispiace affatto. La nostra società che anela a rimpicciolire gli adulti e a mutarli di nuovo in bambini è il bersaglio del feroce umorismo del grande scrittore polacco.
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  • 4

    Ferdydurke è un libro “coraggioso” ed anticonformista.
    Gombrowicz è perfettamente consapevole dei rischi che corre decidendo di affrontare un argomento come l'immaturità, eppure lo fa con coerenza apprezzabile. Nessun ammiccamento, nessuna strizzatina d'occhio al lettore, nessuna intenzione ...continua

    Ferdydurke è un libro “coraggioso” ed anticonformista.
    Gombrowicz è perfettamente consapevole dei rischi che corre decidendo di affrontare un argomento come l'immaturità, eppure lo fa con coerenza apprezzabile. Nessun ammiccamento, nessuna strizzatina d'occhio al lettore, nessuna intenzione di épater le bourgeois, solo la decisione dell'autore di tirare dritto per la sua strada, senza schivare le difficoltà, anzi decidendo di evidenziarle.
    Si parla di immaturità, di quella del singolo e di quella della massa, e Gombrowicz affronta l'argomento “da dentro”, ammettendo la sua immaturità e sottolineandola anche con uno stile che a tratti può rendere fastidiosa la lettura, ma tant'è: se vuoi capire il mare devi bagnarti – sembra dirci Gingio, il protagonista del libro, invitandoci ad entrare nelle pagine di Ferdydurke.
    L'immaturità è la malattia della nostra epoca, dice Gombrowicz riferendosi al periodo tra le due Guerre, e proprio il riconoscere di non esserne immune lo rende diverso dagli altri, perché tra chi è infantile sapendo di esserlo e chi lo è atteggiandosi da campione della maturità, la differenza è grande. Il primo parte da una consapevolezza che all'altro manca e cerca di superare il suo status, mentre il secondo non aspira a nulla, è convinto della sua superiorità e pertanto destinato a non “evolvere”.
    Parlare di immaturità senza fare ricorso ai consunti luoghi comuni non è semplice, ma Gombrowicz riesce ad evitare anche questo tranello: spontaneità, bei sentimenti, idealismo e voglia di sognare hanno il loro contraltare in stupidità, rifiuto delle responsabilità, infantilismo e ristrettezza degli orizzonti.
    Ferdydurke non è un libro divertente, come potrebbe sembrare in apparenza. L'ironia è piuttosto sarcasmo, che talora scivola nel grottesco, un occhio caustico su una realtà che sembra deformata come in un quadro di Grosz. Oltre alla condanna dell'uomo all'immaturità, c'è un altro dramma sul quale Gombrowicz pone l'attenzione nel libro: anche la ricerca di una forma, di un sistema che ci permetta di sostanziare le cose e di darci certezze, è destinata a fallire. Non siamo e non potremo mai essere veramente autentici perché non siamo quello che vorremmo essere ma il frutto di un compromesso tra noi e gli altri ed è (e sarà sempre) un compromesso al ribasso.
    Aggiungerei che l'immaturità che Gombrowicz identifica come “il” problema, il tratto distintivo dell'uomo dei suoi tempi, è un aspetto che contraddistingue anche la nostra epoca. La differenza è che forse adesso è meno evidente, perché messo in ombra da altre caratteristiche dell'uomo contemporaneo (penso, tra tutte, alla velocità che rende difficile se non impossibile una vera analisi, con tutto ciò che questo comporta), ma riveste comunque carattere di universalità.
    Ferdydurke è un libro su cui ho cominciato a lavorare una volta terminata la lettura dell'ultima pagina. E questo, a mio avviso, è un gran pregio.

    ha scritto il 

  • 5

    “Sarebbe pure opportuno stabilire, decretare e determinare se si tratti di un romanzo, di un diario, di una parodia, di un pamphlet, di una variazione su un tema fantastico, di un saggio… se vi prevalgono lo scherzo e l’ironia oppure i significati profondi, il sarcasmo, la caricatura, l’invettiva ...continua

    “Sarebbe pure opportuno stabilire, decretare e determinare se si tratti di un romanzo, di un diario, di una parodia, di un pamphlet, di una variazione su un tema fantastico, di un saggio… se vi prevalgono lo scherzo e l’ironia oppure i significati profondi, il sarcasmo, la caricatura, l’invettiva, l’assurdo, il puro nonsense, il puro divertissement… o se per caso non si tratti invece di una posa, di una mistificazione, di una guittata, di un artificio, di un’insufficienza di umorismo, di un’anemia del sentimento, di un’atrofia dell’immaginazione, di un attentato all’ordine e di una débacle della ragione”. (da “Premessa a Filibert foderato d’infanzia”, cap. XI)

    “Ferdydurke” è un libro pericoloso, o meglio è il libro con il quale il bisturi che Gombrowicz impugna si manifesta per quello che è, e cioè un’arma intenzionata ad incidere, rovesciare e mettere a nudo ciò che maggiormente è deputato a definre, a rendere visibile e quindi, in ultima istanza, a creare, qualsiasi opera d’arte, ma anche qualsiasi essere umano, in qualsiasi situazione esso si trovi a vivere: la forma. Ingannato da un incipit clamoroso, perfetto nel suo distendersi e dipanarsi, profondamente poetico nel suo decantare il senso di vuoto interiore di un soggetto – ed io narrante – evidentemente in grado di condurre ad esiti letterariamente promettenti la sua capacità di autoanalisi, il lettore si accorge ben presto dell’inconsistenza di ogni sua aspettativa e prova quello sconcerto che ben conosce e che ha imparato ad individuare come uno dei primi vaghi sentori premonitori del valore artistico, sconcerto per la mancanza di punti di riferimento e di pietre di paragone di fronte a ciò che gli appare come assolutamente unico. Seguire quell’essere “indefinito” e “sparpagliato” in lotta perenne contro la propria e altrui forma cristallizzata e immutabile è un’avventura vertiginosa che si dipana attraverso il ritmo indiavolato e scoppiettante di un libro che supera bellamente i confini dell’assurdo, che si nutre di un affastellamento di idee, che scompagina di continuo i piani della narrazione frantumando ogni schema precostituito con un’energia creativa dirompente. Sono molte le voci che si ergono a sostenere con entusiasmo “Ferdydurke” - e anche a difenderlo, perché è un romanzo che provoca ed irrita con la sua carica anticonformista, con la sua satira corrosiva, con le sue caricature, invettive e smascheramenti – prima fra tutte, in ambito polacco, quella del suo grande amico ed estimatore Bruno Schulz, autore anche della copertina e delle illustrazioni della prima edizione del romanzo, uscita a Varsavia nel 1937. Nel disegno di copertina Schulz raffigura degli esseri umani che diventano tutt’uno con un albero – chissà, forse per fissare icasticamente l’irrimediabile inconsistenza di ogni forma precostituita – come ricorda Francesco Cataluccio nella sua postfazione all’edizione einaudiana de “Le botteghe color cannella”, dal titolo denso di riferimenti alle tematiche comuni ai due scrittori: “Maturare verso l’infanzia”; e ritengo felice la scelta di Feltrinelli di riprodurre sulle copertine dei romanzi di Gombrowicz particolari tratti dai dipinti di Witkiewicz, il terzo vertice della grande triade del Novecento polacco. La stessa edizione italiana dell’opera di Schulz riporta, all’interno della sezione “Testi critici e autocritici”, l’illuminante recensione scritta dall’autore in occasione dell’uscita della prima edizione del romanzo dell’amico Gombrowicz, un libro da lui considerato “un fenomeno sconvolgente”, “una straordinaria manifestazione di talento letterario”, oltre che un’irruzione nobilitante all’interno di “una nuova sfera di fenomeni intellettuali” fino a quel momento patria abituale di meri “scherzi irresponsabili”, di freddure, di giochi insulsi all’insegna del nonsenso. “Ferdydurke” ha la forza di spaccare, anzi di frantumare le ben definite e limpide forme dell’esistenza spirituale, che gli uomini maturi si illudono di possedere e che sono invece solo una pia illusione o al più una eterna tensione, per accedere a quella “sporca sfera natia” dove vivono le energie emozionali, quella sfera “vilipesa e disonorevole”, ma così viva ed esuberante. “Ferdydurke” – dice Schulz – abbandona il salone antistante del nostro io dove tutto si svolge secondo l’etichetta e la forma, ed entra nella cucina, dietro le quinte dell’azione ufficiale, dove tutto è all’insegna della peggior condotta. Gombrowicz imbocca questo meccanismo psichico e accede alle infinite possibilità del ridicolo, della condensazione del grottesco, dell’esplosione della caricatura. “Correvo verso l’immaturità come spinto da un demone!”, scrive l’autore nel primo capitolo del romanzo, una frase che rende conto sia del nucleo generatore dell’opera – la forza vitale dell’immaturità – sia dell’aspetto dirompente, anticonformista, in definitiva demoniaco, di una tensione verso l’incompletezza – che è a tutti gli effetti una regressione – sia della eccezionale energia creativa, delle infinite possibilità di affabulazione, in ordine all’invenzione e, non ultima, alla scelta linguistica, che questa inedita prospettiva offre all’autore. L’invenzione fantastica che dà il via al romanzo è l’assurda situazione vissuta dal protagonista trentenne Gingio che in una sorta di incubo lucido si ritrova, forse a causa della consapevolezza del proprio fallimento agli occhi degli adulti, a vivere una vera e propria regressione nel mondo dell’infanzia, ad essere sottoposto ad una specie di esame da parte di un tutore che, trovandolo impreparato, lo “infantilizza” e infine lo trascina a forza in una scuola. Un’invenzione che dà l’avvio ad un meccanismo infernale gravido di promesse e di opportunità perché Gingio, e quindi Gombrowicz, scopre ben presto tutti i vantaggi dell’immaturità, il privilegio di chi, non possedendo ancora (nel suo caso non possedendo più) una forma definitiva e socialmente accettata, può dotarsi di una nuova grottesca identità e usarla come schermo, un rifugio dal quale prendersi beffe di un mondo che sta andando a pezzi. Uno dei vantaggi dell’immaturità, di quel ritrovarsi “nel bel mezzo di un sogno” che “rimpiccioliva e squalificava senza pietà”, è quello di potersi sentire di colpo libero anche dai vincoli imposti dalla forma letteraria. La stessa opera che racconta di un personaggio, guarda caso con velleità letterarie, guarda caso autore di un libro (“Ricordi del periodo della maturazione”) che ha il titolo della prima opera di Gombrowicz, per non lasciare dubbi intorno alla identificazione autobiografica, che deve incarnare il conflitto eterno tra l’uomo e la sua forma, gode di tutti i diritti della ritrovata immaturità, primo fra tutti quello di non rispettare i limiti della sua propria forma, che è, o meglio dovrebbe essere, quella del romanzo. E quindi, con un ardito e spiazzante metaforico sberleffo ai canoni letterari, l’autore interrompe per due volte la narrazione inserendo due digressioni, sotto forma di intermezzo, che sono una irriverente parodia dei saggi filosofici settecenteschi (come afferma Ripellino nella sua prefazione alla prima edizione italiana di “Ferdydurke”, del 1961, definendo il libro una “singolare mistura di romanzo e saggio filosofico”): “Filidor foderato d’infanzia” e “Filibert foderato d’infanzia”, entrambe introdotte da una premessa. E’ nella prima di queste due premesse che, a mio parere, risiede la più aspra critica al mondo intellettuale e artistico in cui l’autore si trova ad operare, che è anche, in un certo senso il suo vero e proprio manifesto poetico. L’attacco ai critici che affossano l’opera dei giovani intellettuali oppressi da “l’impossibilità di vivere”, “la tragedia della sproporzione”, “la tristezza dell’artificio”, “la malinconia della noia”, “il ridicolo della finzione”, “la torura dell’anacronismo” è feroce: “Una frazione insignificante di mondo, una manciata di intenditori ed esteti, un cenacolo più piccolo del dito mignolo e che entrerebbe tutto in un caffè sta lì a parlarsi addosso, spremendo postulati sempre più sublimi”. Così come amara e impietosa è l’aspettativa pessimista dell’autore nei confronti dei lettori, dei suoi lettori: “Dpodichè l’opera arriva al lettore e il frutto di tanta sofferenza viene accolto nel modo più parziale possibile, tra una telefonata e un boccone di braciola. Da una parte lo scrittore ci mette anima, cuore, arte, fatica, dolore, e dall’altra il lettore non ne vuol sapere oppure gli presta un’attenzione distratta e superficiale, tra una telefonata e l’altra. E così le piccole realtà quotidiane distruggono il povero scrittore che, dopo aver sfidato il drago, deve scappare davanti a un cagnolino da salotto”. E decisa e appassionata è la sua condanna dei cosiddetti ambienti artistici, una condanna al ridicolo: “Ma quel che accade negli ambienti artistici del mondo intero batte ogni record di idiozia e di infamia, al punto che chiunque abbia un minimo di buon senso e di equilibrio non può non avvampare di vergogna alla vista di tali orge di pretenziosità e infantilismo. Ah, quei canti ispirati che nessuno ascolta! Quel bla bla bla da intenditori, l’entusiasmo ai concerti e alle serate poetiche, le iniziazioni, gli apprezzamenti, le discussioni, le facce di coloro che declamano o ascoltano, celebrando tra loro il mistero gaudioso del Bello!”. La narrazione come parodia, la riflessione come impasto di “satira settecentesca e di nosenso dadaistico” (così Ripellino definisce, esaltandole, le storie di Filidor e Filibert): c’è in questo romanzo materiale più che sufficiente a creare scandalo e riprovazione. Forse è per questo che Gombrowicz lo accompagna, dandolo alle stampe, con un articolo dal titolo “Per evitare malintesi” (riportato in appendice al presente volume) che per noi lettori contemporanei rappresenta un’occasione preziosa per apprendere dalla viva voce del suo autore la “spiegazione” del romanzo, ma che è anche un tassello che completa come un’ideale chiusura del cerchio, quello straordinario esperimento che “Ferdydurke” è: la messa a nudo dell’intero meccanismo dell’opera d’arte, la creazione di un microcosmo, di un modello universale, teorizzazione e creazione che, inaspettatamente e armonicamente, riescono a convivere. Il problema principale di “Ferdydurke” è quello della forma, perché occorre trovare una forma per tutto ciò che nell’uomo è ancora immaturo, non cristallizzato e non sviluppato, ma Gombrowicz è consapevole che questo suo postulato è senza speranza e da qui nasce l’emozione principale del suo libro. Perché “Ferdydurke”, oltre ad essere un libro estremamente divertente, è anche emozionante e lirico, in un modo tutto suo e per questo speciale; corre di continuo, sottotraccia al grottesco, nei luoghi messi in ombra dallo sberleffo e dagli scarti improvvisi della giovanile baldanza, quello che l’autore chiama “la mia vendetta”, “l’urlo della realtà lacerata”, “lo schianto dello stile in frantumi”, “la danza trionfale delle rovine”. Gombrowicz è affascinato dalla problematica relativa all’inferiorità, all’immaturità e all’infantilismo perché la questione lo riguarda da vicino ed esprime pertanto nel romanzo l’immaturità di un’intera società ma anche la sua, il suo “disequilibrio”, il suo “scombussolamento interiore”. Per questo nel romanzo la satira e la parodia della normalità – “La normalità non è che una corda da funambolo tesa sull’abisso dell’anormalità. Quanta segreta follia si cela nell’ordine consueto! – non tengono a distanza il lettore, non si risolvono in un mero esercizio, magari divertente ma al fondo sterile e freddo, per questo generano prima stupore e sconcerto che si fanno però ben presto compartecipazione e sincera ammirazione, perché sono – usando le parole dello stesso autore – “il lamento di un individuo che si difende dalla dissoluzione, che reclama spasmodicamente una gerarchia e una forma, e allo stesso tempo si rende conto che qualsiasi forma lo sminuisce e lo limita: si difende dall’imperfezione degli altri, perfettamente cosciente della propria”.

    ha scritto il 

  • 0

    Albert sente l’eco dell’urlo di Federica e si sporge per vedere.

    Albert: tutto bene?
    Federica: si si ma
    c’è un ragno che mi fa la ragnatela sullo schermo
    ho paura dei ragni
    Albert: è grande?
    Federica: no è piccolissimo direi neonato
    Albert: capisc ...continua

    Albert sente l’eco dell’urlo di Federica e si sporge per vedere.

    Albert: tutto bene?
    Federica: si si ma
    c’è un ragno che mi fa la ragnatela sullo schermo
    ho paura dei ragni
    Albert: è grande?
    Federica: no è piccolissimo direi neonato
    Albert: capisco.
    Federica: io no ¿come fa a sapere come si fa una ragnatela? ¡cazzo!

    Albert alza il braccio e indica la roccia.

    ha scritto il 

  • 0

    TRATTO DA..

    L'immensa e universale aspirazione alla creazione della forma la riducete alla semplice produzione di poemi e sinfonie e non avete mai saputo apprezzare come si deve e far comprendere agli altri quale importanza considerevole abbia la forma nella nostra vita. continuiamo a credere che i sentiment ...continua

    L'immensa e universale aspirazione alla creazione della forma la riducete alla semplice produzione di poemi e sinfonie e non avete mai saputo apprezzare come si deve e far comprendere agli altri quale importanza considerevole abbia la forma nella nostra vita. continuiamo a credere che i sentimenti, gli istinti o le idee dettano la nostra condotta, allorché consideriamo la forma tutt'al più un inoffensivo ornamento accessorio. L'essere umano non si estrinseca in modo immediato e conforme alla sua natura, ma SEMPRE attraverso un forma definita e questa forma,questo stile,questa maniera d'essere e di reagire non provengono unicamente da lui stesso, ma gli sono imposti dall'esterno, ed ecco, questo stesso uomo può manifestarsi ora con saggezza, ora stupidamente, ora da angelo,ora da demone, con maturità o no,secondo la forma e lo stile che si presentano e secondo la pressione che egli subirà da parte degli altri uomini.

    ha scritto il 

  • 5

    È molto strano questo libro scritto in maniera inconsueta per il suo tempo, è stato sicuramente un modo nuovo d’intendere la letteratura e i suoi generi, una forte rottura col passato. La narrazione scorrevole e piacevole al tempo stesso rendono l’opera spigliata ed accattivante; vi sono molte in ...continua

    È molto strano questo libro scritto in maniera inconsueta per il suo tempo, è stato sicuramente un modo nuovo d’intendere la letteratura e i suoi generi, una forte rottura col passato. La narrazione scorrevole e piacevole al tempo stesso rendono l’opera spigliata ed accattivante; vi sono molte interlocuzioni ed interventi a titolo personale che l’autore fa col lettore e che rende Ferdydurke un libro ben strutturato. Il trentenne protagonista Gingio, con un artificio letterario, si ritrova all’età dell’adolescenza, in un mondo per lui al limite del paradossale, precisamente la terza liceo ed inizia ad essere trattato come un piccolo liceale. Da questa semplice confutazione si sviluppa il racconto che è molto divertente e in cui si susseguono situazioni paradossali, il tutto rivolto ad una critica impietosa sull’immaturità del mondo d’allora. È quindi racconto fortemente dissacrante rispetto all’epoca in cui è stato scritto ed il mondo in cui l’autore è nato e si muoveva. La struttura stessa del contenuto, il modo in cui viene narrato, le costruzioni e le esposizioni stilistiche sono di rottura con gli schemi tradizionali sia d’allora che di oggi. È un libro attuale, ammaliante che porta il lettore ad acute meditazioni sul ritorno del tempo passato ed a ragionamenti critici su come la società è impreparata ai repentini e continui cambiamenti strutturali della natura umana.

    ha scritto il 

  • 4

    Sorrido pensando alla faccia di tanta parte dell’intellighenzia polacca all’uscita di Ferdydurke, nel 1937. Chè la polemica più irriverente (e difficilmente digeribile) rimane sempre quella fatta con la sottile arte dell’ironia, che si sposa bene col grottesco. E questo romanzo scardina con fluid ...continua

    Sorrido pensando alla faccia di tanta parte dell’intellighenzia polacca all’uscita di Ferdydurke, nel 1937. Chè la polemica più irriverente (e difficilmente digeribile) rimane sempre quella fatta con la sottile arte dell’ironia, che si sposa bene col grottesco. E questo romanzo scardina con fluida (e voluta) leggerezza, anche stilistica, i cardini di una società incentrata su principi spesso fasulli, e soprattutto che minano l’identità individuale, globalizzandola, sminuendola, “bambinizzandola”. Ma questa demolizione avviene prevalentemente dall’interno (Gombrowicz non ha mai negato di simpatizzare per la psicanalisi di Freud) e non risulta autocompiaciuta anzi: lo scrittore stesso si mette fortemente in discussione, affermando di aver iniziato a scrivere Ferdydurke in un momento di profonda crisi interiore (attorno ai trent'anni) quando, accanto al rifiuto per le ideologie culturali vigenti e per le stratificazioni sociali dell'epoca (prime fra tutte la borghesia, proposta nella provincialità stereotipata della famiglia Giovanotti (!) e la classe intellettuale ridicolizzata e ingabbiata in una sorta di conformismo demagogico e condicio sine qua non imperante) si faceva strada in lui una forte esigenza di nuova espressione, identità, una strada mai percorsa prima e che metteva in discussione tutto ciò che era stato in passato. ("Ferdydurke è in una certa misura immaturo e infantile non soltanto nel suo contenuto essenziale ma anche nella forma. La mia preoccupazione è stata quella di esprimere non soltanto l'immaturità altrui ma anche la mia").

    ha scritto il 

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