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Feria d'agosto

By Cesare Pavese

(187)

| Paperback | 9788806162306

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Book Description

Tre sono le parti di cui si compone "Feria d'agosto": "Il mare", dove lememorie infantili diventano tramite di conoscenza; "La città", dove unagiovinezza più adulta tenta di perpetrare il gioco delle scoper Continue

Tre sono le parti di cui si compone "Feria d'agosto": "Il mare", dove lememorie infantili diventano tramite di conoscenza; "La città", dove unagiovinezza più adulta tenta di perpetrare il gioco delle scopertefanciullesche; e "La vigna", dove il divario fra uomo e ragazzo si fa drammanel ricordo dell'età assoluta.

22 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    "E' come se tutto fosse toccato a un'altro, e io sbucassi adesso da un nascondiglio, un buco dove fossi vissuto sinora senza sapere come. Se non fosse che in questi momenti provo un grande stupore e non mi riconosco nemmeno, direi che il nascondiglio ...(continue)

    "E' come se tutto fosse toccato a un'altro, e io sbucassi adesso da un nascondiglio, un buco dove fossi vissuto sinora senza sapere come. Se non fosse che in questi momenti provo un grande stupore e non mi riconosco nemmeno, direi che il nascondiglio da cui esco è me stesso. Succede, a volte, di vivere intere giornate, e anche molto attive, senza prender parte ai propri gesti e alle proprie decisioni." (pag. 89)

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    Lunastorta386 said on Jul 22, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Cinque stelle alla prima parte,
    Non classificata la seconda parte.

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    Cappa960 said on Dec 8, 2012 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Per spiegarmi il Pavese di Feria d’agosto ho trovato utile adoperare come riferimento il cinema italiano anni 40/50.
    La lettura di Feria d’agosto mi ha infatti evocato atmosfere e dimensioni che rimandano all’immaginario e alla visività che venivano ...(continue)

    Per spiegarmi il Pavese di Feria d’agosto ho trovato utile adoperare come riferimento il cinema italiano anni 40/50.
    La lettura di Feria d’agosto mi ha infatti evocato atmosfere e dimensioni che rimandano all’immaginario e alla visività che venivano suscitate, nel cinema di quegli anni, dalla cinematografia riconducibile al cosiddetto neorealismo. Vi è infatti in queste pagine pavesiane quella stessa fisicità, materialità e passionalità che c’erano nei film di De Sica, Rossellini, Antonioni, Visconti, ecc, quegli stessi squarci struggenti e dolorosi, quelle stesse ambientazioni popolari proletarie e contadine, sia che si ‘parli dei racconti ambientati nella natia campagna di Pavese identificabile in larga misura con la Langa, sia che si parli di quelli ambientati in città, identificabile in larga misura con Torino.
    In questo senso si può quindi definire Pavese un contemporaneo del Neorealismo, avendo peraltro egli prodotto il “grosso” della sua opera proprio nel decennio dei ’40, allorquando il Neorealismo si afferma.
    Ma se il neorealismo conteneva in sé un forte elemento di denuncia sociale e di impegno civile e politico, metteva a fuoco soprattutto la situazione economica e morale del dopoguerra italiano, e rifletteva i cambiamenti nei sentimenti e e nelle condizioni di vita: speranza, riscatto, desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e di cominciare una nuova vita, in Pavese e in questi racconti in particolare, questi aspetti sono del tutto assenti. Quella apparente vicinanza al neorealismo di fatto si dilegua, segnando ciò una profonda differenza ed anzi ponendo Pavese oltre il neorealismo stesso.
    Vi è infatti in Pavese e Feria d’agosto lo testimonia bene, una carica emotiva e sentimentale che va oltre qualsiasi questione ideologica o politico sociale. Possono essere analoghe al neorealismo le ambientazioni e i pathos ma non il senso profondo a cui si mira con ciò che si dice e si racconta, in altre parole la matrice che genera la narrazione.
    Pavese è, in modo del tutto evidente, interessato alle interiorizzazioni che le vicende che egli narra implicano, sia in quanto vissute e riferite ai personaggi delle sue storie, sia in quanto suscitate e indotte nel lettore. In Pavese i veri temi sono la malinconia, il rimpianto, le disillusioni, la perdita, il desiderio infranto di fuga e di libertà, la giovinezza con i suoi scacchi, il selvaggio e l’ancestrale, l’amore come sconfitta, la tragicità e le tragedie che la vita porta con sé.
    Pavese nel superare l’impostazione classica neorealistica si colloca in una dimensione che resta assi più contemporanea ed universale, alludendo e lavorando a quel mondo degli affetti le cui vulnerabilità persistono a prescindere dal tempo e dallo spazio perché connaturate alla natura umana.
    Siamo quindi in una dimensione squisitamente esistenziale, che va oltre la Storia e le volontà individuali, alla ricerca delle ragioni ultime del vivere e del morire, codificate poi com’è noto nel concetto pavesiano di Mito, alla ricerca casomai di archetipi che rimandano più all’antropologia e all’etnografia.
    Le “storie” narrate in Feria d’agosto contengono quindi “in nuce” tutti i temi tipicamente pavesiani. Stilisticamente, data la loro brevità, hanno il pregio dell’immediatezza e dell’essenzialità, sono come dei cortometraggi forti e a loro modo talora persino brutali e inesorabili nel loro svolgimento e nella loro conclusione. Vi è però sempre questo lirismo e questa poeticità nel dire e nel raccontare che attutisce la violenza, la stempera e la umanizza.
    Gli avvenimenti sembrano sempre inscritti in un loro destino, già stabilito da qualche parte, e nulla alla fine sembra accadere per caso.
    E, in questo senso, portando alle estreme conseguenze la lettura del non conformismo di Pavese al Neorealismo, si percepisce in Pavese una vena metafisica che riesce, sistematicamente, a tradurre in astrazione poetica, fissandola simbolicamente, quella concretezza materiale e fisica di cui è fatto il suo narrare.

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    Raf said on Sep 14, 2012 | 1 feedback

  • 5 people find this helpful

    “A quei tempi sapevo soltanto che niente comincia se non l’indomani”
    I libri di Cesare Pavese hanno il colore e il sapore di una dolente familiarità, appartengono al mio vissuto di lettrice come un luogo che si è a lungo frequentato, in cui forse no ...(continue)

    “A quei tempi sapevo soltanto che niente comincia se non l’indomani”
    I libri di Cesare Pavese hanno il colore e il sapore di una dolente familiarità, appartengono al mio vissuto di lettrice come un luogo che si è a lungo frequentato, in cui forse non si vorrebbe più tornare, ma che è destinato a rimanere per sempre come ammantato da una sorta di aura, ricca di ricordi condivisi. Difficile scordare le colline, la luna, i falò, le storie di quella folla di personaggi che sanno di terra, di fatica e di silenzi, difficile non avvertire la presenza di quel passo lungo, destinato a ripercorrere sempre le strade del ricordo, difficile non provare un cocente rimpianto per una così acuta e dolorosa intelligenza. Ci sono però due libri che hanno trasformato la mia affezione per Pavese in ammirazione, questi libri sono “Feria d’agosto” e “Dialoghi con Leucò”. In queste pagine sembra rivelarsi lo scopo del lavoro letterario di una vita, a queste pagine sembrano tendere le pur brillantissime opere precedenti; un lungo viaggio attraverso temi e storie, attraverso l’affinamento di uno stile che si è fatto via via più pensoso e riflessivo. “Feria d’agosto” è un passo in profondità, il successivo, “Dialoghi con Leucò”, già rivela la maturazione di quella prosa poetica nella quale si può intravedere la promessa di una nuova maturità, il passo successivo, il suicidio, lascia tutti orfani di quel Pavese che non conosceremo mai e la bellezza di quella prosa non fa che acuire il rimpianto. “Feria d’agosto” è quindi una sosta, come già il titolo suggerisce, una sospensione del tempo narrativo, che permette all’autore di mettere a fuoco i materiali della sua scrittura, per trasformare le sue tematiche in miti. “Feria d’agosto” è una discesa in profondità e, nello stesso tempo, una ricerca che Pavese condivide con i suoi lettori. L’esito, straordinario, è un repertorio di chiavi di lettura, è la possibilità di penetrare nel laboratorio del suo autore. L’esito è un libro ricchissimo, un vero e proprio atlante ragionato che permette al lettore di orientarsi nel mondo di Pavese. Così si impara, con struggente poesia, che cosa rende irraggiungibile la donna: “Ma ormai io non potevo più perdonarle di essere una donna, una che trasforma il sapore remoto del vento in sapore di carne”; che cosa rappresentano le figure naturali: “Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia impendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo: sanno esse sorgere, trovarsi sulla mia strada al momento giusto, quando meno ci penso. Non c’è persona di mia conoscenza che abbia un tatto come il loro”; quanto profonda e insuperabile sia la solitudine interiore: “Se mi accade di fermarmi un momento a pensare, nel mio passato non mi ritrovo e le sue agitazioni non le capisco. E’ come se tutto fosse toccato a un altro, e io sbucassi adesso da un nascondiglio, un buco dove fossi vissuto sinora senza saper come. Se non fosse che in questi momenti provo un grande stupore e non mi riconosco nemmeno, direi che il nascondiglio da cui esco è me stesso”; quanto persistenti i ricordi d’infanzia: “Con tanto che ho fatto, veduto e capito nel mondo, mi succede dunque che le cose più mie sono un mucchio di sassi dove mi sedevo allora, una griglia di cantina dove ficcavo gli occhi, una stanza chiusa dove non potevo entrare”. Ci sono poi, preziose per chiunque, ma soprattutto per chi ama la poesia, per chi non può fare a meno della letteratura, pagine dedicate al ricordo che diventa simbolo e mitologia personale, perché “le cose si scoprono, si battezzano, soltanto attraverso i ricordi che se ne hanno. Poiché, rigorosamente, non esiste un veder le cose la prima volta: quella che conta è sempre una seconda”, perché “ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi”.

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    Lilicka said on Sep 11, 2012 | 4 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    la signorina prussiana e razionalfunzionalista

    mi fa ma non hai niente da fare?
    no, le ho detto, non ho niente da fare.

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    [radek] said on Aug 23, 2012 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Per chi è un neofita di Pavese con questo libro si fa un'idea generale dell'autore, di tutte le sue tematiche principali e del suo stile personalissimo. Per coloro che invece già conoscono e amano l'autore, questa non può che essere l'occasione per a ...(continue)

    Per chi è un neofita di Pavese con questo libro si fa un'idea generale dell'autore, di tutte le sue tematiche principali e del suo stile personalissimo. Per coloro che invece già conoscono e amano l'autore, questa non può che essere l'occasione per avere un'ulteriore conferma del loro amore.

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    Lulu said on Oct 7, 2011 | 4 feedbacks

Book Details

  • Rating:
    (187)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
    • 1 star
  • Paperback 232 Pages
  • ISBN-10: 8806162306
  • ISBN-13: 9788806162306
  • Publisher: Einaudi
  • Publish date: 2002-01-01
  • Also available as: Mass Market Paperback , Hardcover
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