Festa mobile

Di

Editore: Mondadori (Oscar narrativa, 752)

4.0
(1521)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 241 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Francese , Tedesco , Chi semplificata , Giapponese

Isbn-10: 8804450959 | Isbn-13: 9788804450955 | Data di pubblicazione: 

Curatore: Vincenzo Mantovani

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Viaggi

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Descrizione del libro
I bistrò, i marciapiedi, le bevute, l'oppio, le corse dei cavalli, i campioni di ciclismo con tanto di baffi. Parigini, americani e Parigi. Fame (vera) come disciplina e scuola; snobismo letterario e no, cose pulite e cose meno pulite: ma tutto in un'aria di "vita intesa come una 'fiesta'", con ogni giorno nuove esperienze e nuove disillusioni. Libro anche di confessione, ma scritto con l'acido prussico, la "barbarie" di Hemingway è qui continuamente tentata tra l'infantilismo più acuto di pura marca U.S.A., e un tipo di impassibilità che ha preso il colore e la consistenza del sasso. E infatti l'Hemingway che scrive ha ormai alle spalle il suo testamento ("Il vecchio e il mare"), ha messo almeno un piede in un'altra dimensione del tempo e sta scoprendo, drammaticamente, il terreno della propria morte prematura.
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  • 3

    Operazione nostàlghia

    Sì sono contenta d’averlo letto, ma quando sono troppo contenta diffido di me.
    Dice la Stein di loro: “Une gènèration perdue”.

    E quale generazione non lo è a vent’anni o su di lì? Certo, essere perdu ...continua

    Sì sono contenta d’averlo letto, ma quando sono troppo contenta diffido di me.
    Dice la Stein di loro: “Une gènèration perdue”.

    E quale generazione non lo è a vent’anni o su di lì? Certo, essere perduti nella Parigi degli anni venti non è lo stesso che esserlo a Palermo nei primi anni ‘70, in un quarto piano senza ascensore di un palazzo mezzo cadente “liberty povero”, tra la stazione centrale e il policlinico. Mica a Montmartre. Scendere al baretto di corso Tukory angolo Ballarò, non era come andare in un bistrò a Saint Germain. Il cameriere, per prenderci per il c… chiedeva ossequioso: dottori che ordinate oggi? - eravamo al terzo anno, senza soldi in tasca e lui lo sapeva bene. Si optava per i soliti due caffè : ma a pagare era sempre uno. Io ero la femminuccia e per definizione esente; l’altro era il settimo dei nove figli di un preside di un liceo della provincia trapanese: il boy accampava una gastrite fantomatica ma un cucchiaino lo assaggiava lo stesso. Gli sarebbe piaciuto zuccherato ma l’agrigentino, rampollo di un latifondista, glielo faceva a sfregio a prenderlo amaro.
    Dividevano la stanza e per poco non si ammazzavano. L’uno accusava l’altro di non occuparsi delle pulizie del monolocale più servizi e che servizi.
    E quando all’improvviso arrivava lo zio prete, all’oscuro della promiscuità in cui viveva il nipote, mi toccava acquattarmi in cucina - mentre lo zio veniva quasi legato alla branda nella stanza dove si dormiva, si studiava e si riceveva -, per darmi il tempo di infilare le scale senza nemmeno il cappotto!
    Io studiavo con loro fisiologia ma passavamo il tempo a raccontarci barzellette e a ridere di niente – quando i due non iniziavano a scornarsi – e poi si decideva di interrompere due ore e andare per un cinemino al centro e in autobus. Il settimo dei nove figli di solito rinunciava, io andavo a gratis : due film la settimana e quasi tutti in prima visione.

    E poi c’erano i collettivi,’na pacchia.
    Spesso andavamo di sera a trovarne altri come noi in topaie simili - non era il salotto di Gertrude Stein pieno di tele di Picasso, si capisce - e ci facevamo di spaghetti aglio e olio, di vino rosso sfuso e iniziavano le liti politiche ( -Stalinista sarai tu: io sono terzomondista! - Seh, terzomondista di Rio!) e il taglia e cuci: quello che ce l’aveva piccolo non era Scott Fitzgerald e la puttanella di turno non era Zelda o , ma si faceva quel che si poteva.
    A volte andavamo per Bellezze che, si sa, da noi stanno in mezzo la munnizzza, mica tra il Louvre e l’arco di Trionfo, oppure a vedere il mare d’inverno al Foro Italico, il più bel lungomare del mondo per chi non lo sapesse.
    E poi l’agrigentino ti arrivò con una 124 verde bottiglia col pieno di benzina agricola, per cui sfumacchiava alla grande dallo scappamento.
    Era però anche tempo di austerity, quella vera dopo la guerra del Kippur, per cui si doveva circolare a piedi; e soltanto in pochi gli invidiarono il macchinone invece della 500 con gli sportelli controvento, il modello più gettonato.
    Anche noi andavamo sulla neve: Piano Battaglia. Al piano non ci potevi arrivare perché tutti i pullman disponibili della città avevano portato in gita tutti i giovani, destrorsi o sinistrorsi la domenica non aveva una grande importanza. Si scendeva e ci facevamo a piedi un chilometro senza rischiare valanghe perché di neve, in quel posto ce n’è stata sempre poca in stagione. Si dava il caso, però, che a metà aprile, sprovvisti di qualsiasi equipaggiamento, ci rimanemmo bloccati tre giorni: la chiamiamo falsa primavera? Imparai a giocare a flipper mentre la neve arrivava a metà delle finestre del rifugio.
    Certo non ci ubriacavamo con Scott né parlavamo con Ezra Pound, né snobbavamo Ford Madox Ford. All’ippodromo a giocare la tripla ci andavamo da soli senza Evan Shipman e una volta vinsi ventisettemila lire. Non siamo diventati celebri come loro - il talento non c'era ma solo l'età ornata d'ormoni - ma onesti professionisti. Solo a me è venuta ora l’idea di scrivere quest' epitaffio sulla nostra meglio gioventù.
    Ma agli eredi quanto ha reso questa operazione nostàlghia?

    ha scritto il 

  • 2

    Immensa la mia delusione, nel leggere questo libro, salito agli onori della cronaca recente come omaggio alla Parigi post attentati. La mia modestissima opinione è che Parigi ha avuto, per fortuna, mi ...continua

    Immensa la mia delusione, nel leggere questo libro, salito agli onori della cronaca recente come omaggio alla Parigi post attentati. La mia modestissima opinione è che Parigi ha avuto, per fortuna, migliori scrittori che l'hanno veramente omaggiata come merita, leggendo i quali merita passare il proprio tempo libero, anziché con questo libello molto sopravvalutato. Ho trovato particolarmente fastidioso lo stile, eccessivamente ricco di correlative, il risultato è una prosa slavata e monca, che priva di qualunque profondità e spessore le storielle di vita quotidiana. C'est dommage.

    ha scritto il 

  • 0

    Dopo aver letto solo l’«Addio alle armi» trovato nella biblioteca di famiglia, mi sono convinto a [ri]avvicinarmi a Hemingway dopo aver letto alcuni testi di un suo collega che parlava della loro amic ...continua

    Dopo aver letto solo l’«Addio alle armi» trovato nella biblioteca di famiglia, mi sono convinto a [ri]avvicinarmi a Hemingway dopo aver letto alcuni testi di un suo collega che parlava della loro amicizia personale e letteraria.

    «Festa mobile» mi ha lasciato un po’ perplesso, non tanto per lo stile che, pur sembrandomi meno complesso di quello di altri connazionali di Hemingway che conosco meglio, è certamente quello di uno che sa scrivere, quanto per l’impostazione. Non sono pienamente convinto di un libro che non è un’autobiografia articolata e approfondita, quanto una serie di ricordi, e in cui l’autore non esita a parlare a ruota libera, anche in modo non molto conciliante, di persone ormai trapassate.

    Certo, è anche una miniera di curiosità, come scoprire che la famiglia di Joyce parlava in italiano, mentre Hemingway, fuori dal ristorante che non poteva permettersi, li osservava tipo piccola fiammiferaia.
    Ezra Pound è forse il personaggio che ne esce meglio in assoluto: Hemingway ne ha una vera e propria venerazione, motivata dalla grande generosità e bonomia del poeta – l’unico che sembra davvero consapevole che scrivendo opere importanti ma non vendibili c’è il rischio di fare la fame.
    Di Gertrude Stein, malgrado il senso di reverenza – per la persona, non per il romanzo «C’era una volta gli americani» che critica – viene l’idea che non eccedesse in quanto a simpatia.
    Così come non ne esce bene il grossolano Ford Madox Ford.

    Ma è con Francis Scott Fitzgerald, peraltro lo scrittore a cui mi riferivo all’inizio, che il discorso mi lascia davvero attonito. Passi criticarne i racconti scritti volontariamente in modo approssimativo perché fossero vendibili alle riviste – ovvero permettessero di fare cassa. Passi raccontarne le ipocondrie e le idiosincrasie – per i francesi, per gli italiani, per gli inglesi… Ma arrivare addirittura a riferire confidenze intime – sì, per intime si intende: sessuali – non mi sembra una mossa da signore.
    Tra l’altro accusa Zelda di essere stata la palla al piede di Fitzgerald, raccontando anche l’episodio che, secondo lui, rappresenta in assoluto la prima manifestazione del suo disagio psichico – l’uscita su Al Johnson che ho riportato sotto.

    Non c’è molta «festa» nel libro, quella festa mobile che avrebbe dovuto essere Parigi. Non ci sono serate, feste, jet set. Giornate di lavoro e scrittura accompagnate da alcoolici di tutte le possibili gradazioni, quelle sì. Del resto Hemingway non faceva vita da nababbo: perennemente in bolletta, viveva con la moglie, a cui poi si aggiunse un bebè, moglie che sembra piuttosto svampita. Oltre all’alcool, l’altro modo discutibile di spendere i pochi denari a disposizione era quello di giocarli alle corse, l’eterno miraggio del guadagno facile. Viene raccontato un episodio in cui le cose andarono bene, ma visto che lo scrittore e la moglie erano degli habitué, viene il dubbio che se fosse andata sempre bene lo sapremmo dalla narrazione.

    Addirittura più interessanti rispetto alla vita parigina, sono le narrazioni delle vacanze in Austria, la passione per le passeggiate e per lo sci che, allora, richiedeva di salire a piedi alle piste: con muscoli e articolazioni già caldi era raro subire traumi gravi.

    Infine, l’ultimo capitolo, rappresenta un po’ un addio: Hemingway fa capire che quell’ambiente bohemien, turbolento, litigioso, forse un po’ ipocrita ma, tutto sommato, genuino, fu rovinato da non meglio identificati ricchi. E la sua vita matrimoniale fu rovinata quando lui cedette alle lusinghe di una non meglio identificata ragazza – proveniente, sembra, dall’ambiente dei ricchi.
    Nessuna informazione in più, anche se sarebbe interessante capire meglio queste dinamiche, altrimenti la domanda sorge spontanea: di farvi rovinare dai ricchi ve lo ordinò il dottore?

    ---

    «Quello è Hilaire Belloc. Ford era qui oggi pomeriggio e dovevi vedere come l’ha snobbato».
    «Non dire fesserie. Quello è Aleister Crowley, il negromante. Pare che sia l’uomo più diabolico della terra».
    «Scusa» dissi.

    Per tutta la vita avevo sentito lamentele. Mi accorsi che potevo continuare a scrivere e che non era peggio di altri rumori: sempre meglio di Ezra mentre imparava a suonare il fagotto.

    So soltanto che Ezra cercò di essere gentile con Dunning come faceva con tante persone, e ho sempre sperato che Dunning fosse davvero il poeta che Ezra vedeva in lui. Per essere un poeta tirava bottiglie con estrema precisione.

    Scott aveva chiuso gli occhi quando era entrato il cameriere e non sembrava meno moribondo di Camille. Non ho mai visto un uomo impallidire così rapidamente e molte volte mi sono chiesto dove andasse a finire il suo sangue.

    «Adesso hai scritto un bel romanzo. Non dovresti scrivere quelle porcherie».
    «I romanzi non si vendono» disse Scott. “Devo scrivere dei racconti e devono essere racconti che si vendono».

    Credevo che tutto fosse a posto e sarebbe andato per il meglio, quando lei si sporse in avanti e mi disse, confidandomi il suo grande segreto: «Ernest, non credi che Al Jolson sia più grande di Gesù?».
    Allora nessuno ne sapeva nulla.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Su quella che era una generazione perduta

    Libro leggero che ci informa come si viveva a Parigi negli anni '20. Testimonianze interessanti su molti protagonisti, uno su tutti il suo maestro e amico Ezra Pound.

    ha scritto il 

  • 4

    一窺瘋狂年代的巴黎...

    瘋狂年代的巴黎,除了瘋狂的畫家外,還有各地而來的作家。藉由海明威的文字,了解貧窮作家在巴黎的日常瑣碎...尤其也包括了他太太的日常。
    文末,看著他的年表。首先詫異於他竟有4段婚姻。最後令人驚訝的是,他選擇了與他父親相同道路-舉槍自盡,得年62。
    這本書可以跟"巴黎的盛宴"一起閱讀..。

    ha scritto il 

  • 4

    Adaltavoce, legge Ennio Fantastichini con enfasi che contrasta con la scrittura asciutta di Hemingway. Una cronaca di rimpianti di un mondo che non c'è più, e di una innocenza scomparsa.

    ha scritto il 

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