Festa mobile

Di

Editore: Mondadori (Oscar narrativa, Oscar Scrittori Moderni)

4.0
(1566)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 241 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Francese , Tedesco , Chi semplificata , Giapponese

Isbn-10: 8804450959 | Isbn-13: 9788804450955 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Vincenzo Mantovani

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Viaggi

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Descrizione del libro
Edizioni dal 1996 al 2008 pag. 241
Edizioni dal 2010 in poi pag. 142


I bistrò, i marciapiedi, le bevute, l'oppio, le corse dei cavalli, i campioni di ciclismo con tanto di baffi. Parigini, americani e Parigi. Fame (vera) come disciplina e scuola; snobismo letterario e no, cose pulite e cose meno pulite: ma tutto in un'aria di "vita intesa come una 'fiesta'", con ogni giorno nuove esperienze e nuove disillusioni. Libro anche di confessione, ma scritto con l'acido prussico, la "barbarie" di Hemingway è qui continuamente tentata tra l'infantilismo più acuto di pura marca U.S.A., e un tipo di impassibilità che ha preso il colore e la consistenza del sasso. E infatti l'Hemingway che scrive ha ormai alle spalle il suo testamento ("Il vecchio e il mare"), ha messo almeno un piede in un'altra dimensione del tempo e sta scoprendo, drammaticamente, il terreno della propria morte prematura.
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  • 5

    Hemingway macho e maschilista, compiaciuto dei suoi vezzi letterari, ridotto ormai a monumento? Può darsi, ma la capacità di scrittura che restituisce una Parigi ormai scomparsa insieme agli scintilla ...continua

    Hemingway macho e maschilista, compiaciuto dei suoi vezzi letterari, ridotto ormai a monumento? Può darsi, ma la capacità di scrittura che restituisce una Parigi ormai scomparsa insieme agli scintillanti anni '20 ce l'ha solo lui.

    ha scritto il 

  • 2

    Midday in Paris

    Festa Mobile vuole essere un ritorno all'epoca d'oro di Hemingway, il racconto di una Parigi in pieno fervore culturale che brulicava di artisti e scrittori, ritrovo della Generazione Perduta dove si ...continua

    Festa Mobile vuole essere un ritorno all'epoca d'oro di Hemingway, il racconto di una Parigi in pieno fervore culturale che brulicava di artisti e scrittori, ritrovo della Generazione Perduta dove si viveva molto poveri e molto felici, un libro di ricordi. Il libro d'addio.
    Sarò sincera, non mi ha preso per niente.
    Quello che mi aveva ammaliato in Fiesta l'ho ritrovato solo in parte ne Il Vecchio e il Mare e perso del tutto in Festa Mobile.
    Racconti, ma soprattutto descrizioni che ho trovato poco incisive -ad eccezione forse dei capitoli riguardanti Fitzgerald- gli splendidi scatti di Lisetta Carmi mi hanno raccontato molto in più di Ezra Pound rispetto alle pagine scritte da Hemingway.
    Leggere questo libro a pancia vuota non è bastato a renderlo più bello.

    ha scritto il 

  • 5

    Quando ero piccolo mia mamma mi ripeteva sempre che non appena fosse riuscita mi avrebbe portato a Disneyland. Ero un accanito ammiratore di Walt Disney, amavo ogni suo cartone animato, nonostante non ...continua

    Quando ero piccolo mia mamma mi ripeteva sempre che non appena fosse riuscita mi avrebbe portato a Disneyland. Ero un accanito ammiratore di Walt Disney, amavo ogni suo cartone animato, nonostante non li conoscessi tutti. Per dire, “Il Re Leone”, “La Sirenetta”, “Toy Story” non li ho ancora visti. Ma il punto non è questo. Il punto è che il mio amore per Parigi nacque sin dalla mia più tenera età, senza averla visitata (ancora oggi non ci sono andato nemmeno una volta, ma la amo, ne sono convintissimo). Bastò la promessa che un giorno sarei andato là, e che là ci sarebbero state tutte le atmosfere che avevo conosciuto nelle pellicole cinematografiche.
    Alle elementari con la scuola organizzammo una giornata a Briançon, cittadina francese non molto distante dal confine italiano. Mi piacque la lingua, mi piacquero alcuni piatti tipici francesi che assaggiai, mi piacque quella specie di canale piccolissimo che spaccava in due la strada principale, che era in discesa e ai cui lati si trovavano negozi e ristorantini. Briançon non era Parigi, lo so, lo sapevo. Ma era comunque una cittadina francese, e a quell’età mi sembrava un po’ la stessa cosa.
    Poi per caso vidi “Midnight in Paris”, il film di Woody Allen. E Parigi fu davvero Parigi: la città dei pittori e degli artisti, le luci della sera, i bistrot aperti al mattino. Un vero gioiellino.
    Ancora devo visitarla, da ormai anni mi racconto che prima o poi ci andrò, e so che succederà. Ma adesso è tutto in forse, un progetto che va ancora ben definito. Tuttavia, pensare che in futuro farò questo viaggio al momento mi basta. So che un giorno la sola immaginazione si farà insopportabile e che quindi cederò, all’ultimo organizzerò questo dannato viaggio spendendo un sacco di soldi. Ma ne varrà la pena, sento che per Parigi ne varrà la pena.
    Un po’ per caso e un po’ no, quattro giorni fa mi sono imbattuto in “Festa Mobile” di Ernest Hemingway, autore che non conosco benissimo ma che per quel poco che ho letto apprezzo moltissimo. Questo libro è la raccolta delle sue memorie parigine, dal 1921 al 1926. Più che memorie sono veri e propri scorci su Parigi che lo scrittore ci racconta e ci regala come un dono prezioso. Perché quei racconti profumano di pane appena sfornato e di caffelatte, di tensione e di sudore, di fatica ma anche di speranza. Leggere “Festa Mobile” significa aprire il libro con la scusa di voler conoscere la vita artistica e culturale di Parigi degli anni ’20 e ritrovarti con un pezzo di vita di un autore estremamente prolifico ed onesto, avido lettore e assiduo frequentatore dei caffè più belli o più anonimi della città. Insieme ad Hemingway impariamo a conoscere gli angoli di Parigi da percorrere al mattino quando hai voglia di uscire di casa ma non hai un soldo da spendere per il pranzo: se segui l’autore riuscirai a girare la città senza passare davanti alle panetterie che sfornano il pane, senza passare davanti ai ristoranti che non ti puoi permettere, andrai al museo del Luxembourg a contemplare i quadri di Cézanne e capirai che la fame è un’ottima disciplina, che a pancia vuota e con una fame da lupi i quadri si vedono e si apprezzano con più chiarezza. Conoscerai Gertrude Stein, la sua casa piena di quadri in rue de Fleuers, i suoi giudizi sugli scritti di Hemingway e di altri autori, i suoi capricci. Farai amicizia con Sylvia Beach, la libraia della “Shakespeare & Co.”, la biblioteca circolante e libreria al 12 si rue de l’Odéon, donna dolce e gentile senza la quale Hemingway non avrebbe avuto la possibilità di leggere quello che lesse, di amare gli autori che amò: Turgenev, D.H. Lawrence, Dostoevskij. E poi ancora Fitzgerald, amico insopportabile ma onesto, alcolizzato ma leale, al quale Hemingway in questo libro dedica ben venti pagine.
    “Festa Mobile” è Parigi, è Hemingway nella sua veste migliore, è Gertrude Stein, è Francis Scott Fitzgerald e Zelda, è l’amore per i libri, è la somma delle bancarelle dei libri usati a poco prezzo, è incontrare scrittori famosi e sconosciuti in un caffè all’aperto, andare alle corse dei cavalli, esercitarsi a scrivere seguendo una rigorosa disciplina e un buon metodo, tornare a casa dopo un’intensa giornata di lavoro e trovare tua moglie e farci l’amore alla sera, affidare al gatto le cure di tuo figlio a F. Puss, il grande, meraviglioso gatto di famiglia; fidarsi di Ezra Pound e scambiare un satanista per un artista; patire il freddo negli inverni gelidi ma trovare ristoro in un caffè a poco prezzo, bevendo qualche alcolico e scrivendo nel modo più onesto possibile quello che hai dentro, nonostante il rumore, gli attaccabrighe e gli impiccioni che ti si siedono vicino.
    “Festa Mobile” mi ha tenuto compagnia per diversi giorni, e ora che ho finito di leggerlo mi sento dolcemente malinconico. Mi manca Hemingway. Mi manca come potrebbe mancarmi un amico che conosco poco ma che mi racconta storie interessanti. Mi manca come potrebbe mancarmi uno scrittore che in questi giorni di vacanze pasquali è stato sveglio con me seduto al tavolo della cucina con una luce leggera leggera fino alle cinque del mattino – perché davvero, finalmente posso dirlo: ho trovato un libro che mi ha levato il sonno, che mi ha tenuto sveglio anche quando avevo sonno, che mi ha letteralmente stretto a sé. Cercare di dosare la lettura perché non finisse subito è stata dura, l’impulso era quello di finire queste 190 pagine in pochissime ore. Ma non volevo farlo, me ne sarei poi pentito.
    Adesso è tutto finito, il libro è qui accanto a me. Mi sembra di aver percorso diversi angoli di Parigi, di aver bevuto e mangiato in ottima compagnia, di essermi divertito con Fitzgerald e Gertrude Stein, di aver scommesso su qualche cavallo, di aver sofferto il freddo e la povertà, ma di essermi anche confortato davanti alla persona che amo. È tutto finito, mi dico, ma lo splendore di Parigi non finisce mai.

    ha scritto il 

  • 4

    Sketch parigini …

    Libro di memorie, pubblicato postumo nel 1964, tre anni dopo la scomparsa di ‘Hem’, è una raccolta di scritti brevi, relativi al periodo che Hemingway trascorre a Parigi dal ’21 al ’26, insieme all’ad ...continua

    Libro di memorie, pubblicato postumo nel 1964, tre anni dopo la scomparsa di ‘Hem’, è una raccolta di scritti brevi, relativi al periodo che Hemingway trascorre a Parigi dal ’21 al ’26, insieme all’adorata Hadley.
    «Questo libro contiene materiale dalle “remises” della mia memoria e del mio cuore. Anche se la prima è stata manomessa e il secondo non esiste».
    Hemingway, quant’anni dopo, racconta episodi della sua vita a Parigi negli anni Venti. Brevi flashback, pillole di ricordi disomogenei, messi in scena sul mirabile palcoscenico della Ville Lumière. In una sorta di ‘sì, mi ricordo’, in un carosello di bar, ristoranti, locali alla moda, scorci casalinghi, appaiono e scompaiono Gertrude Stein, Ezra Pound, Ford Madox Ford, Joyce, Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda. La bella e sfortunata Zelda, che ritroviamo in altre … réminescences parisiennes, quelle di Vanna Vinci. Quella Zelda Fitzgerald Sayre, “la plus belle femme d’Alabama e de Géorgie”, frequentata da Ernest in quell’epoca straordinaria in cui, sulla terrazza della Closerie des Lilas, un ispirato Scott Fitzgerald gli leggerà il manoscritto del “Il Grande Gatsby”, e lui ne resterà affascinato.
    E in quella Parigi, ospitale e magica, Hem si sentirà come a casa. A distanza di quarant’anni, descriverà le sue vie, le piazzette, le brasserie e i bistrot dove si rifugiava a scrivere o dove, con l’immancabile bicchiere in mano, aveva trascorso momenti indimenticabili con i suoi compagni della génération perdue. I luoghi della Rive Gauche, il Ritz Bar, Place de Contrescarpe, Le Café des Amateurs, Boulevard St-Germain, la libreria di Sylvia Beach, Place St-Michael, la Closerie des Lilas, Place St-Sulpice, Deux-Magots, e ancora vini, demi, distingué e mille raffinate prelibatezze culinarie …
    «… per questo non è necessario che andiate a Parigi: semplicemente, leggete Festa Mobile, e sarà il libro a portarvi là.» (Sean Hemingway).
    Chissà cosa ne avrebbe detto il mio amico Moustache … «Il n’y a rien de plus sévère que le jugement d’un barman parisien …» … ma questa è un’altra storia …
    http://www.youtube.com/watch?v=GKPMk5_gStk

    ha scritto il 

  • 3

    Le previsioni per il weekend in cui cominciai a leggere Festa mobile annunciavano bruschi cali di temperature e pioggia. Era gennaio. Ricordo che mentre dalla finestra il cielo oscuro e minaccioso non ...continua

    Le previsioni per il weekend in cui cominciai a leggere Festa mobile annunciavano bruschi cali di temperature e pioggia. Era gennaio. Ricordo che mentre dalla finestra il cielo oscuro e minaccioso non prometteva niente di buono, tenevo Hemingway tra le mani ed iniziai a leggere.

    "E poi c'era il brutto tempo. Arrivava da un giorno all'altro una volta passato l'autunno. Alla sera dovevi chiudere le finestre per la pioggia e il vento freddo strappava le foglie dagli alberi di Place Contrescarpe. Le foglie giacevano fradice e il vento sbatteva la pioggia contro il grande autobus verde al capolinea e il Café Des Amateurs era pieno di gente e le finestre tutte appannate per il caldo e il fumo di dentro".

    Cielo plumbeo fuori dalla finestra e Parigi: subito pensai che tra quelle pagine ci si poteva perdere.
    Pioggia e vetri appannati. E Parigi.

    Una lettura scorrevole, con tanti passi sottolineati qui e là, che racchiudono Parigi e uno spaccato di vita che per forza di cose non può tornare indietro, ma ha gettato un allure ed un fascino ineguagliabili sulla città.

    E poi gli incontri di Hem, Ezra Pound, Gertrude Stein, le librerie, Joyce, Ford Madox Ford e lui, il mio preferito, F. Scott Fitzgerald, che non esce benissimo dalla penna del vecchio allora giovane Hem, nel ritratto di un uomo esigente e confuso, ma anche solo e profondamente infelice.

    Con onestà e un pizzico di autocompiacimento, lo scrittore parla anche di se stesso e di una brama di vivere, anche con pochi mezzi, una vita al massimo.

    E sarà certamente merito suo se all'improvviso m'è tornata voglia di Parigi.

    ha scritto il 

  • 4

    È il primo libro di Hemingway che ho apprezzato del tutto. È forse il suo stile così particolare che me lo rende un po' ostico. Ma questo resoconto, spassionato è quasi chirurgico, dei suoi anni giova ...continua

    È il primo libro di Hemingway che ho apprezzato del tutto. È forse il suo stile così particolare che me lo rende un po' ostico. Ma questo resoconto, spassionato è quasi chirurgico, dei suoi anni giovanili a Parigi, mentre cercava di essere uno scrittore, è davvero bello. Riesce a trasportare il lettore a quei gironi, quell'epoca, quel tentativo a tentoni di essere uno scrittore.

    ha scritto il 

  • 3

    Nonostante rimanga sempre affascinata dalla scrittura di Hemingway, questa raccolta di racconti relativa ai primi anni parigini dello scrittore non ha saputo conquistarmi: certo, sono tutti ben scritt ...continua

    Nonostante rimanga sempre affascinata dalla scrittura di Hemingway, questa raccolta di racconti relativa ai primi anni parigini dello scrittore non ha saputo conquistarmi: certo, sono tutti ben scritti, alcuni raccontano situazioni divertenti e quasi al limite dell´assurdo, vengono descritti persone e personaggi che hanno animato la citta´all´inizio degli anni venti, ma, tutto sommato, nessun racconto e´riuscito a coinvolgermi, a farmi vivere davvero quegli anni, cosa che invece mi ero prefissa iniziando la lettura. Riesco chiaramente a vedere i pregi letterari dell´opera, che pero´non ha saputo restituirmi quelle sensazioni che mi sarei aspettata di provare.

    ha scritto il 

  • 3

    Forse non uno dei suoi migliori libri

    Questo libro fa ritornare indietro agli anni Venti ed è molto carino pensare di poter andare a prendere un cafė creme con Ezra Pound o con Joyce e chiacchierare sui romanzi di Dostoevskij e di Tolstoj ...continua

    Questo libro fa ritornare indietro agli anni Venti ed è molto carino pensare di poter andare a prendere un cafė creme con Ezra Pound o con Joyce e chiacchierare sui romanzi di Dostoevskij e di Tolstoj.
    E' uscito postumo e mi piace credere che l'autore non l'avesse considerato "finito". E' stato trovato un taccuino di appunti dell'autore nel 1961 e pubblicati dalla sua quarta moglie solo nel 1961. Erano appunti di almeno 10 anni prima. Mi piace la suddivisione in capitoli da considerarsi piccole storie a sè stanti ciascuna delle quali ci restituisce un particolare della Francia di quegli anni e di parecchi artisti che il nostro scrittore frequentava nel suo primo periodo parigino, i caffè, i ristoranti e le strade lungo la Senna. E' il periodo in cui, come lui stesso scrisse, non se la passava molto bene economicamente poichè aveva lasciato gli Stati Uniti ed il suo lavoro come giornalista per intraprendere la carriera da scrittore di romanzi a Parigi.

    ha scritto il 

  • 3

    Operazione nostàlghia

    Sì sono contenta d’averlo letto, ma quando sono troppo contenta diffido di me.
    Dice la Stein di loro: “Une gènèration perdue”.

    E quale generazione non lo è a vent’anni o su di lì? Certo, essere perdu ...continua

    Sì sono contenta d’averlo letto, ma quando sono troppo contenta diffido di me.
    Dice la Stein di loro: “Une gènèration perdue”.

    E quale generazione non lo è a vent’anni o su di lì? Certo, essere perduti nella Parigi degli anni venti non è lo stesso che esserlo a Palermo nei primi anni ‘70, in un quarto piano senza ascensore di un palazzo mezzo cadente “liberty povero”, tra la stazione centrale e il policlinico. Mica a Montmartre. Scendere al baretto di corso Tukory angolo Ballarò, non era come andare in un bistrò a Saint Germain. Il cameriere, per prenderci per il c… chiedeva ossequioso: dottori che ordinate oggi? - eravamo al terzo anno, senza soldi in tasca e lui lo sapeva bene. Si optava per i soliti due caffè : ma a pagare era sempre uno. Io ero la femminuccia e per definizione esente; l’altro era il settimo dei nove figli di un preside di un liceo della provincia trapanese: il boy accampava una gastrite fantomatica ma un cucchiaino lo assaggiava lo stesso. Gli sarebbe piaciuto zuccherato ma l’agrigentino, rampollo di un latifondista, glielo faceva a sfregio a prenderlo amaro.
    Dividevano la stanza e per poco non si ammazzavano. L’uno accusava l’altro di non occuparsi delle pulizie del monolocale più servizi e che servizi.
    E quando all’improvviso arrivava lo zio prete, all’oscuro della promiscuità in cui viveva il nipote, mi toccava acquattarmi in cucina - mentre lo zio veniva quasi legato alla branda nella stanza dove si dormiva, si studiava e si riceveva -, per darmi il tempo di infilare le scale senza nemmeno il cappotto!
    Io studiavo con loro fisiologia ma passavamo il tempo a raccontarci barzellette e a ridere di niente – quando i due non iniziavano a scornarsi – e poi si decideva di interrompere due ore e andare per un cinemino al centro e in autobus. Il settimo dei nove figli di solito rinunciava, io andavo a gratis : due film la settimana e quasi tutti in prima visione.

    E poi c’erano i collettivi,’na pacchia.
    Spesso andavamo di sera a trovarne altri come noi in topaie simili - non era il salotto di Gertrude Stein pieno di tele di Picasso, si capisce - e ci facevamo di spaghetti aglio e olio, di vino rosso sfuso e iniziavano le liti politiche ( -Stalinista sarai tu: io sono terzomondista! - Seh, terzomondista di Rio!) e il taglia e cuci: quello che ce l’aveva piccolo non era Scott Fitzgerald e la puttanella di turno non era Zelda o , ma si faceva quel che si poteva.
    A volte andavamo per Bellezze che, si sa, da noi stanno in mezzo la munnizzza, mica tra il Louvre e l’arco di Trionfo, oppure a vedere il mare d’inverno al Foro Italico, il più bel lungomare del mondo per chi non lo sapesse.
    E poi l’agrigentino ti arrivò con una 124 verde bottiglia col pieno di benzina agricola, per cui sfumacchiava alla grande dallo scappamento.
    Era però anche tempo di austerity, quella vera dopo la guerra del Kippur, per cui si doveva circolare a piedi; e soltanto in pochi gli invidiarono il macchinone invece della 500 con gli sportelli controvento, il modello più gettonato.
    Anche noi andavamo sulla neve: Piano Battaglia. Al piano non ci potevi arrivare perché tutti i pullman disponibili della città avevano portato in gita tutti i giovani, destrorsi o sinistrorsi la domenica non aveva una grande importanza. Si scendeva e ci facevamo a piedi un chilometro senza rischiare valanghe perché di neve, in quel posto ce n’è stata sempre poca in stagione. Si dava il caso, però, che a metà aprile, sprovvisti di qualsiasi equipaggiamento, ci rimanemmo bloccati tre giorni: la chiamiamo falsa primavera? Imparai a giocare a flipper mentre la neve arrivava a metà delle finestre del rifugio.
    Certo non ci ubriacavamo con Scott né parlavamo con Ezra Pound, né snobbavamo Ford Madox Ford. All’ippodromo a giocare la tripla ci andavamo da soli senza Evan Shipman e una volta vinsi ventisettemila lire. Non siamo diventati celebri come loro - il talento non c'era ma solo l'età ornata d'ormoni - ma onesti professionisti. Solo a me è venuta ora l’idea di scrivere quest' epitaffio sulla nostra meglio gioventù.
    Ma agli eredi quanto ha reso questa operazione nostàlghia?

    ha scritto il 

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