Fiera di vanità

Di

Editore: Frassinelli

4.1
(1620)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 896 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Tedesco , Spagnolo , Chi semplificata , Portoghese

Isbn-10: 8876843809 | Isbn-13: 9788876843808 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Maura Ricci Miglietta

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Cofanetto , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Rosa

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Descrizione del libro
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Il mondo è uno specchio, e a ciascuno restituisce la sua immagine.

    La fiera delle vanità è il romanzo più famoso di Thackeray, autore famoso per i suoi romanzi ironici e satirici. La storia parla di due donne molto diverse tra loro e dello sviluppo, molto diverso del ...continua

    La fiera delle vanità è il romanzo più famoso di Thackeray, autore famoso per i suoi romanzi ironici e satirici. La storia parla di due donne molto diverse tra loro e dello sviluppo, molto diverso delle loro vite. Amelia Sedley e Rebecca Sharp si sono conosciute ad una scuola per signorine ma, mentre Amelia proviene da una famiglia benestante e ben vista in società, Rebecca invece proviene da una famiglia povera e disagiata ed ha potuto studiare in quella scuola solo offrendo i suoi servizi come insegnante di francese. La vita, gli amori, le gioie e i dolori delle due donne si incroceranno spesso nel corso della loro vita, contrapponendo la bontà e l'ingenuità di Amelia all'arrivismo senza scrupoli di Rebecca.
    Sono anni ormai che corteggio questo romanzo e mi ripropongo di leggerlo e finalmente ci sono riuscita. Come mi aspettavo, la storia mi ha completamente conquistata come solo i grandi classici riescono a fare!
    Rebecca Sharp è una giovane donna di umili origini che è decisa ad arrivare ai vertici della buona società inglese e a diventarne protagonista. Nel tentativo di elevarsi, sempre socialmente parlando, assistiamo ai suoi intrighi, alle bugie, ai raggiri e alle relazioni sentimentali che intraprende. Contrapposta a Rebecca troviamo Amelia Sedley, buona, dolce, spesso ingenua e pronta a pensar sempre bene di tutti.
    Il romanzo si regge tutto su questa contrapposizione tra la bontà e la cattiveria, l'ingenuità e la furbizia, la sincerità e la menzogna. Servendosi di due personaggi che non potrebbero essere più diversi, Thackeray fa una satira della stessa società inglese dell'epoca, analizzando personaggi, eventi e situazioni tra le più varie, non risparmiando nessuno ma piuttosto svelando misfatti e retroscena di quella che viene considerata l'élite dell'aristocrazia inglese.
    Thackeray ha uno stile meraviglioso, scorrevole, descrittivo, ironico e pungente. Nonostante la mole del romanzo, la storia si lascia leggere che è un piacere e scivola via in un lampo. Thackeray è un maestro nel descrivere luoghi e personaggi, nel renderli reali e nel far diventare il lettore parte della storia. La storia non annoia mai, i colpi di scena sono molti ed è davvero interessante e spesso divertente seguire le avventure dei personaggi.
    Alcuni dei personaggi sono davvero indimenticabili. L'intento dell'autore era quello di creare una storia senza eroi, e in effetti ci riesce grazie sopratutto a Rebecca che è la protagonista assoluta del romanzo. Lei con tutte le sue bugie, i suoi intrighi e la sua civetteria senza scrupoli riesce a togliere la scena ad Amelia, il personaggio femminile buono e corretto, che a suo confronto risulta banale. Ma tutti i personaggi sono descritti magnificamente, anche una volta terminata la lettura il lettore non dimenticherà facilmente Becky, Rawdon, Dobbin e tutti gli altri.
    In questa Fiera delle Vanità regnano la bellezza, il potere, il denaro e la posizione sociale. Ma una volta svaniti, che cosa resta? Nulla dura per sempre, Becky e Amelia lo imparano presto, anche se in modi molto diversi. Leggendo oggi di quella società verrebbe da pensare che sono tempi ormai passati, ma la verità è che anche se la commedia di Thackeray è finita, di commedie come quella ne vediamo tante anche oggi. La Vanity Fair continua e continuerà all'infinito.

    ha scritto il 

  • 3

    LA VANITÀ DEL MONDO

    La trama de “La Fiera delle Vanità” (Vanity Fair: A novel without a Hero) di William M. Tackeray potrebbe forse essere riassunta come una delle più banali e coinvolgenti per una storia d’amore, con un ...continua

    La trama de “La Fiera delle Vanità” (Vanity Fair: A novel without a Hero) di William M. Tackeray potrebbe forse essere riassunta come una delle più banali e coinvolgenti per una storia d’amore, con una fanciulla che si innamora di un giovanotto, lo sposa nonostante l’ostilità della famiglia, rimane incinta, lui muore, l’amico di lui, da sempre innamorato di lei la corteggia ma lei resiste per diciotto anni, forte dell’amore per l’amico scomparso. Quando ormai il corteggiatore sta per cedere, un’amica le rivela cose che non avrebbe voluto sapere del marito defunto, piegandone finalmente la resistenza.
    Questa “vana” trama che ruota attorno ad Amelia Sedley, affiancata da altre che riterrei minori (come le vicende dell’arrivista Rebecca Sharp, pronta a tutto per conquistarsi un posto in società), serve, però, a questo autore classico della letteratura inglese del XIX secolo come base per descrivere un mondo di vanità, “La Fiera delle Vanità” del titolo, qual’era la civiltà inglese ai tempi della caduta di Napoleone Bonaparte e delle guerre con la Francia, una fiera che anticipa molti aspetti della nostra attuale decadenza, un mondo fatto di complessi rapporti e liti familiari, di delicati e intricati rapporti sociali, di guerre, di feste, di mondanità.
    Oggi tutto ciò si legge soprattutto come un documento di come fosse il mondo allora, di come vivessero gli inglesi in quell’inizio di XIX secolo, ormai ben duecento anni fa. Interessante per me cercare di capire il valore della sterlina allora assai maggiore di adesso, scoprire come gli avanzamenti di grado nell’esercito venissero normalmente acquistati in denaro e in nessun modo questo suonasse come una forma di corruzione, ma somigliasse un po’ al sistema con cui oggi acquista una licenza un tassista, un negoziante o un gondoliere. Suonandomi ben strana la pratica, mi viene dunque oggi da riflettere su quanto siano realmente “giuste” le analoghe pratiche moderne appena citate.
    Come dice il titolo inglese (Vanity Fair: A novel without a Hero) - e come viene detto all’interno dell’opera - visto che questo è un romanzo senza un eroe, lasciate che abbia almeno un’eroina, ma Amelia ha ben poco di eroico, è piuttosto una vittima della società, della mondanità e della propria ingenuità. Questa appare dunque, come certo desiderato dall’autore, come un’opera senza eroi, ma se non ci sono, difficilmente può esserci avventura e senza siamo nel grigiore della quotidianità, seppure imbellettata dall’ambientazione storica e dal perfido contesto mondano. Questo, penso, sia una delle cose che mi ha reso più pesanti la lettura.
    L’epoca narrata è antecedente a quella dell’autore, seppure non di molto, e questo lo porta a descrivere quegli anni come un’epoca già diversa dalla sua. “La Fiera delle Vanità”) uscì, infatti, a puntate mensili tra il 1847 e il 1848 e, poi, unitariamente, alla fine di tale anno.
    La novità per quell’epoca pare fosse avere una protagonista non più tutta virtù o vizio e il descrivere una nuda realtà quotidiana in cui vale più il buon senso che un vacuo sentimentalismo.
    Il romanzo non si può definire prolisso (dato che è vivace e ricco di scenette) come mi sono parse altre opere ottocentesche, ma le 662 pagine dell’edizione Newton Compton mi sono parse davvero tante, anzi decisamente troppe, soprattutto per una trama come quella descritta all’inizio che riscuote in me un interesse quasi nullo. Ho letto opere assai più lunghe, magari divise nei numerosi volumi di una saga, ma parlare delle vanità del mondo e degli amori di una ragazzetta scialba per così tanto, francamente mi ha un po’ stancato e devo dire di aver tratto un sospiro di sollievo quando sono finalmente arrivato all’ultima pagina.
    La lunghezza di quest’opera, tra l’altro, mi ha portato a fare qualcosa che non avevo mai fatto prima in vita mia: abbandonare la versione cartacea e passare all’e-book.
    Mantengo, infatti, normalmente, in lettura almeno un libro su carta e uno in formato elettronico, dato che quelli in e-book li posso leggere in T.T.S. e quindi in circostanze ben diverse dai cartacei (mentre guido, cammino, sono in palestra, cucino…). Il tempo per leggere su carta per me si è ridotto ogni anno di più, dunque la percentuale di libri letti, anzi ascoltati, con Text To Speech, sono ormai divenuti ampia maggioranza. Rendendomi, dunque, conto di non riuscire a progredire molto nella lettura dell’opera di Tackeray, ho deciso di lasciare il cartaceo e riprendere la lettura in e-book, riuscendo così a completarlo. Se non l’avessi fatto, me lo sarei trovato in attesa di essere finito forse ancora quest’estate. Le sue dimensioni fisiche, tra l’altro, mi rendevano anche scomodo portarmelo dietro in quelle occasioni in cui spesso leggo su carta, come in fila in qualche ufficio, pratica peraltro che mi capita sempre meno da quando moltissime attività che un tempo richiedevano uno spostamento di persona si possono fare on-line.
    Insomma, questo libro segna una nuova tappa del mio abbandono di quel supporto desueto che è la carta. Fenomeno questo che mi sorprende per la sua rapidità, se penso che il primo libro che lessi in elettronico fu “L’eleganza del riccio”, nell’agosto del 2010 (lo feci al PC, non avendo ancora un e-reader). Trascorse poi un anno, fino al settembre 2011, prima che mi decidessi ad acquistare il primo e-reader, di cui apprezzai da subito la possibilità di leggere in T.T.S. Nel 2012 gli e-book erano 43 su 64 letture. Insomma, in meno di sette anni, sto ormai quasi per rinunciare alla lettura su carta, se non fosse che ho ancora tanti cartacei da leggere. Se dovessi riservare anche a questi volumi l’approccio seguito con “La Fiera della Vanità” o addirittura iniziarli direttamente in elettronico, penso che finirò per abbandonare del tutto la carta.

    ha scritto il 

  • 2

    Abbiamo solo del marcio dentro di noi?

    In effetti l'autore lo aveva detto subito: non ci sono eroi in questa storia. Ma mi chiedo se questa è proprio la realtà.. Se dovessi fare una descrizione del principe azzurro, sarebbe sicuramente il ...continua

    In effetti l'autore lo aveva detto subito: non ci sono eroi in questa storia. Ma mi chiedo se questa è proprio la realtà.. Se dovessi fare una descrizione del principe azzurro, sarebbe sicuramente il maggiore Dobbin. Lui è l'AMORE pure, incondizionato, un po'ottuso, ma potente, unico nella vita. Per quanto riguarda le figure femminili, son tutte delle sciacquette: purtroppo molto più numerose intorno a noi di quello che pensa (anzi spera..)

    ha scritto il 

  • 5

    Mi è capitata per caso sotto le mani questa traduzione del romanzo, e per fortuna! Essa infatti regge benissimo come uno specchio fedele il confronto con l'originale inglese, sia nel lessico che nella ...continua

    Mi è capitata per caso sotto le mani questa traduzione del romanzo, e per fortuna! Essa infatti regge benissimo come uno specchio fedele il confronto con l'originale inglese, sia nel lessico che nella sintassi; vi si trovano sostantivi in disuso, come se fossero orecchini di madreperla che una nonna aveva dimenticato in un portagioie e rimasti chiusi lì per anni e anni dopo la sua morte; riportate alla luce poi, la superficie di queste gioie poi sembra risplendere dall'interno grazie alla storia della loro indossatrice. In conseguenza dei preziosismi lessicali quindi, l'effetto che se ne riceve nello scorrere della lettura è la vivace e raffinata comicità di un Thackeray perfettamente integro.

    ha scritto il 

  • 4

    Uno spaccato dell'Inghilterra storica

    Potete trovare la mia recensione completa qui:
    https://langolodirosmaribooks.blogspot.it/2015/08/parliamo-ancora-di-libri-8puntata.html

    ha scritto il 

  • 0

    Che fatica, ma per colpa mia!

    Anche se credo di averne colto solo la metà, ne è valsa la pena sicuramente, ho amato l'ironia ed il modo dell'autore di rapportarsi con il lettore durante tutto il libro. Per quanto riguarda i person ...continua

    Anche se credo di averne colto solo la metà, ne è valsa la pena sicuramente, ho amato l'ironia ed il modo dell'autore di rapportarsi con il lettore durante tutto il libro. Per quanto riguarda i personaggi ho faticato parecchio a memorizzarli, per fortuna ho letto su eBook ed è un grande aiuto! 4 stelline ma solo perché non credo di essere riuscita a cogliere tutto quello che dà questo libro!

    ha scritto il 

  • 5

    Romanzo che mi ha conquistata ed è diventato uno dei miei preferiti, vuoi per la prosa di Thackeray, vuoi per i personaggi (amo il personaggio di Becky), vuoi per le situazioni... Ho apprezzato molto ...continua

    Romanzo che mi ha conquistata ed è diventato uno dei miei preferiti, vuoi per la prosa di Thackeray, vuoi per i personaggi (amo il personaggio di Becky), vuoi per le situazioni... Ho apprezzato molto il fatto che nessun personaggio si salva dall'ironia dello scrittore: d'altro canto nella Fiera delle Vanità un eroe si sentirebbe fuori luogo.

    ha scritto il 

  • 5

    Non cercate l’eroe: non c’è.

    Un romanzone di 900 pagine, ma che già nel titolo dice tutto.

    Ci sono smargiassi che si aprono un varco a spintoni, bellimbusti che fanno l'occhio dolce alle donne, ladruncoli pronti a svuotar le tasc ...continua

    Un romanzone di 900 pagine, ma che già nel titolo dice tutto.

    Ci sono smargiassi che si aprono un varco a spintoni, bellimbusti che fanno l'occhio dolce alle donne, ladruncoli pronti a svuotar le tasche, imbonitori che strepitano davanti ai loro baracconi, zotici col naso all'aria a guardare i ballerini in vesti multicolori, i poveri acrobati dal viso impiastricciato di belletto, mentre individui dalle dita agili e leggere armeggiano con le loro tasche posteriori. Si, questa è la fiera delle vanità: non è certo un luogo morale, e nemmeno allegro, ad onta di tanto chiasso.

    Nonostante la mole, la prosa è fluida, i personaggi ottimamente caratterizzati (memorabile la "cattivissima" Becky Sharp) e la lettura piacevole. Thackeray mette alla berlina la società inglese dell’ottocento e il suo falso perbenismo: arroganza, adulazione, ipocrisia, prepotenza, opportunismo, superficialità, egoismo, assenza di scrupoli, arrivismo, smania di protagonismo… insomma tutte le peculiarità che caratterizzavano quel tipo di società e che noi, uomini moderni ed evoluti, ci siamo lasciati alle spalle.

    Il romanzo si chiude con questa battuta:
    Ah Vanitas Vanitatum! Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi raggiunge quello che desiderava o, avendolo raggiunto, è soddisfatto? Venite, ragazzi, riponiamo baracca e burattini: la commedia è finita.

    Chissà se Thackeray mente sapendo di mentire? Lo spettacolo, infatti, non è finito, si replica ad oltranza, ma i primattori – c’è bisogno di dirlo? – sono sempre gli altri. Che c’entriamo noi? L’Oscar per il miglior protagonista se lo merita qualcun altro. A noi spetta – al limite (se proprio vogliamo essere pignoli) – quello del non-protagonista.

    ha scritto il 

  • 5

    L'ho ritrovato un po' datato e pesante in molte parti. Sempre bello entrare nel mondo vittoriano di vuote ipocrisie: ma il contenuto morale si riduce alla fine a poca cosa ed i personaggi raramente ri ...continua

    L'ho ritrovato un po' datato e pesante in molte parti. Sempre bello entrare nel mondo vittoriano di vuote ipocrisie: ma il contenuto morale si riduce alla fine a poca cosa ed i personaggi raramente riescono ad "incarnarsi". Resta l'empito narrativo e la descrizione potente di una società arroccata nei propri pregiudizi morali.

    ha scritto il 

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