Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Filologia dell'anfibio

Diario militare

Di

Editore: Laterza (Contromano)

3.9
(135)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 234 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8842090360 | Isbn-13: 9788842090366 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature

Ti piace Filologia dell'anfibio?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Già il destino di essere nati non è privo di stranezza, ma all'interno della condizione umana vi è qualcosa di più strano: il servizio militare.
Ordina per
  • 5

    Con Michele Mari non sono obiettivo,mi piacerebbe anche se descrivesse la lista della spesa.
    In questo caso la sua perizia è destinata ai ricordi del periodo della leva militare.
    L'espediente che rende mirabile il tutto è adoperare un linguaggio aulico per narrare fatti, ordinari e non, di questo ...continua

    Con Michele Mari non sono obiettivo,mi piacerebbe anche se descrivesse la lista della spesa. In questo caso la sua perizia è destinata ai ricordi del periodo della leva militare. L'espediente che rende mirabile il tutto è adoperare un linguaggio aulico per narrare fatti, ordinari e non, di questo anno temuto fino (almeno)alla mia generazione.Superlativo.

    ha scritto il 

  • 3

    Lettura per soli iniziati, vivamente sconsigliata a coloro che non conoscono l'autore e il di lui stile. L'argomento, del resto, non ha alcunché di attraente. Tutto si regge sul linguaggio - altissimo, in bilico fra volgare trecentesco e idioma del '700 - che da mezzo di cronaca si fa arma satiri ...continua

    Lettura per soli iniziati, vivamente sconsigliata a coloro che non conoscono l'autore e il di lui stile. L'argomento, del resto, non ha alcunché di attraente. Tutto si regge sul linguaggio - altissimo, in bilico fra volgare trecentesco e idioma del '700 - che da mezzo di cronaca si fa arma satirica, parodica. Se qui c'è una lezione, il Mari moralista evidenzia la stupidità della forma mentale militarista, mentre suggerisce in conclusione che perfino da esperienze tanto abiette (dodici mesi di vita sciupati) si può ricavare, separandosene, uno struggente, letterario senso di rimpianto.

    ha scritto il 

  • 2

    Va bene il linguaggio aulico-arcaico così come il fotografico occhio-sguardo dello scrittore Mari. Ciò che però non si riesce a scorgere, sono le sensazioni di cuore-pancia dell'uomo Mari. Per carità: forse un modo come un altro per difendersi da inevitabili "rimembranze" di noia e violenza verb ...continua

    Va bene il linguaggio aulico-arcaico così come il fotografico occhio-sguardo dello scrittore Mari. Ciò che però non si riesce a scorgere, sono le sensazioni di cuore-pancia dell'uomo Mari. Per carità: forse un modo come un altro per difendersi da inevitabili "rimembranze" di noia e violenza verbale-fisica-psicologica e non-senso, ecc. Certo: l'autore era completamente libero di non scegliere la strada del servizio civile, di non volere essere riformato per depressione od omosessualità, ecc. Ma da quella che avrebbe dovuto essere (almeno nelle intenzioni) una goliardica pseudodenuncia dell'assurdità di tale istituzione italiana obbligatoria (allora), traspare invece un'amebica e totale rassegnazione, quasi che quel coercitivo e grottesco "rullo trasportatore" in cui Mari si è sentito sbattuto, sia nel corso del "viaggio" divenuta una specie di esperienza di vita tutto sommato simpatica, quasi divertente. Insomma: fare buon viso a cattivo gioco. Un'occasione a dir poco sprecata. E non bastano mica i disegnini per riempire quel vuoto di emozioni e sentimenti che le parole si rifiutano di colmare. Credo che gli autentici e più profondi stati d'animo di uno scrittore moralista-fustigatore-poeta sia ciò che manca (pesantemente) a questo diario di naja.

    ha scritto il 

  • 3

    Mari racconta il suo servizio militare - anzi, ad esser più precisi, la prima parte, il cosiddetto C.A.R. (Centro Addestramento Reclute). Chi, come me, ebbe modo di evitare quell'esperienza, può viverla qui per interposta persona in maniera molto esauriente: Mari da informazioni dettagliate su tu ...continua

    Mari racconta il suo servizio militare - anzi, ad esser più precisi, la prima parte, il cosiddetto C.A.R. (Centro Addestramento Reclute). Chi, come me, ebbe modo di evitare quell'esperienza, può viverla qui per interposta persona in maniera molto esauriente: Mari da informazioni dettagliate su tutto (e così ora so tutto quel che mi è stato risparmiato). La lettura è a tratti piacevole, per la maestria narrativa dell'autore e per l'arguzia, perlopiù sottilmente irridente, ma si fa invece pesante laddove le descrizioni diventano estremamente minuziose e le elencazioni hanno lo stile dei manuali d’uso: eccesso di dettaglio, insomma... e il troppo stroppia.

    ha scritto il 

  • 5

    Filologia

    come sempre Mari stupisce per la sua capacità di far capire che la filologia va ben al di là di studi libreschi. Qui la filologia si applica alla vita stessa quasi in senso Perechiano.
    Il senso e non senso le derivazioni le motivazioni la storia che stanno dietro il servizio militare qui divengon ...continua

    come sempre Mari stupisce per la sua capacità di far capire che la filologia va ben al di là di studi libreschi. Qui la filologia si applica alla vita stessa quasi in senso Perechiano. Il senso e non senso le derivazioni le motivazioni la storia che stanno dietro il servizio militare qui divengono diario di campo degno di un raffinato antropologo.

    ha scritto il 

  • 4

    all'inizio mi lasciava perplesso il linguaggio aulico soprattutto perché sovraccarico di termini desueti, talvolta troppo lezioso e ridondante, ma tant'è, il contraltare animalesco dei fatti e la lucida ironia che analizza la vita di caserma finiscono per prevalere e far divertire, con una punta ...continua

    all'inizio mi lasciava perplesso il linguaggio aulico soprattutto perché sovraccarico di termini desueti, talvolta troppo lezioso e ridondante, ma tant'è, il contraltare animalesco dei fatti e la lucida ironia che analizza la vita di caserma finiscono per prevalere e far divertire, con una punta di nostalgia per ricordi del tutto simili. ci vorrebbe il seguito.

    ps: l'apoteosi personale a pag. 149, dove le "caserme operative in zone di confine" vengono subito prima delle "carceri militari", buone ultime come destinazione da evitare per la ferma…

    ha scritto il 

  • 0

    Premessa: a me lo stile di Mari non piace. Mi provocano sottoesopra cutanea allergia lo sbrodolamento archeologizzante, il compiacimento nel virtuosismo linguistico, l’asfissiante presenza di parole desuete o chicazzlesape (“non ti riforma le entragne, non ti tocca l’entelechia”), pure in lati ...continua

    Premessa: a me lo stile di Mari non piace. Mi provocano sottoesopra cutanea allergia lo sbrodolamento archeologizzante, il compiacimento nel virtuosismo linguistico, l’asfissiante presenza di parole desuete o chicazzlesape (“non ti riforma le entragne, non ti tocca l’entelechia”), pure in latino e – non ci facciamo mancare niente – in grafemi greci.

    E invece non mi è affatto dispiaciuto “Filologia dell’anfibio” , il racconto di due mesi di CAR della recluta Michele Mari, dallo sbigottimento per l' arrivo della cartolina in coincidenza con l’esame di laurea alla imminenza della partenza per la destinazione finale, Verona, come dattilografo. Il linguaggio fa da contraltare alla materia della narrazione. Come dire, stelle e stalle (e stellette) insieme. “Dimostrerò a suo luogo di essere stato afflitto non tanto dall’ideologia sottesa al servizio militare quanto dalla sua inefficienza e inutilità (…) Come non pensare, allora, che come quella teologica anche la tradizione militare abbia corteggiato l’assurdo, raffinando nei secoli una tecnica di designificazione delle cose proprio a marcare la propria alterità appo la vita “normale”? Perché non credere che questa enorme, flagrante demenza non celi un’astuzia tignosa, che facendo del non senso il proprio unico senso non consegua perfettamente il proprio fine, cioè a dire perpetuarsi come una liturgia resasi pura forma, come un motivo ornamentale solutosi in mero ritmo?” (pag. 39)

    Pura forma. L’altezza dello stile non funge da nobilitatore dei contenuti, anzi. Sembra quasi rendere ancora più assurdo e senza senso il delirio della vita da recluta. Raddoppiandolo. Anzi, rendendolo al quadrato. Pura forma, mero ritmo X pura forma, mero ritmo. Dunque in tale siffatto contesto alle scorribande cruscanteggianti del Mari ho dato un intrinseco perchè. “ … stante l’assiologica negatività del servizio militare così come viene prestato, l’unico riscatto gli può venire dal riconoscimento della sua araldica formalizzazione. Di quell’anno dilapidato le formule, gli arcaismi, i decorativi cavilli, le pompe esteriori, i rituali arcani sono l’unica luce, l’unica passione.” pag.157 Emblematica è la morte del soldato Di Giacomo. Un pungiglione amaro. Come può la morte ingiusta di un compagno esser dimenticata con lo scioglimento della Compagnia? Come può questo ricordo venire “imbalsamato” alla stessa stregua della noia di una guardia e dell’attesa di un pasto? Un anno senza senso, proprio senza senso. Un anno buttato.

    Ma soprattutto, questo libro di Mari mi è piaciuto perché si è riacceso il ricordo dei disperati racconti degli amici che non scelsero il servizio civile – e forse nessuno mosso dal desiderio dell’autore “di equarmi agli altri (una tantum) come per un parentetico accesso di evangelismo laico” - e da Albenga (marò, al confine!!), Olbia, Gaeta, ritornavano in licenza col capello rasato e senza orecchini, e poi nel ricordo del tremebondo urlo "Oùro!" che risuonò a Bracciano dove, indistinguibile tra la selva di fucili, anfibi e divise, c’era anche mio fratello. Chi lo ha fatto, il C.A.R., ricorderà. Chi non lo ha fatto, potrà rendersi conto di quanto sia stato fortunato.

    ha scritto il 

  • 3

    "Già il destino di essere nati non è privo di stranezza, ma all'interno della condizione umana vi è qualcosa di più strano: il servizio militare".


    "Filologia dell'anfibio" è qualcosa a metà strada tra il diario/resoconto grottesco e l'elaborazione di un trauma, e da qui trae la sua vitalit ...continua

    "Già il destino di essere nati non è privo di stranezza, ma all'interno della condizione umana vi è qualcosa di più strano: il servizio militare".

    "Filologia dell'anfibio" è qualcosa a metà strada tra il diario/resoconto grottesco e l'elaborazione di un trauma, e da qui trae la sua vitalità. Più che un libro, pare, un'esigenza, meglio, un'urgenza: la denuncia di un'assurdità, completa e totale, dei suoi teatri (la caserma, i poligoni, le camerate, la mensa), delle sue teatralità (marce/appelli/alzabandiera/saluti/esercitazioni/marce/gerarchie), e insieme il rimpianto perchè luogo simbolico di solitudini caotiche e angosciose (e quindi auto-analisi?). A rendere interessante l'esperimento è proprio il punto di vista della recluta Mari - filologo di candore esile e incorrotto, barricato in una struttura solipsistica fatta di citazioni in latino e buone letture ordinate sul muro - catapultato in un mondo che è "moltitudine, confusione, impurezza". Buffo, comico, grottesco, a tratti esilarante è il risultato del conflitto tra la rappresentazione dell'uno e la realtà dei molti. Ma è ovvio, infine, che sarà proprio la recluta Mari a rimpiangere la caserma, mentre questa accoglierà qualche altro filologo spaurito - e nonostante la colossale e ridicola liturgia che lì si metterà in scena, come in tutte le caserme del mondo e d'ogni epoca, lo metterà in contatto con un "altro-da-sè" che, forse, non avrebbe mai conosciuto.

    Nota a parte per la scrittura ispirata, lucida e brillante di Mari - per quanto alcuni aneddoti secondari, verso il finale, "annacquino" un poco la felice struttura testuale.

    "[...] recitò la formula del Giuramento, che confesso di non ricordare troppo bene: ricordo invece l'urlo "Oùro" che risuonò nel cortile [...] Questo "Oùro", a bene intendere, è l'esito della fusione di tanti effati diversi che vorrebbero sapidamente variare il "Lo Giuro" di prammatica, dal diffusissimo "L'ho duro", fatto proprio direi dall'ottanta per cento dei soldati, convinti di essere arguti, ai più fantasiosi "C'è un muro", "E' maturo", "Bromuro", "Canguro" (escluderei tuttavia "Paguro") [...]".

    ha scritto il 

  • 3

    Vivere significa essenzialmente aggiornare il proprio passato

    All’inizio mi sembrava di leggere un verbale redatto da un ufficiale dei carabinieri odierno, più colto di quegli appuntati che popolavano le barzellette. Ho fatto fatica a sintonizzarmi con il linguaggio. Un’alternanza di termini desueti, neologismi, parti in latino, costruzioni sintattiche ar ...continua

    All’inizio mi sembrava di leggere un verbale redatto da un ufficiale dei carabinieri odierno, più colto di quegli appuntati che popolavano le barzellette. Ho fatto fatica a sintonizzarmi con il linguaggio. Un’alternanza di termini desueti, neologismi, parti in latino, costruzioni sintattiche ardite (ma sempre funzionali). Più di tutto mi colpivano le piantine e i disegni atti a esemplificare i passaggi di ciò che stava raccontando (a pag. 243 farà menzione di esserne egli stesso l’autore). Avete svolto il servizio militare? Leggete questo libro. Non lo avete svolto? Lasciate perdere. L’epoca dei fatti è il 1979. Una grossa sorpresa è stato constatare che le cose, quindici anni più tardi, erano rimaste le stesse. Il C.A.R. di Michele Mari a Como potrebbe essere il mio a Viterbo e il vostro in qualunque altra città. Vi troverete gli stessi graduati, gli stessi commilitoni e anche la medesima ripartizione della caserma. Giunto al termine della lettura mi sono riconciliato con Mari e anch’io mi son voltato indietro a guardare quel cortile prima che la porta si chiudesse: “Noodlesse.. venisse qua!” Ho risentito quel fastidioso linguaggio casermesco, lo stesso delle frequenze di radio naja, e mi sono venuti agli occhi Testani, Trovato, Vincenzi, Vincenzini, e Zannoni. Mi son bastati quei giorni del car per iscriverli per sempre nella mia memoria. Ho chiuso il libro e come al mio solito sono andato a riprendere l’introduzione che avevo appositamente saltato: “Ci sono persone per le quali il passato è la sola dimensione reale: per queste persone vivere significa essenzialmente aggiornare il proprio passato…” Ebbene Michele, anch’io sono una di queste persone.

    ha scritto il