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Fondamenta degli incurabili

By Iosif Brodskij

(1025)

| Paperback | 9788845908088

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Book Description

131 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    62

    C'era qualcosa di erotico, senza dubbio, nel trascorrere del suo agile corpo sull'acqua, senza rumore, senza traccia - qualcosa che somigliava molto allo scorrere della tua mano sulla pelle levigata di una donna. Erotico: perché non c'erano conseguen ...(continue)

    C'era qualcosa di erotico, senza dubbio, nel trascorrere del suo agile corpo sull'acqua, senza rumore, senza traccia - qualcosa che somigliava molto allo scorrere della tua mano sulla pelle levigata di una donna. Erotico: perché non c'erano conseguenze, perché la pelle era infinita e pressoché immobile, perché la carezza era astratta.

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    L. said on Jul 10, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Bello ma...non balla!

    Venezia attraverso un inimitabile gioco di specchi....cartoline e pensieri profondi......ma poco coinvolgente, forse troppo freddo per essere vero!

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    Gently said on Apr 27, 2014 | Add your feedback

  • 4 people find this helpful

    “”Brodskij si preoccupava di verità profonde. Nella sua quotidianità letteraria e privata il concetto di anima era decisivo, centrale. Percepiva la ferialità del nostro Stato come l’agonia di un corpo abbandonato dall’anima. Ovvero come l’apatia di u ...(continue)

    “”Brodskij si preoccupava di verità profonde. Nella sua quotidianità letteraria e privata il concetto di anima era decisivo, centrale. Percepiva la ferialità del nostro Stato come l’agonia di un corpo abbandonato dall’anima. Ovvero come l’apatia di un mondo addormentato dove solo la poesia è ancora desta … In confronto a Brodskij, gli altri anticonformisti sembravano impiegati delle poste.
    Aveva ideato un inaudito modello comportamentale. Non viveva in uno Stato proletario, ma nel monastero del proprio spirito. Non combatteva il regime. Non lo notava, ne sospettava a malapena l’esistenza.””

    Questa è una parte della descrizione che ne dette Dovlatov.
    Leggendo questo testo, nato casualmente su richiesta fatta dal Consorzio Venezia Nuova ad un poeta, premio Nobel e periodico frequentatore della città, bisogna dire che il ritratto dovlatoviano è calzante.

    Brodskij, il rosso (di capelli), capitò a Venezia su invito e ci ritornò poi per 17 anni, almeno per un mese. Parlava pochissimo l’italiano, ma era stato il traduttore (in russo) di diversi autori italiani, da Montale a Svevo. Di famiglia ebrea, era nato a Leningrado. Città nata, su progetto italiano e sulla morte di decine di migliaia di servi della gleba, nel delta della Neva: una quarantina di isole e tre o quattrocento ponti, quasi sul Circolo Polare Artico (notti bianche).

    Non sapremmo mai come gli sarebbe apparsa la città in primavera, estate autunno, non invasa dal Carnevale, dalla festività del Redentore, dalle zanzare.
    Lui l’ha sempre visitata d’inverno, stagione che a un nordico (come spesso si definisce) è più congeniale.
    La vede con gli occhi di un poeta, la gira come un turista senza cartina, casualmente, perdendosi tra le strade e stradine d’acqua (il non-metodo migliore per girare Venezia anche secondo Scarpa).
    Una festa alla quale si trova inopinatamente lo porta dentro un antico palazzo, abbandonato per secoli a liti ereditarie, finalmente concluse. Il padrone di casa lo porta ai piani superiori per una strana visita: stanze buie abitate da tendaggi sul punto di disfarsi e da specchi sempre meno riflettenti. Sovrana regna la polvere e vero padrone è il tempo.
    Il maggiordomo, vecchia checca sopraffatta dagli anni, circondato da giovani gay è il solo possibile occupante, insieme al proprietario, magro e occhialuto, di un palazzo non più destinato ad ospitare nascite.
    Susan Sontag lo trascina ad un tè dalla vedova di Pound. La vedova è molto presa dalla reiterata difesa del marito, la Sontag è pungente e Brodskij molto occupato con i pasticcini.
    Una gita notturna all’isola di Sam Michele nella gondola di un conoscente (troppo costosa altrimenti per le tasche di un poeta/professore) gli fa percorrere l’acqua, eterno specchio della bellezza eccessiva, vanitosa della piccola città che sull’acqua fu impero. Uno scorrere silenzioso in una laguna calma, sotto uno spicchio di luna, nel silenzio in cui l’acqua scorre sull’acqua.
    A San Michele è sepolto, più vicino alla Russia di quanto lo sia l’America.

    O sole mio. A un certo punto cita questa canzone come cantata dai battellieri.
    O Sacro Graal! Le spiegazioni possono essere due: i battellieri veneziani la cantano perché è turisticamente e universalmente nota anche a cinesi e coreani. L’altro motivo può essere che per un russo questa canzone sia la prima a venirgli in mente, come per noi Oci ciornia o Kalinka (che ne avranno due palle così, pure loro).

    Non è una guida turistica. Quella non ci avrebbe parlato delle alghe invetriate dal gelo su un scoglio.

    24.04.2014

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    Anina e "gambette di pollo" said on Apr 25, 2014 | Add your feedback

  • 9 people find this helpful

    "Un sogno decadente"

    “Da queste pagine potrà non venir fuori un racconto, una storia, bensì il fluire di un’acqua limacciosa <<nella stagione sbagliata dell’anno>>. A volte appare azzurra, a volte grigia o bruna; invariabilmente è fredda e non potabile. Il ...(continue)

    “Da queste pagine potrà non venir fuori un racconto, una storia, bensì il fluire di un’acqua limacciosa <<nella stagione sbagliata dell’anno>>. A volte appare azzurra, a volte grigia o bruna; invariabilmente è fredda e non potabile. Il motivo per cui mi ingegno a filtrarla è che contiene tanti riflessi, tra i quali il mio.”

    Queste pagine mi sembravano ricche di belle promesse, disattese purtroppo.
    Brodskij mi stava coinvolgendo nell’atmosfera dicembrina di Venezia, durante una gelida sera in una stazione o in lenta navigazione su una chiatta tra i canali di questa città in bianco e nero, “aristocratica, un po’ fosca, fredda, in una luce scialba, con accordi di Vivaldi e Cherubini per sottofondo, con corpi femminili drappeggiati, quelli di Bellini/Tintoretto/Tiziano, al posto delle nuvole”.
    Per un po’ mi sono sentita inebriata anch’io dall’odore di alghe marine sotto zero. Sospinta dal vento, mi sono persa e ho vagato tra i vicoli di Venezia, nella nebbia, tra i colori smorti, il cielo grigio e le giornate brevi.
    Trovo che la descrizione dei colori e dell’atmosfera della città, che l’Autore ricrea, sia la cosa più riuscita di questo libretto. Ma poi Brodskij ha iniziato a stancarmi con i suoi continui riferimenti alla bellezza, al senso estetico o con i racconti di incontri con vecchie signore o di storie che mi sono sembrate superflue. Per dirla con parole sue: “mi aggredì subito un senso di noia, e fu una stretta improvvisa ma ben salda”.
    Sicuramente è una testimonianza d’amore per la città, eppure tutte le pagine emanano freddo, e non so se è una scelta voluta, paragonabile proprio al freddo dei muri di questa città.
    Ad un certo punto della lettura, mi sono però convinta che, forse, questo libretto è un tentativo di emulare un autore francese Henri de Régnier e il suo romanzo “Svaghi provinciali” che si svolgeva proprio a Venezia, d’inverno, e che Brodskij scrive di aver letto da ragazzo.
    Fondamenta degli incurabili sembra presentarsi proprio con la stessa struttura di quel romanzo, di cui Brodskij ci racconta che “la cosa principale era che la storia si snodava in capitoletti di una pagina o una pagina e mezza. La loro rapida successione dava il senso di tante strade umide, fredde, anguste, in cui la sera si affretta il passo in uno stato di crescente apprensione, guardando a sinistra, guardando a destra. (…) Imparai che la qualità di un racconto non dipende dalla storia in sé ma dal montaggio. Senza volere, finii con l’associare questo principio con Venezia.
    Se adesso il lettore soffre, ecco la ragione”.

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    Aria Saracena said on Apr 11, 2014 | 4 feedbacks

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    "Comunque, l'inverno è una stagione astratta: smorza i colori, anche in Italia, e impone le leggi del freddo e delle giornate brevi"

    Come si può affermare di conoscere una città se la si è vista sempre durante la medesima stagione? Non si può, dico io, e chiunque lo affermi non fa che mentire, anche qualora lo facesse in perfetta buonafede.
    Brodskij, con onestà, prudenza e buonsen ...(continue)

    Come si può affermare di conoscere una città se la si è vista sempre durante la medesima stagione? Non si può, dico io, e chiunque lo affermi non fa che mentire, anche qualora lo facesse in perfetta buonafede.
    Brodskij, con onestà, prudenza e buonsenso, non afferma mai di conoscere Venezia, della quale fa, infatti, in questo libricino, un resoconto doppiamente parziale: quella raccontata dal poeta russo è una Venezia invernale (principalmente per questo il suo ritratto non può dirsi completo) e conosciuta soltanto attraverso gli occhi (occhi: apparecchi che registrano passivamente ciò che passa loro davanti, per testimoniarlo poi, senza averlo filtrato in alcun modo, alla mente).
    Una Venezia d'acqua, di nebbia e solitudine (ma che Brodskij vorrebbe ancora più deserta e desolata), città che è tutta nello spazio e non nel tempo, dal momento che pare immutabile. Una Venezia dilaniata tra il fascino, seducente, erotico al punto da sconfinare quasi nell'incesto, del mito, e la pragmaticità senza poesia del presente (anche se si parla ormai di un quarto di secolo fa).
    Venezia come pizzo di pietra; Venezia che è un grande, un immenso pesce fatto di infiniti pesci più piccoli, in un gioco di incastri, di labirinti che si srotolano e poi ritornano verso il proprio cuore per chiudervisi intorno, per divenire barriera capace di offrire protezione.
    Nella città d'acqua, lo scrittore va errando come dimentico di ogni cosa, e di se stesso in special modo (una cosa simile accade sognando). Soltanto la bellezza (una bellezza che non si declina unicamente nel fulgore del mezzogiorno, ma anche e soprattutto nell'ombra clemente della sera e della notte, che accompagna, lievemente, una lenta decadenza, un disfacimento dolce), della quale ogni cosa è contaminata, è abitante legittima di Venezia (B., come del resto chiunque altro, abitanti compresi, non è che un turista). Si potrebbe, anzi, quasi dire che Venezia stessa, specchio di acque nere, finestre alte, muri scrostati, angoli nascosti, non esiste che per riflettere la Grazia e renderla visibile agli occhi degli uomini.

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    alice said on Mar 22, 2014 | 2 feedbacks

  • 4 people find this helpful

    Camminare a Venezia di inverno, infilarsi nelle calli, salire e scendere dai ponti, trovarsi all'improvviso la strada sbarrata dall'acqua cupa di un canale; rendersi conto dell'impossibilità di seguire una mappa, di mantenere una direzione, di orient ...(continue)

    Camminare a Venezia di inverno, infilarsi nelle calli, salire e scendere dai ponti, trovarsi all'improvviso la strada sbarrata dall'acqua cupa di un canale; rendersi conto dell'impossibilità di seguire una mappa, di mantenere una direzione, di orientarsi; vedere i palazzi dissolversi nella nebbia, sfumare tra acqua e cielo: in una parola, perdersi. E' questo andamento che torna tra le pagine: l'impossibile bellezza che svapora in una solitudine che non si può redimere. Se, come scrive Brodskij, l'acqua è "l'immagine del tempo", allora a Venezia "E' come se lo spazio, consapevole - qui più che in qualsiasi altro luogo - della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l'unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza".

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    Chicca said on Mar 21, 2014 | 1 feedback

Book Details

  • Rating:
    (1025)
    • 5 stars
    • 4 stars
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    • 2 stars
    • 1 star
  • Paperback 108 Pages
  • ISBN-10: 8845908089
  • ISBN-13: 9788845908088
  • Publisher: Adelphi (Piccola biblioteca, 259)
  • Publish date: 1991-02-xx
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