Foto di gruppo con signora

Di

Editore: Einaudi

4.1
(1009)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 358 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 8806182765 | Isbn-13: 9788806182762 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: I. A. Chiusano

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback , Tascabile economico

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • 4

    I quanti di Boll

    “Foto di gruppo con signora” è una incredibile miscellanea sapientemente raccordata di documenti vari alcuni inventati, altri autentici, che raccontano la storia di Leni, cinquantenne bella e sensibil ...continua

    “Foto di gruppo con signora” è una incredibile miscellanea sapientemente raccordata di documenti vari alcuni inventati, altri autentici, che raccontano la storia di Leni, cinquantenne bella e sensibile ma assolutamente incapace di rapportarsi col reale e del tutto avulsa da qualsiasi tipo di convenzione. La sua figura emerge via via che si procede nella lettura fino a palpabile concretezza.

    La tecnica di ricostruzione della vita di questa donna è originale ed efficace: vengono rintracciate e contattate le persone che l’hanno conosciuta e frequentata nei vari periodi della sua vita. Il fratello, una prostituta, un uomo d’affari, una suora e così via… questo il “gruppo” cui allude il titolo. Ne risulta, oltre alla bellezza del storia in sé e della caratterizzazione dei personaggi che è profonda davvero, un incredibile ed acutissimo spaccato post bellico della Germania, della sua società, della sua cultura figlia di sconfitte pesantissime.

    Strepitosa la trovata della voce narrante, sempre indicata con “A.” che sta per “autore”, all’inizio davvero voce terza, avulsa e distaccata che col procedere dell’indagine però entra sempre di più nella storia, fino ad innamorarsi di una testimone fluendo così completamente all’interno della narrazione, anch’egli a pieno titolo parte fondamentale ed essenziale del gruppo.

    Quasi a ricordarci un basic della fisica quantistica: crediamo talvolta di poter osservare qualcosa dal di fuori, ma al solo atto di guardarlo quel qualcosa cambia sotto i nostri occhi ed al contempo, almeno un po', a volte moltissimo, cambia noi.

    Lo stile di scrittura è piano, pensoso, amaro, spesso giornalistico e minimale. La lettura richiede un certo impegno e concentrazione per cogliere tutte le filigrane nascoste ad ogni passo.

    Con questo romanzo Boll vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1972. Ce n’erano tutte le ragioni.

    ha scritto il 

  • 4

    La storia di una vita di donna raccontata come il resoconto di un indagine giornalistica, da inviato speciale. Testimonianze, descrizioni di foto, reperti e sopralluoghi, con l'autore che mentre ti ra ...continua

    La storia di una vita di donna raccontata come il resoconto di un indagine giornalistica, da inviato speciale. Testimonianze, descrizioni di foto, reperti e sopralluoghi, con l'autore che mentre ti racconta la storia, ti dice come se l'è procurato, il materiale. E fa i suoi commenti, giocando con le anticipazioni, che sono una delle cose migliori.

    Ne e esce fuori un pezzo pregiato della cosiddetta “letteratura delle macerie” post bellica: uno spaccato della storia tedesca più brutta e della visione che ne aveva un grande anticonformista di sinistra. A leggerlo vien da piangere a singhiozzi, guardando com’è ridotta la sinistra in Germania (peggio che da noi, sicuro, ed è tutto dire). Soprattutto però ne esce un gran ritratto femminile. Una figura inconsueta, romanticamente tedesca. Ed esce più per il non detto, per quanto di misterioso ed enigmatico conserva, alla faccia di tutta l'indagine che le gira attorno. Resta largamente indecifrabile. Anche perché la fa parlare pochissimo, Boll. Il fascino di questo romanzo, la sua bellezza, sta in gran parte lì, nella figura di Leni, su cui possiamo continuare a lavorare a libro chiuso, di fantasia e di ipotesi.

    E poi sta nei dettagli: nelle raffinatezze stilistiche, in certi episodi, in certe piccole pieghe del racconto. Per esempio l'uso della parola "confacente" (e derivati) nel racconto bellissimo di un russo, che ci riferisce come nacque il grande amore di Leni. Per esempio il suo (del russo) "entrare da una donna" (invece di "entrare in") per intendere l'atto d'amore: la cosa prende il senso di una visita agognata e concessa, con un che di rituale, di gentile. Per esempio l'uso delle parentesi per incartare i commentini che il narratore silenziosamente si appunta mentre interroga i suoi informatori. E poi certi personaggi: il giornalaio comunista che si rifiuta di vendere giornali pornografici (e con una motivazione assolutamente spiazzante: “Si decidano, finalmente, a vendere questa porcheria dov’è il posto suo: davanti alle porte delle chiese, tra i loro fogliastri clericali e le loro menate ipocrite sulla castità”); o suor Klementina, così sensuale, in una Roma così bella; o l'uomo che abita al centro del cimitero, che gli si è allargato intorno a casa e che vive e descrive come il parco della sua villa.

    Negli ultimi due capitoli il romanzo scivola verso e su un mezzo lieto fine che convince e si capisce poco. Con qualche sciatteria di trama insomma. Ma non ci piove (almeno lì): resta un gran bel romanzo.

    ha scritto il 

  • 4

    Fin quasi alla fine di questo lungo romanzo corale ho creduto che si trattasse di un esperimento narrativo di descrizione della Germania, e che la signora del titolo, Leni, rappresentasse proprio la G ...continua

    Fin quasi alla fine di questo lungo romanzo corale ho creduto che si trattasse di un esperimento narrativo di descrizione della Germania, e che la signora del titolo, Leni, rappresentasse proprio la Germania. Ma Boll, con queste sue scelte di presentare la storia come il back stage di una ricerca storico-sociologico-giudiziale, di indicare nomi e sentimenti con la sola iniziale puntata, costringendoti così (nel caso di lettura lenta e intervallata, come è stata la mia) a ritornare sulla citazione originaria, e di condire il tutto con abbondanti dosi di ironia, costruisce un incastro perfetto ma fuorviante. Perché solo in prossimità dell'ultima riga ho infine compreso che l'allegoria non è storica, bensì laicamente religiosa, e il tema è la plausibilità dell'amore cristiano, mentre la conclusione è senz'altro l'inderogabilità del bisogno d'amore gratuito, a prescindere da ogni ideologia, moralismo, avidità, sregolatezza, idealismo o spiritualismo. La chiusura a sorpresa è preceduta da uno schioppettio di invenzioni continue, di scene cimiteriali, di regole per la composizione di corone funebri, di amori nel sottosuolo, di speculazioni immobiliari, di truffe organizzate sui nomi degli scrittori russi, di miracoli che si vorrebbero insabbiare, che soddisfano il lettore curioso ma a mio avviso lo distraggono (volutamente?) dal punto prospettico della foto. Come in una composizione manierista.

    ha scritto il 

  • 5

    ...oggi penso che il “morire per una causa” non la rende affatto migliore, più grande o meno idiota;

    Un romanzo che si presenta come una sorta di biografia in vita di “Leni Pfeiffer , nata Gruyten” , “ una donna di quarantotto anni , germanica” , un “personaggio tanto statico quanto statuario” che " ...continua

    Un romanzo che si presenta come una sorta di biografia in vita di “Leni Pfeiffer , nata Gruyten” , “ una donna di quarantotto anni , germanica” , un “personaggio tanto statico quanto statuario” che "non capisce più il mondo e dubita di averlo mai capito" , “ che piange la morte di tre uomini, ha letto Kafka, sa a memoria Hölderlin, che è cantante, pianista, pittrice, amante, madre di un figlio e in attesa di un altro...” , insomma di una donna che pur con tanti pregi , compreso quello della bellezza , fa spicco soprattutto per la sua totale estraneazione dalla realtà che la circonda .
    Una stesura narrativa che presenta un taglio di tipo giornalistico essendo interamente basata su incontri , e quindi su testimonianze rese da persone – alcune tali di imprimersi immediatamente nella memoria come suor Rahel , detta anche Haruspica, oppure Lotte e Margret , altre meno , ma comunque tante da richiedere un certo sforzo per essere ricordate - e questo fa sì che la figura reale di Leni , sempre piuttosto defilata , venga posta in evidenza solo attraverso fatti, momenti ed episodi salienti della sua vita riportati da altri.
    Un libro in cui l'autore , ripercorrendo in questo modo il periodo tedesco che va dall'inizio dell'era fascista alla fine della seconda guerra mondiale per arrivare infine agli inizi anni '70 , più che in altri dei suoi da me letti sinora , si sofferma diffusamente , anche se indirettamente , sulla guerra e sulle sue tragiche conseguenze , e lo fa con quel suo consueto stile elegante e raffinato , in questo caso non disgiunto da una sottile ma evidente ironia , quasi come se egli volesse in qualche modo esorcizzare , e prenderne quindi distanza , tempi che hanno segnato indelebilmente un momento terribile della storia.
    Un'altra opera di grande valore , peraltro quella che gli è valsa l'assegnazione del premio Nobel , da parte di uno scrittore che , a mio giudizio, è probabilmente meno conosciuto ed apprezzato di quanto meriterebbe .

    ha scritto il 

  • 5

    Con gli autori tedeschi non si è avuto vita facile se non in età matura. Il ghiaccio si è sbloccato con “Il tamburo di latta”, di Gunter Grass, dopo una serie di tentativi vani. Se la Storia è stata m ...continua

    Con gli autori tedeschi non si è avuto vita facile se non in età matura. Il ghiaccio si è sbloccato con “Il tamburo di latta”, di Gunter Grass, dopo una serie di tentativi vani. Se la Storia è stata materia di studio a forza di date, confini e battaglie da mandare a memoria, se l'insegnante è arido quanto lo sono numeri e nomi uno sull'altro, è chiaro che poi annoia anche te. Ma la magia è scattata con il romanzo “La Storia” di Elsa Morante poiché seguire le vicende di Useppe ed avere ogni tot capitoli la spiegazione di ciò che accadeva nel mondo, è stato capire bene la seconda guerra mondiale.
    Di grande interesse, di facile lettura, di grande scrittura due saggi storici di Sandor Marai, sarebbero da non perdere: “Terra Terra!” e “Liberazione”che ci portano in Ungheria. Poi il più difficile saggio di Sebald dal titolo “Storia naturale della distruzione” che ci riporta in Germania.

    C'era bisogno però di un romanzo come questo dove sono le singole persone, o meglio, i singoli personaggi a raccontare e a raccontarsi. Vengono fuori cose da farti rintanare in casa e non uscire mai più, oppure uscire per vedere se incontri una " Leni" che ti permetta di riacquistare un po' di fiducia nel genere umano. Speri di incontrarla fuori dal gruppo dei suoi conoscenti dato che in molti di loro si nascondono Mostri ed hai capito perfettamente che non c'è il piccolo o grande mostro, a seconda dell'azione mostruosa da lui commessa, c'è il Mostro e basta. E che c'è un “silenzio mortale” di tre tipi: di approvazione, neutrale, pieno di simpatia. Un silenzio esecrabile, comunque mortale.
    Il semplice, generoso, spontaneo gesto di offrire un caffè ad un russo è un “atto politico” che potrebbe costare la vita, ma Leni, la “Signora” della foto di gruppo, questo lo sa sì e no in quanto “quel che faceva lo sapeva sempre soltanto mentre lo faceva” (pag.233). Nel suo mondo difficile, Leni ignora totalmente i meccanismi della politica, la logica del profitto, l'invidia, il pettegolezzo. Parla poco di sé, mentre gli altri sparlano di lei, giudicano, affermano cose con convinzione. E' la storia del “tu come mi vedi” che non porterà mai alla verità, ci sono i fatti però a dimostrazione di come sei e nel romanzo si fanno su di essi investigazioni dettagliate.
    Si tratta di riflettere in continuazione in questo pozzo senza fine, dove la vergogna non sembra avere fine e infatti non ce l'ha.

    ha scritto il 

  • 5

    "Una del '68"

    La prendo alla lontana (in famiglia mi scongiurano di non cominciare dal triassico, ma io sono incrollabile!): lo ricordate il “Tanto gentile e tanto onesta pare” e come ci hanno rotto i cabbasisi con ...continua

    La prendo alla lontana (in famiglia mi scongiurano di non cominciare dal triassico, ma io sono incrollabile!): lo ricordate il “Tanto gentile e tanto onesta pare” e come ci hanno rotto i cabbasisi con tutta quella tiritera su dolce stil novo senza il quale, però, non avremmo capito una mazza della vera onestà dell’adolescente amata dall’Alighieri, liberandolo dal marchio di quasi pedofilo? Senza, ci saremmo fermati al ridacchiare pruriginoso (allora si usava così; poi, credo che le cose siano scivolate, da quel crinale stupidone, lungo l’irrefrenabile pendio della scatologia).
    E senza un minimo sindacale di conoscenza del fiorente commercio di veleni e affini nel XVI secolo, o di statistica che ci illumina su quel periodo, dove la morte violenta era saldamente al primo posto delle classifiche , avremmo capito qualcosa dei personaggi scespiriani se non che fossero affetti da disturbo paranoide delirante?
    La scarsa conoscenza del periodo storico politico in cui operò l’immenso Dosto ha creato l’indelebile pregiudizio che fosse un destrorso, mentre odiava semplicemente la stupidità sotto qualunque etichetta e aveva pietà di coloro che erano caduti, senza criterio alcuno, nella rete di ideologie più grandi di loro.
    Potrei continuare a lungo, ma ve lo risparmio, senza evitare di citare Bolano ( con cui ho notato una somiglianza stilistica e d’intenti con il tedesco Boll. Un indizio: perché Arcimboldi è tedesco con tanti punti in comune con più di un personaggio di Ritratto di gruppo…?): senza il Messico e gli annessi e connessi (essere sinistrino, essere fuggito dal Cile di Augusto Pinochet, vera o falsa questa nota biografica da lui stesso avallata e da pochi confermata), ci sarebbe mai stato 2066?
    Chi leggesse questo romanzo senza far caso che il 1970 ( epoca di pubblicazione) è a solo venticinque anni di distanza dalla fine della spaventosa guerra ( chi mi dicesse che è un altra era e non ieri quel 1990, quando i miei figli avevano più o meno cinque anni, e il muro di Berlino era appena crollato e quel cretino di Occhetto ancora non finiva di asciugarsi le lacrime che ormai sapevano di congiuntivite cronica), ecco: io direi che è un pazzo . Se il lettore non riflettesse che chi scrive (Boll) e chi parla (A. il narratore) ha ancora vivissimi tutti i ricordi di quel tempo: nazismo, deportazioni, lager, campagna di Russia, bombardamenti, città distrutte e soprattutto milioni di tedeschi che vivevano il quotidiano come se nulla accadesse, se non per le privazioni a cui si adattavano scendendo sempre più in basso; se il lettore, dicevo, non tenesse conto del tempo appena trascorso dai fatti e il loro tragico scenario non capirebbe questo pamphlet, questo j’accuse a un’intera generazione che si finse ignara o che forse lo fu in parte. Ogni sopravvissuto tedesco, che fosse onesto o sedotto dalle occasioni di disonestà che durante il caos abbondavano, ha il marchio del sopravvissuto di Canetti o di Levi: lo è a spese dei morti. Indagando su Leni, uno scialbo personaggio ma bellissima donna ( 48 anni all’epoca del racconto, 1,71 cm, kg 68,8, capelli biondi, occhi blu scuro da sembrare neri ), sulla sua vita, quella dei suoi avi, dei suoi amici e conoscenti ( i superstiti sono gli informatori dell’A., perché Leni non parla mai), Boll ci dà uno spaccato grottesco di quegli anni che né il tragico né, non sia mai, l’ironico possono rendere: Bertold Brecht docet.
    Il cattolico, a suo modo, scrittore tedesco attraversa 70 anni di storia e ne ha per tutti. Personaggi squallidi che sotto sotto non lo sono, ma di squallore vivono (laici e clericali non importa) e personaggi anodini che, senza consapevolezza alcuna (questo è il peccato che gli ascrive ma che nell’happy and gli perdona), conducono una vita rivoluzionaria.
    C’è il passaggio dall’orrore alla calma piatta dello stagno del dopoguerra, che tutto seppellisce mentre il mostro del liberismo si allunga come l’ombra del vampiro di Mulnau sulla nuova società tedesca, con i suoi rampanti yuppie e i suoi turchi che vorrebbe tenere sotto il tappeto; turchi che invece imbastardiscono la razza teutonica ingravando una donna bella ma di mezza età, che sembra aver da sempre avuto un debole per gli amori esotici e contrastati. Un russo prima e un turco poi, , Leni, finora, con una verosimiglianza che rasenta la certezza assoluta, avrà dormito in tutto due dozzine di volte con un uomo: Boris il russo prigioniero di guerra, che avrebbe volentieri sposato, e due volte con il marito di tre giorni morto in Russia.
    E c’è pure un cinquantenne giornalaio, un piccolo cammeo, che vuole scappare nell’Italia del ’70 e che si presenta come “uno del ’68”. Dite che Boll parla di me?
    Un imperdibile ***** stelle

    ha scritto il 

  • 2

    Impossibile non riconosce la maestria e l'originalità che stanno dietro a quest'opera, in cui Boll ricostruisce la vita di Leni attraverso i ricordi e i racconti di chi la conosce, ma fa anche uno spa ...continua

    Impossibile non riconosce la maestria e l'originalità che stanno dietro a quest'opera, in cui Boll ricostruisce la vita di Leni attraverso i ricordi e i racconti di chi la conosce, ma fa anche uno spaccato della Germania della prima metà del Novecento. Però non posso dire di essermi goduta la lettura, che troppo spesso ho trovato lenta e noiosa, nonostante ci siano state anche parti veramente interessanti.

    ha scritto il 

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