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Foto di gruppo con signora

Di

Editore: Einaudi

4.1
(929)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 358 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 8806182765 | Isbn-13: 9788806182762 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: I. A. Chiusano

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback , Tascabile economico

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 4

    Romanzo complesso proprio per la sperimentazione che l'autore compie nel ricostruire la vita di Leni attraverso tesimonianze e documenti, questo modo frammentato di raccontare una storia ti obbliga a ...continua

    Romanzo complesso proprio per la sperimentazione che l'autore compie nel ricostruire la vita di Leni attraverso tesimonianze e documenti, questo modo frammentato di raccontare una storia ti obbliga a ricostruirla dentro di te e non sempre questo riesce facile per cui certi passaggi restano un po' oscuri. Molto lento nella lettura proprio perché c'era sempre bisogno di riallacciare decine di fili e d personaggi per rendere il tutto lineare. Se Boll voleva comunicarci l'impossibilità di arrivare alla verità attraverso la soggettività c'è riuscito perfettamente, la verità non è che un frammento di realtà che si riflette in ognuno di noi e solo ricostruendo tutti i frammenti forse riusciamo a capirci qualcosa. Sembra molto il mito della caverna platoniano perché sparsi nel romanzo ci sono pulviscoli di comprensione quasi totale di quello che sta succedendo, ma restano sospesi come la polvere in un giorno accecante di sole. Resta la consapevolezza di aver faticato ma non invano, la polvere, si sa, prima o poi su una superficie si posa e più è lucida e più la rende opaca e reale.

    ha scritto il 

  • 3

    Sarà la suggestione di due letture avvenute entrambe in tempi recenti, ma la prima cosa che mi salta alla mente di riferire in queste righe è la sia pur lontana parentela fra l'opera in questione ...continua

    Sarà la suggestione di due letture avvenute entrambe in tempi recenti, ma la prima cosa che mi salta alla mente di riferire in queste righe è la sia pur lontana parentela fra l'opera in questione (risalente peraltro al 71') e "La famiglia Winshaw" di Coe (pubblicata nei pieni anni 90'). Forse sarà perché entrambi gli autori si avvalgono dell'artificio di porre come voce narrante un biografo che, attraverso testimonianze di varia natura concernenti il percorso esistenziale di un determinato gruppo di persone ricostruisce mezzo secolo di storia - a volte lambendo appena, e a volte dissezionando determinate criticità insite nella vita politica e sociale - del Regno unito nel caso di Coe, e della Germania nel caso di Boll. Altra particolarità saliente che accomuna i due romanzi è individuata dalla critica contro l'arido cinismo dei gruppi di potere; si può quasi dire che gli avidi proprietari edilizi Hoyser sembrano i cugini "crucchi" e ancora un po' parvenus dei britannici Winshaw. Inoltre entrambi i biografi entrano a far parte della trama, e sebbene l'autore della biografia di Leny Gruyten non entri mai a piedi uniti nella storia come lo straripante Owen di Jonathan Coe, entrambi usano un registro comico- parodistico per riferire fatti e misfatti risultanti dalle reciproche inchieste. Ma...congediamo una volta per tutte i Winshaw e dedichiamoci come merita all'innocente e taciturna Leni: per lei, o meglio ...di lei parlano un nugolo di personaggi che l'hanno a vario titolo frequentata o anche indirettamente ne hanno sentito parlare. Se il libro fosse tanto costante nell'estro creativo quanto lo è nella struttura, avremmo una delle più originali e straordinarie figure di donna della letteratura. Tanto per cominciare Leni non ama le grandi astrazioni, la sua intelligenza si attiva grazie alla concretezza immediata dei sensi e si manifesta tramite intuizioni. Rahel, una suora "sui generis" erudita in scienze mediche e biologiche, è la guida insostituibile di Leni fin dai tempi del collegio, e con opera quasi maieutica tira fuori dalla bella allieva la sua attitudine al "materialismo mistico". Così come Rahel, palpando le braccia delle allieve riesce a sentire il calore di intime effusioni scambiate con l'altro sesso, così Leni rifiuterà di iniziarsi alle gioie dei sensi con un incolpevole giovane architetto, solo perché durante un ballo preliminare a più concreti carnali cimenti, ha constatato che le mani di lui non erano carezzevoli. Come dimenticare poi la brama famelica dell'ostia che Leni, ancora piccola comunicanda, aveva manifestato impudicamente al severo catechista? E la delusione che poi trasse da quella insipida e tiepida fettina amidacea? Certo questo istinto sicuro che nasce dai sensi, pare tradirla quando conosce e si abbandona al "soldato fanfarone" che la sposerà e subitaneamente la renderà vedova, ma è dato di fatto la constatazione che l'istinto di Leni è quasi infallibile, e la porta sempre, candidamente, a fare del bene a chi la conosce, anche a detrimento della sua sicurezza personale e del suo benessere materiale. La fisicità di Leni pare contagiare il suo stesso biografo, che presenta il suo personaggio fornendocene peso e altezza -oggi sarebbe ricorso forse al'indice di massa corporea, con tanto di percentuale di massa grassa- e non pago di ciò, si chiede in più circostanze quale incidenza hanno le lacrime, la sofferenza e il dolore nel determinare variazioni nella composizione e nel volume del corpo umano. Purtroppo la cornice di testimonianze e aneddoti che circonda il personaggio centrale, riferite da terze persone e perdipiù riportate con il discorso indiretto, ci trasmettono troppo mediata la personalità della protagonista e del suo entourage, al punto da impedirci spesso un'autentica empatia con la vicenda tutta. Del resto Leni è taciturna: preferisce esprimersi cantando i versi che il suo perduto amore Boris le ha fatto amare, ed è impossibile avere da lei organiche spiegazioni sulle sue gioie e le sue peripezie. come già detto,a colmare tale lacuna provvedono i suoi molto meno laconici amici, parenti e vecchi datori di lavoro: le loro dissertazioni sui perché e i percome, divengono però, specie nella seconda parte del romanzo, talmente macchinose e prolisse da stremare i più entusiasti lettori. La risultante di tutto ciò è un'opera ricchissima di spunti e persino di richiami letterari -voluti o meno poco importa- basti pensare al culto per il mondo organico di Hans Castorp, il protagonista della "Montagna incantata" di Thomas Mann, o alla beatifica sensazione di piacere colta da una Leni giovinetta nell'imbattersi in una asperità del terreno su cui cammina, che ci richiama uno egli episodi cruciali de" Il tempo ritrovato". Come se non bastasse il romanzo è attualissimo quando affronta il tema dell'integrazione degli immigrati, del conflitto fra l'istinto al bene e il cinismo degli interessi economici, fra la necessità di una comunanza di vita fondata sull'amore disinteressato, e i pregiudizi dei benpensanti. Senza dimenticare le pagine più dense e simboliche: quelle di un amore consumato all'interno di una cappella mortuaria, mentre i bombardamenti imperversano sopra Berlino. Molti sono quindi i motivi per consigliare la lettura di questo libro, che approda ad esiti interessanti servendosi di un'ispirazione comunque discontinua.

    ha scritto il 

  • 5

    Una domanda mi frullava per la testa mentre leggevo questo libro, dallo stile e dai contenuti molto particolari: è il personaggio di Leni Gruyten a costituire un pretesto per parlare di altro (in ...continua

    Una domanda mi frullava per la testa mentre leggevo questo libro, dallo stile e dai contenuti molto particolari: è il personaggio di Leni Gruyten a costituire un pretesto per parlare di altro (in questo caso della Germania prima, durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale) o è l’intera vicenda un pretesto per parlare di Leni, così poco "etichettabile" da aver bisogno, perché la sua figura sia degnamente tratteggiata, di mobilitare una fittissima e variopinta galleria di personaggi? Io credo che siano vere entrambe le cose. Perché se è innegabile che il racconto, anzi, il “resoconto” della vita di Leni, con tutte le sue vicissitudini (che pure sembrano toccare tutti fuorché lei stessa), è un’occasione colta da Böll per raccontarci una Germania come non ci era mai stata raccontata né dai romanzi né dai libri di storia, è anche vero che questo è possibile solo in virtù della natura eccezionale della protagonista, che, come dicevo, sfugge a qualsiasi definizione, a qualsiasi comprensione razionale...

    In effetti, in questo romanzo, personaggio, vicenda e stile narrativo sono strettamente intrecciati, molto più di quanto non sembri all’inizio, quando la “scelta” di Böll di consegnarci il romanzo nella veste di un’inchiesta affidata a un immaginario Autore – il quale si impegna con tutto se stesso a ricostruire ed esporre la vicenda nel modo più oggettivo ed esatto possibile – sembra motivata solo da ragioni stilistiche, letterarie. In realtà mi sono pian piano resa conto che questa scelta (la quale condiziona notevolmente il lettore, in quanto gli impedisce un'eccessiva immedesimazione e lo costringe a un approccio più cerebrale) è profonda, sostanziale. Direi persino che ci offre la chiave di lettura di tutto il romanzo: ponendosi ironicamente dalla parte di chi tutto vorrebbe capire, definire, catalogare, registrare, Böll ci dimostra come in realtà ci siano non solo persone e vite che sfuggono a tale pretesa, ma persino situazioni, interi momenti storici, com'è appunto quello che fa da cornice alla storia. Per questo la figura di Leni è fondamentale e tutt'altro che pretestuosa: in lei si incarna questa contraddizione fra una pretesa scientificità e la dimostrazione (data dall'uso della parodia) della sua assurdità. Leni è tutta materia, sensualità, concretezza, con dei risvolti persino discutibili se li valutiamo dal punto di vista del comune buon senso; allo stesso tempo la sua innocenza, la sua purezza sono fuori discussione, appunto perché la sua assoluta aderenza alla realtà, intesa non come razionalità ma proprio come realtà fisica, le impediscono qualsiasi forma di malizia. Molti comportamenti di Leni risultano persino autodistruttivi, in quanto sfuggono non solo a qualsiasi ideologia, ma persino a qualsiasi logica "ragionevolezza".

    Attraverso Leni la denuncia di Böll è spietata, perché oggetto di questa denuncia è non solo l'orrore del nazismo e della guerra, ma qualsiasi tentativo di ridurre questo dramma a qualcosa di definibile, di semplificarlo in una sorta di lotta “bene contro male” che non corrisponde a verità, in quanto lascia fuori una miriade di personaggi, di situazioni, di sfumature. Indubbiamente il capitolo che mi ha colpito di più, per la sua profondità, bellezza, intensità, è quello dedicato alla “fine della guerra” che, come sottolinea l'A., erroneamente viene definito “pace”. Be', ammetto di essere rimasta sorpresa dalla complessità dell'universo che mi si è spalancato davanti, a partire dall'analisi del drammatico lasso di tempo che va dalla presa di coscienza dell'imminente sconfitta alla capitolazione vera e propria: dove rifugiarsi? da che parte stare? chi sono i buoni e i cattivi in questo limbo? e soprattutto chi o cosa mi permette di sopravvivere? che “ruolo” devo rivestire perché mi sia data salva la vita? Questi sono solo alcuni dei disperati interrogativi che la fine della guerra, ancor più della guerra stessa, porta con sé, e che i libri di storia non raccontano. “Quelli (riferito agli americani) certo avevano creduto che la classificazione nazisti e antinazisti fosse più semplice, un po' troppo semplice; non era semplice affatto, invece, come si erano immaginati nel loro animo infantile.

    Non ci sono eroi in questo romanzo, e nemmeno anti-eroi. Di ogni personaggio è mostrata l'unicità, l'umanità, l'irriducibilità a qualsiasi schema, per cui – a dispetto dell'intento pseudo-documentaristico che si pone l'A. – il risultato è un affresco vivo, vibrante, indimenticabile.

    ”Ho fatto una veste per la mia canzone l'ho tutta trapuntata di vecchie saghe. Ma i pazzi l'hanno presa portata agli occhi del mondo quasi fosse opera loro. E la portino pure. Ci vuole più coraggio ad andare in giro ignudi.”

    ha scritto il 

  • 4

    Foto di gruppo con signora attira il lettore con la scrittura che parte in modo strano, non tipico per un romanzo dei primi anni ’70. Anche l’autore richiama un po’ le persone: quel Heinrich ...continua

    Foto di gruppo con signora attira il lettore con la scrittura che parte in modo strano, non tipico per un romanzo dei primi anni ’70. Anche l’autore richiama un po’ le persone: quel Heinrich Boll di Opinioni di un clown, ma il nome potrebbe essere solo lo spunto di una lettura. Invece quando si apre il libro e si leggono le prime righe si ha la sensazione di essere davanti a una specie di romanzo poliziesco che però non tratta affatto temi polizieschi. Quindi la domanda potrebbe essere: di cosa tratta questo romanzo? La prima risposta a venire in mente, quella che di solito va scartata per scavare più in profondità, è quella secondo cui Foto di gruppo con signora racconta la storia di una donna, la signora del titolo, che si chiama Leni e che viene messa sotto una lente d’ingrandimento per scoprirne tutti i dettagli della vita. Così la voce narrante non si costruisce conoscitore di tutti i possibili segreti, ma accompagna lo scrittore a scoprire come lui stesso sia riuscito a venirne a conoscenza, mettendo a referto (il libro) tutti gli incontri e gli indizi raccolti nell’arco della sua esperienza. Ma questa è solo la prima risposta a venire in mente, e come detto poco sopra andrebbe subito scartata per trovarne una non solo più convincente quanto piuttosto più interessante. Perché Boll non è uno scrittore banale, né tantomeno uno di quelli che si metteva a scrivere senza avere un buon certo obbiettivo. Non gli importava solo e soltanto semplicemente narrare, lasciandosi trascinare dalla storia che lui stesso stava scrivendo. Questo significa abbandonarsi alla storia, mentre i grandi scrittori, lui compreso, la storia la dominano. Sono loro ad avere ben salde in mano le redini della narrazione, e sono sempre loro a decidere dove andare, come andare, e perché andare. Così, nelle mani e attraverso la penna di Boll, la trama sopra indicata della vita di Leni si trasforma in un pretesto per mettere in scena uno spettacolo che esula da quanto i lettori leggono e vedono in primo piano. Ciò che molto probabilmente interessava in maggior modo a Boll era lo scenario sul quale i propri personaggi agiscono (e di personaggi, con relativo background, qui ce ne sono molti). La storia infatti si dipana lungo un arco narrativo assai importante per la Germania, patria dello scrittore, che è quel periodo che va dalla fine della prima guerra mondiale (inteso come fucina dei motivi scatenanti del secondo conflitto) fino alla fine della seconda guerra mondiale. Nel mezzo c’è il passaggio attraverso una lunga serie di sfumature di vita vissuta e di aspetti sociali che vengono trattati nel romanzo e attraverso le quali i vari personaggi inevitabilmente sono costretti a passare. Quindi si potrebbe dire, come consiglio a possibili futuri lettori di questa opera: non lasciatevi confondere dalla tanto decantata bellezza di Leni e dalla sua tribolata vita, la vera protagonista del libro è ben altra e assai più grande e ampia, importante e storica, ovvero la Germania.

    ha scritto il 

  • 5

    Mai titolo fu più indovinato che “Foto di gruppo con signora” per questo romanzo di Heinrich Boll, che rappresentò la spinta decisiva per l’assegnazione al grande scrittore tedesco del Nobel ...continua

    Mai titolo fu più indovinato che “Foto di gruppo con signora” per questo romanzo di Heinrich Boll, che rappresentò la spinta decisiva per l’assegnazione al grande scrittore tedesco del Nobel alla letteratura del ’72. Mi piace pensare che la finzione narrativa confezionata da Boll, cioè un lungo viaggio-intervista ad un particolarissimo coro di personaggi che è stato parte integrante e decisiva, nel bene e nel male, nella felicità e nella tristezza, nell’amore e nella tragedia, della vita di Leni Gruyten/Pfeiffer, sorta di Forrest Gump al femminile che corre dentro la storia della Germania dagli anni ’30 agli anni ’70, parta da un’ipotetica foto di gruppo con al centro Leni, in cui l’autore, scrutando volti, ricostruendo vite, incastrando legami, cerchi di ricomporre quel puzzle apparentemente irresolubile che è stata appunto la vita di Leni, le sue decisioni, le sue azioni, le sue scelte e i suoi comportamenti, a prima vista (e forse in assoluto) assurdi, estremi, fuori dalle convenzioni e antitetici rispetto alla morale dei benpensanti e, negli anni della dittatura e della guerra, all’ossessivo totalitarismo nazista. Attraverso gli occhi del Gruppo e dell’Autore, vediamo l’orrore della guerra e della dittatura nazista, raccontate questa volta dal fronte “interno”, da chi stava a casa, a lavorare, col cibo razionato, sotto le bombe e continuamente sottoposto all’occhiuto e soffocante controllo del regime. Registriamo, anche attraverso documenti ufficiali grotteschi nella loro assurda inumanità, le atrocità consumate verso i prigionieri di guerra slavi e verso i tedeschi dissidenti. Siamo immersi nel caos degli ultimi mesi di guerra e dei primi di pace, nel vero Anno Zero della Germania post-nazista, in cui molti pagheranno per i crimini commessi e l’appoggio agli Uomini con gli Stivali, ma altrettanti s’imboscheranno e si ricicleranno, costruendosi una nuova verginità politica e morale. Viviamo, insieme a Leni, l’assurda ferocia di quegli anni. Scopriamo le dinamiche della società tedesca nel dopoguerra, i fermenti del ’68, gli arricchiti, i riabilitati, l’ipocrisia della Chiesa, l’immigrazione di massa, il benessere che porta a dimenticare e che, per sua natura, non include tutti. Scopriamo chi non ci sta e resta ostinatamente ai margini, incubando quei batteri ideologici che porteranno al terrorismo della RAF, e chi, come Leni, semplicemente fa ciò che sente di fare, ingenuamente, candidamente, coraggiosamente a seconda dei punti di vista o delle interpretazioni, sconvolgendo regole, morale, costumi e convenzioni. Utilizzando una eccezionale varietà di registri, uno stile narrativo sorprendente e innovativo e un Gruppo di splendidi personaggi/maschere (due su tutti, Pelzer, l’imprenditore-fiorista, icona senza tempo dei voltagabbana e di chi riesce sempre e comunque a guadagnare e a cadere in piedi, umano nella sua disumanità orientata al profitto, e suor Rahel, sensitiva convertita, morta di inedia “preventiva” a cura delle sue pie e devote consorelle ), l’A. analizza in modo beffardo, inesorabile, provocatorio e senza sconti per nessuno quarant’anni di vita tedesca, regalandoci un grandissimo romanzo.

    ha scritto il 

  • 4

    Rubando dalla prefazione di Chiusano un libro che molti potranno aver ritegno a definire grande, ma che chiunque, crediamo, si sentirà di definire perlomeno "grosso" ....e di roba ce n'è veramente ...continua

    Rubando dalla prefazione di Chiusano un libro che molti potranno aver ritegno a definire grande, ma che chiunque, crediamo, si sentirà di definire perlomeno "grosso" ....e di roba ce n'è veramente tanta. Il romanzo infatti è denso di invenzioni sia nell'architettura narrativa che nella definizione umana dei personaggi. Tutto ruota attorno ad una donna tedesca - certa Leni Pfeiffer - che a prima vista non presenza caratteri di eccezionalità nè nei tratti fisici tipicamente tedeschi nè nelle capacità intellettive o nei talenti naturali. Senza apparentemente nessun motivo (o forse per molti motivi...) è designata eroina e musa ispiratrice da un fantomatico autore (tale A.) che da iniziale osservatore e documentarista imparziale finisce per diventare parte integrante della scena. Attraverso testimonianze dirette, documenti storici fittizi e autentici, articoli e persino manuali di guerra la vita di Leni è scandagliata minuziosamente fin dalla più tenera età, ogni più piccolo punto oscuro è indagato, ogni noioso dettaglio anagrafico è analizzato e verificato fino alla pedanteria, ogni singola persona che ha incrociato la sua strada, parenti amici o conoscenti, è inseguita e intervistata, nulla è lasciato al caso. Ogni pagina è intrisa di questa donna, che galleggia nelle acque putride degli anni più oscuri della Germania - dall'ascesa nazista al secondo conflitto e agli anni post bellici - in uno stato di inconsapevolezza, guidata da un sentimento di astrazione dalle cose venali e da una purezza di intenti che la rendono un essere affascinante, aleatorio ed impalpabile. A questa evanescenza e quasi santità di Leni fa da contrappunto la verace vitalità della sua corte, una parata di personaggi improbabile e persino grottesca eppure tanto reale da esplodere d'umanità, piccoli capolavori di finezza emotiva e psicologica come suor Rahel e Margret o divertenti opportunisti come Polzer ma è riduttivo perchè tutti - e sono decine - sono scelti e rifiniti con accuratezza chirurgica, per guardare la Germania dal di dentro e estrarne lo sbandamento, la confusione, la prudenza o l'esaltazione di un popolo sopraffatto dagli eventi. Nonostante il tono sia volutamente distaccato e pacato, incline all'ironia e ad una certa leggerezza, il peso specifico è elevato e di fatto, mentre sullo sfondo scorre il fiume della storia tedesca nei suoi momenti più crudeli, non si può non respirare il sentimento di amore, rabbia e pietà per una Germania devastata prima dall'odio razziale e dalla brutalità di un regime totalitario e poi dal freddo efficientismo del dopoguerra. Il solo limite di questo romanzo, ma qui parlo del mio sentire personale, è la scelta di privilegiare eccessivamente le sottigliezze stilistiche e le trovate narrative nella forma dell'indagine giornalistica super partes fornendo un godimento prevalentemente intellettuale ma poco viscerale, anche se questa oculata gestione dell'emotività per un romanzo pubblicato nel 1971, in piena guerra fredda, è stato probabilmente anche un'espediente necessario oltre che un'esperimento espressivo.

    ha scritto il 

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