Foucault's Pendulum

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Publisher: Picador

4.0
(7130)

Language: English | Number of Pages: | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Spanish , Chi traditional , German , Italian , Swedish , Dutch , Polish , Catalan , Hungarian , Portuguese , Latvian , Slovenian , Czech , Greek

Isbn-10: 0330317008 | Isbn-13: 9780330317009 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Audio Cassette , Others

Category: Fiction & Literature , History , Mystery & Thrillers

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Book Description
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  • 5

    E' un libro prossimo alla perfezione, un capolavoro che è riuscito ad appassionarmi come non mi capitava da "il nome della rosa". L'avevo acquistato qualche anno fa, dopo aver letto il primo romanzo d ...continue

    E' un libro prossimo alla perfezione, un capolavoro che è riuscito ad appassionarmi come non mi capitava da "il nome della rosa". L'avevo acquistato qualche anno fa, dopo aver letto il primo romanzo di Eco. Comprato, letto quasi fino a metà e abbandonato! Mi ero aspettato una lettura nella quale le cose, anche se spiegate al quadrato, come Eco faceva, filassero. Avevo cercato una trama più fluida, un succedersi di avvenimenti. Ne "il nome della rosa", per quanto ci si perda tra descrizioni di sette e credenze varie, quasi ad ogni capitolo si muove un passo verso la soluzione. Non avendo trovato queste caratteristiche ne "il pendolo di Foucault" ne ero rimasto deluso. In questi anni, dopo avere letto anche "il cimitero di Praga", che non mi ha colpito particolarmente, avevo pensato di dargli una seconda chance, avendone mantenuto stranamente un buon ricordo. Dico stranamente perché se si lascia a metà un libro difficilmente si pensa "sembrava bello, vorrei leggerlo". Qualche giorno fa mi sono deciso ed è stato amore a prima vista (non a seconda?), per la trama-non trama, per la scrittura, per i tempi che l'autore ti obbliga a rispettare. E' un romanzo che va letto assaporandolo pagina per pagina, senza avere l'ansia di arrivare alla fine, solo così lo si può apprezzare a pieno.

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  • 4

    Non è per me tempo né di lenzuolata e neanche di federe di cuscini. Ne raccomando le lettura perché sarà pure sfoggio di erudizione ma che squisita messa in scena delle sue conoscenze.
    Quattro stelle ...continue

    Non è per me tempo né di lenzuolata e neanche di federe di cuscini. Ne raccomando le lettura perché sarà pure sfoggio di erudizione ma che squisita messa in scena delle sue conoscenze.
    Quattro stelle e mezza in realtà, e la mezza stella in meno solo per la continua ricerca di cose dimenticate. Se l'avessi letto quarantanni fa quando erano fresche le nozioncine appresa in un liceo all'antica pur svecchiato dal sessantotto, se l'avessi letto allora dicevo, avrei dato il punteggio pieno.
    Evvai che una federa di cuscino l'ho imbastita.

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  • 5

    Il Pendolo di Foucault dovrebbe essere letto da tutti i complottisti. Il gran numero di citazioni, riferimenti e digressioni, dalla storia (e leggenda) dei Templari ai fantomatici Rosa-Croce, alla Cab ...continue

    Il Pendolo di Foucault dovrebbe essere letto da tutti i complottisti. Il gran numero di citazioni, riferimenti e digressioni, dalla storia (e leggenda) dei Templari ai fantomatici Rosa-Croce, alla Cabbala, l'esoterismo e l'occultismo, la massoneria e molto altro, rendono la lettura piuttosto impegnativa, ma mai noiosa o eccessivamente pesante, come invece ho spesso letto in giro. A me è piaciuto tantissimo.

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  • 2

    Delusione.
    Arzigogolati giri di parole al solo fine di utilizzare quanti più lemmi del vocabolario possibili.
    Non è che per dire "Casaubon è un credulone" ci si debbano impiegare tre capitoli... basta ...continue

    Delusione.
    Arzigogolati giri di parole al solo fine di utilizzare quanti più lemmi del vocabolario possibili.
    Non è che per dire "Casaubon è un credulone" ci si debbano impiegare tre capitoli... basta mezzo, se proprio si vuole strafare. Per il resto, magari una trama...

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  • 5

    Un canto, scriveva Halpern Leivick, poeta yiddish, è riempire una brocca, anzi, meglio, rompere la brocca. Frantumarla. Vuole la Qabbalah che prima dell'inizio esista solo il Dio Infinito, il Nulla: m ...continue

    Un canto, scriveva Halpern Leivick, poeta yiddish, è riempire una brocca, anzi, meglio, rompere la brocca. Frantumarla. Vuole la Qabbalah che prima dell'inizio esista solo il Dio Infinito, il Nulla: mare senza rive, luogo saturo di sé, luce assoluta e tuttavia invisibile, dal momento che non c'è chi la guardi. Per far nascere qualcosa d'altro l'Illimitato deve limitarsi: abdicare per un istante alla propria potenza, concentrare le acque in un punto, così da lasciare uno spazio vuoto - un lembo di terra asciutta - in cui potrà poi ritornare e innestarsi, producendo una vita per la prima volta nuova.
    Dio era l'Uno finché restava solo, nascosto finché nessuno lo vedeva; una volta sacrificate l'esclusiva sull'Essere e la perfezione del mistero nel moto di contrazione ed espansione che dà origine all'Estraneo non può più dirsi, nemmeno lui, del tutto identico a se stesso. La sua essenza si divide in dieci attributi diversi, le sefirot, il cui nome viene da sappir, zaffiro, che nell'ebraico è metonimia di splendore, perché le sefirot sono i volti di un Dio divenuto visibile, i colori in cui ha voluto scomporre la trasparenza della sua Gloria. Disposte in un diagramma che qualcuno chiama l'Albero e qualcuno l'Uomo, distinte ma comunicanti in virtù di una catena fittissima di analogie in cui non c'è anello che non tenga, le sefirot sono vasi, scorze, significanti fatti per contenere l'informità del significato divino, articolandola in un mondo in cui ciascuna creatura sarà sorella all'altra e la differenza non sarà che il segno della somiglianza, la parte la prova tangibile del Tutto.
    Qualcosa, però, non va come dovrebbe andare, forse perché l'Onnipotente stesso ha dovuto fin dal principio rinunciare alla perfezione. Nel momento in cui le acque dell'Illimitato si riversano nelle sefirot, le sei inferiori si dimostrano troppo fragili per contenerle e si spezzano in migliaia di schegge, che precipitano nel vuoto provocato dalla contrazione primordiale. Il prodotto della caduta è il nostro mondo, mescolanza tra ciò che è Dio e ciò che non lo è. Alcuni sostengono che non potesse andare diversamente, perché così come il seme deve marcire nel terreno per fiorire non c'è nascita che non debba anche essere catastrofe. Necessaria o meno che fosse, la catastrofe in questione ci consegna la più beffarda delle creazioni, in cui ogni cosa è cifra di ogni altra, perché ogni cosa è frammento di uno dei volti di Dio, ma nessuna delle affinità possibili ci riconduce alla Vita, perché la Vita è quel che le forme non sono state capaci di contenere, l'Unità irrimediabilmente guastata. Creature e parole non sono che cortecce, gusci, conchiglie: tracce di un Dio che abita altrove, ci forniscono la prova dell'esistenza della Verità nella misura in cui ci costringono a restarne lontani. Parodia dell'Ordine che ha infranto quando ha cominciato a esistere, questa creazione ci condanna a vivere nel suo rimpianto.

    Cantare - creare - significa rompere la brocca. Nelle cinquecento e passa pagine del Pendolo, Eco parla soltanto di questo dramma: dell'eterna distanza dal centro, dell'adorare involucri vuoti scambiandoli per la verità, di uno scetticismo che sembra l'ultima spiaggia dei sapienti e forse è la più sublime delle illusioni. Jacopo Belbo, protagonista taciturno di cui la voce narrante dell'amico Casaubon replica lo sguardo portandolo anche lì dove l'intreccio vietava che arrivasse, si proibisce per trent'anni di cedere alla debolezza umana (e divina) della scrittura, perché qualsiasi libro è, come il Libro e quindi il Mondo, una collezione di soli, esclusivi, feroci errori intenzionali. All'attività impura di scrittore preferisce quella del redattore, che - come il Demiurgo della gnosi - non crea, ma si limita a plasmare quel che altri hanno creato, sapendo di poter incolpare la materia prima di ogni eventuale imperfezione e trasformando la cosmogonia in gioco dell'intelletto; distacco programmatico che si riflette nella sua ossessione per Lorenza Pellegrini, diafana Sophia novecentesca che ha generato per curiosità o lussuria la complicata realtà in cui ora si aggira come un soffio di vento (e che resta, se vogliamo, la meno credibile tra tutte le incredibili maschere che popolano il libro). Ma - avverte nel prologo Casaubon - il disincanto di Belbo non è che una forma della melanconia: non per disinteresse si rinuncia a scrivere, ma per il terrore di scoprire che nemmeno la parola scritta, che è quanto conosciamo di più vicino alla salvezza, libera dal dolore che dorme sotto ogni lemma del vocabolario, dal desiderio di un senso eternamente mancante (e tuttavia familiare, perché non potremmo desiderarlo se non l'avessimo conosciuto).
    Se non c'è creazione senza errore, non esiste Verità che non sia già da sempre perduta, e a noi non rimangono che le sue caricature. Caricature sono le rivolte della generazione nel nome della quale parla Casaubon (ma che potrebbe essere la nostra, o quella di chiunque sia nato dopo la fiabesca Resistenza), rivoluzioni simulate che si svolgono secondo leggi decise in anticipo, spasmi di coscienze che s'immergono amnioticamente in lotte non loro per risparmiarsi la fatica di raggiungere la maggiore età. L'Idea per cui si può morire appartiene a un tempo che non ci è stato dato di vivere (si nasce sempre sotto il segno sbagliato e stare al mondo in modo dignitoso vuol dire correggere giorno per giorno il proprio oroscopo), oppure ci è passata accanto e noi l'abbiamo riconosciuta quando era ormai troppo tardi per farcene carico, lasciandoci in eredità il rimorso non per aver scelto l'errore, di cui almeno ci si può pentire, ma per essersi trovati nell'impossibilità di provare a se stessi che non si sarebbe scelto l'errore. La disperazione - ridicola e così reale - dei nati postumi, la loro sete dell'Idea, si concretizza nel Piano: caricatura delle caricature, marchingegno che riscrive la Storia per regalare all'evento più insignificante la nobiltà di significarne altri, finendo col proiettare a ritroso una trama in cui ogni cosa è geroglifico di un'altra e tutto si tiene nel sacro compito di tramandare un antichissimo segreto, cioè che non c'è nessun segreto da tramandare. Comune a tutte le fratellanze occulte è l'obbligare i propri membri al silenzio: se non rispondono, nota Casaubon, è perché ci sono davvero; per converso, ci sono davvero proprio perché non rispondono. Templari, catari, Rosacroce sono fantasmi, divertissement che Eco evoca spolverandoli d'oro per significare la nostra nostalgia di una potenza assente, l'impotenza dei segni in una realtà in cui ogni centro è arbitrario, come dimostra - stupido e muto - il Pendolo, Quello, il Non Movente, la Rocca, la Garanzia, l'unico punto fisso dell'Universo, che tuttavia pende dalla volta del coro dell'abbazia di Saint-Martin-des-Champs esattamente come potrebbe pendere in qualsiasi altro luogo del mondo sublunare.

    L'ultima sefirà del sistema, la più bassa e la più contaminata, è la sefirà detta del Regno o della Presenza divina. Priva di qualità proprie, la sefirà del Regno si comporta come un corpo opaco, che riflette la luce delle sefirot superiori; nella simbologia dell'Albero le spetta il ruolo della radice, da cui la linfa della Vita divina, discesa nel profondo della terra, riprende il cammino ascendente verso la fonte. La stessa ricettività che ne fa lo strumento della redenzione - a partire dalla sua povertà, che non possiede nulla ma restituisce al mittente, inizia a compiersi la reintegrazione dei frammenti nella pienezza originaria - ha portato a interpretarla come principio femminile: il Regno è la Regina o la Sposa Celeste, che i cabbalisti identificano con Rachele, seconda moglie di Giacobbe. Cabbalista che ride di se stesso, Eco ci mostra la via d'uscita dal delirio bizantino del Piano sovrapponendo all'albero sefirotico uno scambio di persona: a dimostrare a Casaubon malato di speculazione l'unica Verità indubitabile è la sua compagna, ovvero Lia, come quella Lia primogenita di Labano che Giacobbe dovette sposare per ottenere Rachele, e che, al contrario della sorella, non era bella (aveva gli occhi spenti), ma era fertile. Confusi i loro lineamenti con quelli evangelici di Marta e Maria, la tradizione cristiana ha trasformato Lia e Rachele in figure del conflitto tra vita attiva - la donna non amata - e vita contemplativa, santa in quanto sterile, che non porta frutti al mondo perché li porta al cielo. L'annuncio di Lia, incinta, è tutt'uno con la materia di cui è allegoria: non ci sono gli archetipi, c'è il corpo. Il corpo, carne profana che nessuna astrazione riassume, vita che va avanti senza lasciarsi simbolizzare dal Piano, è l'unica certezza - e quindi l'unica redenzione - in questa trama di ombre, dice Lia, perché sa di portare nella pancia il Graal, la Pietra Filosofale, suo figlio; il corpo è la Parola, confessa Diotallevi, ebreo per scelta, dal letto d'ospedale in cui sta morendo consumato dal cancro, e la Parola è il corpo, anagrammandola abbiamo bestemmiato l'Altissimo, e adesso le mie cellule impazzite non fanno che ripetere lo scempio. Questo comprende, alla fine, anche Casaubon, mentre aspetta nella casa in collina dove Belbo abitava da ragazzo che Loro, i fantasmi, lo vengano a prendere e lo uccidano per impedirgli di rivelare che il Segreto è l'assenza del Segreto. Capisce che il Regno, se c'è, è di questo mondo, anzi, è questo mondo, miscuglio inestricabile di briciole di zaffiri e di lontananze da Dio; che a ognuno, una volta nella vita, è stato concesso un attimo che non era un segno, un sintomo, un'allusione, una figura, una segnatura, un enigma, ma era ciò che era e che non stava per niente altro; e che sarà pure atroce trascorrere l'esistenza nel dolore per aver perduto quel momento, ma quel dolore - terreno, dolcissimo, turchino come le colline che sfumano all'infinito negli occhi di un bambino che ha pianto - è la nostra unica creazione, il nostro canto, la nostra brocca rotta.

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  • 0

    A Eco piace un sacco il suono della propria voce; e questo si sapeva. È uno di quelli che se gli chiedi come vuole la pasta ti risponde in mezz'ora citando Marsilio Ficino.
    Qui però l'ammasso di nozio ...continue

    A Eco piace un sacco il suono della propria voce; e questo si sapeva. È uno di quelli che se gli chiedi come vuole la pasta ti risponde in mezz'ora citando Marsilio Ficino.
    Qui però l'ammasso di nozioni, rivelazioni, gli accumuli di fatti e coincidenze hanno il fine di stordire con la loro completa casualità, arbitrarietà ed evidente mancanza di nesso. A parte le implicazioni filosofiche, di cui Eco si occupa, per fortuna, brevemente, questo espone al ridicolo qualsiasi teoria del complotto, passata e futura. A dispetto dei vari rosacrociani, undicisettembrini e casaleggini (possano estinguersi tutti), appare evidente che chi inventa nessi è fondamentalmente disonesto.

    Quanto mi ha fatto piacere ricordare, per contrasto, la linearità del pensiero scientifico. L'idea che tutto ciò che si afferma debba essere potenzialmente confutabile sperimentalmente è una ventata di aria fresca, un sollievo.

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  • 3

    A lo poco que le he encontrado algo de sentido, no tiene incidencia en la historia. Parece una compendio de erudición sobre sociedades secretas y paranoicos conspiradores. Parece una prueba de acceso ...continue

    A lo poco que le he encontrado algo de sentido, no tiene incidencia en la historia. Parece una compendio de erudición sobre sociedades secretas y paranoicos conspiradores. Parece una prueba de acceso a una de las sociedades secretas o hermandades de las que se describen en el libro.

    http://adf.ly/1beRUA

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  • 2

    In questo romanzo, a mio avviso, Eco non riesce a raggiungere quell'equilibrio tra notazioni erudite ed intreccio narrativo, come era invece accaduto con il capolavoro "Il nome della rosa". Ne deriva ...continue

    In questo romanzo, a mio avviso, Eco non riesce a raggiungere quell'equilibrio tra notazioni erudite ed intreccio narrativo, come era invece accaduto con il capolavoro "Il nome della rosa". Ne deriva una presenza eccessiva di nomi e di eventi che rendono faticosa la lettura, ma non donano spessore ai personaggi ed alla trama (che risulta decisamente meno avvincente rispetto ad altri suo romanzi). Da apprezzare sicuramente è l'utilizzo sapiente e a tratti divertente della lingua, che rende sempre interessante (almeno da un punto di vista linguistico) la lettura di questo autore.

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  • 2

    Un libro sulle parole, e di quanto possano diventare realtà.
    Ma un libro troppo di parole, per me, per poter dare spessore a storia e persone.

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